Su carru ‘e Deus
(Il carro di Dio)
1924. Sardegna Orientale, monti del Konkordias.
Caccia al latitante Maicu Brunu.
Non andava bene. Per niente bene.
Così pensava il carabiniere reale Nicola Tasceddu, sotto un sole che spaccava le pietre e il frinire assordante dei grilli. Guidava una squadriglia sui sentieri impervi di quelle montagne, che conosceva bene.
Quasi tutti i carabinieri venivano dal Continente. Non erano abituati a quel caldo né alle asperità di quei luoghi. E di quella gente.
Si inerpicavano a fatica con il fucile a tracolla; alcuni ansimavano, bevevano in continuazione dalla borraccia, sprecavano l’acqua bagnandosi il viso e la testa.
Uno di loro maledì quel luogo e chi c’era nato. Alcuni risero, ma non tutti. Un carabiniere sardo appena arruolato, che si chiamava Gavino, si adombrò in volto. Nicola se ne accorse, lo conosceva appena, non era della sua stazione. Gli fece cenno di fare finta di nulla.
― Sì, però… ― sussurrò il giovane, avvicinandosi.
― Lascia perdere ― disse Nicola, poggiando le mani sulle pietre roventi, calde come la pelle di una donna, indicando in silenzio ai commilitoni i passaggi più pericolosi.
― Quanto manca? ― domandò sottovoce il capitano.
Era un uomo asciutto, con baffi curati e lo sguardo sempre in movimento. Parlava poco, ma osservava tutto, toccando spesso il cinturone, come per controllare la pistola.
― Poco, signor capitano. Poco ― rispose Nicola. Era stato distaccato d’ordine dalla sua stazione per fare da guida.
―Tu conosci bene i posti, Nicò. Sarai molto utile ― gli aveva detto il suo maresciallo.
Nicola indicò un punto stretto del sentiero: ― State attenti qui.
Il capitano aveva indugiato sul nastrino della medaglia appuntata sul suo petto.
― Podgora, dunque, ― gli aveva detto, senza guardarlo negli occhi.
― Sissignore.
― Allora sei uno che conosce il suo dovere.
Dopo ore di cammino, avvicinandosi al paese di Maicu Brunu, Nicola sentiva crescere il disagio. Troppi occhi li avevano già visti sulla montagna. L’allarme doveva essere partito da tempo. Non avrebbero trovato Maicu Brunu in casa sua. Con cautela lo aveva fatto presente, ma il capitano aveva annuito senza fermarsi.
Giunsero al paese: costruzioni di pietra sparse, innervate alla montagna come un rosario di dolore. Circondarono la casa.
― Uscite con le mani in alto! ― gridò il capitano, con la pistola in mano.
Dopo un po’ uscì una vecchia vestita di nero, reggendosi a un bastone. Dietro di lei, le figlie con bambini in braccio e altri più grandicelli aggrappati alle gonne. Altri vecchi, donne e bambini osservavano in silenzio dalla strada.
Il capitano si avvicinò a Nicola, senza alzare la voce.
― Diglielo.
― Che cosa, signor capitano?
― Che alzino le mani. Tutti.
Lo sguardo di Nicola scivolò sui bambini. Guardò il capitano.
― Tutti.
Nicola deglutì. Si rivolse alla gente:
― Deppeis altziare as manus. Tottusu. Ponediose inelo... (Dovete alzare le mani. Tutti. Mettetevi da quella parte…)
Le donne si disposero contro un muretto a secco. Aiutarono la vecchia, che tremava. I bambini alzarono le mani.
Una ragazza aveva alzato solo una mano. Nell’altra teneva un neonato che piangeva, accecato dal sole. Il pianto rimbalzava tra le montagne come un lamento. I vecchi guardavano Nicola in silenzio.
Lui entrò nella casa. Una stanza sola, divisa in due livelli: uomini e animali. Un paio di capre belavano spaventate in un angolo.
Sul pavimento di terra battuta, forme di formaggio squarciate dalle baionette, ricotta rovesciata, pane carasau calpestato. La brocca rotta, acqua sparsa come sangue.
Nicola si chinò sul pane. Il sole illuminò la sua mano. Sentì una morsa stringergli lo stomaco. Conosceva la fame contadina. Ma questa non era carestia. Non era giusto. Nemmeno in nome della legge.
Rivide la sua vita. Quando zappava la terra da ragazzo. Ci mise molto ad alzarsi in piedi. I suoi scarponi sembravano inchiodati. Sfilò il moschetto dalla spalla; l’otturatore gli parve durissimo mentre camerava il colpo in canna. In fondo, ci aveva creduto nella giustizia.
Gli altri carabinieri si voltarono.
― No. Non si fa così ― disse Nicola, calmo, triste, puntando il fucile in basso, all’altezza delle gambe.
Entrò il capitano. ― Tasceddu! Giù il fucile! Subito!
― Non si fa così ― ripeté Nicola, deluso.
Respirò. Il sole entrava da una piccola imposta. Polvere danzava nell’aria. Gli odori della sua infanzia lo avvolsero. Era tornato a casa. Socchiuse un attimo gli occhi, tutto gli girò intorno.
Un rumore arrivò secco. Qualcosa si spezzò nell’aria. Gli furono addosso.
― Miserabile! ― urlava il capitano. ― Dalla loro parte, eh? Ti sei reso conto di cosa hai fatto? Sei indegno di portare gli alamari!
― Mi hanno detto di portarli con onore, signor capitano! L’ho sempre fatto, in pace e in guerra! Ma qui non c’è onore, signor capitano! ― Nicola sputò a terra.
Il capitano lo prese a schiaffi, senza rabbia, con metodo.
― Ammanettatelo. Ferri di campagna. Stretti.
Gli tolsero la bandoliera. Il berretto rotolò a terra. Uscirono. Una folata di vento caldo scompigliò i capelli di Nicola.
Gavino guardava smarrito.
La vecchia cadde in ginocchio, piangendo a mani giunte:
― Pitzinnu meu ka a dommu ses torrau…
― Pitzinnu meu cantu t’es costau!
― Su mundu no este com’ente t’ante narau!
― Piccolo mio che sei tornato a casa…
― Piccolo mio quanto ti è costato!
― Il mondo non è come ti hanno detto!
I carabinieri scendevano dalla montagna in fila indiana, come una ferita nera nel granito dei costoni rocciosi. Nicola camminava al centro, con le mani serrate dai ferri di campagna. Ogni passo era un tintinnio di catene che echeggiavano sulla montagna. In alto, i campanacci delle capre nascoste rispondevano.
Nicola aveva le labbra riarse e spaccate. Non chiedeva acqua. E non gliene davano.
Quando iniziarono ad attraversare il Riu Mannu, il mondo mutò. I ciottoli bianchi del fiume in secca brillavano come ossa sotto il sole. All’improvviso, il frinire dei grilli si troncò, come se una mano invisibile avesse spaccato la terra.
Il capitano alzò una mano. Si fermarono. Nel silenzio assoluto, si sentiva solo il respiro affannato dei militari e il tintinnare della catena.
Dai canneti rinsecchiti intorno a loro e dal groviglio di lentischi emersero delle ombre, come se la macchia le stesse partorendo. Erano uomini fatti di velluto scuro e barbe incolte, fucili in mano.
― Chi siete? Disperdetevi! ― urlò il capitano. La sua voce, solitamente ferma, vibrò di una nota acuta, incrinata dal riverbero del sole sulle pietre. La mano sudata correva nervosa al calcio della pistola.
― Sono Maicu Brunu, signor capitano! Non toccate le armi! Non cerchiamo il vostro sangue!
L’eco della voce del bandito rotolò sul greto. L’uomo si fece avanti. Aveva il volto segnato da rughe come terra riarsa.
― Sono stato quattro anni al fronte, signor capitano! I miei fratelli sono rimasti tutti sul Piave! Ma i nostri nemici non erano gli austriaci. I nostri nemici sono quelli come voi, signor capitano!
Calò il silenzio. Solo il vento, uscendo dai canneti, passava in mezzo agli uomini. I carabinieri abbassarono i fucili.
Gavino ansimava.
Maicu Brunu si avvicinò a Nicola, che stava a capo chino. Lo fece bere dalla sua borraccia.
Il capitano guardò sbigottito. Aprì la bocca per gridare qualcosa, ma la voce non gli uscì.
Maicu Brunu vide il nastrino di Nicola.
― Tu sai... Quindi: vuoi andare al loro giudizio o venire con noi? Scegli subito. E per sempre.
Nicola fece qualche passo. Sollevò in alto le mani incatenate. Urlò al cielo con tutte le sue forze. Lo sciolsero dalle catene.
Da sopra le montagne si sentì su carru ‘e Deus; il rumore di tuoni che si avvicinavano. Il carro di Dio.
Gavino si avvicinò. Gli scesero le lacrime. Guardò Nicola, che gli fece un lieve cenno di no, con un sorriso triste. Gavino gli mise una mano sul braccio. Nicola lo respinse, spingendolo con delicatezza verso gli altri carabinieri. Poi si incamminò con i banditi, senza voltarsi, sparendo con loro oltre i canneti.
Su carru ‘e Deus risuonò ancora sulle montagne, più vicino.
Qualcuno, lassù, aveva visto Nicola Tasceddu.