Senza motivo

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Commento



Il tamburo di un revolver non ticchetta quando ruota. È un mito cinematografico. Infatti, ora che Rebecca fa girare quello della sua Colt Python non esce suono, e non fosse per lei che mentre controlla i meccanismi ripete che la Python è la “Rolls Royce” dei revolver, saremmo in silenzio. Altra invenzione di Hollywood è che in una situazione come la nostra fumino sigarette una via l'altra. Qui c'è solo Carla che si morde le unghie, mentre Giovanna è immobile, una biscia d'inverno. Rebecca spruzza olio da una pipetta negli ingranaggi e impreca, s’è schizzata i jeans, e io dico ma cosa ti lamenti per una goccia d'olio che fra poco potresti imbrattarti di cervello, e potrebbero pure essere il tuo.
«Questo non è un gioco» dice Carla. Osservazione priva di senso, casomai doveva farla ieri, quando abbiamo proposto questa cosa, non adesso che siamo qua sedute e Rebecca ha tirato fuori una scatola di cartucce e ne sta scegliendo una che poi sono tutte uguali, cosa le scegli a fare.
«Si chiama roulette» risponde Giovanna.
«E allora?»
«È un gioco»
«La roulette normale non ti ammazza» ribatte Carla. Rebecca ha scelto la pallottola. Se la solleva davanti agli occhi, la guarda, la bacia, Dio quanto odio questi suoi gesti scaramantici, la infila nel tamburo. Sto sudando, sento l'odore acre salirmi dalle ascelle anche se fuori è inverno e c'è la finestra aperta, tanto siamo nel bosco e penseranno a un cacciatore.
«Tu sei qui perché ti sei rovinata alla roulette nomale, e quindi se adesso muori si può dire che ti ha ucciso quella» insiste Giovanna.
«Allora anche giocare in borsa uccide» ribatte Carla. Giovanna allarga le braccia, annuisce. Rebecca ci guarda una dopo l'altra con l'occhio ancora buono.
«Chi comincia?» chiede.
«Facciamo come il gioco della bottiglia» dice Carla. Giovanna sbuffa.
«Non ho sedici anni da quarant’anni» dice. Vedo la mascella di Carla irrigidirsi, che stronza, la deve far morire col bruciore della bile in bocca.
«Hai delle carte?» chiede Carla. Rebecca che alza, va in un'altra stanza, torna e butta un mazzo sul tavolo.
«Ma cos'è?» chiede Carla. Sulla scatola c'è un uomo nudo, un cappello da prestigiatore che copre l’inguine. Giovanna alza il re di picche, che è un tizio unto con un casco da cantiere e la camicia a quadrettoni. Lo guarda, lo ributta nel mazzo.
«Un regalo che m’avete fatto voi – dice Rebecca – forse pensavate di tirarmi su il morale».
Carla fa una smorfia, poi mescola e distende le carte.
«Carta più bassa inizia», dice.
«Casomai più alta» la contraddice Giovanna. Si voltano verso di me.
«Professoressa, conviene essere la prima o no?» domandano, anche se potrebbero pure arrivarci da sole, suvvia, a capire che se ruotiamo il tamburo dopo ogni colpo le probabilità restan sempre le stesse mentre al contrario sono il sedici virgola sei, il venti, il venticinque, il trentatré, il cinquanta, il cento per cento.
«Giriamo ogni volta» dice Carla.
«Si va dritti» dice Giovanna.
«Votiamo» propone Carla.
«Per tirare dritto». Giovanna alza subito la mano, imitata da Rebecca.
«Per girare tutte le volte». Carla vota, poi mi guarda, ma io mi astengo, che saremmo due pari e questa cosa rischia di non finire più e quelle che rimangono vive domani avrebbero anche da lavorare.
«Allora chi becca la più alta comincia, poi in senso orario» dice Giovanna. Pesca una carta e la tiene coperta. Rebecca per prendere la sua dà uno schiaffo al tavolo, Carla cambia idea infinite volte, poi si decide e ne prende una. Io cerco di calcolare quante siano, data la composizione del mazzo e il numero dei giocatori, le possibilità di pescare la carta più alta ma anche i numeri che ho nel cervello sono sudaticci e pesco a caso.
«Tre, due, uno». Voltiamo le carte. Rebecca ha un sette, Carla una donna a picche. Giovanna una donna, a cuori. Io ho un cinque. Carla bestemmia. In una roulette russa con quattro giocatori, in media la pistola sparerà dopo tre colpi e mezzo, in pratica o spara al terzo o spara al quarto, quindi o ammazza Carla o ammazza me.
Giovanna tiene la pistola sul palmo, la rimira, poi la solleva. La manica, ritirandosi, rivela sul polso una macchia bianca. È l'unico punto in cui non ha l'abbronzatura, perché ci teneva il rolex, ma è andata che per pagarsi gli avvocati ha rinunciato prima a quello che alle lampade e insomma la pelle le sussulta appena intorno alla testa dell'ulna quado tira il grilletto. Si sente solo un piccolo scatto metallico e il primo colpo è andato. Si stacca l’arma dalla testa e la guarda, come per capire cosa non ha funzionato.
Rebecca tira su col naso mentre s’appoggia la canna alla tempia, proprio dove le finisce la cicatrice dell’operazione. La pistola sembra restituirle il bacio che ha dato alla pallottola. Schiaccia il grilletto e nulla, è ancora viva. La pistola passa a Carla, che però resta ferma.
«Oh, e dai» le dice Giovanna. Carla la guarda di sbieco mentre lotta per spezzare un frammento d'unghia ostinato. Giovanna si alza e, prima che Carla possa fare qualcosa, le preme le mani sulle spalle e la blocca. Rebecca le afferra la mano e ci schiaccia la colt.
«Ho capito – sbotta Carla – non serve tutto sto’ teatro». Emana una zaffata acida. A quanto pare il suo corpo ha deciso che siccome fra poco sarà morto deve sputare adesso tutto il sudore “click”, anche il terzo colpo è andato. Giovanna si china all'orecchio di Carla e le sussurra «Boom», poi ride.
«Vaffanculo, va’» l’apostrofa l'altra, mentre mi porge la pistola. L'impugnatura è calda, unta di sudore. Mi tolgo di tasca un fazzoletto sgualcito, la asciugo.
«Comunque – mi dice Giovanna rimettendosi a sedere – non s'è mica capito perché sei voluta venire anche tu»
Allontano la pistola dalla testa, aggrotto le sopracciglia.
«Scusa - interviene Carla - a me mi costringi e invece a lei la interrompi? Guarda che sei proprio stronza»
Giovanna non la considera.
«Seriamente – mi dice – io ho la finanza appiccicata al culo, Rebecca ha già una pallottola nel cervello, solo molto più lenta e dolorosa di una di piombo e questa» indica Carla.
«Ho un nome»
«Questa – insiste Giovanna – preferisce morire piuttosto che dire all’ex che s'è ipotecata l’appartamento al gioco»
Vorrei dirle di lasciarla stare, ognuno per morire ha i suoi motivi, e sono abbastanza sicura ci fosse il tacito accordo di non mettersi a questionare le ragioni l'una dell'altra, insomma siamo libere di spappolarci il cervello senza farsi troppe domande.
«Tu invece hai un buon lavoro, un marito, due bambine, si può sapere che ti ammazzi a fare?»
Ma proprio ora gli scrupoli di coscienza?
«Sei malata anche te?» chiede Rebecca. Scuoto la testa mentre assaporo la resistenza del grilletto con l’indice.
«Problemi di soldi, tuo marito ti tradisce?». No, no, e no.
«Tu tradisci lei?» insiste Giovanna. Ancora no. Mi guardano in silenzio.
«E allora perché?» mi chiedono all'unisono.
Mi premo la canna sulla tempia, tanto forte che mi trasmette alla mano il pulsare del sangue. Il grilletto è coperto di sudore, il dito scivola.
«Ma deve per forza esserci un motivo?»
Sparo

Re: Senza motivo

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Ciao @Tracker 

Questo tuo racconto si costruisce sul presupposto di una situazione paradossalmente “improbabile”, che la tua abilità di narratore riesce a rendere plausibile e ad avvincere il lettore.
Mi piace come sempre questo tuo stile descrittivo dal taglio secco e ruvido alla maniera degli hard boiled di James Ellroy, ma che nel tuo racconto,
per l’assurdità che la storia presenta, i porta ad assimilarlo a una sceneggiatura del tipo Quentin Tarantino: con la sua dissacrante ironia da Pulp Fiction.

Tutto il racconto è percorso da un ottimo clima di suspense, direi che nel crearla segui alla lettera i dettami per generare “attesa” nel lettore, dalla prima all’ ultima riga.

Come da regola, la voce narrante (e anche parte attiva nella storia) annuncia nelle premesse ciò che ineluttabilmente si andrà a compiere di lì a poco nella scena che ci illustra.
Ecco che parte immediata la suspense, che nei testi narrativi (ma anche drammatici e cinematografici), è il senso di sospensione e incertezza sull’ esito della vicenda, lasciando attendere, a conclusione del tutto, un risolutivo colpo di scena.

Ho trovato molto ben scritta tutta la parte di incipit, le gustose considerazioni sul genere di arma che sarà impiegata in questa fatale e stramba roulette russa, le considerazioni sui rumori del tamburo che ruota, gli accurati calcoli delle probabilità che ogni giocatore, nel suo turno, avrà di spararsi alla tempia.

Inutile dire che questo genere di calcolo matematico, per me che ho viva difficoltà a verificare che le cassiere al supermercato mi diano il resto giusto, rappresenta un esempio luminoso di sapienza e lucidità irragiungibili. Ho sempre invidiato quelli che giocando alle carte, sappiano dire, dopo poche mani, di quali carte e di quali semi siano in possesso gli altri giocatori.

La costruzione della suspanse la crei parola dopo parola, con l’osservazione minuta dei personaggi, mostrandoci con rapide  pennellate, caratteristiche salienti, tic e profili psicologici di ognuno.
Ognuno con la propria storia pregressa e la motivazione per togliersi la vita con quel gioco estremo.

Solo la voce narrante pare non avere un motivo sufficientemente grave o valido per partecipare alla roulette: nella chiusura, che non chiude, ma lascia in sospeso l’esito, lei propone al lettore la domanda: «Ma deve per forza esserci un motivo?».
Poi ci dice che “spara” , ma lasciandoci nell’ ambiguità del vocabolo, poiché potrebbe intendere che preme il grilletto, ma non è detto che ne consegua il fuoco dell’arma.

Sulle motivazioni del suicidio e vieppiù dell’ operarlo con un metodo tanto spettacolare, verrebbe da ragionare di nichilismo.

Così lo descrive Fernando Pessoa: «La vita è vuota, l’anima è vuota. Il mondo è vuoto. Tutti gli Dei muoiono di una morte più grande della morte. Tutto è più vuoto del vuoto. Tutto è un caos di nessuna cosa… Nulla mi dice nulla, il mondo si è perduto. E in fondo alla mia anima (unica realtà in questo momento) c’è una pena intensa e invisibile, simile al rumore di qualcuno che piange nel buio di una stanza».

Ma questo ci porterebbe lontani dal tema del tuo bel racconto, quindi passo direttamente a rinnovarti i miei complimenti e ad augurarmi di presto rileggerti.

Un saluto.

Re: Senza motivo

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@Nightafter grazie del tuo commento. Domattina lo leggerò con più calma, adesso è tardi e non riesco. Volevo però dire una cosa sul paragone con Ellroy. Lo trovo più che lusinghiero, devo però dire che, forse purtroppo, abbiamo due approcci molto diversi, io e l'illustre collega  :asd:. Lui non inizia a scrivere finché non ha un piano completo dell'opera e della trama in ogni dettaglio (e ci credo, altrimenti dell'intreccio di una roba tipo "Il Grande Nulla" come fai a tenerne traccia), io inizio e poi si vedrà.
Insomma mi rifaccio molto di più all'aneddoto in cui si dice che, ricevuti i primi capitoli del "Signore degli Anelli" C.S Lewis abbia chiesto all'amico Tolkien, riferendosi al viaggio intrapreso dalla compagnia: 
"Bello, ma dove vanno?". 
Risposta di Tolkien: "Boh". 

Re: Senza motivo

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Mi è piaciuto!
Sei riuscito a caratterizzare i personaggi in pocchissime righe, il tuo racconto mi ha proprio messo in testa le immagini che si susseguivono delle ragazze, come se stessi guardando un film.
Inoltre, non so se è voluto o se è solo una questione mia, mi ha fatto anche sorridere divertita più volte nonostante l'argomento. Anche la noia finale del personaggio narrante che si cimenta in questo "gioco" mi ha delineato il personaggio nella testa più di mille parole.
Anche i dialoghi li trovo fatti particolarmente bene e non è scontato.

Ora passo a piccole correzioni:
Osservazione priva di senso, casomai doveva farla ieri, quando abbiamo proposto questa cosa, non adesso che siamo qua sedute e Rebecca ha tirato fuori una scatola di cartucce e ne sta scegliendo una che poi sono tutte uguali, cosa le scegli a fare.
Qui sistemerei un pò la sintassi e le virgole. Soprattutto il passaggio che va da "e Rebecca" a "a fare".
Se la solleva davanti agli occhi, la guarda, la bacia, Dio quanto odio questi suoi gesti scaramantici, la infila nel tamburo.
Anche qui la sintassi mi risulta un pò strana. Non sono sicura che il pronome combinato "Se" qui vada bene O_- però ti metto solo il dubbio perchè non sono sicura. il "Dio quanto odio questi suoi gesti scaramantici" mi spezza un pò il susseguirsi dell'immaginario.
«Hai delle carte?» chiede Carla. Rebecca che alza, va in un'altra stanza, torna e butta un mazzo sul tavolo.
Volevi dire "che si alza"? il che non ci andrebbe, solo "Rebecca si alza".
Sulla scatola c'è un uomo nudo, un cappello da prestigiatore che copre l’inguine.
Qui o togli il "che" oppure togli la virgola ed inserisci "con".
domandano, anche se potrebbero pure arrivarci da sole, suvvia, a capire che se ruotiamo il tamburo dopo ogni colpo le probabilità restan sempre le stesse mentre al contrario sono il sedici virgola sei, il venti, il venticinque, il trentatré, il cinquanta, il cento per cento.
A domandano metterei un punto più che una virgola. La sintassi è da rivedere perchè non si capisce moltissimo il senso della frase, non ho capito cosa vuoi dire con "al contrario" ma in ogni caso rivedrei i punti e le virgole, tipo:
Anche se potrebbero pure arrivarci da sole a capire che se ruotiamo il tamburo dopo ogni colpo, le probabilità restan sempre le stesse. In caso contrario diventano ecc. ecc.
Io cerco di calcolare quante siano, data la composizione del mazzo e il numero dei giocatori, le possibilità di pescare la carta più alta ma anche i numeri che ho nel cervello sono sudaticci e pesco a caso.
Anche qui un problema di punti e virgole, l'ho dovuta rileggere più volte per capirne il senso ed è un peccato perchè mi spezza l'immaginario che ben mi fai scorrere nella testa.
Io cerco di calcolare quante siano le possibilità di perscare la carta più alta, data la composizione del mazzo ed il numero dei giocatori, ma anche i numeri che ho nel cervello sono sudaticci e pesco a caso.
Giovanna una donna, a cuori
Il sintagma nominale del c. diretto "una donna a cuori" non va separato.

Devo scappare quindi la mia correzione si interrompe qui :P  te la posto perchè è la quarta volta che la ricomincio. In generale ricontrolla la puntaggetura e la sintassi: troppe frasi subordinate che spezzano in punti sbagliati.

Re: Senza motivo

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ciao @Tracker . Dall'incipit si percepisce una situazione svincolata dalla consequenzialità logica. 


Il tamburo di un revolver non ticchetta quando ruota. È un mito cinematografico. Infatti, ora che Rebecca fa girare quello della sua Colt Python non esce suono, e non fosse per lei che mentre controlla i meccanismi ripete che la Python è la “Rolls Royce” dei revolver, saremmo in silenzio. 
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Gli occhi sono puntati sul protagonista giustiziere: la colt python. Buono l'inserimento a Hollywood; dà alla scena un taglio cinematografico.
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Altra invenzione di Hollywood è che in una situazione come la nostra fumino sigarette una via l'altra.
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Cogli un fatto che condivido, infatti, in ogni film di azione, o con un taglio drammatico, la sigaretta è parte integrante con l'attore. Non so se sia una pubblicità nascosta, o occulta, in favore delle case produttrici di tabacco, quelle che hanno bisogno di salvaguardare un certo stile di vita. Apprezzo molto questo passaggio, non è un elemento da poco, e ci si potrebbe discutere alla grande.
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«Si chiama roulette» risponde Giovanna.
«E allora?»
«È un gioco»
«La roulette normale non ti ammazza» ribatte Carla. 
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Non capisco perché Carla fa questa osservazione. In effetti è consapevole sin dall'inizio del gioco mortale. Carla appare titubante tra le quattro giocatrici. Forse è il modo tuo creare una contrapposizione realistica al gioco assurdo. 
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Rebecca ha scelto la pallottola. Se la solleva davanti agli occhi, la guarda, la bacia, Dio quanto odio questi suoi gesti scaramantici, la infila nel tamburo.
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Qui ti segnalo un piccolo elemento che avresti potuto usare per rendere al meglio il dettaglio sulla pallottola: il calibro 357 Magnium.
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«Tu sei qui perché ti sei rovinata alla roulette nomale, 
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forse  " ti sei rovinata con la roulette del Casinò" andava meglio; vede te se cambiarla.
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«Hai delle carte?» chiede Carla. Rebecca che alza, va in un'altra stanza, torna e butta un mazzo sul tavolo.
«Ma cos'è?» chiede Carla. Sulla scatola c'è un uomo nudo, un cappello da prestigiatore che copre l’inguine. 
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Anche questa scena mi piace molto; è accattivante e svela la complicità tra le donne, sicuramente dedite a uno stile di vita alla " desperate housewives" ...
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Giovanna tiene la pistola sul palmo, la rimira, poi la solleva. La manica, ritirandosi, rivela sul polso una macchia bianca. È l'unico punto in cui non ha l'abbronzatura, perché ci teneva il rolex, ma è andata che per pagarsi gli avvocati ha rinunciato prima a quello che alle lampade e insomma la pelle le sussulta appena intorno alla testa dell'ulna quado tira il grilletto. Si sente solo un piccolo scatto metallico e il primo colpo è andato. Si stacca l’arma dalla testa e la guarda, come per capire cosa non ha funzionato.
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Dovresti organizzare meglio la parte in neretto, credo.
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«Vaffanculo, va’» l’apostrofa l'altra, mentre mi porge la pistola. L'impugnatura è calda, unta di sudore. Mi tolgo di tasca un fazzoletto sgualcito, la asciugo.
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Siamo tra il tragico e il comico; come hanno osservato gli altri, alla Pulp Fiction..
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«Problemi di soldi, tuo marito ti tradisce?». No, no, e no.
«Tu tradisci lei?» insiste Giovanna. Ancora no. Mi guardano in silenzio.
«E allora perché?» mi chiedono all'unisono.
Mi premo la canna sulla tempia, tanto forte che mi trasmette alla mano il pulsare del sangue. Il grilletto è coperto di sudore, il dito scivola.
«Ma deve per forza esserci un motivo?»
Sparo
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Insomma, alla fine chi non ha un vero motivo per spararsi un colpo è proprio lei. Credo che sia la vera protagonista del racconto. Quella che mette insieme la morale della favola con l'incipit. Quella che fa il gioco mortale per assaporare l'ebrezza di una canna di pistola sulla tempia. Vi è qualcosa di masochistico in lei, qualcosa che lascia intendere una sorta di situazione psicologica importante. Un bel racconto, in definitiva. ciao a presto. (y)
cron