La morte di Amazon

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In tempi di Covid, di soldi che mancano e di aiuti governativi che escludono tassativamente gli acquisti online e nello specifico su Amazon, la suddetta non sta in alcun modo morendo, ma lo stra potere cui si era assistito fino al 2020 è finito (per ora). Gli autopubblicati sono molti meno (assieme anche al numero delle case editrici, bisogna ammetterlo, ché ne saranno sopravvissute quindici tra quelle sensate) e su Amazon non si compra più, se non l'ebook a poco prezzo o il libro famoso.

Questo succede anche con il mio romanzo (non faccio titoli, non è pubblicità), che vende, ma su Amazon rimane sempre a quattro copie disponibili.


Parliamone.

Re: La morte di Amazon

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Mi associo allo scetticismo di @Riccardo Tempesta Ed, non mi risulta che ci sia stata chissà quale difficoltà con la vendita di libri su Amazon, né mi risulta che ci sia stata una ecatombe di CE.
Del resto, le chiusure che ci sono state avranno colpito maggiormente le CE medio-grandi rispetto alle piccole CE, questo per il fatto che le piccole CE investono molto poco a livello tradizionale (pochissime copie stampate e distribuite nelle librerie, poche presentazioni fisiche, pochi o inesistenti gadget fisici come segnalibri e altro materiale promozionale cartaceo) rispetto alle CE medio-grandi che investono molto di più sulla presenza fisica in libreria, nelle fiere e nelle presentazioni, e siccome queste CE bene o male i soldi li hanno, avranno assorbito il colpo e non sono scomparse, così come non sono scomparse molte piccole CE che campano soprattutto sulla vendita derivante dagli store online.
Ad aver avuto la peggio, semmai, saranno state le piccole librerie fisiche.
Francesco Avella - Scrittore e Social Media Manager per scrittori, editori e artisti.
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Re: La morte di Amazon

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Le piccole CE non chiudono perché, bene o male, per sopravvivere sono sufficienti le 20 o 30 copie che ogni autore riesce ad appioppare a parenti, amici e conoscenti. Le Ce medie e grandi non chiudono perché dispongono di capitali sufficienti ad assorbire il colpo dei periodi di crisi. Gli aspiranti scrittori, che siano bravi o autori di impresentabili fetecchie, continuano ad elargire soldi alle EAP, alle agenzie, alle scuole di scrittura. E la nave dell'editoria italiana va: dove arriverà, questo non si sa.
Mario Izzi
2025 - Sopravvissuti
(in)giustizia & dintorni
[/De gustibus non est sputazzellam (Antonio de Curtis, in arte Totò)]

Re: La morte di Amazon

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Gli autori emergenti sono un ottimo serbatoio per le piccole CE, ma per campare con loro bisogna pubblicarne tanti proprio perché bastano la trentina di copie che si riescono a vendere. Se una piccola CE vuole vivere fuori da queste logiche deve faticare molto e trovare testi adatti al pubblico che si è creata. E, come abbiamo finalmente capito da un po' di tempo a questa parte, la categoria degli esordienti (di narrativa) si deve lasciare perdere competamente. Lanciare un esordiente, per una piccola CE, è troppo difficile, la concorrenza con le medie e le grandi è impossibile per mezzi e distribuzione e poi I lettori di narrativa comprano quasi esclusivamente autori conosciuti o di grandi CE.
https://tempestaeditore.it/

Re: La morte di Amazon

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@Riccardo Tempesta Ed Le cose stanno proprio così. L'esordiente, però, molto difficilmente trova spazio presso un editore di peso, perciò, se non viene pubblicato neanche da una piccola CE, non può fare altro che autopubblicarsi. O scrivere solo per il piacere di leggersi e rileggersi. Mala tempora!
Mario Izzi
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Re: La morte di Amazon

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Riccardo Tempesta Ed ha scritto: E, come abbiamo finalmente capito da un po' di tempo a questa parte, la categoria degli esordienti (di narrativa) si deve lasciare perdere competamente. Lanciare un esordiente, per una piccola CE, è troppo difficile,
@Riccardo Tempesta Ed Se alle piccole CE non conviene è giusto che agiscano così, ma questo significa che, per correttezza, dovrebbero evitare di criticare l'esistenza del self-publishing dato che, come spiegato anche da @Cheguevara, difficilmente gli esordienti potrebbero essere presi in considerazione dalle grandi CE, e se nemmeno le piccole vogliono prendersi questa responsabilità è giusto che lascino almeno gli autori liberi di darsi al self senza criticarli per questa scelta, in gran parte derivante proprio dalla loro scelta di evitare gli esordienti.

Per fare un paragone, non pubblicare gli esordienti è un po' come essere la classica azienda che sceglie di non assumere dipendenti senza esperienza, e fino a qui va bene, ma se l'azienda arriva a criticare chi, non riuscendo a farsi assumere come dipendente, decide di lavorare in proprio come freelance nello stesso settore (per intenderci, agenzia letteraria con struttura fisica e dipendenti da una parte e agente letterario freelance che lavora da solo da casa, ad esempio), bèh, mi sembra una cosa esagerata e scorretta.
Senza contare che la critica sarebbe indirettamente impostata sul concetto che chi ha i soldi per fare azienda comanda e chi non ha i soldi subisce e basta, perché senza la possibilità di essere freelance/self la realtà delle cose sarebbe quella.
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Re: La morte di Amazon

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Francesco Avella ha scritto: @Riccardo Tempesta Ed Se alle piccole CE non conviene è giusto che agiscano così, ma questo significa che, per correttezza, dovrebbero evitare di criticare l'esistenza del self-publishing dato che, come spiegato anche da @Cheguevara, difficilmente gli esordienti potrebbero essere presi in considerazione dalle grandi CE, e se nemmeno le piccole vogliono prendersi questa responsabilità è giusto che lascino almeno gli autori liberi di darsi al self senza criticarli per questa scelta, in gran parte derivante proprio dalla loro scelta di evitare gli esordienti.

Per fare un paragone, non pubblicare gli esordienti è un po' come essere la classica azienda che sceglie di non assumere dipendenti senza esperienza, e fino a qui va bene, ma se l'azienda arriva a criticare chi, non riuscendo a farsi assumere come dipendente, decide di lavorare in proprio come freelance nello stesso settore (per intenderci, agenzia letteraria con struttura fisica e dipendenti da una parte e agente letterario freelance che lavora da solo da casa, ad esempio), bèh, mi sembra una cosa esagerata e scorretta.
Senza contare che la critica sarebbe indirettamente impostata sul concetto che chi ha i soldi per fare azienda comanda e chi non ha i soldi subisce e basta, perché senza la possibilità di essere freelance/self la realtà delle cose sarebbe quella.
Assolutamente d'accordo con @Francesco Avella, specie considerando che, ad oggi, per un esordiente non è affatto conveniente pubblicare con una piccola CE, per una marea di motivi.

Re: La morte di Amazon

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Ethan ha scritto: Assolutamente d'accordo con @Francesco Avella, specie considerando che, ad oggi, per un esordiente non è affatto conveniente pubblicare con una piccola CE, per una marea di motivi.
Purtroppo temo che, ad oggi, per un esordiente, pubblicare, oltre che difficile, non sia proprio conveniente, almeno sotto il profilo economico. Però, perso per perso, almeno nel self si è liberi.
Mario Izzi
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Re: La morte di Amazon

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@Cheguevara L'obiettivo principale dovrebbe essere quello di aver qualcosa da dire attraverso i propri scritti, che siano romanzi, saggi o poesie; se uno ha dei pensieri o delle critiche da fare sulla società, sulla filosofia o su qualunque altra cosa e si impegna nel produrre un testo bene o male accettabile, diciamo che ha già raggiunto il suo scopo, se poi riesce pure a guadagnarci - anche solo a livello di immagine, perché un libro fa comunque un minimo di curriculum e indica una certa cultura e dedizione al raggiungimento di un risultato - tanto meglio.
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Re: La morte di Amazon

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@Francesco Avella D'accordo sull'aver qualcosa da dire, un po' meno sull'accettabilità "bene o male". Chi ha qualcosa da comunicare tramite un libro dovrebbe essere in grado di scrivere, e farlo bene. Purtroppo, invece, il mercato è invaso da scritti raffazzonati o addirittura sgrammaticati, i cui autori sono convinti di essere buoni, se non ottimi, scrittori. A questo fenomeno le case editrici dovrebbero fare argine con una selezione rigorosa, cosa che spesso non avviene per quelle CE piccole - e sono tante, troppe - che puntano solo sulla vendita di copie da parte dell'autore al suo entourage, e al diavolo la selezione, l'editing, o la semplice correzione di bozze. Nel self il rischio che tale tipo di pubblicazioni proliferi è maggiore, e ciò ne rappresenta il lato debole.
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Re: La morte di Amazon

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Francesco Avella ha scritto: L'obiettivo principale dovrebbe essere quello di aver qualcosa da dire attraverso i propri scritti, che siano romanzi, saggi o poesie; se uno ha dei pensieri o delle critiche da fare sulla società, sulla filosofia o su qualunque altra cosa e si impegna nel produrre un testo bene o male accettabile, diciamo che ha già raggiunto il suo scopo,
Bisogna però tenere conto che, se un autore non riesce a trovare un editore che lo aiuti ad arrivare al pubblico giusto, avere qualcosa da dire non serve a niente. Lo scopo principale di chi scrive è che qualcuno interessato lo legga. Rimango sempre stranita da quegli autori il cui primo scopo sembra essere pubblicare, con qualsiasi mezzo e a qualunque condizione.
Francesco Avella ha scritto: perché un libro fa comunque un minimo di curriculum e indica una certa cultura e dedizione al raggiungimento di un risultato
Un libro non fa curriculum, a meno di essere stato pubblicato da una CE prestigiosa (piccola o grande che sia) e aver avuto una discreta attenzione mediatica. Altrimenti è come non averlo pubblicato.

Il self-publishing comunque non riguarda solo autori esordienti che non riescono a trovare una CE. Quando le CE fanno poco o niente per curare e  promuovere i libri o gli autori, i vantaggi di pubblicare con loro si annullano. Tanto vale pubblicare in self, avendo piena libertà di scegliere tutto, dalla cover alle promozioni, e magari guadagnando anche qualcosa. La questione non è: gli autori, esordienti e non, ripiegano sul self perché le CE non danno loro una possibilità. Spesso lo fanno perché le possibilità offerte sono insufficienti.
Ci sono troppi scrittori e troppe CE per il mercato che abbiamo in Italia, e la conseguenza non può che essere la pubblicazione di cose illeggibili (a  pagamento e non) e il proliferare di autori self, che avendo magari tanti amici compiacenti si convincono di essere bravi scrittori. Non è necessariamente così: le competenze letterarie e quelle di autopromozione sono diverse. Il mercato attuale però privilegia queste ultime, perché non ha spazio, quindi emerge solo chi sta tutto il tempo a sgomitare. È un sistema paradossale, che fa sì che si sia prevenuti verso gli autori self, ma che allo stesso tempo incoraggia a diventarlo, solo per mancanza di alternative decenti.

Tornando in topic, a me amazon non piace per niente a livello morale, ma compro spesso i libri lì perché è più comodo ed economico, ed è la piattaforma più popolare in assoluto, sia tra i lettori che tra gli autori. Io non vedo proprio un calo del suo strapotere, perché tutti bene o male cercano la semplicità, e la semplicità porta a cercare un'unica soluzione, quella più diffusa e facile da usare. Si può mettere il proprio libro su dieci piattaforme, ma alla fine è amazon quella che vende di più, c'è poco da fare.
Non sono un visionario. Mi professo un idealista pratico. (Gandhi)
Qualunque sia il tuo nome (HarperCollins)
La salvatrice di libri orfani (Alcheringa)
Il lato sbagliato del cielo (Arkadia)
Il tredicesimo segno (Words)

Re: La morte di Amazon

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Silverwillow ha scritto:
Un libro non fa curriculum, a meno di essere stato pubblicato da una CE prestigiosa (piccola o grande che sia) e aver avuto una discreta attenzione mediatica. Altrimenti è come non averlo pubblicato.
@Silverwillow Un libro pubblicato è pur sempre un vero e proprio prodotto messo in commercio, c'è di mezzo un accordo con le aziende (editori o piattaforme self) e le copie vendute generano una - seppur minima - entrata economica, entrata che il fisco ci impone anche di dichiarare nei redditi, quindi vale a tutti gli effetti come lavoro autonomo/artistico, frutto di ore di impegno intellettuale, ore che, altre persone, preferiscono passare a giocare a calcetto e a fare altre cose rilassanti e spensierate che non creano niente.
Il fatto di non pubblicare con CE prestigiose o non aver attenzione mediatica lo rende solo un lavoro artistico/autonomo in cui non si è riusciti ad emergere e affermarsi, ma tra zero e cento ci sono altri numeri, non è che se non sfondi a livello mediatico "è come non averlo pubblicato"... se hai composto una canzone che è stata usata in un film che non ha visto quasi nessuno, hai pur sempre composto una canzone utilizzata a livello commerciale da chi ha prodotto il film, la poca notorietà del suddetto film non cancella il fatto che sei stato capace di comporre una canzone che qualcuno ha pure utilizzato, lo stesso vale per lo scrittore e il suo libro pubblicato dal modesto editore, per il pittore e il suo quadro venduto a cento euro su ebay, per il fotografo e le sue fotografie vendute nei siti di immagini online... queste esperienze entrano eccome nel curriculum, la poca notorietà le rende solo esperienze di modesta entità.
Qualche settimana fa ho frequentato un corso online con un'agenzia letteraria e ho ricevuto un attestato: non sarà importante quanto una laurea, certo, ma è a tutti gli effetti esperienza che merita di essere nel curriculum, perché ripeto che tra zero e cento ci sono altri numeri, almeno così la vedo io, poi uno è libero di pensare che nel curriculum debbano essere menzionati solo i grandi eventi, le grandi lauree e i libri pubblicati dai grandi editori.
Per il resto concordo.
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Re: La morte di Amazon

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@Francesco Avella

Il punto non è quante copie vendi, o quale notorietà raggiunge la tua opera, ma come - e soprattutto con chi - la pubblichi. Il detto "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei" purtroppo è spietatamente vero in questo campo. In molti casi, pubblicare con certi editori (o in Self senza averne le competenze) è molto peggio che non aver pubblicato, perché fa curriculum solo in negativo, ed è un vero e proprio danno d'immagine. Ci sono esordienti che riescono a pubblicare con Mondadori, senza avere alcun curriculum, mentre una big (ma nemmeno una media) non prenderà mai in considerazione un autore cha ha un "curriculum" di pubblicazioni con editori squalificati. Le pubblicazioni fanno a prescindere curriculum soltanto in ambito accademico, quindi a limite nella saggistica e nella manualistica tecnica, mentre in ambito letterario è tutt'altra cosa, e fa curriculum soltanto la qualità, non la quantità. Less is more. 
Le regole del cavaliere

Re: La morte di Amazon

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Wanderer ha scritto: @Francesco Avella

Il punto non è quante copie vendi, o quale notorietà raggiunge la tua opera, ma come - e soprattutto con chi - la pubblichi. 
@Wanderer In realtà il punto è che io non parlavo del "curriculum letterario", ma di quello "standard" dove si citano i nostri studi, lavori e interessi, non a caso nell'ultimo messaggio ho parlato di lavoro autonomo, prodotti commerciali, fisco...
Pubblicare un libro significa aver fatto un lavoro autonomo di stampo artistico che ha prodotto una vera e propria opera commerciale, quindi è qualcosa da citare nel curriculum al pari di qualsiasi altro lavoro autonomo che ha generato un risultato, poi è chiaro che se vogliamo vedere la cosa dal punto di vista della "carriera dello scrittore in quanto artista", allora quello che hai scritto è giusto, ma io non parlavo di questo tipo di curriculum, ragionavo vedendo lo scrittore come un lavoratore autonomo che, tramite il suo lavoro intellettuale, contribuisce a creare qualcosa.
Comunque mi fermo qui dato che siamo anche fuori argomento del topic.
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