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Traccia n.2 L'ultima sfilata
L'aria della piazza era densa del profumo acre dei fumogeni colorati e dell'orgoglio di una nazione che celebrava se stessa. Sotto il palco delle autorità, le sezioni dell'ANPI sventolavano fazzoletti rossi al ritmo di "Bella Ciao", mentre i gonfaloni dei comuni della regione, decorati con medaglie al valore, ondeggiavano come vele in un mare di folla. Era l'apoteosi del Senatore, il "Padre della Patria", "l'ultimo costituente", che dall'alto dei suoi cento anni osservava quel rito collettivo con il distacco di chi è diventato monumento prima ancora di morire.
Dalla tribuna d'onore, stringeva il corrimano con mani che un tempo avevano firmato condanne a morte con la stessa fermezza con cui ora firmavano autografi. Il peso delle medaglie sul petto – quella d'oro al valor militare, quella dell'Assemblea Costituente, quella per i cent'anni di vita esemplare – gli sembrava oggi insopportabile. Cent'anni, pensò. Abbastanza per seppellire qualsiasi verità sotto strati di retorica e commemorazioni. Eppure, in fondo alla piazza, aveva notato un movimento insolito. Un gruppo di persone che non portavano i simboli della festa.
Fu allora che il ritmo della parata si spezzò.
Dall'ombra di una via laterale emersero quattro vecchi. Non portavano i simboli della Resistenza, né le insegne istituzionali. Sorreggevano un drappo di velluto scuro, pesante, su cui brillavano cento nastrini d'oro. Mentre passavano, il canto dei partigiani si affievoliva, soffocato da un interrogativo che correva tra le prime file.
Quando li vide chiaramente, il Senatore sentì un freddo che non provava da ottant'anni. Lo stesso gelo di quella notte del '45, quando aveva firmato l'ordine con mano ferma, ripetendosi che la Storia lo avrebbe assolto. E la Storia lo aveva fatto. Ma quegli occhi no.
I quattro si fermarono proprio sotto il podio. L'uomo che reggeva il drappo alla loro testa aveva gli stessi occhi chiari del Senatore, lo stesso portamento eretto nonostante i novant'anni sulle spalle. Il Senatore lo riconobbe all'istante, e il cuore – quel muscolo che aveva resistito a un secolo – gli mancò un battito.
Emilio Varsi.
Era il ragazzino che quella notte era rimasto in piedi accanto al muro, l'unico sopravvissuto di quel plotone di centouno ragazzi. L'unico che non aveva pianto mentre i suoi compagni cadevano implorando pietà. L'unico testimone.
Il Prefetto Mancini si mosse immediatamente, facendosi largo tra i dignitari sulla tribuna. Scese i gradini con la fascia tricolore tesa sul petto come uno scudo. «Fermi,» ordinò con voce che cercava l'autorità ma tradiva l'incertezza. «Questa manifestazione è autorizzata per celebrare la Repubblica nata dalla Resistenza, non per riaprire ferite. Vi chiedo di ritirarvi. Abbiate quel minimo di dignità che si addice alla vostra età.»
Varsi non si mosse. Il suo sguardo attraversò il Prefetto come se fosse trasparente, puntando direttamente al Senatore. «La dignità, Prefetto, è esattamente ciò che chiediamo.»
«So che avete sofferto,» continuò Mancini, abbassando il tono, cercando la via della diplomazia. «Ma ciò che rappresentate appartiene a una parte di storia che abbiamo scelto di superare. Il Senatore è un patrimonio nazionale. Non permetterò che venga turbato in un giorno così importante.» Fece un gesto discreto ai carabinieri ai margini della piazza.
Gli uomini in divisa si mossero minacciosi verso i quattro vecchi.
Fu allora che il Senatore si alzò. Le gambe tremavano, ma si impose di scendere i gradini, sorretto dai suoi assistenti che cercavano di trattenerlo. «No, Prefetto,» disse con voce che suonò più vecchia di quanto fosse mai stata. «Li lasci parlare. Se la democrazia significa qualcosa, significa questo. Il diritto di parola.»
Si fermò a pochi centimetri da Varsi. Così vicino da poter contare le rughe incise dal tempo e dal dolore su quel volto.
«Lei mi riconosce, Senatore?» chiese Varsi con voce ferma.
Il Senatore esitò. Avrebbe potuto mentire. Ottant'anni di politica lo avevano reso maestro nell'arte della dissimulazione e della mistificazione. Ma qualcosa, in quel momento, si ruppe dentro di lui.
«Sì,» sussurrò.
«Io la ricordo bene,» continuò Varsi. «Lei era giovane quella notte. Aveva ancora la mano ferma. Mi disse che sarei stato risparmiato perché ero troppo giovane per capire. Mio fratello Giuseppe aveva solo due anni più di me. Diciannove anni. Si era arreso. Aveva appoggiato il fucile al muro perché lei gli aveva promesso la vita.»
«Era una guerra civile,» disse il Senatore, e nella sua voce c'era l'eco di mille discorsi pronunciati in mille piazze. «Scelte impossibili. Noi abbiamo scelto il futuro. Abbiamo lasciato un'eredità di libertà a tutti, anche a voi e ai vostri eredi.»
«L'eredità di cui parla non ci appartiene,» rispose Varsi, indicando i nastrini dei cento ragazzi giustiziati dopo la resa. «Voi avete la memoria dei monumenti, noi quella delle fosse senza nome. Non si può condividere un'eredità se una parte della storia è stata scritta con l'inchiostro e l'altra con il sangue della vendetta.»
Il Prefetto tentò di inserirsi nuovamente. «Basta così. Senatore, non deve rispondere a queste provocazioni. Questi uomini stanno strumentalizzando...»
«Suo fratello si chiamava Giuseppe,» lo interruppe improvvisamente il Senatore, e nella piazza calò un silenzio di tomba. Anche la banda si era fermata. Anche i canti. Diecimila persone trattenevano il respiro.
«Aveva una cicatrice sopra il sopracciglio sinistro. Se la era fatta cadendo da un ciliegio quando aveva otto anni. Me lo raccontò lui, mentre aspettavamo l'alba.»
Varsi vacillò. In ottant'anni, nessuno gli aveva mai detto che il Senatore – allora un giovane comandante partigiano – aveva parlato con suo fratello.
«L'ultima cosa che mi disse fu: "Dite a mio fratello che non ho avuto paura."»
Una lacrima, la prima in decenni, rigò il volto di Varsi.
«Ma io non glielo dissi mai,» continuò il Senatore, e ora nella sua voce c'era qualcosa che nessuno aveva mai sentito. Una crepa. «Perché avrei dovuto venire da lei a spiegare perché ero vivo e suo fratello no. Perché avrei dovuto ammettere che la Storia ha i suoi prezzi e che qualcuno deve pagarli. Così ho costruito una vita intera su quel silenzio. Ho trasformato quella notte in un atto di giustizia necessaria. Ho convinto me stesso, e poi tutti gli altri, che non c'era altra scelta.»
«Senatore...» il Prefetto era pallido. «Non deve dire queste cose. Non così. Non qui.»
«E dove, allora?» Il Senatore si voltò verso di lui con occhi che bruciavano. «In quale tribunale della Storia dovrei confessare che ottant'anni di democrazia sono stati costruiti anche su cento ragazzi disarmati giustiziati all'alba? Che la pace che celebrate oggi è figlia anche di quella vendetta?»
«Era giustizia!» urlò qualcuno dalla folla. Un vecchio partigiano con il fazzoletto rosso. «Avevano combattuto per i fascisti! Avevano le mani sporche di sangue!»
«Si erano arresi,» rispose Varsi, senza alzare la voce ma facendosi sentire da tutti. «Erano prigionieri. La guerra era finita.»
«La guerra non finisce mai!» gridò un altro. E poi un altro ancora. La piazza iniziò a rumoreggiare come un alveare disturbato.
Il Senatore alzò una mano. Con sua sorpresa, il gesto – quello stesso gesto che per decenni aveva comandato silenzio in Senato – funzionò ancora. «Avete ragione,» disse. «La guerra non è mai finita. Perché abbiamo fatto finta che una parte di essa non fosse mai esistita. Abbiamo costruito una memoria selettiva. Io l'ho fatto. E ora, nel giorno del mio trionfo, questa memoria dimenticata viene a presentare il conto.»
«È affetto da demenza senile,» sussurrò qualcuno sulla tribuna. «Lo stress della giornata...»
«Non sono senile,» sbottò il Senatore. «Sono semplicemente stanco. Stanco di essere un monumento. Stanco di incarnare una verità che è solo parziale.»
Si voltò nuovamente verso Varsi. «Suo fratello non ebbe paura. Le chiedo perdono per non averglielo detto ottant'anni fa. Ma non posso chiederle perdono per averlo ucciso. Perché quella notte, io credevo davvero che fosse necessario. Credevo che il futuro valesse quel prezzo.»
«E oggi?» chiese Varsi. «Oggi cosa crede?»
Il Senatore guardò la piazza. I gonfaloni, le medaglie, i volti giovani e vecchi che lo fissavano in attesa di una risposta. Cent'anni di vita lo avevano portato a quel momento. Cent'anni per scoprire che non aveva una risposta.
«Oggi credo che il futuro che abbiamo costruito sia reale. Ma credo anche che le fondamenta su cui poggia abbiano crepe che abbiamo sempre ignorato. E che voi, venendo qui, abbiate semplicemente portato alla luce ciò che era sempre stato lì, sotto i nostri piedi.»
Il silenzio che seguì fu una lama.
Poi, la piazza esplose.
Non fu un applauso, ma una frattura sonora. Da una parte, i fedelissimi e i militanti iniziarono a fischiare i quattro vecchi, urlando "Traditori!" e "Fascisti!", rivendicando la legittimità di quel sangue in nome della libertà conquistata. Il Prefetto cercava di riprendere il controllo, gridando ordini che nessuno ascoltava,
Dall'altra un gruppo di giovani si staccò dal corteo, restando in silenzio. Non applaudivano né fischiavano. Guardavano semplicemente quei quattro vecchi con i loro nastrini d'oro, e poi il Senatore, e poi di nuovo i vecchi, come se vedessero per la prima volta che la Storia non era quella linea retta e luminosa che avevano studiato sui libri.
La folla si divise fisicamente, creando un corridoio vuoto tra il palco del potere e il peso di quel drappo dimenticato.
Il Senatore restò al centro. Solo.
Né acclamato dai suoi sostenitori, che lo guardavano ora con una delusione mista a imbarazzo per quella confessione pubblica, né perdonato dai quattro vecchi, che rimanevano immobili con il loro dolore che nessuna parola poteva sanare.
Varsi lo guardò un'ultima volta. «Grazie per avermi detto delle sue ultime parole,» disse semplicemente. Poi fece un cenno ai suoi compagni, e insieme si voltarono per andarsene.
«Aspettate,» chiamò il Senatore. «I nomi. Dovremmo almeno... i nomi dei cento dovrebbero essere ricordati.»
Varsi si fermò senza voltarsi. «I nomi li conosciamo noi. Li abbiamo custoditi per ottant'anni mentre voi costruivate monumenti ad altro. Non sono più affar vostro, Senatore. Sono la nostra eredità. L'unica che ci è rimasta.»
E se ne andarono, portandosi via il drappo con i cento nastrini d'oro, lasciando dietro di loro una piazza spaccata in due e un vecchio di cent'anni che, per la prima volta nella sua lunga vita, non sapeva più se era stato un eroe o semplicemente un uomo che aveva vissuto troppo a lungo con le proprie menzogne.
I giovani che erano rimasti in silenzio iniziarono lentamente a seguire i quattro vecchi. Non tutti. Ma abbastanza da far capire che qualcosa, in quella piazza, era cambiato per sempre.
Il Prefetto si avvicinò al Senatore. «Dobbiamo fare una dichiarazione. Controllo dei danni. Possiamo dire che era sopraffatto dall'emozione, che il caldo, che l'età...»
«No,» disse il Senatore. «Basta menzogne. Anche se questo significa che l'eredità che lascio è più complicata di quanto avrei voluto.»
Guardò un'ultima volta il drappo che si allontanava nella folla. Cento nastrini d'oro che brillavano al sole di aprile. Cento ragazzi che la Storia ufficiale aveva dimenticato. Cento prezzi pagati per un futuro che forse, dopo tutto, non era mai stato così luminoso come avevano sempre raccontato.
E mentre la banda riprendeva maldestramente a suonare l'inno nazionale, il Senatore capì che il vero monumento non sarebbe stato quello che gli avrebbero eretto dopo la morte, ma quella frattura nella piazza, quel silenzio di quei giovani, quel dubbio che aveva finalmente piantato nella memoria collettiva.
Era, forse, l'unica cosa onesta che aveva fatto in cent'anni di vita pubblica.
Re: [MI189] I cento nastrini d'oro
2Ciao @Arturo Ligotti
Traccia molto difficile, sei riuscito a esaurirla nel minor tempo possibile per poi portarla sui binari che volevi, e questo mi è piaciuto. Ricordo i tuoi primi due lavori, dark e criptici, poi l'ultimo più crepuscolare e nostalgico. Questo invece scorre più semplice e, pur trattando un argomento grande, è di impatto e molto chiaro. Credo dipenda anche dalla traccia ma ricordo di aver letto un tuo racconto tre volte prima di sfiorare vagamente l'argomento. Il tema è forte, ben servito dai giudici, e purtroppo attuale. C'è tanto, c'è il dubbio etico, c'è il fazionismo e c'è la morte, c'è la riconsiderazione a freddo e c'è il rimorso. C'è la presa di coscienza e c'è la credibilità, su un tema tanto delicato che in tanti avrebbero toppato alla grande, ma che invece tu hai trattato con naturalezza, lasciando aperte mille domande. E c'è anche la politica, che fa sempre schifo. Bel lavoro, sinceri complimenti.
Traccia molto difficile, sei riuscito a esaurirla nel minor tempo possibile per poi portarla sui binari che volevi, e questo mi è piaciuto. Ricordo i tuoi primi due lavori, dark e criptici, poi l'ultimo più crepuscolare e nostalgico. Questo invece scorre più semplice e, pur trattando un argomento grande, è di impatto e molto chiaro. Credo dipenda anche dalla traccia ma ricordo di aver letto un tuo racconto tre volte prima di sfiorare vagamente l'argomento. Il tema è forte, ben servito dai giudici, e purtroppo attuale. C'è tanto, c'è il dubbio etico, c'è il fazionismo e c'è la morte, c'è la riconsiderazione a freddo e c'è il rimorso. C'è la presa di coscienza e c'è la credibilità, su un tema tanto delicato che in tanti avrebbero toppato alla grande, ma che invece tu hai trattato con naturalezza, lasciando aperte mille domande. E c'è anche la politica, che fa sempre schifo. Bel lavoro, sinceri complimenti.
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Re: [MI189] I cento nastrini d'oro
3@Arturo Ligotti
Mi associo a @NanoVetricida: ottimo lavoro!
Trovo molto bello il barlume di speranza che trasmette il tuo racconto, la speranza che prima o poi arrivi un momento per cui, anche il peggiore fra tutti, anche chi non ha fatto altro che mentire e manipolare, dire la verità e fare i conti con il proprio operato diventi un'esigenza impellente. Come a dire che la vecchiaia davvero porta sensibilità, empatia e autocritica, come se sull'orlo della tomba si venisse colpiti che dal fatto che le cose importanti sono davvero altro.
La tua scrittura secca e precisa non fa altro che far risaltare l'epilogo di questa tragedia, dove alla fine sono tutti perdenti, tranne i giovani che forse hanno intravvisto qualcosa che cambierà il loro modo di percepire gli eventi attorno a loro.
Molto bello!
Mi associo a @NanoVetricida: ottimo lavoro!
Trovo molto bello il barlume di speranza che trasmette il tuo racconto, la speranza che prima o poi arrivi un momento per cui, anche il peggiore fra tutti, anche chi non ha fatto altro che mentire e manipolare, dire la verità e fare i conti con il proprio operato diventi un'esigenza impellente. Come a dire che la vecchiaia davvero porta sensibilità, empatia e autocritica, come se sull'orlo della tomba si venisse colpiti che dal fatto che le cose importanti sono davvero altro.
La tua scrittura secca e precisa non fa altro che far risaltare l'epilogo di questa tragedia, dove alla fine sono tutti perdenti, tranne i giovani che forse hanno intravvisto qualcosa che cambierà il loro modo di percepire gli eventi attorno a loro.
Molto bello!
Re: [MI189] I cento nastrini d'oro
4Arturo Ligotti wrote: stringeva il corrimano con manimeglio “stringeva la balaustra” oppure stringeva il parapetto. O qualcosa di analogo corrimano mi fa pensare alle scale e poi stona un po’ con la parola “mani” che usi subito dopo.
Arturo Ligotti wrote: Un gruppo di persone che non portavano i simboli della festa.Lo stesso concetto ripetuto a poca distanza non funziona benissimo. Potresti sostituire almeno il primo verbo “portavano” con un altro. Magari indossavano, per esempio. Oppure puoi togliere del tutto la prima frase e partire direttamente da “Dall’ombra di una via ecc.” e posticipare
Fu allora che il ritmo della parata si spezzò.
Dall'ombra di una via laterale emersero quattro vecchi. Non portavano i simboli della Resistenza, né le insegne istituzionali. Sorreggevano un drappo di velluto scuro, pesante, su cui brillavano cento nastrini d'oro. Mentre passavano, il canto dei partigiani si affievoliva, soffocato da un interrogativo che correva tra le prime ecc.
Fu allora che il ritmo della parata si spezzò.
Arturo Ligotti wrote: e il cuore – quel muscolo che aveva resistito a un secolo – gli mancò un battitoperse un battito. (Meglio)
Il cuore gli mancò non gira bene.
Hai scelto una traccia importante e gli ha dato la dovuta dignità. Il racconto è al contempo un monito e un memento. Non sempre il fine giustifica i mezzi e ben venga la presa di coscienza. Una sorta di pubblica anmenda anche se tardiva. Ottima scelta e declinazione del tema proposto.
Dal punto di vista della scrittura, questa appare efficace e pulita. Lavorerei un po’ sugli aspetti che ti ho segnalato e anche sui dialoghi, non sempre naturali. E quei vecchi che tenerezza…
Re: [MI189] I cento nastrini d'oro
5Ciao @Arturo Ligotti,
hai scelto una traccia difficile e l'hai calata nell'attualità delle bombe e dei droni che liberano uccidendo. Alcune descrizioni le ho trovate un po’ lente, e non mi è piaciuta l’espressione “gli mancò un battito”, mi sembra un po’ inflazionata. Non toglie molto alla scena, ma personalmente l’avrei resa più originale.
Per il resto, il racconto è molto coinvolgente e commovente. Certo, un po’ utopico: pensare che i vincitori che scrivono la storia possano riconoscere i loro errori sembra improbabile, ma se così fosse, partirebbe da un vecchio che riesamina la vita e, temendo un eventuale giudizio divino (non si sa mai), riconoscerebbe più facilmente gli errori. Un giovane, invece, non lo farebbe: ha tutta la vita davanti, è nella ragione assoluta e vede solo bianco o nero.
Comunque hai creato un affresco vivido, emozionante e davvero commovente.
hai scelto una traccia difficile e l'hai calata nell'attualità delle bombe e dei droni che liberano uccidendo. Alcune descrizioni le ho trovate un po’ lente, e non mi è piaciuta l’espressione “gli mancò un battito”, mi sembra un po’ inflazionata. Non toglie molto alla scena, ma personalmente l’avrei resa più originale.
Per il resto, il racconto è molto coinvolgente e commovente. Certo, un po’ utopico: pensare che i vincitori che scrivono la storia possano riconoscere i loro errori sembra improbabile, ma se così fosse, partirebbe da un vecchio che riesamina la vita e, temendo un eventuale giudizio divino (non si sa mai), riconoscerebbe più facilmente gli errori. Un giovane, invece, non lo farebbe: ha tutta la vita davanti, è nella ragione assoluta e vede solo bianco o nero.
Comunque hai creato un affresco vivido, emozionante e davvero commovente.
Re: [MI189] I cento nastrini d'oro
6@Arturo Ligotti di tutte le tracce affrontate questa è di sicuro la più divisiva. Hai scritto un racconto che non arretra davanti alle ombre e/o angoli oscuri delle fatti della "storia" e che getta luce sul fatto che proprio gli eventi storici, più che dalle ideologie, sono fatte di esseri umani, dal loro essere fallibili, colpevoli, ignoranti. Del loro prendere decisioni imperfette e delittuose a volte. Per questo anche se la situazione raccontata si presterebbe ad attacchi (non oso immaginare su una pagina di facciabuco) qui invece si intravede una sensibilità e una concretezza che è raro trovare.
Un buon lavoro.
A rileggersi.
Un buon lavoro.
A rileggersi.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway
Re: [MI189] I cento nastrini d'oro
7Ciao @Arturo Ligotti
Questo racconto mi è piaciuto soprattutto per la sua capacità di mettere in crisi la memoria storica senza mai scivolare nel didascalico. Non è tanto una storia sulla Resistenza, quanto su chi controlla il racconto della Storia e su cosa succede quando quel racconto si incrina.
La costruzione della scena è molto efficace: la piazza inizialmente compatta, rituale, quasi liturgica, viene progressivamente “contaminata” dall’ingresso dei quattro vecchi. Mi è piaciuto questo “disturbo” a un’ufficialità che quando non è palesemente ipocrita, ignora, nelle nuove generazioni, come si sono svolti veramente i fatti. L’ingresso dei vecchi è un meccanismo quasi teatrale, un’irruzione che rompe l’ordine simbolico, e funziona perché tutto è già carico di retorica prima ancora che accada qualcosa. I fazzoletti rossi, i gonfaloni, le medaglie: sono elementi che definiscono un mondo dove la memoria è istituzionalizzata.
Il cuore del racconto è chiaramente il Senatore, ed è interessante perché non è un antagonista semplice. Non è un “cattivo” smascherato, ma qualcuno che ha creduto davvero nella necessità di ciò che ha fatto. Questo lo rende molto più disturbante: il conflitto non è tra verità e menzogna, ma tra due verità incompatibili, quella della costruzione collettiva (la Repubblica, la libertà) e quella individuale (le esecuzioni, il tradimento della resa).
Il simbolo dei cento nastrini d’oro lo ritengo molto potente: semplice, visivo, immediato. Funziona perché ribalta il linguaggio delle medaglie ufficiali, stesse forme, significato opposto. È un ottimo esempio di costruzione o ricostruzione storica, simbolica: non serve spiegare nulla, l’immagine per me parla da sola.
Il dialogo è il vero motore della tensione. In particolare, la scena in cui il Senatore ricorda la cicatrice del fratello di Varsi è un punto di svolta fortissimo: lì il racconto passa da politico a umano. È il momento in cui la retorica cede alla memoria concreta, incarnata. E da lì in poi non si torna indietro.
Molto riuscito anche il finale: non offre una riconciliazione, ma una frattura. La piazza che si divide, i giovani che restano in silenzio e poi seguono i vecchi, è un’immagine che suggerisce un cambiamento senza dichiararlo apertamente.
È coerente con il tema: la Storia non viene riscritta, ma incrinata quando salta fuori la verità.
Se devo fare un appunto, forse il Prefetto è un po’ troppo funzionale , rappresenta chiaramente l’istituzione che vuole “contenere” la verità, ma risulta meno sfaccettato rispetto al Senatore e a Varsi. Inoltre, alcuni passaggi tendono volutamente verso il monologo “perfetto”, molto incisivo ma leggermente costruito.
In generale però è un racconto molto solido, che riesce in una cosa difficile: non assolve e non condanna completamente nessuno, ma costringe chi legge a stare dentro l’ambiguità. E soprattutto lascia qualcosa dopo la lettura: quel dubbio finale è probabilmente il vero “nastro d’oro” del testo. Mi è piaciuto.
Questo racconto mi è piaciuto soprattutto per la sua capacità di mettere in crisi la memoria storica senza mai scivolare nel didascalico. Non è tanto una storia sulla Resistenza, quanto su chi controlla il racconto della Storia e su cosa succede quando quel racconto si incrina.
La costruzione della scena è molto efficace: la piazza inizialmente compatta, rituale, quasi liturgica, viene progressivamente “contaminata” dall’ingresso dei quattro vecchi. Mi è piaciuto questo “disturbo” a un’ufficialità che quando non è palesemente ipocrita, ignora, nelle nuove generazioni, come si sono svolti veramente i fatti. L’ingresso dei vecchi è un meccanismo quasi teatrale, un’irruzione che rompe l’ordine simbolico, e funziona perché tutto è già carico di retorica prima ancora che accada qualcosa. I fazzoletti rossi, i gonfaloni, le medaglie: sono elementi che definiscono un mondo dove la memoria è istituzionalizzata.
Il cuore del racconto è chiaramente il Senatore, ed è interessante perché non è un antagonista semplice. Non è un “cattivo” smascherato, ma qualcuno che ha creduto davvero nella necessità di ciò che ha fatto. Questo lo rende molto più disturbante: il conflitto non è tra verità e menzogna, ma tra due verità incompatibili, quella della costruzione collettiva (la Repubblica, la libertà) e quella individuale (le esecuzioni, il tradimento della resa).
Il simbolo dei cento nastrini d’oro lo ritengo molto potente: semplice, visivo, immediato. Funziona perché ribalta il linguaggio delle medaglie ufficiali, stesse forme, significato opposto. È un ottimo esempio di costruzione o ricostruzione storica, simbolica: non serve spiegare nulla, l’immagine per me parla da sola.
Il dialogo è il vero motore della tensione. In particolare, la scena in cui il Senatore ricorda la cicatrice del fratello di Varsi è un punto di svolta fortissimo: lì il racconto passa da politico a umano. È il momento in cui la retorica cede alla memoria concreta, incarnata. E da lì in poi non si torna indietro.
Molto riuscito anche il finale: non offre una riconciliazione, ma una frattura. La piazza che si divide, i giovani che restano in silenzio e poi seguono i vecchi, è un’immagine che suggerisce un cambiamento senza dichiararlo apertamente.
È coerente con il tema: la Storia non viene riscritta, ma incrinata quando salta fuori la verità.
Se devo fare un appunto, forse il Prefetto è un po’ troppo funzionale , rappresenta chiaramente l’istituzione che vuole “contenere” la verità, ma risulta meno sfaccettato rispetto al Senatore e a Varsi. Inoltre, alcuni passaggi tendono volutamente verso il monologo “perfetto”, molto incisivo ma leggermente costruito.
In generale però è un racconto molto solido, che riesce in una cosa difficile: non assolve e non condanna completamente nessuno, ma costringe chi legge a stare dentro l’ambiguità. E soprattutto lascia qualcosa dopo la lettura: quel dubbio finale è probabilmente il vero “nastro d’oro” del testo. Mi è piaciuto.
Si salveranno solo coloro che resisteranno e disobbediranno a oltranza, il resto perirà.
(Apocalisse di S. Giovanni)
(Apocalisse di S. Giovanni)
Re: [MI189] I cento nastrini d'oro
8@Alberto Tosciri Ciao, Alberto. Grazie a te. La traccia era magnifica, un'occasione da non perdere. Ha quasi scritto da sola il racconto. Mi è venuto fuori in mezza giornata. E come se non bastasse mi sono ispirato al tuo intervento in calce al mio micro saggio sulla Sinistra italiana, dove mi hai lasciato un passaggio sublime sulla memoria istituzionalizzata che mi ha dato da riflettere. Una memoria liturgica che noi italiani, cristiani e cattolici, conosciamo molto bene. In quella sede, se ricordi, Ti avevo contestato la consistenza di Gramsci, che per certi versi (non vorrei esser blasfemo) somiglia alla figura del Redentore. Crocifisso per peccati non suoi. E crocifisso in primo luogo dai suoi con la medesima illuminazione dello Spirito Santo post mortem. La figura del Prefetto è funzionale. Non volevo farne un protagonista. Il racconto è molto conciso e due protagonisti bastavano a rendere godibile il racconto.
Re: [MI189] I cento nastrini d'oro
9@Arturo Ligotti
Il tuo racconto mi ha commossa. I commenti, molto interessanti, li condivido perchè non hanno, e non potevano, togliere alla storia il messaggio del dramma distruttivo delle guerre e la sofferenza dei soldati e dei civili. Grazie.
Il tuo racconto mi ha commossa. I commenti, molto interessanti, li condivido perchè non hanno, e non potevano, togliere alla storia il messaggio del dramma distruttivo delle guerre e la sofferenza dei soldati e dei civili. Grazie.
Via dei bambini felici - Segui le tue parole
Re: [MI189] I cento nastrini d'oro
10 Carissimo @Arturo Ligotti
Ho letto con piacere questo tuo racconto e ti lascio il mio modesto commento.
Il racconto è ambizioso, ben strutturato e emotivamente potente. Affronta un tema delicatissimo — la memoria selettiva della Resistenza, le vendette post-1945, il prezzo della “transizione” alla democrazia — con un piglio drammatico che ricorda certi racconti morali di Buzzati o di Sciascia, mescolato a una tensione teatrale à la Shakespeare (il vecchio re che vede crollare la propria leggenda).
Punti di forza
1.Impatto drammatico e costruzione della scena
La piazza come microcosmo della nazione funziona benissimo. Il contrasto tra i fumogeni, “Bella Ciao”, i gonfaloni e l’arrivo silenzioso dei quattro vecchi crea un’immagine fortissima. Il ritmo accelera nel momento giusto: dal riconoscimento fino alla confessione pubblica del Senatore. La progressiva spaccatura della folla è resa con efficacia cinematografica.
2. Simbolismo efficace
I cento nastrini d’oro sono un simbolo potente e pulito. Non hanno bisogno di troppe spiegazioni. Rappresentano il rovescio della medaglia delle medaglie che il Senatore porta sul petto. È un’immagine che resta impressa.
3. Il protagonista
Il Senatore è un personaggio complesso e credibile. Non è un mostro né un pentito da soap opera. La sua evoluzione dal distacco monumentale alla crepa finale è convincente. La frase «Ho convinto me stesso, e poi tutti gli altri» è tra le più riuscite del testo.
4. Temi profondi
Il racconto tocca con onestà questioni scomode:
1. Didatticismo e dialoghi
Alcuni scambi, soprattutto nella parte centrale, suonano un po’ troppo espositivi. Varsi e il Senatore dicono cose che il lettore intelligente potrebbe intuire da solo. Frasi come «Non si può condividere un’eredità se una parte della storia è stata scritta con l’inchiostro e l’altra con il sangue della vendetta» sono concettualmente giuste ma letterariamente un po’ pesanti.
2. Equilibrio storico e morale
Qui sta il nodo più delicato. Il racconto tende a presentare l’episodio come una vendetta a sangue freddo su ragazzi che si erano arresi dopo la fine della guerra. Nella realtà del 1945 (soprattutto tra aprile e maggio) il quadro era molto più caotico: resa tedesca non ancora effettiva ovunque, bande irregolari, vendette incrociate, paura di una possibile controffensiva. Il rischio è di cadere in una forma di moralismo simmetrico opposto a quello ufficiale: da una parte i “buoni” ridotti a vendicatori, dall’altra le vittime pure e innocenti.
Il Senatore ammette tutto con una lucidità e un’umiltà quasi sovrumane; questo lo rende simpatico al lettore contemporaneo, ma forse lo rende anche un po’ troppo “moderno” per un uomo di quella generazione e di quella formazione ideologica.
3. I personaggi secondari
Il Prefetto Mancini è piuttosto monodimensionale (il funzionario di sistema cinico e preoccupato del “controllo del danno”). Anche le urla dalla folla («Era giustizia!») tendono al cliché. I giovani silenziosi che seguono i quattro vecchi funzionano come simbolo di speranza, ma rischiano di essere un po’ schematici.
4. Chiusura
L’ultima parte è leggermente lunga.
Senatore riflette troppo esplicitamente sul proprio lascito. A volte il “non detto” avrebbe maggiore forza.Suggerimenti per una versione più forte
È un racconto notevole per un testo italiano contemporaneo, che non ha paura di affrontare un nervo scoperto. Ha dignità letteraria e coraggio civile. Con qualche limatura sui dialoghi e un maggiore controllo dell’ambiguità morale potrebbe diventare davvero eccellente — di quelli che si ricordano.
Attualmente è solido, emozionante, con alcuni passaggi da antologia, ma con margini di raffinamento evidenti nella gestione della complessità storica e nella sottigliezza psicologica
Vale lo sforzo di rielaborare parti specifiche (il confronto, la chiusura, o rendere più tagliente un dialogo). Il materiale è buono e merita di lavorarci.
Un saluto con rinnovati complimenti.
Ho letto con piacere questo tuo racconto e ti lascio il mio modesto commento.
Il racconto è ambizioso, ben strutturato e emotivamente potente. Affronta un tema delicatissimo — la memoria selettiva della Resistenza, le vendette post-1945, il prezzo della “transizione” alla democrazia — con un piglio drammatico che ricorda certi racconti morali di Buzzati o di Sciascia, mescolato a una tensione teatrale à la Shakespeare (il vecchio re che vede crollare la propria leggenda).
Punti di forza
1.Impatto drammatico e costruzione della scena
La piazza come microcosmo della nazione funziona benissimo. Il contrasto tra i fumogeni, “Bella Ciao”, i gonfaloni e l’arrivo silenzioso dei quattro vecchi crea un’immagine fortissima. Il ritmo accelera nel momento giusto: dal riconoscimento fino alla confessione pubblica del Senatore. La progressiva spaccatura della folla è resa con efficacia cinematografica.
2. Simbolismo efficace
I cento nastrini d’oro sono un simbolo potente e pulito. Non hanno bisogno di troppe spiegazioni. Rappresentano il rovescio della medaglia delle medaglie che il Senatore porta sul petto. È un’immagine che resta impressa.
3. Il protagonista
Il Senatore è un personaggio complesso e credibile. Non è un mostro né un pentito da soap opera. La sua evoluzione dal distacco monumentale alla crepa finale è convincente. La frase «Ho convinto me stesso, e poi tutti gli altri» è tra le più riuscite del testo.
4. Temi profondi
Il racconto tocca con onestà questioni scomode:
- La costruzione di una memoria nazionale necessariamente parziale
- Il conflitto tra giustizia e vendetta
- Il peso della longevità (chi vive troppo a lungo rischia di vedere il proprio mito sgretolarsi)
- Il silenzio come fondamento di certe narrazioni ufficiali
1. Didatticismo e dialoghi
Alcuni scambi, soprattutto nella parte centrale, suonano un po’ troppo espositivi. Varsi e il Senatore dicono cose che il lettore intelligente potrebbe intuire da solo. Frasi come «Non si può condividere un’eredità se una parte della storia è stata scritta con l’inchiostro e l’altra con il sangue della vendetta» sono concettualmente giuste ma letterariamente un po’ pesanti.
2. Equilibrio storico e morale
Qui sta il nodo più delicato. Il racconto tende a presentare l’episodio come una vendetta a sangue freddo su ragazzi che si erano arresi dopo la fine della guerra. Nella realtà del 1945 (soprattutto tra aprile e maggio) il quadro era molto più caotico: resa tedesca non ancora effettiva ovunque, bande irregolari, vendette incrociate, paura di una possibile controffensiva. Il rischio è di cadere in una forma di moralismo simmetrico opposto a quello ufficiale: da una parte i “buoni” ridotti a vendicatori, dall’altra le vittime pure e innocenti.
Il Senatore ammette tutto con una lucidità e un’umiltà quasi sovrumane; questo lo rende simpatico al lettore contemporaneo, ma forse lo rende anche un po’ troppo “moderno” per un uomo di quella generazione e di quella formazione ideologica.
3. I personaggi secondari
Il Prefetto Mancini è piuttosto monodimensionale (il funzionario di sistema cinico e preoccupato del “controllo del danno”). Anche le urla dalla folla («Era giustizia!») tendono al cliché. I giovani silenziosi che seguono i quattro vecchi funzionano come simbolo di speranza, ma rischiano di essere un po’ schematici.
4. Chiusura
L’ultima parte è leggermente lunga.
Senatore riflette troppo esplicitamente sul proprio lascito. A volte il “non detto” avrebbe maggiore forza.Suggerimenti per una versione più forte
- Ridurre leggermente i dialoghi e lasciare più spazio al non detto e ai gesti. Il momento più potente è quando il Senatore rivela il dettaglio della cicatrice e delle ultime parole del fratello: lì il racconto vola.
- Aumentare l’ambiguità morale del Senatore. Lasciarlo più contraddittorio fino alla fine: un uomo che ancora in parte crede di aver fatto ciò che era necessario, ma che non riesce più a sostenerlo pubblicamente.
- Dare più spessore a Varsi. Attualmente è dignitoso e monocorde. Un accenno di rabbia repressa, o al contrario di pietà fredda, lo renderebbe più umano.
- Titolo: “I cento nastrini d’oro” è buono, ma forse un po’ descrittivo. Qualcosa di più ambiguo (es. “Il centesimo nastrino”, “Monumento”, “L’ultimo atto”) potrebbe funzionare meglio.
È un racconto notevole per un testo italiano contemporaneo, che non ha paura di affrontare un nervo scoperto. Ha dignità letteraria e coraggio civile. Con qualche limatura sui dialoghi e un maggiore controllo dell’ambiguità morale potrebbe diventare davvero eccellente — di quelli che si ricordano.
Attualmente è solido, emozionante, con alcuni passaggi da antologia, ma con margini di raffinamento evidenti nella gestione della complessità storica e nella sottigliezza psicologica
Vale lo sforzo di rielaborare parti specifiche (il confronto, la chiusura, o rendere più tagliente un dialogo). Il materiale è buono e merita di lavorarci.
Un saluto con rinnovati complimenti.