La morte di Amazon

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In tempi di Covid, di soldi che mancano e di aiuti governativi che escludono tassativamente gli acquisti online e nello specifico su Amazon, la suddetta non sta in alcun modo morendo, ma lo stra potere cui si era assistito fino al 2020 è finito (per ora). Gli autopubblicati sono molti meno (assieme anche al numero delle case editrici, bisogna ammetterlo, ché ne saranno sopravvissute quindici tra quelle sensate) e su Amazon non si compra più, se non l'ebook a poco prezzo o il libro famoso.

Questo succede anche con il mio romanzo (non faccio titoli, non è pubblicità), che vende, ma su Amazon rimane sempre a quattro copie disponibili.


Parliamone.

Re: La morte di Amazon

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Mi associo allo scetticismo di @Riccardo Tempesta Ed, non mi risulta che ci sia stata chissà quale difficoltà con la vendita di libri su Amazon, né mi risulta che ci sia stata una ecatombe di CE.
Del resto, le chiusure che ci sono state avranno colpito maggiormente le CE medio-grandi rispetto alle piccole CE, questo per il fatto che le piccole CE investono molto poco a livello tradizionale (pochissime copie stampate e distribuite nelle librerie, poche presentazioni fisiche, pochi o inesistenti gadget fisici come segnalibri e altro materiale promozionale cartaceo) rispetto alle CE medio-grandi che investono molto di più sulla presenza fisica in libreria, nelle fiere e nelle presentazioni, e siccome queste CE bene o male i soldi li hanno, avranno assorbito il colpo e non sono scomparse, così come non sono scomparse molte piccole CE che campano soprattutto sulla vendita derivante dagli store online.
Ad aver avuto la peggio, semmai, saranno state le piccole librerie fisiche.
Francesco Avella - Scrittore e Social Media Manager per scrittori, editori e artisti.
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Re: La morte di Amazon

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Le piccole CE non chiudono perché, bene o male, per sopravvivere sono sufficienti le 20 o 30 copie che ogni autore riesce ad appioppare a parenti, amici e conoscenti. Le Ce medie e grandi non chiudono perché dispongono di capitali sufficienti ad assorbire il colpo dei periodi di crisi. Gli aspiranti scrittori, che siano bravi o autori di impresentabili fetecchie, continuano ad elargire soldi alle EAP, alle agenzie, alle scuole di scrittura. E la nave dell'editoria italiana va: dove arriverà, questo non si sa.
Mario Izzi
2025 - Sopravvissuti
(in)giustizia & dintorni
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Re: La morte di Amazon

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Gli autori emergenti sono un ottimo serbatoio per le piccole CE, ma per campare con loro bisogna pubblicarne tanti proprio perché bastano la trentina di copie che si riescono a vendere. Se una piccola CE vuole vivere fuori da queste logiche deve faticare molto e trovare testi adatti al pubblico che si è creata. E, come abbiamo finalmente capito da un po' di tempo a questa parte, la categoria degli esordienti (di narrativa) si deve lasciare perdere competamente. Lanciare un esordiente, per una piccola CE, è troppo difficile, la concorrenza con le medie e le grandi è impossibile per mezzi e distribuzione e poi I lettori di narrativa comprano quasi esclusivamente autori conosciuti o di grandi CE.
https://tempestaeditore.it/

Re: La morte di Amazon

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@Riccardo Tempesta Ed Le cose stanno proprio così. L'esordiente, però, molto difficilmente trova spazio presso un editore di peso, perciò, se non viene pubblicato neanche da una piccola CE, non può fare altro che autopubblicarsi. O scrivere solo per il piacere di leggersi e rileggersi. Mala tempora!
Mario Izzi
2025 - Sopravvissuti
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Re: La morte di Amazon

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Riccardo Tempesta Ed ha scritto: E, come abbiamo finalmente capito da un po' di tempo a questa parte, la categoria degli esordienti (di narrativa) si deve lasciare perdere competamente. Lanciare un esordiente, per una piccola CE, è troppo difficile,
@Riccardo Tempesta Ed Se alle piccole CE non conviene è giusto che agiscano così, ma questo significa che, per correttezza, dovrebbero evitare di criticare l'esistenza del self-publishing dato che, come spiegato anche da @Cheguevara, difficilmente gli esordienti potrebbero essere presi in considerazione dalle grandi CE, e se nemmeno le piccole vogliono prendersi questa responsabilità è giusto che lascino almeno gli autori liberi di darsi al self senza criticarli per questa scelta, in gran parte derivante proprio dalla loro scelta di evitare gli esordienti.

Per fare un paragone, non pubblicare gli esordienti è un po' come essere la classica azienda che sceglie di non assumere dipendenti senza esperienza, e fino a qui va bene, ma se l'azienda arriva a criticare chi, non riuscendo a farsi assumere come dipendente, decide di lavorare in proprio come freelance nello stesso settore (per intenderci, agenzia letteraria con struttura fisica e dipendenti da una parte e agente letterario freelance che lavora da solo da casa, ad esempio), bèh, mi sembra una cosa esagerata e scorretta.
Senza contare che la critica sarebbe indirettamente impostata sul concetto che chi ha i soldi per fare azienda comanda e chi non ha i soldi subisce e basta, perché senza la possibilità di essere freelance/self la realtà delle cose sarebbe quella.
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Re: La morte di Amazon

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Francesco Avella ha scritto: @Riccardo Tempesta Ed Se alle piccole CE non conviene è giusto che agiscano così, ma questo significa che, per correttezza, dovrebbero evitare di criticare l'esistenza del self-publishing dato che, come spiegato anche da @Cheguevara, difficilmente gli esordienti potrebbero essere presi in considerazione dalle grandi CE, e se nemmeno le piccole vogliono prendersi questa responsabilità è giusto che lascino almeno gli autori liberi di darsi al self senza criticarli per questa scelta, in gran parte derivante proprio dalla loro scelta di evitare gli esordienti.

Per fare un paragone, non pubblicare gli esordienti è un po' come essere la classica azienda che sceglie di non assumere dipendenti senza esperienza, e fino a qui va bene, ma se l'azienda arriva a criticare chi, non riuscendo a farsi assumere come dipendente, decide di lavorare in proprio come freelance nello stesso settore (per intenderci, agenzia letteraria con struttura fisica e dipendenti da una parte e agente letterario freelance che lavora da solo da casa, ad esempio), bèh, mi sembra una cosa esagerata e scorretta.
Senza contare che la critica sarebbe indirettamente impostata sul concetto che chi ha i soldi per fare azienda comanda e chi non ha i soldi subisce e basta, perché senza la possibilità di essere freelance/self la realtà delle cose sarebbe quella.
Assolutamente d'accordo con @Francesco Avella, specie considerando che, ad oggi, per un esordiente non è affatto conveniente pubblicare con una piccola CE, per una marea di motivi.

Re: La morte di Amazon

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Ethan ha scritto: Assolutamente d'accordo con @Francesco Avella, specie considerando che, ad oggi, per un esordiente non è affatto conveniente pubblicare con una piccola CE, per una marea di motivi.
Purtroppo temo che, ad oggi, per un esordiente, pubblicare, oltre che difficile, non sia proprio conveniente, almeno sotto il profilo economico. Però, perso per perso, almeno nel self si è liberi.
Mario Izzi
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Re: La morte di Amazon

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@Cheguevara L'obiettivo principale dovrebbe essere quello di aver qualcosa da dire attraverso i propri scritti, che siano romanzi, saggi o poesie; se uno ha dei pensieri o delle critiche da fare sulla società, sulla filosofia o su qualunque altra cosa e si impegna nel produrre un testo bene o male accettabile, diciamo che ha già raggiunto il suo scopo, se poi riesce pure a guadagnarci - anche solo a livello di immagine, perché un libro fa comunque un minimo di curriculum e indica una certa cultura e dedizione al raggiungimento di un risultato - tanto meglio.
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Re: La morte di Amazon

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@Francesco Avella D'accordo sull'aver qualcosa da dire, un po' meno sull'accettabilità "bene o male". Chi ha qualcosa da comunicare tramite un libro dovrebbe essere in grado di scrivere, e farlo bene. Purtroppo, invece, il mercato è invaso da scritti raffazzonati o addirittura sgrammaticati, i cui autori sono convinti di essere buoni, se non ottimi, scrittori. A questo fenomeno le case editrici dovrebbero fare argine con una selezione rigorosa, cosa che spesso non avviene per quelle CE piccole - e sono tante, troppe - che puntano solo sulla vendita di copie da parte dell'autore al suo entourage, e al diavolo la selezione, l'editing, o la semplice correzione di bozze. Nel self il rischio che tale tipo di pubblicazioni proliferi è maggiore, e ciò ne rappresenta il lato debole.
Mario Izzi
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Re: La morte di Amazon

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Francesco Avella ha scritto: L'obiettivo principale dovrebbe essere quello di aver qualcosa da dire attraverso i propri scritti, che siano romanzi, saggi o poesie; se uno ha dei pensieri o delle critiche da fare sulla società, sulla filosofia o su qualunque altra cosa e si impegna nel produrre un testo bene o male accettabile, diciamo che ha già raggiunto il suo scopo,
Bisogna però tenere conto che, se un autore non riesce a trovare un editore che lo aiuti ad arrivare al pubblico giusto, avere qualcosa da dire non serve a niente. Lo scopo principale di chi scrive è che qualcuno interessato lo legga. Rimango sempre stranita da quegli autori il cui primo scopo sembra essere pubblicare, con qualsiasi mezzo e a qualunque condizione.
Francesco Avella ha scritto: perché un libro fa comunque un minimo di curriculum e indica una certa cultura e dedizione al raggiungimento di un risultato
Un libro non fa curriculum, a meno di essere stato pubblicato da una CE prestigiosa (piccola o grande che sia) e aver avuto una discreta attenzione mediatica. Altrimenti è come non averlo pubblicato.

Il self-publishing comunque non riguarda solo autori esordienti che non riescono a trovare una CE. Quando le CE fanno poco o niente per curare e  promuovere i libri o gli autori, i vantaggi di pubblicare con loro si annullano. Tanto vale pubblicare in self, avendo piena libertà di scegliere tutto, dalla cover alle promozioni, e magari guadagnando anche qualcosa. La questione non è: gli autori, esordienti e non, ripiegano sul self perché le CE non danno loro una possibilità. Spesso lo fanno perché le possibilità offerte sono insufficienti.
Ci sono troppi scrittori e troppe CE per il mercato che abbiamo in Italia, e la conseguenza non può che essere la pubblicazione di cose illeggibili (a  pagamento e non) e il proliferare di autori self, che avendo magari tanti amici compiacenti si convincono di essere bravi scrittori. Non è necessariamente così: le competenze letterarie e quelle di autopromozione sono diverse. Il mercato attuale però privilegia queste ultime, perché non ha spazio, quindi emerge solo chi sta tutto il tempo a sgomitare. È un sistema paradossale, che fa sì che si sia prevenuti verso gli autori self, ma che allo stesso tempo incoraggia a diventarlo, solo per mancanza di alternative decenti.

Tornando in topic, a me amazon non piace per niente a livello morale, ma compro spesso i libri lì perché è più comodo ed economico, ed è la piattaforma più popolare in assoluto, sia tra i lettori che tra gli autori. Io non vedo proprio un calo del suo strapotere, perché tutti bene o male cercano la semplicità, e la semplicità porta a cercare un'unica soluzione, quella più diffusa e facile da usare. Si può mettere il proprio libro su dieci piattaforme, ma alla fine è amazon quella che vende di più, c'è poco da fare.
Non sono un visionario. Mi professo un idealista pratico. (Gandhi)
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Re: La morte di Amazon

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Silverwillow ha scritto:
Un libro non fa curriculum, a meno di essere stato pubblicato da una CE prestigiosa (piccola o grande che sia) e aver avuto una discreta attenzione mediatica. Altrimenti è come non averlo pubblicato.
@Silverwillow Un libro pubblicato è pur sempre un vero e proprio prodotto messo in commercio, c'è di mezzo un accordo con le aziende (editori o piattaforme self) e le copie vendute generano una - seppur minima - entrata economica, entrata che il fisco ci impone anche di dichiarare nei redditi, quindi vale a tutti gli effetti come lavoro autonomo/artistico, frutto di ore di impegno intellettuale, ore che, altre persone, preferiscono passare a giocare a calcetto e a fare altre cose rilassanti e spensierate che non creano niente.
Il fatto di non pubblicare con CE prestigiose o non aver attenzione mediatica lo rende solo un lavoro artistico/autonomo in cui non si è riusciti ad emergere e affermarsi, ma tra zero e cento ci sono altri numeri, non è che se non sfondi a livello mediatico "è come non averlo pubblicato"... se hai composto una canzone che è stata usata in un film che non ha visto quasi nessuno, hai pur sempre composto una canzone utilizzata a livello commerciale da chi ha prodotto il film, la poca notorietà del suddetto film non cancella il fatto che sei stato capace di comporre una canzone che qualcuno ha pure utilizzato, lo stesso vale per lo scrittore e il suo libro pubblicato dal modesto editore, per il pittore e il suo quadro venduto a cento euro su ebay, per il fotografo e le sue fotografie vendute nei siti di immagini online... queste esperienze entrano eccome nel curriculum, la poca notorietà le rende solo esperienze di modesta entità.
Qualche settimana fa ho frequentato un corso online con un'agenzia letteraria e ho ricevuto un attestato: non sarà importante quanto una laurea, certo, ma è a tutti gli effetti esperienza che merita di essere nel curriculum, perché ripeto che tra zero e cento ci sono altri numeri, almeno così la vedo io, poi uno è libero di pensare che nel curriculum debbano essere menzionati solo i grandi eventi, le grandi lauree e i libri pubblicati dai grandi editori.
Per il resto concordo.
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@Francesco Avella

Il punto non è quante copie vendi, o quale notorietà raggiunge la tua opera, ma come - e soprattutto con chi - la pubblichi. Il detto "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei" purtroppo è spietatamente vero in questo campo. In molti casi, pubblicare con certi editori (o in Self senza averne le competenze) è molto peggio che non aver pubblicato, perché fa curriculum solo in negativo, ed è un vero e proprio danno d'immagine. Ci sono esordienti che riescono a pubblicare con Mondadori, senza avere alcun curriculum, mentre una big (ma nemmeno una media) non prenderà mai in considerazione un autore cha ha un "curriculum" di pubblicazioni con editori squalificati. Le pubblicazioni fanno a prescindere curriculum soltanto in ambito accademico, quindi a limite nella saggistica e nella manualistica tecnica, mentre in ambito letterario è tutt'altra cosa, e fa curriculum soltanto la qualità, non la quantità. Less is more. 
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Re: La morte di Amazon

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Wanderer ha scritto: @Francesco Avella

Il punto non è quante copie vendi, o quale notorietà raggiunge la tua opera, ma come - e soprattutto con chi - la pubblichi. 
@Wanderer In realtà il punto è che io non parlavo del "curriculum letterario", ma di quello "standard" dove si citano i nostri studi, lavori e interessi, non a caso nell'ultimo messaggio ho parlato di lavoro autonomo, prodotti commerciali, fisco...
Pubblicare un libro significa aver fatto un lavoro autonomo di stampo artistico che ha prodotto una vera e propria opera commerciale, quindi è qualcosa da citare nel curriculum al pari di qualsiasi altro lavoro autonomo che ha generato un risultato, poi è chiaro che se vogliamo vedere la cosa dal punto di vista della "carriera dello scrittore in quanto artista", allora quello che hai scritto è giusto, ma io non parlavo di questo tipo di curriculum, ragionavo vedendo lo scrittore come un lavoratore autonomo che, tramite il suo lavoro intellettuale, contribuisce a creare qualcosa.
Comunque mi fermo qui dato che siamo anche fuori argomento del topic.
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Re: La morte di Amazon

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Francesco Avella ha scritto: queste esperienze entrano eccome nel curriculum, la poca notorietà le rende solo esperienze di modesta entità.
Non sono convinta. Tendo a concordare con @Wanderer : pubblicare libri con editori sconosciuti è peggio che non pubblicarli. È lo stesso discorso del self-publishing: dà subito l'idea negativa che quello che scrivi non valga poi granché (giusto o sbagliato che sia).
Fare un corso è un'altra cosa: sono competenze acquisite (si spera) con la frequentazione. Un autore che pubblica con Pincopallino non dimostra di per sé nessuna competenza particolare. Sì, è vero: finire un romanzo è faticoso, pubblicarlo è faticoso, ma nessuno te lo riconosce, a meno che non hai la fortuna di essere notato da qualcuno che conta. Io ce l'ho avuta, ma nonostante ciò sono ancora qui a chiedermi se dovrei autopubblicare il mio ultimo libro. Credo che solo questo dovrebbe indurre altri a farsi domande difficili.
Il colpo di fortuna momentaneo lascia il tempo che trova, perché di norma tutto segue una logica collaudata di profitto: quante copie puoi vendere? quanti follower hai? Se la risposta non supera qualche migliaio di unità, puoi anche essere un bravissimo scrittore, ma verrai adocchiato con diffidenza dalle CE più prestigiose.
E non è fuori topic: amazon prospera anche su questo. Tutti i libri autopubblicati o concessi in esclusiva gli portano un guadagno. Guadagno che potrebbe essere delle CE, se avessero il coraggio di investire sugli autori, anche quelli sconosciuti o privi di appoggi
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Re: La morte di Amazon

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Francesco Avella ha scritto: Pubblicare un libro significa aver fatto un lavoro autonomo di stampo artistico che ha prodotto una vera e propria opera commerciale, quindi è qualcosa da citare nel curriculum al pari di qualsiasi altro lavoro autonomo che ha generato un risultato, poi è chiaro che se vogliamo vedere la cosa dal punto di vista della "carriera dello scrittore in quanto artista", allora quello che hai scritto è giusto, ma io non parlavo di questo tipo di curriculum, ragionavo vedendo lo scrittore come un lavoratore autonomo che, tramite il suo lavoro intellettuale, contribuisce a creare qualcosa.
Comunque mi fermo qui dato che siamo anche fuori argomento del topic.
Beh, dipende... quello che dici può valere per il Self Publishing, in cui l'autore diventa commerciante delle proprie opere, ma secondo me non vale per l'editoria "tradizionale", dato che in quel caso la parte commerciale viene gestita dall'editore, a cui sono stati ceduti i diritti di sfruttamento economico. Meno che mai può valere per la EAP, dato che in quel caso l'autore sta pagando per un servizio editoriale, quindi a mio avviso non si può definire "lavoro" nemmeno in senso lato: l'autore è solo un committente dell'editore, e chi guadagna è soltanto l'editore. 

Piuttosto, quello che dici vale molto più per i traduttori, i correttori di bozze, i grafici, dato che rientrano in categorie professionali, e vengono effettivamente pagati per il loro lavoro. 
Silverwillow ha scritto:Io ce l'ho avuta, ma nonostante ciò sono ancora qui a chiedermi se dovrei autopubblicare il mio ultimo libro. 
A me sembra un suicidio, nel tuo caso. Magari guadagni qualcosina in più, ma il rischio di bruciarsi è altissimo... 
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Re: La morte di Amazon

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Wanderer ha scritto: A me sembra un suicidio, nel tuo caso. Magari guadagni qualcosina in più, ma il rischio di bruciarsi è altissimo... 
Il guadagno è il mio ultimo pensiero, anche perché non ho idea di quanto sarò in grado di vendere da sola. Prima di buttarmi in quest'idea folle ho provato, ovviamente, con qualche agente gratuito e con le CE medio-grandi che potrebbero essere interessate. Man mano che passano i mesi (quasi tre) e nessuno risponde, sto iniziando a informarmi sui costi di pubblicazione e a cercare i professionisti adatti.
Se volessi mandare il romanzo a tappeto, sono sicura che un qualche editore lo trovo, ma avendo un po' di esperienza mi è chiaro che pubblicare con una CE semi-sconosciuta significa dover fare tutto il lavoro di promozione io, e senza la libertà assoluta del self-publishing (per fare un esempio: ti serve un pdf per un concorso o una recensione? ti tocca chiedere alla CE, e sperare che te lo dia; vorresti mettere il tuo romanzo in offerta? non puoi, è la CE a deciderlo).
Ho provato con le big proprio per mettermi il cuore in pace e procedere più convinta, sapendo che pubblicare con il primo che passa può essere più gratificante ma alla fine è inutile.
Un libro autopubblicato a 0.99 centesimi su amazon (che sia buono o meno) vende comunque più di un libro di una CE micro che non fa nessuna pubblicità, ma che costa quattro volte tanto. E a me interessa che il libro venda, non per il (risibile) ritorno economico, ma perché ci tengo a quello che scrivo
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Re: La morte di Amazon

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Silverwillow ha scritto: Non sono convinta. Tendo a concordare con Wanderer: pubblicare libri con editori sconosciuti è peggio che non pubblicarli. È lo stesso discorso del self-publishing: dà subito l'idea negativa che quello che scrivi non valga poi granché (giusto o sbagliato che sia).
@Silverwillow  Se ci dovessimo fermare a questo, ti darei ragione, invece, quello che a mio avviso conta davvero è il seguito, ovvero cosa succede al libro dopo essere stato pubblicato.
Quante copie ha venduto? Quanti giornali, riviste, blog ne hanno parlato? Quanto impatto, insomma, ha avuto sui lettori?
Dovrebbero essere queste cose a stabilire se una pubblicazione dovrebbe essere considerata un fallimento o un traguardo.

Ad esempio, io pubblico da quasi dieci anni, ho iniziato col self (pubblicando anche sotto pseudonimo) per poi essere pubblicato da due piccole CE free.
Ora, per quanto riguarda il lato self, ho venduto oltre 2.500 copie, un professore che insegna italiano in Brasile ha usato un mio libro per una lezione e alcune mie frasi sono state usate da altri autori che le hanno inserite nei loro libri e su Facebook la mia Pagina è seguita da quasi 6.000 persone; questi risultati dimostrano che quello che scrivo suscita un minimo di interesse e che sono capace, nel mio piccolo, di promuovermi.
Quindi, quando mi presenterò agli editori per il prossimo libro, nell'email allegherò questi e altri risultati, sottolineando che, da solo e senza spendere nemmeno soldi, sono riuscito ad ottenere più risultati rispetto ad alcuni autori che possono dire di aver pubblicato con una CE importante ma che hanno venduto pochissimo; proprio perché da self vengo considerato un semplice autore amatoriale, qualsiasi risultato, anche piccolo, in realtà diventa più grande se saggiamente evidenziato, dato che a differenza di chi pubblica con CE importanti con alle spalle Ufficio Stampa e tutto il resto il sottoscritto si è dovuto arrangiare da solo.

Detto in breve, è vero che se autopubblichi vieni sottovalutato a causa del pregiudizio generale, ma se con il tempo e l'impegno ottieni risultati e li metti in evidenza quando ti proponi alle CE, penso che la situazione si potrebbe ribaltare e questi risultati verranno sopravvalutati proprio perché sono stati ottenuti senza nessun aiuto da parte delle CE.
Silverwillow ha scritto: Il colpo di fortuna momentaneo lascia il tempo che trova, perché di norma tutto segue una logica collaudata di profitto: quante copie puoi vendere? quanti follower hai? Se la risposta non supera qualche migliaio di unità, puoi anche essere un bravissimo scrittore, ma verrai adocchiato con diffidenza dalle CE più prestigiose.
Appunto: bisogna vedere cosa succede al libro dopo essere stato pubblicato, valutare i risultati (le vendite, i lettori che ti seguono, menzioni in siti o libri, ecc.), piuttosto che dare, forse, troppa importanza al marchio editoriale sulla copertina; se ottieni e sottolinei i risultati da self, potresti avere più possibilità di pubblicare con una CE importante rispetto a chi ha pubblicato con una CE media ma ha avuto scarsi risultati; solo aver pubblicato con una CE a pagamento può essere una macchia sulla "carriera", non il darsi da fare da soli col self che, al contrario, proprio perché si tratta della scelta in cui dipende tutto da te, un piccolo risultato può essere visto come un risultato medio e un risultato medio come grande.
Il problema, quindi, non è "come hai pubblicato", ma "cosa ne è stato del libro dopo essere stato pubblicato".
Francesco Avella - Scrittore e Social Media Manager per scrittori, editori e artisti.
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Re: La morte di Amazon

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Francesco Avella ha scritto: proprio perché da self vengo considerato un semplice autore amatoriale, qualsiasi risultato, anche piccolo, in realtà diventa più grande se saggiamente evidenziato
Certo. Infatti ci sono autori self che vendono tantissimo, di solito perché hanno tante conoscenze e sono capaci di promuoversi, non necessariamente per la qualità del libro. Anche il libro che vende 5000 copie in self può essere una schifezza, e a me non interessa vendere schifezze solo grazie alle mie capacità social (inesistenti). Se un editore accettasse un mio libro solo per le copie vendute in precedenza, non ne sarei fiera ma delusa e mortificata. Vorrei che lo accettasse perché è un bel libro (e so di vivere in un'altra epoca, ma non posso farci niente).
Detto ciò, il mio primo libro qualche migliaio di copie le ha vendute, non sto qui a lamentarmi perché i miei libri fanno schifo e non so con chi prendermela. Anzi, quel libro (guarda caso di una big) continua a vendere anche senza aiuti da parte mia. Ma ne ho scritti altri che reputo molto migliori, e i risultati arrancano, quindi il marchio conta eccome. I lettori lo conoscono e si fidano a occhi chiusi.
Aggiungo anche che è molto difficile ottenere i dati di vendita, se non un anno dopo. Ma l'investimento di una CE nel tuo libro si può già capire da come e quanto lo promuove. Visto che le CE medio-piccole difficilmente vanno sugli scaffali delle librerie, l'unico modo in cui i lettori possono conoscere i loro libri è la pubblicità. I libri poco pubblicizzati non vanno da nessuna parte, con nessun editore.
Francesco Avella ha scritto: Il problema, quindi, non è "come hai pubblicato", ma "cosa ne è stato del libro dopo essere stato pubblicato".
questo, di nuovo, non dipende dalla qualità del libro ma solo dalla CE (e al limite dall'autore, se sta diverse ore al giorno ad autopromuoversi. Cosa che non tutti hanno al capacità o la voglia di fare)
Wanderer ha scritto: Sono d'accordo sul fatto di evitare le piccole CE, ma il Self non va adottato come un ripiego perché finora non hai trovato l'editore o l'agente giusto
È impossibile capire quale sia l'agente o l'editore giusto, perché visti dall'esterno spesso fanno un'impressione diversa. Solo quando ci lavori capisci davvero con chi hai a che fare, e a quel punto è troppo tardi. Io ho selezionato una ventina di agenti ed editori. Se nessuno di loro risponde forse il libro non è pubblicabile, o è troppo lungo, o il mio curriculum è troppo altalenante. Insomma, possono esserci mille motivi, ma resta il fatto che non intendo passare un'altra esperienza pessima e stressante, solo per avere un libro con un marchio buono ma che non conoscerà quasi nessuno...
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Re: La morte di Amazon

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Silverwillow ha scritto:
Se nessuno di loro risponde forse il libro non è pubblicabile, o è troppo lungo, o il mio curriculum è troppo altalenante. Insomma, possono esserci mille motivi, ma resta il fatto che non intendo passare un'altra esperienza pessima e stressante, solo per avere un libro con un marchio buono ma che non conoscerà quasi nessuno...
Non sottovaluterei l'aspetto in grassetto. Ma se così fosse, con il Self lo renderesti ancora più altalenante... con tutte le possibili conseguenze del caso. Se il tuo obiettivo è approdare (o tornare) a una big, il Self potrebbe farti allontanare dall'obiettivo. Inoltre, sei sicura che con il Self non avresti un'esperienza ancora più stressante rispetto al medio-piccolo editore? Comunque, dovresti considerare la possibilità di utilizzare uno pseudonimo. 
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Re: La morte di Amazon

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Wanderer ha scritto: Inoltre, sei sicura che con il Self non avresti un'esperienza ancora più stressante rispetto al medio-piccolo editore? Comunque, dovresti considerare la possibilità di utilizzare uno pseudonimo. 
Più difficile di sicuro, più stressante non credo. La cosa più stressante è dover dipendere da altri che non fanno quel che dovrebbero, senza che si possa avere voce in capitolo. Preferisco prendermi tutta la responsabilità e sbagliare per conto mio, piuttosto che per colpa di qualcun altro.
Wanderer ha scritto: Se il tuo obiettivo è approdare (o tornare) a una big, il Self potrebbe farti allontanare dall'obiettivo
L'obiettivo big è talmente lontano e imperscrutabile che ormai dubito ci sia un sistema certo per arrivarci. A meno di non trovare una buona agenzia o avere conoscenze, si può solo sperare che un editor legga l'incipit del testo (o almeno la sinossi) e ne sia colpito. Aver già pubblicato qualcosa oppure no a quel punto diventa indifferente.
Un anno fa ero fiduciosa che con qualche buona pubblicazione alle spalle avrei avuto molte chance in più, ma alla prova dei fatti non è cambiato niente. Gli editori hanno dei preconcetti verso chi fa invii spontanei: danno per scontato che se valessi davvero qualcosa avresti trovato un agente, o avresti vinto un concorso prestigioso.
Io ho ottenuto il primo contratto vincendo un concorso per romance, ma quando ho scritto a un'agente specializzata in quel campo non ho nemmeno ricevuto risposta. Figurati quanto può interessare a chi pubblica tutt'altri generi...
I miei ultimi libri li hanno letti soprattutto amici e conoscenti, quindi immagino che molti di loro leggeranno anche il prossimo. Che esca con una CE o in self farà poca differenza
Wanderer ha scritto: Comunque, dovresti considerare la possibilità di utilizzare uno pseudonimo
Impossibile in questo caso. Il romanzo è uno spin-off di un altro già pubblicato... La cosa migliore sarebbe stato pubblicarlo con lo stesso editore, ma visti i rapporti con detto editore ho dovuto lasciar perdere   :bandiera:
Non devo pubblicarlo per forza, ma è strettamente legato al precedente, quindi dovrebbe uscire entro un anno o due, prima che tutti si dimentichino del romanzo da cui deriva... Dopo di ciò la mia prolificità avrà un termine, perché non sono più riuscita a scrivere niente  :( :P 
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Re: La morte di Amazon

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Se il nuovo romanzo è il seguito, spin-off, o comunque legato al precedente, se non lo pubblichi con quell'editore (e capisco che tu non voglia farlo) non pesno che tu abbia alternative a parte il self. È un po' come con le trilogie o le serie: o le pubblichi interamente con un editore, o nulla. con li rischio di bruciarti tutta la serie in caso non sia soddisfatto dell'editore.
Quindi secondo me l'idea di pubblicarlo in self non è male, considerati i presupposti. Avrai comunque (almeno) il tuo pubblico che ha letto il precedente e difficilmente andrà peggio che con l'editore.
Poi per i prossimi libri puoi sempre ritornare a pubblicare con CE, nulla te lo impedisce.
E un buon libro, prima o poi, trova sempre la sua strada.
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