[LAB21] Open the Rainbow

1
    
Lo sferragliare sordo dei carrelli d’acciaio contro le rotaie rimbalzava nel ventre del tunnel, accompagnato dal sibilo costante dell’aria condizionata industriale, densa di ozono e di polvere d’attrito. Nel vagone della Linea 4 nessuno incrociava lo sguardo degli altri. Centinaia di sagome oscillavano a tempo, allineate a intervalli regolari, i visi bagnati dal riverbero azzurrognolo dei monitor a soffitto che scorrevano a ciclo continuo.
Dagli altoparlanti direzionali sopra la testa dei pendolari scese una voce suadente, calibrata sui 432 hertz per aggirare le barriere d’ansia:
«Sindrome da saturazione del terzo turno? Il cortisolo residuo ti impedisce di produrre al massimo domani mattina? Richiedi il protocollo Neuro-Cleanse. Dieci minuti nella capsula a ossigeno frazionato alla stazione centrale. Solo 3,80 crediti detraibili direttamente dalla tua busta paga. Il tuo riposo appartiene all'azienda. Scegli la tua calma.»
Sotto la griglia metallica del pavimento, il treno prese una curva ad ampio raggio con uno stridio secco che fece vibrare i tubi di sostegno.
Marta si strinse le braccia al petto, affondando le dita nel tessuto sintetico della giacca da lavoro. La stoffa puzzava ancora di disinfettante e del vapore caldo delle presse automatiche. Il display trasparente incassato nella parete di fronte a lei lampeggiò, alternando i dati del tariffario: asili umani "Primi Passi", 18.000 crediti a trimestre; Rainbow Care con unità primate e modulo didattico, 42 ore-lavoro al mese. Produrre è un dovere. Apri al tuo arcobaleno.
La grafica dissolse in una schermata pastello, morbidissima, dominata da una palette di rosa cipria e giallo tenue. Un jingle a tre note — pulito, privo di qualsiasi sbavatura analogica — risuonò limpido nell’abitacolo: dii-do-dàn.
Sullo schermo apparve l'inquadratura ravvicinata di un petto coperto da una folta pelliccia scura, lucida, perfettamente spazzolata. Un cucciolo d'uomo di pochi mesi vi appoggiava la guancia nuda, respirando con una lentezza ipnotica. Si vedeva il respiro del primate sollevare la cassa toracica a intervalli impeccabili: dodici cicli al minuto, il parametro esatto prescritto per indurre la fase REM nei neonati. Una mano scura, dalle dita rugose e nodose ma prive di unghie affilate, circondava la schiena del bimbo con una pressione millimetrica, tenendolo fermo e protetto.
Attorno al collo dell’animale brillava un collare sottile in titanio spazzolato con un diodo a impulsi verdi.
«L'asilo tradizionale è un modello discontinuo, dispersivo, non ottimizzato per i cicli neurali primari», sussurrò l'annuncio. «La natura conosce il contatto. L'algoritmo conosce la mente. Con Rainbow Care, l'unità biologica primatiale risponde all'intelligenza predittiva di Gaia-4. Accudimento termo-regolato, assenza di fluttuazioni emotive umane, apprendimento continuo di fronte ai display didattici ad alta frequenza. Non lasciarlo solo nel buio dell'improvvisazione. Apri al tuo arcobaleno.»
Al polso di Marta, il bracciale di servizio emise una vibrazione corta, pungente. Un testo a scorrimento le tagliò la pelle dell'avambraccio, segnalando la rata tre di Rainbow Care scaduta, il rinnovo automatico eseguito, il saldo residuo di 12,40 crediti e il livello di maternità non coperto, con la chiusura perentoria di mantenere l'efficienza.
Il treno frenò di colpo. I freni pneumatici sputarono un soffio rauco e le porte si aprirono sui corridoi di piastrelle bianche della banchina sotterranea. Marta scese trascinando le suole di gomma, facendosi largo tra la folla che camminava a testa bassa, scandita dal battito ritmico degli altoparlanti di sicurezza. Salì le rampe mobili a gradini rotti verso i blocchi popolari, con quel jingle a tre note ancora incastrato tra le tempie, mentre fuori l'alba artificiale della periferia si accendeva dello stesso colore spento del monitor.
La tessera magnetica aprì la porta dell'alloggio 4B con un clic a secco.
Nessun giocattolo a terra. Nessun odore di latte acido. Solo linoleum sterilizzato e il muschio tiepido di pelo animale riscaldato.
Il plasma da ottanta pollici proiettava prismi rotanti a frequenza stroboscopica.
Davanti allo schermo, seduta a gambe incrociate sul tappetino di contenimento, una femmina di babbuino teneva il piccolo Dan tra le cosce. Il collare in titanio dell’animale emetteva un ronzio a impulsi.
La testa del bambino cedette verso il basso, le palpebre pesanti. Il diodo sul collare passò da verde ad arancione.
Senza un verso, la zampa scura e callosa della scimmia scattò sotto il mento di Dan, sollevandogli la testa con uno scatto netto. Le dita del primate gli bloccarono la mandibola, costringendo le pupille fisse sul centro del pannello.
Dall'angolo del soffitto scese una voce rassicurante:
«Attenzione focale: 98%. Ottima plasticità. Apri al tuo arcobaleno.»
Dan non pianse. Allungò una mano corta verso lo schermo, le dita che tracciavano l'ombra di un dodecaedro. La scimmia rilasciò il mento di due millimetri, il battito del suo torace perfettamente sincronizzato con il metronomo digitale che ticchettava dalla barra audio.
Marta posò la borsa da lavoro. Il tessuto sintetico della sua tuta frusciò.
«Dan.»
Il bambino non rispose al richiamo materno.
Marta fece due passi avanti, le suole di gomma che stridevano sul pavimento. Si chinò, allungando le braccia verso il piccolo.
«Vieni qui. La mamma è a casa.»
Le dita di Marta sfiorarono la spalla del figlio. La pelle della donna sapeva di grasso di tornio e vapore chimico.
Dan ebbe un sussulto violento. Un grido roco, sgraziato, gli salì dalla gola. Si voltò non verso di lei, ma si rannicchiò all'indietro, piantando la faccia nel petto del babbuino, le manine aggrappate alla pelliccia bruna.
La scimmia non mostrò i denti: strinse le braccia attorno al corpicino con pressione calibrata, esattamente venti newton di contenimento, mentre il sensore toracico emetteva un bip regolare.
Marta rimase con le mani a mezz'aria.
Dallo schermo al plasma, la barra di progressione didattica si interruppe.
La voce dall'altoparlante riempì la stanza:
«Frequenza cardiaca infante alterata da interferenza esterna non programmata. Allontanarsi dal raggio visivo. Ripristino del ciclo. Apri al tuo arcobaleno.»
Marta guardò le proprie mani sporche di turno. Poi fece un passo indietro, nell'ombra dell'ingresso, mentre il ticchettio del metronomo riprendeva a scandire il respiro dell'animale.
Notte.
La luce artificiale del corridoio si spense alle 22:00 precise. Il monolocale rimase a galleggiare nel riverbero violaceo dello schermo, sintonizzato sul canale di mantenimento sinaptico: onde sinusoidali lente, grigie e azzurre, accompagnate da un sibilo bianco che cancellava i rumori dei tubi di scarico dell'edificio.
Koko non dormiva davvero. Era seduta nell'angolo nord, le reni contro la parete. Sul suo collare il led verde pulsava a ritmo di tre secondi: modalità di cura passiva. Il bimbo giaceva accartocciato sul ventre dell'animale, la guancia premuta contro i peli duri del costato. A ogni inspirazione del primate, la schiena del piccolo saliva e scendeva con una precisione idraulica.
Marta si sedette sul bordo della brandina ribaltabile. La sua pelle rilasciava il calore secco dei solventi respirati in fabbrica. Guardò il display al polso, dove compariva l'avviso del turno successivo alle sei del mattino, l'opzione di riposo disponibile e il costo della penale per mancata produzione fissato a 45 crediti.
Premette il sensore con il pollice.
Il terminale confermò la penale e la cancellazione della finestra di attività, registrando un saldo a debito di -32,60 crediti.
Respirò a fondo. Si alzò a piedi nudi. Il linoleum era freddo.
Raggiunse la presa principale sotto il battiscopa, dove un cavo corazzato collegava l'hub a muro al display al plasma. Afferrò il connettore a ghiera e lo ruotò verso sinistra.
Ci fu uno schiocco secco.
La stanza piombò nel buio assoluto. Il ronzio a bassa frequenza cessò di colpo, lasciando solo il vuoto denso della notte di periferia, lo scricchiolio del cemento e il rombo lontano dei treni merci sotto terra.
Dall'angolo salì un click metallico: il collare di Koko emise tre bip corti, ad alta frequenza, seguiti dal sibilo di un servo-relè che si disattivava. Il primate si irrigidì, le braccia che perdevano tensione, tornando una carcassa biologica inerte, in attesa di segnale.
Marta si chinò. Allungò le mani nella penombra, trovò le costole di Dan e lo sollevò via dal grembo dell'animale.
Il corpo del bambino non era morbido: era teso come una corda di pianoforte.
«Piccolo. Sono io.»
Lo adagiò sul materasso della brandina.
Lui aprì gli occhi infastidito. Sbarrò le pupille nel buio, cercando la luce dello schermo. La sua bocca si spalancò, ma non ne uscì un pianto: fu un sibilo rauco, un'inspirazione spezzata che gli scosse la gabbia toracica. Le manine si chiusero a pugno sul nulla, afferrando l'aria fredda.
«Shh. Dormi. Va tutto bene.»
Marta si sdraiò accanto a lui, tirandosi addosso la coperta di lana grezza, e lo strinse al petto. Sentì il contatto del corpo caldo del figlio contro le proprie costole, ma il piccolo non si adagiò. Si inarcò all'indietro con violenza, scalciando con i talloni nudi sul materasso. Le sue unghie cercarono disperatamente la superficie ruvida e spessa del pelo di babbuino, trovando invece la pelle liscia, umida di sudore e ruvida di sapone industriale della madre.
Un urlo lacerò il silenzio della stanza. Un grido acuto, disperato, privo di modulazione infantile: il verso atterrito di chi è stato sbalzato fuori da una cabina pressurizzata.
Dan agitò le braccia, graffiando il collo di Marta. Cercava il ritmo. Cercava il metronomo a dodici battiti. Cercava i 432 hertz.
Nel buio, il viso della donna fu colpito da una scarica di saliva e lacrime.
«Guardami! Sono la mamma. Guardami.»
Marta gli afferrò le spalle, cercando di cullarlo con un movimento oscillatorio, lento, umano. Un ritmo irregolare, fallibile, sporcato dal battito accelerato del suo cuore in panico.
Il bambino si contorse fino a cadere con una spalla sul pavimento, strisciando a carponi verso l'angolo buio dove Koko sedeva a testa bassa, immobile come una roccia spenta. Gli si aggrappò alla zampa posteriore, infilando la faccia contro la pelle callosa del ginocchio, urlando contro il vuoto con una tosse secca che minacciava di soffocarlo.
Sul soffitto, l'altoparlante d'emergenza — alimentato dalla batteria di riserva del condominio — si svegliò con un fruscio statico:
«Rilevata anomalia biometrica: soggetto neonatale in iperventilazione critica. Rischio ipossia: 84%. Assenza di flusso dati al terminale didattico. Riconnettere l'alimentazione per evitare intervento coatto dei servizi sanitari territoriali. Costo chiamata emergenza: 120 crediti.»
Marta rimase inginocchiata sul linoleum, ansimando. Le mani le tremavano contro le cosce.
Il bambino stava soffocando nel proprio muco, le dita conficcate nella pelliccia inerte della scimmia che non rispondeva, non stringeva, non calibrava.
Marta allungò il braccio verso il battiscopa. Le dita scivolarono sul metallo liscio della ghiera del cavo. La inserì a fondo nella presa. Ruotò a destra.
Lo schermo al plasma si riaccese con un lampo bianco che illuminò ogni crepa dell'intonaco. Poi, il viola morbido tornò a colare sulle pareti.
Il collare di Koko emise un sibilo a pressione. Il led passò all'arancione, poi al verde fisso.
Senza fretta, con l'esatta velocità calcolata dall'algoritmo di ripristino, le braccia del babbuino si sollevarono. Le dita nodose scivolarono sotto le ascelle di Dan, sollevandolo da terra. Lo riposizionarono sul tappetino di gomma, incastrato tra le cosce muscolose. Una mano salì sotto la nuca del bambino, applicando la pressione millimetrica che allineava lo sguardo al centro del display.
Sul pannello ripresero a ruotare i prismi tridimensionali.
Il suo pianto si spense in un secondo netto. Il respiro del piccolo rallentò all'istante, agganciandosi come un ingranaggio dentato ai dodici cicli al minuto del petto dell'animale.
Dall'altoparlante, la voce scese morbida, fresca come linfa artificiale:
«Parametri biometrici stabilizzati. Frequenza cardiaca: 105. Ottima correlazione ottico-retinica. Il tuo cucciolo è al sicuro. Apri al tuo arcobaleno.»
Marta rimase seduta sul pavimento freddo, con la schiena appoggiata alla rete metallica della brandina.
Al suo polso, il bracciale vibrò per registrare il ripristino del servizio e il nuovo addebito orario. La stanza era calda, ordinata, perfettamente efficiente.
Nessuno la guardava.
DISVANGELO: Il Regno Dei Cieli è Già Tra Voi
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Io malata in fuga.

Return to “Labocontest”