[MI 189] Il sapore dei pomodori

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Pianeta Terra, data futura

La polizia e la stampa circondano il casolare e il giardino di un vecchio.
Armi e telecamere puntate su di lui. Che cosa avrà fatto? Importazione di semi clandestini e occultamento di falde acquifere destinate a uso pubblico.
Ha coltivato due filari di pomodori nel suo orto, irrigandoli con l’acqua del suo pozzo.
Ha coltivato coltivato due filari di pomodori veri.

L’aria del mattino rinfresca e colora di rosa le pareti della piccola camera di Pinuccio, detto Brandaforte. Non gli è mai piaciuto il nomignolo che gli avevano affibbiato alla FAE&A — Fabbrica Atomica Elementi & Affini. Lo avevano scelto perché al lavoro faticava a tenere gli occhi aperti. Ma lui non è mai stato un dormiglione. Non lo è mai stato.

“Ricordati di annaffiarli prima che sorga il Sole.”
La voce del nonno gli risuona ancora nella mente mentre scende dal letto tastando il pavimento in cerca degli scarponi.
Il nonno… oggi potrebbe essere lui stesso un nonno, se solo avesse avuto dei figli. E per avere dei figli avrebbe dovuto avere una donna. Una donna vera. In carne e ossa.
Suo padre se l’era portato via il Governo e sua madre non l’aveva mai conosciuta.
Nonno Baccello come lo chiamava da piccolo. Marcello era il suo nome e gli aveva insegnato tutto quello che c’era da sapere per lavorare la terra.
Un sapere antico.
Un sapere proibito.

In questa stagione si fa giorno presto. Pinuccio lancia uno sguardo commosso alla sedia vuota accanto alla sua, finisce di bere la dose mattutina di un guazzabuglio energizzante dal sapore dolciastro e dal nome impronunciabile e si reca nel retro della cascina.
Tende l’orecchio.
Nessun insetto spia sembra ronzare nei paraggi, ma la prudenza non è mai troppa da quando un fischio assordante gli ha colonizzato l’udito.
Chiude la porta, serra le imposte e si muove a tentoni verso la parete. Prende un secchio, poi si avvicina al vecchio tavolo. Accende lo stoppino di un mozzicone di candela e rovista nel cassetto.
Quando richiude il pugno, sorride.
Una minuscola scheda magnetica.
Alla luce tremolante della fiamma, il piccolo oggetto pulsa e sfavilla.
Sembra quasi vivo, come una fatina uscita dalle storie che lo incantavano da bambino.
Pinuccio resta a guardarla per qualche istante. Prima di uscire, la infila nel taschino della camicia, vicino al cuore. Se il Governo Centrale scoprisse cosa contiene, non si limiterebbe ad arrestarlo.
Non è l’acqua del pozzo il suo vero crimine.

Si avvia a passo lento verso il suo orto: un francobollo di terra così insignificante da essere rimasto invisibile per anni ai controllori del Sistema. L’aveva conquistato centimetro dopo centimetro, durante notti interminabili.
Per questo al lavoro arrivava stremato.
Per questo lo chiamavano Brandaforte.

Stamani il terreno sembra lo specchio del suo volto: solcato da piccole crepe, friabile, assetato. Il programma “Estate boreale”  ha già alzato la temperatura di diversi gradi.
Pinuccio alza gli occhi al cielo. Il rosa sfuma lentamente in un azzurro intenso mentre il meccanismo atomico proietta la simulazione di un perfetto mattino estivo.

Dovrei svegliarmi prima, pensa.

Le ginocchia non sono più quelle di una volta e raggiungere l’orto richiede più tempo del dovuto.
Certe cose andrebbero fatte al buio.
Al riparo da sguardi indiscreti.

Quando arriva al filare, i pomodori lo salutano con il loro rosso lucido. Pendono tra il verde delle foglie, sostenuti da bastoni rigidi come soldati di guardia a un fortino.
Pinuccio si china.
Con il palmo spazza via il terriccio che nasconde una placca di ferro arrugginita.
Sotto, l’antico pozzo.
Solleva il coperchio, cala il secchio e lo tira su poco dopo, colmo d’acqua.

«Avete tanta sete, vero?»

Quando l’acqua bagna la terra, un profumo antico si solleva nell’aria.
Il terreno diventa scuro, proprio come nelle immagini che il maestro di storia gli mostrava nel visore quando era bambino.
Pinuccio inspira profondamente; poi, individua il frutto più maturo. Lo stacca con delicatezza e lo solleva verso il cielo come un’offerta. E i ricordi tornano vividi come quel giorno…

Questi gioielli sono un dono della natura, cara la mia Cedrina. Peccato che tu non possa assaggiarli.”
Per un attimo ci fu solo il fruscio delle foglie.
Poi una voce metallica, sottilissima:
Io me lo ricordo… il loro sapore.
Pinuccio rimase immobile.
Dolci.
Succosi.
Cedrina gli aveva parlato.
Allora non era soltanto un automa.

Gli umanoidi erano un’invenzione terribile: né uomini né macchine. Pinuccio si era spesso chiesto se conservassero qualcosa di umano dentro quell’involucro di carne sintetica e metallo.
Una memoria.
Un frammento d’anima.
Gliel’avevano portata una mattina di primavera.
Brandaforte, svegliati! Ti abbiamo trovato un’aiutante.”
Non l’aveva chiesta. Detestava ogni forma di schiavitù. Ma la Compagnia voleva raddoppiare la produzione e gli umani costavano troppo.
Cedrina, come indicava la scritta incisa sull’avambraccio, era un esemplare difettoso. Per questo l’avevano assegnata a lui.
La cassa che la conteneva era incrinata. Se non fosse stato per lo sguardo immobile, si sarebbe potuto pensare che avesse tentato di fuggire da lì dentro.
Ora non avrò più scuse” aveva detto Pinuccio con un mezzo sorriso.
Esatto. Niente più ritardi, Brandaforte. Altrimenti…
Non serviva finire la frase.
Il Governo Centrale trasformava facilmente gli uomini in macchine.

Cedrina era forte quanto cinque operai, ma nei suoi occhi c’era sempre una luce malinconica. La sera Pinuccio si sedeva accanto a lei e le parlava.
Le raccontava tutto.
I ricordi del nonno.
La terra vera.
L’odore della pioggia.
E, soprattutto, il suo segreto.
Un segreto che custodiva sempre vicino al cuore. Nella tasca della camicia.

Quando sente le sirene avvicinarsi, stringe  ancora tra le mani il pomodoro. Lo guarda un’ultima volta alla luce del falso sole.
Poi si volta verso Cedrina che lo ha raggiunto. Prende un coltello, divide in due il frutto proibito e gliene offre metà.
«Ricordi il sapore?» le chiede sottovoce.
Cedrina annuisce.
Poi, Pinuccio prende la piccola scheda magnetica dal taschino e gliela porge.

Qui dentro non c’è un programma” le aveva detto un giorno. “Ci sono i semi. Tutti quelli che sono riuscito a salvare… Quando non ci sarò più… piantali.”

Cedrina prende la scheda e, per un attimo, nei suoi occhi passa qualcosa che nessun tecnico potrebbe spiegare.
Forse memoria.
Forse gratitudine.
Forse speranza.

Quando gli uomini della polizia sfondano il cancello, Pinuccio è ancora nell’orto.
Le armi lo tengono sotto tiro, le telecamere lo circondano come insetti famelici.
«È in arresto per appropriazione indebita di acqua pubblica e coltivazione illegale di specie vegetali non registrate.»
Pinuccio non risponde.
Quando gli agenti lo portano via, una brezza leggera muove le foglie dei pomodori.

E Cedrina, lentamente, inizia a scavare.

Re: [MI 189] Il sapore dei pomodori

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@Monica wrote: La polizia e la stampa circondano il casolare e il giardino di un vecchio.
Armi e telecamere puntate su di lui. Che cosa avrà fatto? Importazione di semi clandestini e occultamento di falde acquifere destinate a uso pubblico.
Ha coltivato due filari di pomodori nel suo orto, irrigandoli con l’acqua del suo pozzo.
Ho scelto la traccia nr. 1

Il mio commento per postare 
viewtopic.php?p=85737#p85737

Re: [MI 189] Il sapore dei pomodori

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Ciao @Monica,
hai costruito un bel distopico in cui l’eroe è un vecchio, piccolo e fragile (lo suggerisce anche il diminutivo Pinuccio).
Il soprannome Brandaforte, nato come presa in giro per la sua stanchezza cronica, finisce quasi per rovesciarsi nel suo contrario: non un eroe epico, ma una figura ostinata che resiste in silenzio. Il suo gesto sovversivo non è la ribellione violenta, ma una resistenza silenziosa: custodire e tramandare la memoria.

Il racconto è bello, perché, nonostante non ci siano colpi di scena evidenti, è pieno di simboli nascosti: Pinuccio rappresenta l’eroe piccolo e quotidiano, Brandaforte diventa simbolo di forza morale, la scheda magnetica custodisce i semi come memoria della natura, e Cedrina, il cui nome di pianta crea un contrasto con il suo corpo artificiale, suggerisce sensibilità e speranza.
 La vocazione di Pinuccio a tramandare la memoria si vede chiaramente nel finale, dove sceglie di salvare i semi e la memoria invece di sé stesso. Anche il falso sole ricorda il controllo totale del potere sulla natura, rendendo ogni piccolo gesto di resistenza ancora più forte.

Il ritmo l’ho trovato lento in alcuni punti, ma forse è voluto: in un mondo tecnologico dove tutto è rapido e controllato, la lentezza di Pinuccio diventa essa stessa un atto di resistenza.

Re: [MI 189] Il sapore dei pomodori

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Ciao @@Monica
Scrivere un racconto con tracce così indirizzate non è facile o almeno, quel paio di volte che ci ho provato, mi è sempre venuto fuori qualcosa di poco ispirato. C'è chi riesce a prendere spunto dalla traccia e portare il racconto su tutt'altri lidi, ma farlo a volte è rischioso, e chi riesce a dipingere con pennellate lente il quadro entro la sua cornice, senza uscire dei bordi ma scegliendo con cura i colori. Tu hai scelto la seconda strada e, pur senza strafare, pur senza cercare la giocata, sei riuscita a dare la giusta profondità al racconto. 
Una sorta di elogio alla resilienza in un mondo distopico (quanto?) in cui anche coltivare una piantina è illegale. 
Per essere un eroe, in certi contesti, non occorre inneggiare le masse, fomentare rivoluzioni, sconfiggere il male, ma solo un'ostinata e muta disobbedienza. "Coltivare" un messaggio da tramandare anche quando il proprio tempo è terminato. Questa chiave, in questo ambito, è magistrale. Il passaggio di consegne, trasferire la conoscenza per non arrendersi, come ultimo atto di Pinuccio è puro eroismo. 
Un chiaro manifesto per la legalizzazione  :D
Chapeau  
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Re: [MI 189] Il sapore dei pomodori

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@monica 
Ciao, ero ripassato a leggere più volte questo racconto, ma non avevo commentato perché dentro di me non avevo ancora elaborato i significati nel tuo racconto. Poi, se non mi pare male, siamo stati solo noi due a scegliere questa traccia. Ed è impressionante vedere come in maniera del tutto spontanea i temi trattati convergono: la distopia, i semi, il controllo dell'artificiale sui processi naturali. 
Detto questo:
a me le atmosfere del tuo racconto sono piaciute tanto, così come ho trovato molto originale l'introduzione di Cedrina, questo personaggio sospeso tra l'umano e l'artificiale (una persona umana che è stata imprigionata in un corpo artificiale per diventare schiava di altri), che  ha memorie del suo passato, ma nonostante sia forte non usa la violenza, ma il silenzio, come ribellione. In maniera analoga a Pinuccio.

Solo, e perdonami se te lo chiedo, perché questa è una cosa che mi ha incuriosito: non ho capito la funzione della scheda magnetica nel racconto. Ovvero io l'ho capita in un modo che non mi torna: la scheda contiene un programma simulazione dei semi perché ormai nella realtà la coltivazione non esiste più (e difatti accenni alla realtà virtuale con il visore e "presenti" questi pomodori che fattivamente non vengono assaggiati, vengono manipolati (tagliati, passati di mano) ma non assaggiati? Chiedo ancora perdono se non ho capito bene.
A rileggersi, mi è piaciuto.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [MI 189] Il sapore dei pomodori

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@Strikeiron grazie della lettura e del commento. Hai ragione, forse dovevo spendere qualche parola in più. La schedina magnetica (nei miei intenti) è una sorta chiave che serve per accedere ai preziosi e proibiti semi di pomodoro. Non ho voluto esplicitarlo perché ritenevo che la spiegazione fosse più dannosa che utile nello svolgimento, ma la tua domanda mi fa riflettere e nella prossima stesura vedrò di aggiungere qualcosa al riguardo. Grazie!

Re: [MI 189] Il sapore dei pomodori

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Questo racconto ha un’anima poetica e nostalgica. Secondo me il racconto “funziona" perché tocca corde emotive molto semplici ma ancestrali, come l'odore della terra bagnata o il colore di un pomodoro maturo.
La scena d'apertura è molto ben costruita. Schierare la polizia, la stampa e le armi pesanti contro un vecchio che coltiva due filari di pomodori è un’immagine fortissima. Crea subito quel senso di ingiustizia assurda che cattura il lettore. Fa capire, senza bisogno di lunghi spiegoni, che in questo futuro ciò che è naturale è diventato il nemico pubblico numero uno. Una pianta di pomodoro non è più un ortaggio, è un atto di terrorismo.
La figura di Cedrina e il tocco "umanista" Il rapporto tra Pinuccio e l'umanoide è il cuore emotivo della storia. L'idea che un difetto di fabbrica possa essere interpretato come "umanità" è commovente. Quando lei dice di ricordare il sapore dei pomodori, il racconto fa un salto di qualità: non stiamo più solo parlando di ecologia, ma di cosa significhi avere un’anima. Il fatto che sia proprio una macchina a ricevere il testimone della vita (i semi) è un paradosso affascinante: la tecnologia, che ha distrutto la Terra, diventa l'unico scrigno capace di preservarla. Tuttavia, nella gestione dei tempi e del "mistero" c’è un piccolo punto debole nella struttura. La narrazione salta tra il presente (l'assedio) e il passato (la vita con Cedrina e i ricordi del nonno) in modo un po' repentino. A volte si ha l'impressione che il "ritmo" si spezzi proprio quando la tensione dovrebbe salire. Inoltre, la spiegazione del soprannome "Brandaforte" viene ripetuta due volte; la prima volta è suggestiva, la seconda sembra un promemoria per il lettore che però toglie un po' di magia al flusso del racconto.
C’è poi un dettaglio tecnico che fa un po' attrito o che io non ho ben compreso: la scheda magnetica che contiene i semi. Se si tratta di una banca dati genetica, il finale è coerente (lei dovrà "stamparli" o crearli); se invece sono semi fisici dentro una scheda, la cosa risulta un po' difficile da visualizzare. Tuttavia, nel contesto di una favola distopica, è un peccato veniale che si dimentica volentieri davanti all'immagine finale di lei che scava con le mani nella terra. Il racconto riesce a rendere "eroico" un gesto quotidiano. Pinuccio non è un soldato, è un custode, e la sua sconfitta finale non è triste perché ha passato la torcia a qualcuno (o qualcosa) che può continuare la sua missione. È una storia che profuma di speranza malinconica.

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