[Lab20] L'orologio a cucù del nonno

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Lab20: Il tempo
L'orologio a cucù del nonno
L’orologio a cucù del nonno non è chissà che: Ada ne ha visti di più elaborati, negli anni, nei negozi dell’usato o online. Ha una classica casetta, con il tetto spiovente, le tegole dipinte di rosso — una volta vivace, adesso più sbiadito. 
Si ripromette sempre di portarlo da qualcuno a fargli dare una mano di vernice, ma non lo fa mai. In mani estranee può rompersi, e lei non se la sente di correre questo rischio. 
Le pareti della casetta sono piene di rampicanti, e attorno ci sono dei cespugli. 
La cosa più particolare dell’orologio a cucù è che fa un suono diverso ad ogni ora, e dalle tre finestrelle della casetta escono diversi personaggi. Le giornate preferite di Ada sono quelle in cui può stare a casa e godersi tutte le ore. 
Come questa domenica. 
La spesa l’ha fatta il giorno prima, e fa troppo caldo per uscire, anche solo per una passeggiata. Si è svegliata più tardi del solito: è andata a dormire alle tre, quando Nino è tornato a casa. È rimasta ad aspettarlo seduta sul divano, dopo aver ricevuto almeno quattro o cinque messaggi che dicevano torno tra mezz’ora. Di mezz’ora in mezz’ora, la notte si è consumata.
Quando è tornato, però, era così allegro che Ada ha lasciato perdere il discorso che si era preparata sulle responsabilità e i pericoli. Lui le ha chiesto un panino, aveva fame. E lei gliel’ha fatto, cotto e mozzarella. Non le ha offerto neanche un pezzo. 
L’orologio suona le dieci mentre lei spalma la marmellata sulla fetta biscottata. 
Dalla finestra esce il nonno, con un cucù che tuona come faceva la sua voce. Ha qualcosa in mano che può essere un martello come uno scalpello — Ada non ne è mai stata sicura, e non gliel’ha mai chiesto. Metà faccia è bianca, per la barba, e la stazza lo fa sembrare imponente. Da piccolo, Nino si spaventava e piangeva ogni volta che usciva la figura del nonno. 

“Sembra lui quando ha fame, si arrabbia” rise la nonna. 
Una domenica calda di tanti anni prima, Ada saltellava attorno al tavolo della cucina. Anche se era ora di colazione, la nonna stava già preparando il pranzo. “Che mangiamo?”
“Ragù.”
“Ti posso aiutare?”
“No! Ti fai male.” La nonna alzò il coltello per mostrarle quanto era affilato. “Se vuoi siediti e guardami.”
Ada ubbidì. La nonna, mentre pelava le carote e le tagliava assieme al sedano e la cipolla, prese a raccontarle di quanto erano maleducati i nipoti delle sue amiche, che andavano a trovarle solo per avere qualche giocattolo nuovo. “Si lamentano sempre! Ogni tanto mi dicono, tu non dici mai niente! E io rispondo: cosa devo dire? Ada è un angioletto, la bambina più brava del mondo.” Ada, come ogni volta, rise ai complimenti.

Col senno di poi forse lo diceva per dire, ma la fa ancora sorridere. Apre il frigo e tira fuori gli ingredienti per il ragù. Sta ancora attenta a non farsi male con il coltello. 
Alle dodici, mentre Ada intinge il pane nell’olio che è salito in superficie, la nonna sbuca a segnare l’ora. Ha davanti un classico pentolone delle fiabe, quello delle streghe. Un’altra cosa che Ada non è mai riuscita a capire: forse il nonno voleva trasmettere la passione della nonna per la cucina, ma non sapeva come scolpire un fornello.
Sente i piedi nudi di Nino in corridoio: si è svegliato adesso, sta andando in bagno. 

Ada insisteva sempre per fare la scarpetta, a prescindere dal menu: poteva essere il sugo così come il condimento dell’insalata. Si chiama scarpetta quando la fai prima ancora di mangiare, e non dopo? Se l’è sempre chiesto.
La nonna la faceva contenta, anche se si lamentava. “Così ti rovini la fame,” diceva. 
Il pane a casa loro era sempre buonissimo, croccante, quello con la crosta bruciata e la mollica molle; il nonno lo andava a comprare tutti i giorni, d’altronde era lui che ogni giorno lo finiva, Ada aveva preso la passione da lui. 
Quel giorno, però, era quasi ora di pranzo e lui non era ancora rientrato, con il pane e il latte e l’uovo Kinder per Ada. Doveva essersi fermato a parlare in piazza con gli amici, che magari l’avevano anche convinto a farsi un bicchiere con loro. La pensione è una maledizione per gli uomini, diceva sempre la nonna, li trasforma in dei perditempo. 
Ma le braciole erano quasi pronte e Ada pretendeva la scarpetta. Era uno spreco assurdo non farla, e nel piatto non era la stessa cosa. Doveva essere direttamente nella pentola, in piedi, col vapore in faccia. 
“E mò come facciamo,” sospirò la nonna. Frugò nei cassetti: pane imbustato non ce n’era, non si usava, e i cracker semmai si trovavano a casa di Ada, per la dieta di mamma o da portare a scuola. Che poi arrivavano tutti frantumati.
Qualcosa trovò: un pacco di Oro Saiwa. 
La nonna guardò Ada. Ada guardò lei, sbalordita. “Ma non sono dolci?”
“Non tanto. È buono, tieni.”

Era buono davvero. O almeno, così Ada si ricorda. La nonna odiava sentirla raccontare questa storia. Non farei mai una cosa del genere, diceva, scuotendo la testa. Fino alla tomba, ha negato. Eppure…
Comunque, non ha mai riprovato a pucciare un biscotto nel sugo da sola, e non ha intenzione di farlo. C’è il pericolo di rovinare il ricordo, se poi le fa schifo. 
Nino sbuca dalla porta della cucina. “Che stai a fa’?”
“Ragù.”
“Mm. Bono.” Si avvicina alla pentola, il suo stomaco brontola. Apre il cassetto delle posate e pesca un cucchiaio. 
“Fermo! Scotta!” 
Ma lui assaggia lo stesso, poi tira fuori la lingua ed esclama: “Ah! Bollente!” 
“Te l’avevo detto!” 
“Dici sempre la stessa cosa, te ne accorgi mai? Ogni volta che succede qualcosa è sempre te l’avevo detto…”
“Questo dice più di te che di me.” Se tanto le dà tanto, se Nino l’ascoltasse, per sua stessa ammissione, si risparmierebbe un sacco di errori. 
La guarda, truce. Quando ha smesso di essere il bambino affettuoso che la chiamava per qualsiasi cosa? Quando è diventato questa strana creatura che non fa altro che mangiare, dormire e risponderle male?
Il contatto visivo dura poco, comunque, perché Nino tira fuori il telefono e lascia la stanza. 
Alle due dalla terza finestra dell’orologio a cucù esce la piccola Ada, con i codini gialli e il grembiule rosa delle elementari. La grande Ada chiama Nino, è pronto il pranzo. Non ottiene risposta, e deve chiamarlo altre due volte prima di risentire i suoi passi. Piedi nudi, ancora: eppure ne ha, di ciabatte. 


Il nonno si addormentava sempre sul divano mentre la nonna lavava i piatti. 
Ada si arrampicò sia sul divano che sul nonno. Le piaceva vedere quanto rumore poteva fare prima di svegliarlo — tanto non si svegliava mai. 
Chissà cosa sognava, il nonno. Ada sognava di rimanere sempre lì, di non tornare mai a casa sua. Forse anche il nonno sognava di farla restare. 
Appoggiò la testa sulla spalla del nonno, che russava piano. Odorava di legna, ma sotto puzzava un po’ di galline e pollaio, un odore che ad Ada faceva storcere il naso ma che trovava confortante. Si mise le braccia del nonno attorno, per farsi abbracciare, e chiuse gli occhi. 
Quel giorno in particolare lo sentì stringerla, forse si era svegliato.


Nino non fa commenti sul ragù, solo grugniti che Ada presume siano di piacere. 
“Ti sei divertito ieri sera?”
Lui assottiglia gli occhi, forse si chiede se è una domanda a trabocchetto. “Sì, normale.” 
Silenzio. “Hai fatto i compiti per domani?” 
Nino sbuffa. “Che palle ma’, ma mentre mangiamo, pure?” 
“Quindi no.”
“Sì, li ho fatti.”
“Davvero? Quando?”
“Ieri.”
È una bugia. “Nino.”
“Che voi?”
“Voglio controllare.”
“Madonna, che palle! Me stai col fiato sul collo! Non te sopporto più, non ce la posso fare!”
“Mi sembra un po’ esagerato.”
Ma Nino ormai è esagerato in qualsiasi cosa. Butta la forchetta nel piatto: “M’hai fatto passa’ la voglia.”
Ada guarda il ragù, abbandonato a metà. Cerca di ricordarsi se lei ha mai lasciato nel piatto il cibo che sua nonna le aveva preparato per ore: no, non crede, neanche quando aveva l’età di Nino. 
“Che dici? Devi mangiare, non hai fatto neanche colazione.”
“Me tratti come un bambino, come se c’avessi sei anni.” 
“Scusa. Va bene, se dici che li hai fatti mi fido. Mangia, però.”
Rimette la testa nel piatto. Appena finito si alza, se ne va. Quando si chiude in stanza sbatte la porta. Ada si siede sul divano, accende la televisione, si addormenta.
Suonano le quattro, la sveglia la piccola volpe arancione del cucù. Insieme a suo figlio, che si è cambiato dal pigiama — almeno — e la sta guardando male. Che novità. “Scusa, ma’, devo gioca’ alla play.” 
Deve, proprio, come se gliel’avesse ordinato il medico. Ada si alza e inizia a mettere in ordine. 

Erano nati dei pulcini. Il nonno diceva di non disturbarli, ma Ada andava comunque a guardare, ogni giorno, dopo il pisolino e prima che la moka brontolasse dando inizio alla merenda.
Guendalina era una gallina rossa e cicciotta. Se stava nel pollaio, i pulcini potevi trovarli con lei, alcuni sotto le ali, altri completamente schiacciati. Ada non capiva come facevano a non morire soffocati. 
Oltre che grossa era anche scontrosa; beccava tutti. Ma non Ada, forse perché era gentile, o forse perché non prendeva mai le uova. Lo lasciava fare al nonno, le faceva un po’ schifo, sapendo da dove uscivano. 
I pulcini erano gialli e caldi. Le zampette sottili e gli occhi piccoli e neri parevano incollati, come quelli dei pupazzetti di Pasqua. Qualcuno sarebbe diventato rosso come la mamma, qualcuno bianco come il gallo, l’unico padre possibile. Se femmine, avrebbero fatto le uova anche loro. Se maschi, il nonno li avrebbe mandati in un altro pollaio. Ce ne può stare uno solo, diceva; secondo Ada non c’erano abbastanza pollai nel mondo. Meglio restare pulcini per sempre, pensava, senza doveri.

Nino le rompe i timpani per quanto urla. È impossibile starci nella stessa stanza quando gioca. Ada si chiede dove ha sbagliato, da qualche parte deve averlo fatto. Infila i piatti nella lavastoviglie. Ripensa a ieri sera, al fatto che stamattina l’ha trattata come una serva, ai compiti non fatti. L’anno scorso, quando era stato rimandato, le aveva promesso che non sarebbe più successo, che si sarebbe impegnato. Eccolo l’impegno, mentre rischia di farsi bussare dai vicini che chiedono di fare meno casino. Tanto ci parla lei, mica lui. 
Le cuffie costose finiscono per terra mentre agita la testa. 
“Nino!”
Lui alza la testa. Dietro agli occhi non c’è niente, è completamente assuefatto. “Eh, ma’!”
“Ti vuoi dare una calmata?”
“Ma’, non capisci.” Si rimette le cuffie. “È importante!”
Importante. Dovrebbero essere importanti altre cose, pensa Ada. Cosa farebbe suo nonno al posto suo? Con lei è sempre stato dolce, ma Ada non ha mai dato problemi, si è sempre fidata delle sue regole, delle sue direzioni. Era un tipo deciso, quando c’era bisogno di esserlo. 
Fa una cosa che non ha mai fatto, si avvicina alla console e la stacca dalla presa. La TV si spegne. 
Nino la guarda con gli occhi spalancati, lei incrocia le braccia vittoriosa. “Adesso magari mi ascolti quando ti parlo.”
“Sei impazzita?”
“No, tu sei impazzito.”
Nino si alza, le va incontro, fa per superarla. Ada gli si para davanti. “Riattacca!”
“Prima fammi vedere i compiti. Altrimenti puoi scordarti la play e ritirarti alle tre del mattino!” 
Ricominciano, come a pranzo, anche se la litania è un po’ diversa: “M’hai rotto! Stavo a gioca’, m’hai fatto perdere! Che cazzo!”
“Non mi interessa nulla!”
Suo figlio è insolente, ma non arriverebbe a toccarla o a strapparle qualcosa di mano. Invece si leva le cuffie dal collo e le sbatte sul divano, poi sbatte anche i piedi mentre gira a vuoto tra il divano e la cucina, sbraitando. Ada sbraita di rimando, coprono urla con urla. 
Il cucù segna le sei: esce Guendalina, tutta dipinta di rosso. 
“M’ha rotto il cazzo pure ‘sto coso! Ma da dove se spegne?” 
È un attimo. Nino lo prende con troppa foga, gli casca dalle mani. Finisce a terra con il crocchiare mozzato di Guendalina. 
“Cazzo.” 
Ada guarda l’orologio a cucù del nonno sul pavimento. Due tegole del tetto sono saltate via. Ada aspetta invano che Guendalina rientri dalla finestra. 
“Cazzo, ma’, non volevo. È caduto.” 
“Vattene in camera.” 
“Ma’, non l’ho fatto apposta!”
“Nino, te ne devi andare.” 
Almeno ora fa come dice. Ada raccoglie l’orologio, l’appoggia sul tavolo. Cerca di ricordarsi qualcosa delle sei, riprendere il gioco. 

“Ada! C’è papà!”
“Noooooo, papà no!” 
“Devi andare a casa, dai. Posa la bici, che sta al cancello.” 
“Ma io voglio rimanere qui con voi.”
Il grembiule della nonna dove faceva scomparire la faccia. Lei che le accarezzava i capelli. Il nonno che l’accompagnava alla macchina. 
Papà sempre arrabbiato perché Ada si sporcava troppo a casa dei nonni. Né lui né mamma volevano ascoltare le sue storie, quello che aveva imparato quel giorno. Tutti i giorni dai nonni imparava qualcosa. 

No, delle sei non vuole ricordare niente. 
“Ma’.”
“Ancora?”
Nino ha il cellulare in mano. Si siede con lei, glielo fa vedere. “Ho trovato ‘st’orologiaio super figo. Fa tutte riparazioni de robe vintage. Scommetto che ‘n mano a lui torna come nuovo.”
“Nino…”
“Lo pago io, coi soldi miei. Te giuro.” 
“Non fa niente.” 
“Sì, fa. Daje, me dispiace, lo so che te piaceva. Sequestramela lo stesso la play.”
Ada guarda la tv spenta. “Guarda che io cerco solo di aiutarti. Non mi piace che sei così arrabbiato. Non ti fa bene. Puoi anche dire che sono pesante.” 
Ma Nino alza le spalle e non dice niente. Insieme guardano l’orologio rotto, in silenzio, finché lui chiede: “Ma perché ce sta ‘na gallina?”
“Si chiamava Guendalina.” 
“Guendalina? Ma era ‘na gallina vera?”
Per una volta, Nino ascolta qualche storia vecchia che Ada pensava non gli interessasse. Dopo, è lei ad ascoltare qualche storia, nuova, che Nino pensava non le interessasse. 
L’orologio a cucù del nonno è rotto, ma per adesso può rimanerci. 

Re: [Lab20] L'orologio a cucù del nonno

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Ciao @sbatti
il tuo racconto mi è davvero piaciuto.
La tua scrittura è molto naturale, mai forzata, evocativa pur rimanendo fluida. Semplice, ma mai scontata. Ed è proprio per questo che l'ammiro molto.

Il tempo si intreccia al presente attraverso il profumo dei ricordi, scandito da ogni personaggio del cucù che, dal presente, fa emergere strati di memoria. Questa, oltre a essere una bella chiave di interpretazione del tema del tempo, aggiunge profondità al personaggio di Ada, che diventa a tutto tondo: vera, complessa, credibile.

Ho trovato molto autentici i riferimenti agli odori delle galline, della legna e del pollaio. Qui si tocca un'altra verità: i ricordi non sono solo fotografie sbiadite nella memoria, ma portano con sé odori, sapori e sensazioni, in una danza di sensi che coinvolge tutto.

Molto carino anche il biscotto pucciato nel ragù: una di quelle cose un po' assurde che fanno i bambini e che rendono il personaggio ancora più vivo e credibile.

L'unico elemento che mi ha lasciata un po' perplessa è il rapporto con il figlio maggiore. Da madre di un adolescente, ho fatto un po' fatica a riconoscermi in alcune dinamiche. Ada oscilla continuamente tra il trattare Nino da adulto e il trattarlo da bambino: lo aspetta fino alle tre di notte, gli prepara il panino quando rientra, ma poi gli controlla i compiti e arriva persino a minacciarlo di togliergli la PlayStation. Non so se sia una scelta voluta per mostrare la difficoltà di una madre nel vedere crescere il proprio figlio o se semplicemente appartenga a un modello educativo lontano dalla mia esperienza, ma è l'unico punto che mi ha lasciata un po' dubbiosa.

Comunque, davvero un bel racconto. Mi ha fatto sorridere, scivolare nei miei ricordi e mi ha coinvolta al punto da dimenticare per un attimo che stavo leggendo. Sono entrata nella storia in modo immersivo, assorbita dal racconto e dalle sue atmosfere.
Grazie per questa lettura.

Re: [Lab20] L'orologio a cucù del nonno

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Ciao @Didalinda, ti ringrazio per le tue parole. Per i ricordi mi sono rifatta ai miei dell'infanzia, non per forza per gli episodi specifici ma ho cercato di capire cosa ricordavo io e tradurlo in altre immagini e sensazioni per un'altra persona (immaginaria). Sono contenta che Ada risulti credibile, anche perché la vediamo da piccola e da adulta ed è difficile conciliare le due cose. 

Per quanto riguarda questo: 
Didalinda wrote: L'unico elemento che mi ha lasciata un po' perplessa è il rapporto con il figlio maggiore. Da madre di un adolescente, ho fatto un po' fatica a riconoscermi in alcune dinamiche. Ada oscilla continuamente tra il trattare Nino da adulto e il trattarlo da bambino: lo aspetta fino alle tre di notte, gli prepara il panino quando rientra, ma poi gli controlla i compiti e arriva persino a minacciarlo di togliergli la PlayStation. Non so se sia una scelta voluta per mostrare la difficoltà di una madre nel vedere crescere il proprio figlio o se semplicemente appartenga a un modello educativo lontano dalla mia esperienza, ma è l'unico punto che mi ha lasciata un po' dubbiosa.
Non essendo madre, non mi sento di dire che non è giusto quello che dici. Posso capire come le azioni di Ada siano quasi incoerenti e il cambiamento troppo repentino. Ti posso dire che è voluto. In realtà quello che ho cercato di fare con il rapporto con Nino, forse goffamente, è un'esplorazione della psicologia di Ada e di come è stata cresciuta. Non so se si capisce dall'ultimo ricordo, ma non si è mai sentita capita dai genitori, troppo autoritari. I nonni invece rappresentavano uno spazio sicuro e (forse sapendo che le cose a casa non andavano bene) erano molto permissivi e affettuosi con lei, o almeno lei così se li ricorda. Ada oscilla tra questi due stili genitoriali con Nino che sta crescendo troppo in fretta e lei non riesce a stargli dietro. In più è presa dai ricordi dell'infanzia e in un certo senso si rifugia nel passato, non essendo del tutto presente con lui. È anche per questo che sceglie di non riparare (subito) l'orologio. A fine racconto ho immaginato che fosse recentemente separata dal padre di Nino, e che questo sia un altro cambiamento a cui sta cercando di adattarsi, ma non ho messo niente nel testo che lo dicesse direttamente perché in quel momento volevo lasciare la questione aperta. In più in questo periodo sto leggendo Venuto al mondo di Margaret Mazzantini che parla proprio di una madre che non riesce a "calibrare" il rapporto con suo figlio adolescente, e questo forse mi ha un po' condizionata, ma è più difficile mostrare il senso di inadeguatezza in un racconto rispetto a un romanzo. 

Scusami per essermi dilungata, ti ringrazio ancora per il commento!  :hug:

Re: [Lab20] L'orologio a cucù del nonno

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sbatti wrote: Si è svegliata più tardi del solito: è era andata a dormire alle tre, quando Nino è tornato a casa. È rimasta ad aspettarlo seduta sul divano, dopo aver ricevuto almeno quattro o cinque messaggi che dicevano torno tra mezz’ora.
consiglio mio
sbatti wrote: Dalla finestra dell'orologio esce il nonno, con un cucù che tuona c
consiglio mio
sbatti wrote: Alle dodici, mentre Ada intinge il pane nell’olio che è salito in superficie, la nonna sbuca a segnare l’ora. Ha davanti un classico pentolone delle fiabe, quello delle streghe. Un’altra cosa che Ada non è mai riuscita a capire: forse il nonno voleva trasmettere la passione della nonna per la cucina, ma non sapeva come scolpire un fornello.
Molto simpatico questo pezzo!
sbatti wrote:  
“Fermo! Scotta!” 
Ma lui assaggia lo stesso, poi tira fuori la lingua ed esclama: “Ah! Bollente!” 
“Te l’avevo detto!” 
“Dici sempre la stessa cosa, te ne accorgi mai? Ogni volta che succede qualcosa è sempre te l’avevo detto…”
“Questo dice più di te che di me.” Se tanto le dà tanto, se Nino l’ascoltasse, per sua stessa ammissione, si risparmierebbe un sacco di errori. 
Azzeccata rappresentazione della natura umana maschile nel quotidiano.  :D

sbatti wrote: Alle due dalla terza finestra dell’orologio a cucù esce la piccola Ada, con i codini gialli e il grembiule rosa delle elementari. La grande Ada chiama Nino, è pronto il pranzo. Non ottiene risposta, e deve chiamarlo altre due volte prima di risentire i suoi passi. Piedi nudi, ancora: eppure ne ha, di ciabatte. 
Carinissimo anche questo pezzo.
Fare scandire la giornata del presente di Ada dall'orologio che segna ogni ora con un'immagine diversa del suo passato e dei suoi cari è una bella idea.
sbatti wrote: Il cucù segna le sei: esce Guendalina, tutta dipinta di rosso. 
“M’ha rotto il cazzo pure ‘sto coso! Ma da dove se spegne?” 
È un attimo. Nino lo prende con troppa foga, gli casca dalle mani. Finisce a terra con il crocchiare mozzato di Guendalina. 
“Cazzo.” 
Ada guarda l’orologio a cucù del nonno sul pavimento. Due tegole del tetto sono saltate via. Ada aspetta invano che Guendalina rientri dalla finestra. 
“Cazzo, ma’, non volevo. È caduto.” 
“Vattene in camera.” 
“Ma’, non l’ho fatto apposta!”
“Nino, te ne devi andare.” 
Almeno ora fa come dice. Ada raccoglie l’orologio, l’appoggia sul tavolo. Cerca di ricordarsi qualcosa delle sei, riprendere il gioco. 
Molto ben orchestrato. Brava!
sbatti wrote: “Lo pago io, coi soldi miei. Te giuro.” 
“Non fa niente.” 
“Sì, fa. Daje, me dispiace, lo so che te piaceva. Sequestramela lo stesso la play.”
Ada guarda la tv spenta. “Guarda che io cerco solo di aiutarti. Non mi piace che sei così arrabbiato. Non ti fa bene. Puoi anche dire che sono pesante.” 
Ma Nino alza le spalle e non dice niente. Insieme guardano l’orologio rotto, in silenzio, finché lui chiede: “Ma perché ce sta ‘na gallina?”
“Si chiamava Guendalina.” 
“Guendalina? Ma era ‘na gallina vera?”
Per una volta, Nino ascolta qualche storia vecchia che Ada pensava non gli interessasse. Dopo, è lei ad ascoltare qualche storia, nuova, che Nino pensava non le interessasse. 
L’orologio a cucù del nonno è rotto, ma per adesso può rimanerci. 
Gran bel finale di un gran bel racconto "moderno". Brava, @sbatti   :)
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [Lab20] L'orologio a cucù del nonno

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Bella @sbatti
Prima di tutto complimenti per lo stile, l'incipit è molto funzionale, ti proietta nella vita di Ada in poche battute
Il pezzo scorre senza intoppi dall'inizio alla fine, è godibile ed è ben giocato tra presente e passato 
Il senso del contest a mio avviso è ben sviluppato, il fattore tempo come parallelismo tra gli insegnamenti dei padri e le difficoltà di allevare un figlio tossico e boro  :D
Ho letto il tuo commento e devo dirti che sì, si avverte la mancanza del padre, anzi forse questa è la parte più forte del racconto, l'assenza del padre si respira anche se non se ne fa mai cenno
P.S. si avverte anche che stai leggendo Mazzantini, ma leggiti Zola, ma leggiti Faulkner, no?  :D :D :D  
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Re: [Lab20] L'orologio a cucù del nonno

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Ciao @sbatti

Ho letto il tuo racconto e voglio farti i miei complimenti: c'è una grandissima verità domestica in queste pagine. Sei riuscita a fotografare in modo splendido e doloroso quel momento difficilissimo in cui un figlio smette di essere un bambino e diventa quell'adolescente sfuggente, quasi una "strana creatura", con cui è così difficile comunicare. L'odore del ragù, i piedi scalzi, i silenzi pesanti della domenica... è tutto molto reale e visivo.

L'idea dell'orologio a cucù del nonno è un piccolo colpo di genio. Non è solo un oggetto vintage, ma un vero e proprio metronomo emotivo. Il fatto che a ogni ora corrisponda l'uscita di un personaggio che fa da ponte tra il passato e il presente dà una struttura ritmica bellissima al racconto. Funziona come una macchina del tempo che scandisce la giornata e apre le stanze della memoria, legando perfettamente i passaggi del nonno alle dieci, della nonna a mezzogiorno, di Ada bambina e, infine, della gallina Guendalina.

C'è però un problema strutturale importante su cui, secondo me, devi assolutamente lavorare, ed è la gestione del punto di vista nei passaggi in corsivo.
Il racconto principale è condotto in terza persona. Il problema è che anche i flashback in corsivo mantengono questa forma. Questo crea un effetto strano, quasi un distacco freddo: sembra che ci sia una voce narrante esterna, un "fantasma" fuori campo, che si mette a ricordare l'infanzia di Ada al posto di Ada stessa. In una storia così intima, questo rischia di frenare l'emozione. Lo sforzo di ricordare è di Ada, il dolore del paragone tra ieri e oggi è di Ada. Filtrarlo attraverso una terza persona toglie forza al testo. Tra l'altro, si avverte che tu stessa hai avvertito questa urgenza, tanto che a un certo punto scrivi che delle sei lei non vuole ricordare niente. Questa è la prova che quel ricordo appartiene interamente a lei, non al narratore.
Per questo ti suggerisco di fare una scelta più coraggiosa e, secondo me, decisiva, passando alla prima persona nei flashback in corsivo.
Pensa che salto di qualità farebbe il racconto con uno stacco netto. Potresti mantenere il presente in terza persona, lasciando che resti una narrazione realistica, quasi cinematografica, sulla routine, sulla stanchezza di Ada e sui grugniti di Nino. Di contro, il passato in corsivo diventerebbe la voce interiore di Ada, il suo vero rifugio psicologico. Frasi come "saltellavo attorno al tavolo" o "mi arrampicai sul divano" catapulterebbero il lettore direttamente dentro i suoi pensieri più intimi. Sentiremmo il contrasto straziante tra la bambina che voleva restare pulcino per sempre, senza doveri, e la madre di oggi, che si sente pesante e non sa come farsi ascoltare. Il crollo finale del cucù e il dialogo conclusivo con Nino avrebbero un impatto emotivo dieci volte più potente.
Anche se lo scontro generazionale tra madre e figlio adolescente è un tema classico e già frequentato, la tua forza sta tutta nella cura dei dettagli quotidiani. Risolvere questa barriera della terza persona nei ricordi e dare a tutto il testo una chiave più psicologica ed emotiva aiuterà il racconto a trovare la sua strada, rendendolo molto più fluido e a fuoco per chi legge. Spero di essere stato utile. Ciao.
DISVANGELO: Il Regno Dei Cieli è Già Tra Voi
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Io malata in fuga.

Re: [Lab20] L'orologio a cucù del nonno

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Ciao @sbatti

una narrazione in grado di prenderti e condurti nel mondo dei protagonisti “con tutte le scarpe”.  Ho percepito che c’è del vissuto vero tra queste righe, la descrizione dei gesti quotidiani è semplice e funzionale, aiuta ad immergersi nella situazione che descrivi. Molto bella l’idea dell’orologio a cucù, un misto tra la casetta con gli omini del tempo (quella che quando è bel tempo esce la donna con il mazzo di fiori e quando è brutto l’uomo con l’ombrello) e un orologio a cucù che ricordo c’era pure a casa mia. Con l’uccellino che “cantava ogni mezz’ora e si ricaricava tirando le pigne che pendevano dalla casetta… che ricordi. La naturalità dei gesti, la tenerezza dei ricordi d’infanzia (bellissimo quell’oro Saiwa pucciati nel sugo) tutto crea una bella atmosfera che fa risaltare in modo duro il difficile rapporto con il figlio adolescente. Ada è una donna che affronta la crescita del figlio da sola, un padre non c’è, non ce lo dici e non si riesce a capire il perché di questa mancanza. Può essere che Ada sia una madre single, divorziata o vedova. Non lo sappiamo e non emerge neppure dal figlio alcun accento alla mancanza del padre. Certo che fai riferimento alla sua infanzia, a un rapporto non ottimale coi genitori e dei genitori visto che Ada trascorreva molto tempo coi nonni. 
La figura di Ada come madre evidenzia tutta la difficoltà di una donna sola con un figlio in crescita, immaturo, con problemi a scuola, viziato e ingrato.
A volte lei si comporta come se il ragazzo fosse ancora un bambino, le punizioni, il controllo… ma poi arriva la drammatica rottura dell’orologio: un simbolo di qualcosa che apre un varco nel tempo, un momento catartico in cui il ragazzo sembra svegliarsi e capire che è arrivato il momento di crescere e ssumersi le proprie responsabilità. Bello nella scrittura e nel messaggio. Ottimo lavoro!

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