[H24] Gabriele - Costruttori di Mondi
La scelta Pt.10
Guarito che fui da quella perniciosa influenza, nelle settimane successive tornammo a parlare di quel deludente episodio.
Roberta, avvilita, mi confermò che quella cosa deprimente l’aveva organizzata per compiacere un mio desiderio piccante, cosa che, in verità, non mi era mai passata per la testa.
Infatti, quella sera, dopo il mio abbandono della scena, aveva detto al tipo di rivestirsi e andarsene.
Quello ci era anche rimasto male, perché già si pregustava di papparsi il regalo della serata tutto da solo; quindi, con le pive nel sacco, se l’era dovuta squagliare.
Era addolorata, sia perché la cosa fosse stata un mezzo disastro a causa della mia indisposizione fisica, sia perché, in linea generale, non avevo gradito la presenza di un altro maschio nel nostro letto.
Non comprendeva la ragione di quella mia riluttanza all’esperienza del sesso a tre.
Poi, pensando che mi fosse invisa la presenza di un altro maschio, mi propose di sostituirlo con un soggetto femminile, ovvero di invitare una sua disinibita amica a unirsi a noi.
Ma neanche a parlarne.
Già mi immaginavo cosa sarebbe successo se quella fosse stata leggermente attraente: tutta la ginnastica fatta a letto sarebbe stata oggetto d’analisi e puntute critiche.
– L’ho capito, sai, che la mia amica ti tirava più di me – avrebbe detto. – Ho visto che gliela hai baciata più a lungo della mia. E anche mentre la scopavi, le davi dei colpi più intensi che a me.
Fui molto deciso nel declinare la proposta.
– Tesoro – le dissi – a te le canzoni di Patti Pravo non giovano. Certi “pensieri” sono “stupendi” solo quando è lei a cantarli. Ma a metterli in pratica, spesso risultano delle grosse cazzate. Quindi lasciamo stare.
Lei fece buon viso a cattivo gioco e non tornammo sull’argomento.
Le cose tra noi proseguirono tranquille e concludemmo un primo anno di frequentazione senza particolari scosse.
Quantunque vi fossero due aspetti della sua personalità che si rivelarono in maniera più chiara e avrebbero dovuto farmi riflettere.
Uno era la componente esibizionista della sua sessualità.
Nonostante possedessimo un nido sicuro e accogliente dove fare le nostre cose, ogni tanto esprimeva il desiderio di qualche trasgressione dal gusto peccaminoso.
Ad esempio, certe volte che si andava a pranzo insieme in qualche discreto ristorante della collina, le piaceva andare al bagno e tornare con le mutandine riposte nella borsetta.
Mentre si mangiava, seduti a un tavolo tra altri clienti e un viavai di camerieri, le piaceva che le carezzassi il sesso di nascosto, coperto dalla tovaglia.
Quando si bagnava, intingeva le dita nel suo succo, poi me le porgeva da succhiare.
Era molto probabile che quegli smaneggiamenti non fossero colti da nessuno dei presenti, ma in ogni caso creavano almeno in me una certa apprensione d’essere scoperti.
Cosa che, invece, a lei pareva eccitare molto e non procurare disagio.
Vi fu anche un episodio nel quale mi chiese di andare a fare l’amore in auto, in un’area in cui sostavano camion e TIR, fermi per la notte.
Scopammo in macchina con le luci dell’abitacolo accese, affinché fossimo visibili per i conducenti dei veicoli, eventualmente presenti nelle loro cabine di guida.
Le piaceva sapere d’essere vista a fare sesso da quegli sconosciuti.
Il timore che qualcuno di loro si facesse avanti per partecipare alla cosa, o per insultarci, o che chiamasse una pattuglia di vigili o addetti alla sicurezza, era palpabile, ma sicuramente quel rischio rappresentava per lei parte del clima erotico.
Credo che fare quelle cose in mia compagnia le facesse sentire d’essere accettata in ogni manifestazione della sua intimità e delle fantasie erotiche che talvolta sognava.
Inoltre, la mia presenza matura le dava sicurezza; ritenevo si sentisse protetta, che, qualora ci fossimo trovati in circostanze scabrose poiché scoperti, l’avermi al fianco le dava la falsa convinzione di sortirne indenne.
Io, pur con qualche reticenza, la assecondavo in questi giochi, in un misto di follia, eccitazione trasmessa dal suo superare certi limiti, e autocompiacimento nel mostrarmi un partner all’altezza delle sue fantasie.
Benché, comunque, il timore di cacciarmi in qualche guaio che facesse scoprire a mia moglie questa mia doppia vita fosse sempre presente.
L’altro aspetto, percepibile in maniera minore, era la sua voglia taciuta di costruire una famiglia insieme.
Se pur di rado, accadeva che volesse cucinare per me.
Non poteva farlo la sera, poiché io dovevo essere a cena con la mia famiglia, ma lo faceva a pranzo, chiedendo un paio d’ore di permesso all’ufficio.
In quei frangenti, mi faceva trovare antipasti di gastronomia e gustose lasagne al forno cucinate con le sue mani, nonché deliziosi tiramisù fatti da lei per dessert.
Mi coccolava come fossi un sultano e lei la preferita del mio harem, sicuramente convinta che l’uomo si seducesse sia col sesso che con la gola.
Ci fu anche un altro fatto che mi avrebbe dovuto allarmare, ma di cui, in quel momento, non tenni conto.
Un sabato pomeriggio mi trovavo in centro a fare shopping con mia moglie. Scendevamo lungo l’ultimo tratto di Via Roma, dirigendoci verso Piazza Carlo Felice, dove avevo posteggiato la macchina.
Mia moglie, quel giorno, assurgeva al meglio del proprio splendore fisico, fatto di eleganza formale e charme.
Vestiva un tailleur grigio fumo di Max Mara, con una lunga pelliccia di visone, camicetta di seta, collana di perle al collo, tacco dodici e capelli biondo platino: praticamente una gnocca siderale.
Giunti agli ultimi due isolati, vidi Roberta venirci incontro a braccetto con sua sorella.
Quando ci incrociammo, io finsi massima indifferenza, senza neppure incrociare il suo sguardo.
Ma, superate che le avemmo, mia moglie mi chiese:
– Ma quelle due che abbiamo incontrato, per caso le conosci?
Io, come cadessi dalle nuvole, risposi:
– Di chi parli? Non direi proprio. Perché me lo chiedi?
– Nulla – rispose – ma quella più alta ti ha squadrato, poi ha squadrato me come se ci stesse per fare un’autopsia.
– Boh? Io manco ci ho fatto caso. Tu sei troppo attenta a ogni cazzata.
– Sarà – rispose lei, voltandosi ancora a guardare le due donne.
Proseguimmo per la nostra strada; fra me pensai che dovevo fare un discorsetto a Roberta su come regolarsi in caso m’incontrasse nuovamente per strada con mia moglie.
Tempo dopo, fu lei a ricordarmi di quell’incontro.
– Bella donna, tua moglie – esordì. – Però pensavo ti piacessero solo le brune.
– Che c’entra, in linea di massima è così.
– Sì, ma tua moglie è bionda.
– Non è bionda, è bruna, ma ha tinto i capelli – risposi.
– Ma ti piace anche così? – chiese ancora.
– Sì, certo, non mi spiace; del resto, coi propri capelli può fare quello che vuole, no?
La settimana successiva, quando mi aprì la porta, rimasi sbalordito.
– Allora, non dici nulla? Ti piaccio o no?
Aveva tinto i capelli dell’identico colore biondo di mia moglie.
Due mesi dopo, mi disse che si era licenziata dallo studio notarile.
Perplesso, le domandai perché l’avesse fatto, se fosse accaduto qualcosa da indurla a licenziarsi, o se quel lavoro non le piacesse più.
Nulla di tutto ciò; disse che aveva aderito a un concorso indetto dal Comune per posti all’interno dell’amministrazione e aveva superato la prova.
Al momento sarebbe stata in forza all’Ufficio dell’Istituto di Medicina Legale di Torino, a ridosso del Parco del Valentino.
Nel nuovo impiego, si fermava spesso fino a dopo le diciannove di sera.
Così, mi succedeva di passare a prenderla lì per poi riaccompagnarla a casa.
Una volta, con gli uffici deserti a quell’ora, mi invitò a visitarli per mostrarmi il posto.
L’edificio era di costruzione ottocentesca, con locali scuri e angusti; le stanze al pianterreno e nel seminterrato ospitavano una parte importante del Museo di Antropologia Criminale, mentre al primo piano si dipanavano, in vari anfratti, gli uffici tecnici, amministrativi e legali.
L’Istituto di Medicina Legale e il servizio per i cadaveri erano separati dall’Istituto di Anatomia Patologica, mentre i corridoi di comunicazione fra Istituto e deposito dei cadaveri erano sotterranei.
L’ambiente non era dei più vivaci e allegri, pertanto non le venne la tentazione di replicare ciò che avevamo fatto nel nostro primo incontro, nel suo precedente posto di lavoro.
(Continua)
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