[MI189] Altre lacrime

1
Traccia n° 5: "Il segreto"

Altre lacrime


Marco infilò la chiave nella toppa e il rumore fu una fucilata nel silenzio del pianerottolo. L’ombra sul suo volto non era uno sporco che levi col sapone, era un’eclissi che gli partiva dal centro del petto e risaliva su, fino a spegnere i suoi quattordici anni. La voce di sua madre arrivò dalla cucina, una vampata di quell’amore che vorrebbe proteggerti e invece ti toglie l’aria, ti incolla al muro. Marco non fiatò. Si guardò allo specchio dell’ingresso: la sua faccia era una maschera di catrame.
― Sei strano, Marco. Dimmi la verità: che è successo? ― lo incalzò lei, comparendo sulla porta.
— Niente, mà. Lasciami in pace.
Si chiuse in camera. Il buio era l’unico posto dove non doveva recitare.
Il dolore aveva un nome: Luisa. Il suo primo pensiero pulito, la prima vertigine. In classe già dicevano che erano “fidanzati”, ma per Marco era un’altra cosa, era una questione di vita o di morte. Lei però rideva sempre. Una risata distratta, rivolta agli altri, ai telefonini, a tutto quel rumore che il mondo ci butta addosso per non farci sentire il battito del cuore.
― Ma che vuoi, Marco? Mica siamo sposati!  Fatti una vita no?
Gli aveva sputato addosso queste parole come se fossero sassi. Da quel giorno Marco l’aveva guardata passare di mano in mano, come un accendino, nell’indifferenza dei professori che guardano sempre dove non succede niente. Lui era rimasto lì, col suo sogno calpestato, un dolore senza nome che gli mangiava i giorni.

Poi era arrivato Enrico. L’ultimo del banco, quello che non parla mai, che puzza di fumo e solitudine.
― Domani a ricreazione. Importante ― gli aveva scritto al cellulare.
Si videro in un angolo del cortile. ― Vuoi una boccata? ― Enrico gli tese la sigaretta. Marco aspirò per sfinimento, per non sentire altro. Tossì. Lui non fumava. Enrico riprese la cicca con una fame che faceva paura. ― È stato bellissimo. Quasi come baciarti.
A Marco il cuore gli esplose in gola.
― Ti piacerebbe se ti baciassi? Magari un giorno vieni a casa mia.
Marco scappò da quegli occhi lucidi di Enrico, carichi di una disperazione che gli faceva schifo perché ci sentiva dentro la stessa fame che aveva lui, solo girata male; un bisogno che non era il suo, ma che lo faceva sentire sporco.

Per sfuggirgli, un pomeriggio entrò in chiesa. Era aperta, come un porto dopo la tempesta.  Si sedette davanti al Santissimo. Non pregava, o forse sì, ma in un modo che non ha bisogno di parole. Si sentiva, per la prima volta, non giudicato.
Don Antonio lo riconobbe subito. ― Marco. Sei cresciuto, eh.
― Don Antonio… potrei confessarmi?

Tornò a fare il chierichetto. Quando infilava la tonaca bianca, Marco sentiva di sparire dentro qualcosa di più grande. Pulito. Dove le risate di Luisa e le mani di Enrico non potevano arrivare.

Il giorno della diretta TV, in cui la messa doveva essere trasmessa per televisione, la chiesa era diventata un set. Luci, telecamere, gente vestita a festa che Dio non sapeva neanche chi fosse. C’erano tutti. Luisa che mostrava il suo sorriso all’obiettivo. Enrico in un angolo, con quello sguardo di chi aspetta una briciola di mondo. Marco li guardò tutti dalla balaustra. Non provava più schifo. Vedeva la loro mutilazione.  Erano tutti zoppi, pensò, stipati come bestie in cerca di un senso, ma pronti a sbranare chi quel senso provava a viverlo davvero. Tutti a caccia di un bacio che li facesse sentire vivi, pur di non restare soli. Arrivò lo scambio della pace. Marco scese i gradini. Andò dai genitori, li abbracciò con una forza che li lasciò muti. Poi andò verso i compagni. I loro sorrisi si spensero davanti a quella tunica bianca che sembrava fatta di luce. Arrivò davanti a Luisa. ― Pace ― le disse, guardandola negli occhi finché lei non abbassò i suoi, vinta dall’odore dell’incenso. Infine, Enrico. Marco gli tese la mano. Non un gesto di pietà, ma di fratellanza vera, tra naufraghi. Enrico crollò. S’inginocchiò sul marmo e scoppiò a piangere, un pianto senza ritegno.
Marco risalì sull’altare. S’inginocchiò. Le lacrime gli rigavano la faccia, ma non erano più lacrime di fiele. Erano l’acqua che pulisce. Finalmente, in quel silenzio elettrico, era felice.
Si salveranno solo coloro che resisteranno e disobbediranno a oltranza, il resto perirà.
(Apocalisse di S. Giovanni)

Re: [MI189] Altre lacrime

2
Ciao @Alberto Tosciri. Sono sempre catturata dalla tua capacità di rendere le situazioni che descrivi molto vivide con descrizioni che riescono ogni volta , anche con pochi caratteri, a restituire l’immagine,  l’atmosfera, i sentimenti dei protagonisti. Qui hai usato molta delicatezza nel descrivere il perché del suo tormento. Bello il contrasto tra il sentirsi sporco e la veste bianca “di luce”  di una ritrovata serenità dopo la confessione.
Un tema difficile da indagare, da descrivere senza scadere nell’ovvio o nel torbido. Bel lavoro!

Re: [MI189] Altre lacrime

3
Ciao @Alberto Tosciri,
Molto bello, non scontato, vivido. Con immagini che fanno male.
 “Passata di mano in mano come un accendino” è stata un pugno allo stomaco.
 E le immagini della chiesa, della confessione, del chierichetto lo rendono, almeno nella mia sensibilità, ancora più violento. Mi ha fatto male come un vetro sotto la pelle.
Ho avuto la sensazione che il racconto giochi su una contrapposizione molto netta: il desiderio appare come consumo, sporco e solitario, e la purezza sembra arrivare solo quando Marco entra in una chiesa dove ci sono solo Madonne, Santi o peccatori. 
Questo rende tutto ancora più tagliente. Mi fa male, mi provoca dolore.
Ma questa sono io: la costruzione del racconto rimane spettacolare. Forse troppo dura per me.

Re: [MI189] Altre lacrime

4
@Alberto Tosciri posso solamente dire che sono di parte, apprezzo il modo in cui scrivi, punto. 
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [MI189] Altre lacrime

5
@Alberto Tosciri  :)

La classe non è acqua. In ogni tuo testo si sente la mano del maestro. La costruzioni delle immagini, la sensibilità del tratteggiare 
persone ed emozioni è la tua "cifra".
Quello che mi dispiace è l'inesorabile vena di tristezza che, ormai conoscendo la tua scrittura da anni, pervade ogni tuo racconto.
Quando va bene, come in questo caso, sorge, nel finale, una fiammella di speranza e di conforto.
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Return to “Mezzogiorno d'Inchiostro Extra Long”