Traccia n.6 - "La telefonata"
Da qualche giorno il protagonista riceve ogni notte una telefonata. Dall’altra parte nessuno parla, ma si sente chiaramente qualcuno respirare.
A mezzanotte in punto
So che sei tu, bastardo psicopatico che non sei altro.
Ogni notte, da un mese, a mezzanotte in punto. All’inizio pensavo fosse uno scherzo. Poi ho pensato a qualche vecchia rimbambita che avesse sbagliato a registrare il numero. Ricordo di aver provato anche a spiegare che doveva esserci un equivoco. Ma poi basta, dopo cinque giorni ho capito.
All'inizio riattaccavo, ero stanco di sentire il tuo respiro ansimante dall’altro lato della cornetta. Non riuscivo a capire quale fosse il tuo scopo, farmi auscultare il tuo rantolo asmatico? Poi ho detto basta: quella telefonata giornaliera cominciava a trasmettermi ansia. Mi mandava in paranoia, la sera non riuscivo ad addormentarmi sapendo che a mezzanotte avrei ricevuto una chiamata da un numero anonimo. Ho cominciato a rispondere. Sono il tipo che le cose le prende di petto; non mi nascondo, io. Volevo che quella faccenda si chiudesse.
Ho provato a parlarti, mi sono persino scusato. Te l’ho detto, mi dispiace, ma questi sono errori che si fanno in due. Anzi, se vogliamo essere precisi, è stata lei a fare tutto. Io ho resistito, ho finto di non capire, di non essere interessato. Ho sopportato i colleghi che sospettavano della mia omosessualità.
“Ma scusa, quella te la sta letteralmente servendo su un piatto d’argento, cosa aspetti? Se fosse capitata a me, non mi sarei certo fatto sfuggire un’opportunità del genere. Guarda che culo, deve esserci qualcosa che non va in te.”
E io niente: ho recitato la parte del santarellino per mesi. Per rispetto nei tuoi confronti, nei confronti di una persona che nemmeno conosco. Pensavo che fosse sbagliato.
E poi ho ceduto. A quella dannata festa aziendale. Lei era vestita come una battona, con tanto di minigonna e tacchi alti, ubriaca persa: mi ha preso per la cravatta e mi ha tirato verso il bagno. Ha detto che se l’avessi rifiutata l’avrebbe presa come un affronto personale. Che vuoi farci? Ero brillo anche io. Di solito sono un uomo corretto, o almeno ci provo. Ma non sono fatto di marmo. Ci sono stato. Ed è stato anche bello. È stato sporco.
Poi è finita lì. Lei ha perso interesse e anche io. Abbiamo condiviso un’esperienza, e poi amici come prima. È così che va il mondo. E va malissimo, lo so.
Non dico di pentirmi, ma mi assumo le mie responsabilità. Tuttavia, pretendo che sia messo agli atti che non ho cominciato io, che è lei il problema. E che tu hai un problema bello grosso con lei. Per essere stata così spudorata con me, chissà quanti altri avrà tirato per la cravatta. E tu invece con chi te la prendi? Con me? Troppo comodo. Sei un vigliacco, non stai guardando la cosa dal punto di vista corretto. Ragioni come un animale, sei stupido. Devi chiarirti con lei, devi fare l’uomo. Non ha alcun senso chiamarmi ogni notte e ansimare al telefono come un mentecatto. È un gesto da maniaci. Da idioti.
Ma ora basta: adesso la risolviamo alla vecchia maniera. Sto venendo io da te. Se tu non hai il coraggio di parlarne al telefono, vorrà dire che ne parleremo di persona. Una volta per tutte. Non ho certo paura di te. Non so nemmeno come sei fatto: puoi essere alto due metri o una mezza cartuccia che se la fa nei pantaloni, non mi interessa. Anche se, a giudicare dal tuo comportamento, propenderei fortemente per la seconda ipotesi. Poco male, non importa. Nessuno può permettersi di chiamarmi al telefono per un mese. Sono stato paziente per troppo tempo. Adesso è giunta l’ora di chiudere i conti.
Ti farò assaggiare un paio dei miei colpi migliori, sentirai il sapore delle mie nocche nodose in quella timida bocca sospirante che ti ritrovi. Ti farò capire come gira il mondo, amico.
Lo so dove abiti, so l’indirizzo preciso. Lavoro con quella ninfomane di tua moglie da dieci anni. Me l’avrà detto centinaia di volte. Non ti darò il tempo di chiamarmi anche stanotte. Com’è che funziona? Aspetti che lei vada a dormire per farmi partecipare al tuo spettacolino da pervertito?
Eccola lì, l’unica finestra ancora illuminata del palazzo. Scommetto che sei tu, vero? Ti immagino che giri avanti e indietro nello studio aspettando la mezzanotte. Ti farò una bella sorpresina, amico. Puoi scommetterci.
Se il tuo obiettivo era farmi impazzire, sappi che ci sei riuscito benissimo. Ieri, dopo l’ultima telefonata, ho preso a pugni il muro. Ho lasciato una bella impronta in salotto. Si vedono ancora le macchie di sangue. La mano mi fa un male cane, è gonfia il doppio dell’altra, devo aver rotto qualcosa. Ma voglio continuare a spaccarmi i metacarpi prima di andare in ospedale. Non preoccuparti: sono in grado di tirarti un paio di cazzotti belli forti anche con la mano in questo stato.
E se mi gira, ne darò un paio anche a quella sgualdrina che dorme al tuo fianco. Avrà anche un bel culo, ma è svitata come una mucca pazza.
Perché lo fa? Forse perché non riesci a soddisfarla? Beh, a giudicare da come ti comporti non mi stupirebbe. Qualsiasi donna ti tradirebbe se non hai neanche il coraggio di rispondere al telefono.
“Lascio aperto?”
Benedetta ragazzina. Ha portato a spasso il cane e ha pensato bene di lasciarmi entrare nel palazzo. Mi ha risolto l’ottanta percento dei problemi.
“Grazie mille” tento di rifilarle un sorriso, ma credo che si sia pentita un istante dopo l’offerta.
Le lascio prendere l’ascensore; io vado a piedi. Se l'intuito non mi inganna, abiti al terzo piano, bastardo. Ma per sicurezza sbircerò i cognomi sulle targhette delle porte.
Terzo piano, prima porta a destra, ne ero certo. Quella finestra illuminata era davvero la tua. La ragazzina con il cane è salita su fino al quinto. In una mano il guinzaglio e nell’altra il cellulare; non si è nemmeno affacciata a controllare cosa stessi combinando. Beata narco-gioventù, si dimenticano dei problemi dopo venti secondi. A giudicare dal silenzio spettrale, il resto del palazzo deve essere già in pigiama.
Ecco la porta. Non schiaccerò il campanello, troppo invadente. Busserò delicatamente con le mie nocche doloranti alla porta di legno. Voglio sentire vampate di dolore inondarmi tutto il corpo prima di spaccarti la faccia. Facciamo un po’ per uno, non ti preoccupare. Sono un tipo democratico.
I primi toc toc toc non hanno sortito effetto. A parte sulla mia mano, dato che mi hanno regalato tre simpatiche scossette. Sto sudando dal dolore. I secondi toc toc toc sono stati recepiti. Sento il fruscio delle pantofole e lo scatto del copri-spioncino.
Non aprono, famiglia diffidente. Busso ancora.
“Si può sapere chi è?” chiede l’uomo senza aprire la porta, si sente che è spazientito.
“Sono Rinaldi, il collega di sua moglie.”
L’uomo dà un paio di mandate. Ha un’espressione ironica sul volto e una tuta dell’Inter.
“E cosa vuole a quest’ora? Chiara sta dormendo.”
“Cos’è? Ho fatto saltare i tuoi piani, bastardo?”
L’uomo mi guarda come si guarderebbe un cane parlante.
“È ubriaco?”
“Devi piantarla, verme.”
“Ehi, si può sapere cosa vuole? Se ne vada prima che chiami la polizia.”
Eccolo, il primo pugno è partito. Si infrange con tutta la potenza su quel naso interista che comincia a spruzzare sangue come una fontana. L’uomo si tiene la faccia con tutte e due le mani. Nei suoi occhi c’è l’incredulità. Raccoglie un ombrello e tenta di infilarmelo con la punta nella pancia. Mi fa male, ma non è niente rispetto al secondo cazzotto che gli sferro in pieno volto. Sento qualcosa che si rompe. Non so se è più roba sua o più roba mia. Il colpo l’ha tramortito, sta per crollare, ma non può cavarsela con così poco. Gliene do un altro paio, tenendolo per quella schifosa tuta nerazzurra finché non si strappa. Il vigliacco è a terra. Forse è morto. Sento ancora il bisogno di picchiarlo.
Un mese, bastardo. Mi hai fatto penare per un mese intero, con i tuoi giochetti da psicopatico.
Sul corridoio spunta Chiara, in vestaglia e con gli occhi sbarrati. Prova a dire qualcosa ma non trova le parole.
Vorrei gridarle un improperio, dirle che è tutta colpa sua, ma i miei pensieri vengono interrotti dal mio cellulare che squilla.
È mezzanotte in punto.
[MI189] A mezzanotte in punto
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