I. The Settlement — Marzo 1980
Il mondo ondeggia ancora quando metto piede a terra.
È quella specie di memoria del corpo che non si cancella — il dondolio persiste nelle gambe, nelle braccia, nella testa — come se il mare si rifiutasse di lasciarmi andare. Come se volesse ricordarmi che sono stato suo.
Mi guardo intorno. Nessuno sembra essersi accorto di me.
La risacca mi aiuta a trascinare la scialuppa in secco, oltre i grossi ciottoli, fino a un pianoro erboso. Da lì comincio a salire verso il villaggio: un centinaio di case dai tetti spioventi e dai prospetti variopinti — le sfumature del rosso, del verde, dell'azzurro — immerse in una vegetazione folta ai piedi del vulcano. Oscuro, silenzioso, sovrasta ogni cosa come un pensiero che non se ne vuole andare.
Non c'è anima viva tra le strade.
Inizio a richiamare la mia presenza, e allora sbucano i bambini — biondi, vestiti alla buona, i visi sporchi. Una piccola tribù che mi circonda con la naturalezza di chi non ha mai imparato la diffidenza. Li guardo e penso che il tempo a loro non ha ancora fatto niente.
«What 're you doing?» mi interroga il più piccolo.
Ci rifletto un attimo. Cosa faccio, o chi sono?
«I'm Durante» dico.
Il nome rimbalza di bocca in bocca, strillato in coro, e i bambini mi afferrano per le mani trascinandomi attraverso le stradelle fangose. Arrivano gli adulti per ultimi. Uno di loro — barba rossa, mani grosse come pale — si fa largo e ferma la processione.
«'Re you ok?»
«Abbiamo fatto naufragio. We shipwrecked» traduco, nel mio inglese impreciso.
L'uomo annuisce e informa gli altri in una lingua che somiglia all'inglese mescolato col tedesco. Nessuno appare stupito. Mi chiedo quante volte abbiano visto arrivare qualcuno dal mare, e quante volte abbiano smesso di meravigliarsene.
Una donna dal viso ovale e i capelli biondi mi si avvicina parlando in un italiano perfetto, quasi formale — come di chi l'ha imparato dai libri, o da qualcuno che l'ha imparato dai libri.
«Sono Beatrice Ravetto. Ti trovi tra amici, non temere.»
Mi prende sottobraccio e mi conduce in uno spiazzo lastricato. Sull'edificio carminio che chiude la piazza una piccola targa di marmo — consumata dal sale, annerita dal tempo — recita: Camogli Hospital.
Mi fermo.
Camogli.
La parola fa qualcosa di strano nell'aria, come un sasso gettato in un pozzo buio. Non sento il tonfo, ma so che c'è acqua in fondo.
Beatrice mi osserva senza fretta, come chi è abituato ad aspettare.
II. Lisca Bianca — Ottobre '78
C'è un momento preciso in cui si capisce che è finita.
Non è una rivelazione — è una resa. Silenziosa, quasi gentile. Come quando il mare si abbassa e rivela tutto quello che credevi nascosto.
Ricordo di essermi seduto al Lisca Bianca con l'intenzione di prendere una bella sbornia. Quando Enea entrò si sistemò di fronte a me senza dire niente e attaccò col vino — un bicchiere di rosso dietro l'altro — la sete di chi cerca nell'alcool il coraggio di vuotare il sacco.
Fuori le acque del golfo erano immobili. Neanche un filo di brezza. Il cielo restava sereno a dispetto del calendario, e Santa Margherita sembrava sospesa in un tempo che non voleva passare. Io invece non vedevo l'ora che passasse. È strano come la stessa ora possa essere troppo lunga per uno e troppo corta per un altro.
Dopo un litro buono Enea si decise.
«Non ti pesa abbandonare quanti credono in te? Ho visto Maria piangere. Non si fa soffrire chi ti ama.»
«Io devo partire, Enea.»
«Adesso senti quel che ho da dirti.»
Lo ascoltai. Mi disse che non aveva figli — che ci avevano provato lui e Ada, povera donna, che il Signore aveva deciso diversamente. Mi disse che tra un paio d'anni avrebbe tirato i remi in barca. Che quel giorno il Luisa II sarebbe stato mio. Che bastava restare.
Guardai le sue mani sul tavolo — mani che avevano tenuto timoni, cavi d'acciaio, ami e reti — e pensai che erano le mani di un uomo che il tempo aveva già lavorato a fondo.
«Prendere o lasciare» concluse lui, e riempì di nuovo il bicchiere.
Era un padre stanco che cercava l'aiuto del figlio. E io gli risposi come un figlio ingrato. «Sembra una specie di ricatto» gli dissi.
Quella notte tornai a casa e trovai Maria sveglia ad aspettarmi. Ci eravamo già detti tutto, e quello che restava da dirsi non valeva la pena di essere detto. Ma lo dicemmo lo stesso, come si fa sempre con le cose che fanno male — le si ripete, le si rigira, le si consuma fino all'osso.
«Dimostralo. Resta. Un lavoro ce l'hai, anche un futuro. Enea mi ha detto della barca.»
«Lo faccio perché il tempo non passi invano.»
«Lo fai perché sei un codardo. Non hai il coraggio di restare.»
«Non è insultandomi che mi farai cambiare idea.»
«E allora dimmi cosa devo fare.»
«Io devo partire.»
«E io non starò ad aspettarti.»
Prima di andare tagliai una fotografia in due con le forbici da cucina — un taglio netto, senza esitazioni, come si fa con le cose a cui non si vuole pensare troppo. La mia metà la misi in borsa. L'altra la lasciai sul tavolo, insieme a lei, insieme al suo cuore. Fuori il mare era ancora immobile. Non aveva ancora deciso niente.
III. The Settlement — Marzo 1980
L'ospedale odora di sale e di legno vecchio.
Mi sdraio sul lettino e Beatrice mi visita in silenzio, con gesti precisi e antichi, come chi ha imparato il mestiere da qualcuno che l'aveva imparato da qualcun altro, in un tempo che non riesco a collocare.
«Com'è successo?» Chiede alla fine. «Il naufragio, intendo.»
Le racconto la storia, e mi esce fuori come se l'avessi recitata mille volte — la goletta, il Parsifal, i turisti, la tempesta, l'incendio. Le parole escono lisce, consumate dall'uso, come i ciottoli sulla spiaggia.
«Non credo che altri ce l'abbiano fatta» concludo, e nascondo il viso tra le mani. Devo andare via da qui.»
Beatrice aspetta. «Non hai neanche chiesto dove siamo.»
La guardo e sgrano gli occhi.
«Questa è Tristan da Cunha. Siamo in mezzo all'Atlantico, a metà strada tra Africa e Sud America.»
La interrogo collo sguardo, senza provare a capire. «Quando arriva la prossima nave?»
«L'ultima è andata via quindici giorni fa, Durante.»
«Quindi?»
«Un anno meno quindici giorni. Qui siamo in mezzo al nulla.»
Resto in silenzio. Fuori il vulcano è sempre al suo posto, immobile sopra il villaggio, sopra l'isola, sopra l'oceano. Immagino che ci sia sempre stato, e che ci sarà sempre — mentre noi arriviamo e partiamo e torniamo e dimentichiamo.
«Mio nonno era ligure» dice Beatrice, come se stesse riprendendo un discorso interrotto secoli prima. «Il brigantino su cui viaggiava colò a picco in queste acque mentre era diretto in Argentina. Venne accolto dai discendenti dei passati naufragi.» Pausa. «Sposò Beatrice Novak, naufragata un paio d'anni prima anche lei. E rimase.»
«Tua nonna si chiamava come te.»
Sorride, e per un momento negli occhi verdi passa qualcosa che non riesco a leggere. «È una tradizione di famiglia» dice soltanto.
Resto seduto con quella sensazione addosso, strana e leggera come l'aria dopo la pioggia. Beatrice, l'isola, il vulcano immobile sopra di noi — tutto mi sembra familiare in un modo che non so spiegarmi, come se non fossi arrivato qui per caso ma fossi sempre stato qui, in attesa di accorgermene.
Spesso mi chiedo cosa sia, il tempo. Se sia qualcosa che esiste davvero o soltanto il modo in cui l'universo ci fa sapere che è vivo, che respira, che si muove — un battito lento e continuo che scandisce il prima e il dopo, l'arrivo e la partenza, il naufragio e il ritorno. Senza il tempo tutto sarebbe uguale, immobile, identico a se stesso per sempre: tutto sarebbe morto. È il tempo che separa le cose, che le distingue, che dà senso alla distanza tra un momento e l'altro. Quando il tempo finisce inizia il nulla — e forse è per questo che certi posti, come questo, sembrano sottratti al mondo.
IV. Inaccessible — Marzo 1980
Erano bastati un paio di giorni e quel posto mi sembrava familiare come se fosse casa. L'estate stava finendo e iniziava a far freddo quando Wirgil Groen — l'uomo dalla barba rossa — si presenta alla mia porta.
«You're a fisher» dice, senza preamboli. «Ti vedo ciondolare tutto il giorno. Li conosco quelli come te: vogliono oceano sotto i piedi, non terra.»
Mi spiega che all'alba sarebbero partite due barche. Non era un invito che si poteva rifiutare.
Partiamo alle quattro, nell'oscurità. Tristan da Cunha sparisce presto alle spalle e rimane solo il rumore del motore — lo stesso rumore del Luisa II, pensai, lo stesso odore di nafta e di sale — e per un momento mi sembra di non aver fatto altro nella vita che allontanarmi dai posti che detestavo verso posti che non detestavo ancora.
Dopo due ore l'isola si mostra: la cima di un vulcano spuntata dalle profondità, tagliata sul lato nord a formare un altipiano. Un'unica insenatura semicircolare dove il mare non frange e culla i cormorani come all'interno di una laguna.
Sullo specchio d'acqua argenteo, galleggianti con una bandiera nera.
«Vediamo se ricordi come si fa» propone Wirgil, e mi mette in mano un lungo bastone col finale a uncino.
Lo muovo — ed è come se il corpo ricordi da solo quello che credevo di aver lasciato a Santa Margherita. Un guizzo esperto, l'uncino che aggancia la boa, la cima che sale, la gabbia metallica che emerge dall'acqua. Wirgil accese la torcia.
I grandi crostacei che la riempivano per la prima volta nella loro vita videro la luce.
«Oro rosso. Aragoste» dico, e inizio a ridere.
Sbarchiamo sull'altipiano nel primo pomeriggio. La vegetazione è fitta, alta quanto un uomo, e il sole vi penetra in modo obliquo proiettando strane ombre in movimento. Wirgil e John si fermano e smuovendo alcuni cespugli rivelano l’esistenza in terra di alcune tavole.
Le alzano. Sembrano celare un pozzo.
«Acqua» dice Wirgil, e riempie due recipienti di plastica.
«Ma tu non puoi berla» aggiunge, senza guardarmi.
«Perché?»
Non risponde. Richiude le tavole con la stessa cura di chi ripone qualcosa di prezioso — o di pericoloso — e riprende il sentiero verso il mare.
V. Il Contratto
Mi sveglio di soprassalto.
La porta della camera è aperta. Ricordo di averla chiusa.
Sposto due assi dal pavimento, frugo dabbasso con le mani. Solo la fotografia tagliata a metà. La porto alla luce e la osservo: Maria, lo sguardo triste, bella come la ricordo. Sul retro una data quasi illeggibile — Ottobre ‘78.
La rigiro tra le dita quando sento i passi.
Beatrice è sulla soglia. Non sembra sorpresa di trovarmi sveglio, né di trovare la fotografia in mano. Ha l'aria di chi sa già come andrà a finire una storia — perché l'ha già vista finire, una volta, o forse più.
«Dov'è la mia borsa» le chiedo. «Dov'è il mio denaro?»
«C'era solo la foto che tieni in mano.»
«Non fare la santa. Tutte quelle storie sulla proprietà comune che mi rifilate da giorni— e avete rubato la mia borsa. Siete solo dei ladri.»
«Dove hai preso quel denaro, Durante?»
Mi alzo. La fronteggio. «È una lunga storia.»
«Non manca tempo» dice. E in quelle tre parole c'è qualcosa che non riesco subito a decifrare — non ironia, non minaccia. Qualcosa di più antico. Una constatazione.
Gliela racconto. Gli ingaggi a Southampton, Cape Town, il Parsifal — una goletta che non trasporta turisti ma armi, per le milizie della Repubblica dell’Orange in lotta contro l’Impero. La cassaforte a bordo, la combinazione scoperta per caso, l'energumeno biondo messo ko, il timone bloccato e il motore a manetta verso i bassi fondali delle Saddle Hills.
Beatrice non dice nulla per un lungo istante.
«Il denaro che hai portato sull'isola appartiene a tutti» dice infine. «Come ogni cosa che si trova a Tristan. Lo stabilisce il Contratto.»
«Quale contratto. Io non ho firmato niente.»
«È stato firmato duecento anni fa dai padri fondatori di quest'isola, e vale per chiunque decida di restare. Non esiste proprietà privata, non esiste il mio o il tuo — solo il nostro. Tutto ciò che si trova sull'isola serve all'uso comune.»
«Io non ho deciso di restare.»
«Ancora no» dice, con una calma che mi irrita più di qualsiasi risposta.
«E se non firmo?»
«Nessuno ti obbliga. Ma senza il Contratto sei solo un naufrago in attesa di una nave. Con il Contratto sei parte di qualcosa che esiste da più tempo di quanto tu possa immaginare.»
Guardo le sue mani — lisce, immutate, come se il tempo abbia deciso di risparmiarle. Penso alle mani di Enea sul tavolo del Lisca Bianca, consumate fino all'osso. Penso che il tempo lavora tutti, prima o poi. Tutti tranne lei.
Poi tira fuori una fotografia tagliata a metà.
L'accosta alla mia. Le due porzioni combaciano perfettamente.
Rimango immobile. «L'avevo lasciata a Maria prima di partire.»
«Proprio non ricordi» dice Beatrice con una voce che non è pietà ma qualcosa di più paziente. «Ce la scattarono a Camogli, sotto Castel Dragone.»
Giro la fotografia. Sul retro leggo la data finalmente ricomposta.
«Dieci ottobre 1878» dico. «C'è un errore.»
La donna scuote la testa.
Fuori il vulcano è nella sua solita oscurità. Mi chiedo da quanto tempo sia lì — da quanto tempo guardi gli uomini arrivare, restare, dimenticare.
«Chi beve l'acqua di Inaccessible non invecchia» dice Beatrice. «Ma dimentica. I ricordi affiorano frammentati, senza ordine. Il tempo perde la sua linearità. I secoli appaiono uguali gli uni agli altri, come gli oggetti, i volti, le case, mentre tutto intorno ogni cosa è cambiata.»
«Camogli. Beatrice. Enea. Il Parsifal.» Le parole escono lente, come oggetti recuperati dal fondo di un cassetto che non apro da anni e che contengono cose che non so più a cosa servano. «Sono ricordi vecchi di quasi un secolo?»
«Abbiamo fatto naufragio qui cento anni fa. L'unica realtà sono io, e Tristan. Per sempre.»
«Sempre?»
«Non possiamo lasciare l'isola. Dobbiamo bere quell'acqua per restare in vita.»
La guardo smarrito.
«Il tempo qui non smette di scorrere. L'acqua ci impedisce di percepirlo.»
La percezione del tempo. Serro i pugni. Il mare fuori batte contro i ciottoli con la sua solita pazienza millenaria — lo stesso rumore di cento anni prima, immagino. Lo stesso che farà tra cento anni ancora.
«Non è necessario che tu ricordi tutto subito» dice Beatrice. «L'importante è che tu possa fidarti di me, per farlo insieme.»
Annuisco. Afferro la mano che mi porge.
È la stessa mano di sempre — liscia, immutata — come se il tempo abbia deciso di risparmiarla. Come se il tempo abbia altro a cui pensare.
VI. Tristan da Cunha, Aprile 2080
Il vulcano è al suo posto, come sempre.
Sotto di lui il villaggio dorme — le case coi tetti spioventi, i prospetti variopinti, le stradelle fangose. I bambini domani correranno di nuovo tra le case con le loro facce che il tempo ha smesso di toccare. Wirgil sarà al molo prima dell'alba. Beatrice aprirà l'ospedale e aspetterà, con la pazienza di chi sa che prima o poi qualcuno arriverà dal mare.
Arriva sempre qualcuno, dal mare.
Io sono seduto fuori dalla mia porta e guardo il vulcano. In mano ho una fotografia tagliata a metà — una donna, lo sguardo triste. Non ricordo il suo nome. Ricordo che una volta lo conoscevo, e che c'è un'altra metà da qualche parte nel mondo.
Penso al tempo — o a quello che chiamavamo tempo, prima. Là fuori il tempo fa il suo lavoro: consuma le facce, piega le schiene, svuota le case, riempie i cimiteri. Trasforma le cose fino a renderle irriconoscibili, poi le chiama con un altro nome. Qui no. Qui il tempo scorre ma non tocca niente — come un fiume che passa accanto a una riva di pietra. L'acqua va, la pietra resta.
Noi siamo la pietra.
Ma la pietra non ricorda il fiume. Non ricorda com'era prima che il fiume passasse, né cosa ha portato via con sé. Rimane solo la forma — levigata, silenziosa — e il peso sordo di qualcosa che manca senza che si sappia più cosa fosse.
In mano ho ancora la fotografia. La rigiro tra le dita come faccio ogni sera, cercando qualcosa che non trovo. Sul retro una data che non riesco più a collocare — troppo lontana, troppo diversa. Un altro tempo, un altro uomo.
Domani berrò di nuovo. Il vulcano sarà al suo posto. Il mare batterà contro i ciottoli. Beatrice aprirà l'ospedale.
Il tempo passerà senza lasciare traccia.
Come se non fosse mai passato.
Come se non ci fosse mai stato.
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