Altre lacrime
Marco infilò la chiave nella toppa e il rumore fu una fucilata nel silenzio del pianerottolo. L’ombra sul suo volto non era uno sporco che levi col sapone, era un’eclissi che gli partiva dal centro del petto e risaliva su, fino a spegnere i suoi quattordici anni. La voce di sua madre arrivò dalla cucina, una vampata di quell’amore che vorrebbe proteggerti e invece ti toglie l’aria, ti incolla al muro. Marco non fiatò. Si guardò allo specchio dell’ingresso: la sua faccia era una maschera di catrame.
― Sei strano, Marco. Dimmi la verità: che è successo? ― lo incalzò lei, comparendo sulla porta.
— Niente, mà. Lasciami in pace.
Si chiuse in camera. Il buio era l’unico posto dove non doveva recitare.
Il dolore aveva un nome: Luisa. Il suo primo pensiero pulito, la prima vertigine. In classe già dicevano che erano “fidanzati”, ma per Marco era un’altra cosa, era una questione di vita o di morte. Lei però rideva sempre. Una risata distratta, rivolta agli altri, ai telefonini, a tutto quel rumore che il mondo ci butta addosso per non farci sentire il battito del cuore.
― Ma che vuoi, Marco? Mica siamo sposati! Fatti una vita no?
Gli aveva sputato addosso queste parole come se fossero sassi. Da quel giorno Marco l’aveva guardata passare di mano in mano, come un accendino, nell’indifferenza dei professori che guardano sempre dove non succede niente. Lui era rimasto lì, col suo sogno calpestato, un dolore senza nome che gli mangiava i giorni.
Poi era arrivato Enrico. L’ultimo del banco, quello che non parla mai, che puzza di fumo e solitudine.
― Domani a ricreazione. Importante ― gli aveva scritto al cellulare.
Si videro in un angolo del cortile. ― Vuoi una boccata? ― Enrico gli tese la sigaretta. Marco aspirò per sfinimento, per non sentire altro. Tossì. Lui non fumava. Enrico riprese la cicca con una fame che faceva paura. ― È stato bellissimo. Quasi come baciarti.
A Marco il cuore gli esplose in gola.
― Ti piacerebbe se ti baciassi? Magari un giorno vieni a casa mia.
Marco scappò da quegli occhi lucidi di Enrico, carichi di una disperazione che gli faceva schifo perché ci sentiva dentro la stessa fame che aveva lui, solo girata male; un bisogno che non era il suo, ma che lo faceva sentire sporco.
Per sfuggirgli, un pomeriggio entrò in chiesa. Era aperta, come un porto dopo la tempesta. Si sedette davanti al Santissimo. Non pregava, o forse sì, ma in un modo che non ha bisogno di parole. Si sentiva, per la prima volta, non giudicato.
Don Antonio lo riconobbe subito. ― Marco. Sei cresciuto, eh.
― Don Antonio… potrei confessarmi?
Tornò a fare il chierichetto. Quando infilava la tonaca bianca, Marco sentiva di sparire dentro qualcosa di più grande. Pulito. Dove le risate di Luisa e le mani di Enrico non potevano arrivare.
Il giorno della diretta TV, in cui la messa doveva essere trasmessa per televisione, la chiesa era diventata un set. Luci, telecamere, gente vestita a festa che Dio non sapeva neanche chi fosse. C’erano tutti. Luisa che mostrava il suo sorriso all’obiettivo. Enrico in un angolo, con quello sguardo di chi aspetta una briciola di mondo. Marco li guardò tutti dalla balaustra. Non provava più schifo. Vedeva la loro mutilazione. Erano tutti zoppi, pensò, stipati come bestie in cerca di un senso, ma pronti a sbranare chi quel senso provava a viverlo davvero. Tutti a caccia di un bacio che li facesse sentire vivi, pur di non restare soli. Arrivò lo scambio della pace. Marco scese i gradini. Andò dai genitori, li abbracciò con una forza che li lasciò muti. Poi andò verso i compagni. I loro sorrisi si spensero davanti a quella tunica bianca che sembrava fatta di luce. Arrivò davanti a Luisa. ― Pace ― le disse, guardandola negli occhi finché lei non abbassò i suoi, vinta dall’odore dell’incenso. Infine, Enrico. Marco gli tese la mano. Non un gesto di pietà, ma di fratellanza vera, tra naufraghi. Enrico crollò. S’inginocchiò sul marmo e scoppiò a piangere, un pianto senza ritegno.
Marco risalì sull’altare. S’inginocchiò. Le lacrime gli rigavano la faccia, ma non erano più lacrime di fiele. Erano l’acqua che pulisce. Finalmente, in quel silenzio elettrico, era felice.