@bonsaitales92, benvenuto tra noi.
Il racconto è piacevole e pacato. Forse un po' troppo pacato, tenendo conto della miscela esplosiva fatta di colori, sapori e ricordi di cui è tessuto. Sarebbe interessante prendere un po' del magma incandescente di quelle arance e impregnarvi la narrazione. La prima cosa da fare, secondo il mio parere, è quella di vigilare sul lessico e sul ritmo. Eliminerei, inoltre, punti esclamativi e puntini di sospensione. Deve venire fuori in modo audace tutto il volume emotivo che è racchiuso nell'espressione "non piansi" della tua risposta a Jole
@Adel J. Pellitteri.
bonsaitales92 wrote: Thu Sep 28, 2023 4:19 pmIl giardino del nonno era uno spettacolo vivente, quando era ancora in vita. Il nonno aveva separato una sezione destinata all'orto che rendeva ortaggi ricchi di colori e profumi. Agli occhi di un fanciullo di sei anni come me apparivano come creature pittoresche e strambe – i peperoncini verdi, che io adoravo fritti, sembravano le dita affusolate di uno gnomo, i peperoncini rossi piccanti le corna di un drago. A lato si elevavano due fulgidi alberi di arance rosse come il magma! Quando fiorivano si sentiva la primavera in ogni dove...
"Fanciullo" è un termine che amo, ma purtroppo suona obsoleto. Qui nel tuo scritto, insieme ad altri termini che di volta in volta ti segnalerò, copre secondo me di una patina polverosa l'esuberanza che preme sotto. Eviterei la ripetizione ravvicinata vivente/vita. D'effetto le similitudini gnomo/drago, tanto che avrei voluto trovarne altre: coi loro impliciti colori verde/rosso concorrono alla espansione dell'eccellente cromatismo che sei andato formando e a cui, forse senza volerlo, hai dato il ruolo di spina dorsale del brano. Quest'ultimo, difatti, non ha eventi significativi, ma si veste a festa grazie al colore e al calore.
bonsaitales92 wrote: Thu Sep 28, 2023 4:19 pmQuegli alberi hanno più di trentacinque anni ciascuno, e mi riportano indietro, alla sua immagine. Le dolci arance rosse mi pervadono in un abbraccio di ricordi, ai tempi in cui il nonno giovane mi lanciava in aria e mi riprendeva. Adoravo quel gioco! Come anche adoravo stare nella sua auto mentre lui 'correva', ma invero non si trattava di una corsa, poiché le velocità di fanciullo avevano tempi e spazi più a misura della mia tenera età.
A mio parere, l'aggettivo "dolce" collocato prima di "arance" non va bene, sempre per i motivi esposti sopra. La sequenza aggettivo/sostantivo/aggettivo smorza l'irruenza del sottotesto che stai tessendo: le arance rosse, così importanti da assurgere a titolo, non sono solo "dolci", ma hanno il sapore amaro della fugacità e della morte. Al lettore attento non è sfuggita, difatti, a inizio lettura, la velata allusione al titolo
Profondo rosso. Pertanto, la "dolcezza" delle arance va sottolineata, certo, ma utilizzando similitudini o metafore e soprattutto senza disgiungerla dal dolore dei ricordi che a causa sua affiorano.
Riguardo al ritmo del testo, cui accennavo sopra, ho una mia idea: sarebbe preferibile, proprio per la coerenza interna delle sequenze, che nel brano non vi fossero ricordi al di là del giardino: il brano, difatti, si struttura grazie alla saturazione dei colori e all'immaginario che essi evocano. Eliminerei, quindi, il riferimento in corsivo, sostituendolo con altri ricordi relativi alla traboccante ricchezza dell'orto.
bonsaitales92 wrote: Thu Sep 28, 2023 4:19 pmIl nonno potava gli alberi, anche quello di limoni - gialli come il sole -, preservandoli con degli insetticidi o un macerato d'aglio e peperoncino che gli proposi in epoca adulta, e nutrendoli con la composta, posta sotto un cumulo di detriti organici prodotti dagli scarti alimentari della cucina. Quell'humus era ricco di materia, così carico di energia che sembrava impossibile non potesse crescervi nulla.
In un angolo vi erano le rose, sulle quali ammiravo le api posarsi, oppure vespe e altri insetti attirati da quella squisita corolla. Credo di essermi punto toccando le spine qualche volta, ma quale bambino vivace non lo farebbe?
Qui, nell'ultima frase, farei accenno al sangue che esce dalle dita punte dalle spine: così, dopo le arance, il peperoncino, le rose, si amplia la gamma dei "rossi". Eliminerei la frase "ma quale bambino vivace non lo farebbe?": annulla la vertigine del sangue che punge la carne. Attenzione a non usare il trait d'union per gli incisi, i quali pretendono il trattino medio –.
wrote:bonsaitales92Gli alberi ospitavano i nidi di passeri e rondini. Ma nel giardino del nonno la vita fecondava anche sotto terra, non soltanto in cima agli alberi. Piuttosto che fecondare, direi anzitutto che 'strisciava' nella sua versione lombrico o millepiedi. Di quelle creature avevo un palese orrore, anche se seppi a posteriori che nel ciclo vitale di un orto, e specie nella produzione della composta, svolgono un ruolo essenziale.
"Fecondare" mi pare abbia solo senso transitivo: userei pertanto il verbo "esplodere", o simili. Eliminerei i termini in corsivo e sostituirei la locuzione "a posteriori" con un più semplice "più tardi".
bonsaitales92 wrote: Thu Sep 28, 2023 4:19 pmLa nostra gatta amava il giardino molto più di me. Trascorreva gran parte del tempo lì col nonno e sembrava che tra i due ci fosse una reciproca intesa. Il nonno le parlava, raccontando di frivolezze con frasi brevi, e lei ascoltava con le orecchie a punta, ricambiando con un esile miagolio. Se qualche insetto catturava la sua attenzione, Kira - micia per vocazione - risvegliava il suo istinto felino e arruffava il pelo, con gli occhi dilatati dalla cupidigia. Qualche volta portava un regalino assortito al nonno e alla sua fedele coniuge: poteva variare dal semplice pulcino spennato alla lucertola, ma tutto sommato è sempre stata troppo pigra per diventare una grande cacciatrice o guardiana dell'orto.
Un giorno il nonno ci lasciò - il giardino rimase incolto e infestato dalle erbacce che lui stesso era solito sradicare. Il cuore pulsante della terra, a cui il nonno si dedicò con tanta lena, fu rimosso: l'orto! Nessuno aveva più tempo da dedicarvi tra i figli, sempre indaffarati dal lavoro e poco inclini a svolgere una vita lenta, come la chiamano oggi.
La sezione sulla gatta la sostituirei con una narrazione in cui l'orto sia sempre protagonista. In corsivo ti segnalo i termini che secondo me non vanno bene perché desueti, o inadatti al contesto, o ridondanti. Nella frase "Un giorno il nonno ci lasciò - il giardino rimase incolto e infestato dalle erbacce che lui stesso era solito sradicare" mi fermerei a "erbacce": così lasci intendere sia la desolazione del giardino abbandonato sia il dolore della perdita.
bonsaitales92 wrote: Thu Sep 28, 2023 4:19 pmIl sapore di quegli ortaggi non l'ho più sentito...
Ma sono rimaste quelle arance, rosse come il magma. Quando affondo i denti in quei piccoli pianeti rossi mi torna in mente quell'affetto e della vita che si tramanda di generazione in generazione. Quelle arance sono ancora qui a nutrirmi, e continueranno a nutrire gli abitanti di questa casa.
E quando il momento per gli aranci sarà giunto, la vita sarà innestata su un altro ramo, o messa a dimora in una nuova terra.
Quella linfa scorre nelle nostre vene, e noi ultimi nipoti siamo testimoni di come possiamo trapiantare un pezzo di cuore e seminarlo attraverso i secoli...
Vigorosa la metafora dei pianeti rossi. Ecco, è in espressioni come questa che si racchiude il senso ultimo del tuo brano: cosa è un pianeta, se non un corpo celeste immerso nell'infinita oscurità dello spazio? quale sentimento ci fa affiorare, se non un senso di numinosa vertigine? Mangiare un pianeta rosso deve essere un'esperienza straordinaria: tale puoi rendere il tuo brano.
Ti ringrazio per la lettura e ti auguro una buona serata.