[LAB18] I labirinti della notte

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Cos’è una notte carica di stelle se non una promessa d’eternità E cos’è l’eternità se non una promessa di atemporalità capace di porre fine alla tracotanza del tempo Hai spiato l’eternità come hai sempre spiato la morte ma non hai mai considerato l’eternità sinonimo di vita eterna Dalla morte sin da fanciullo sei stato attratto e l’hai immaginata come un luogo una caverna in cui viene adagiato un corpo spazio senza luce e senza stelle simile a un sepolcro È la morte il principio e la fine di ogni atto e fatto mentre l’eternità è la presunzione di non doversi mai addentrare nell’immane antro della morte L’eternità è il trionfo della vita ma tu non lo hai mai accettato ché morte ed eternità non sono un ossimoro ma entrambi il luogo in cui ogni funzione è vana in cui ogni affetto ed effetto cessa in cui ogni senso della vita annichilisce Hai vagato lungo la vita come un viandante e di ogni casa hai fatto la tua mai smarrito però afflitto dalla discordanza consapevole di come in tal perduta corrispondenza si annidi la menzogna più grande mai detta dall’uomo Invece dov’è l’una si trova l’altra ed entrambe abitano i medesimi sconfinati labirinti della notte a cui per forza s’arriva e dai quali non esiste via d’uscita Per un adolescente morte ed eternità sono concetti astratti che di rado si incontrano e quasi si confondono coll’orizzonte distante confuso nebbioso ma col trascorrere del tempo divengono quell’unico limite che circonda ciò che vive ciò che è finito ciò che si trova a essere Tu hai capito sin da subito che infinito ed eternità sono i nomi semplici innocui inoffensivi trasparenti intellegibili condivisibili dietro cui l’uomo ha voluto celare l’orrido putridume della morte per non doverla vedere per non doverla riconoscere per non dover riflettere sulla sua vera essenza sulla sua presenza E stretto tra l’infinito e l’eternità hai ingannato i tuoi simili e nascosto i tuoi sentimenti e cercato invano la tua vocazione Insoddisfatto di ogni strada le hai percorse e abbandonate tutte ché eri incapace di trovare la redenzione perseguitato da quell’immagine che ti ha sempre accompagnato da quella morte che hai percepito sempre di fianco acquattata ad aspettarti e nessuna professione poteva adattarsi a questo destino che rendeva inutile la vita rendeva futile il vivere inconcludente ogni futuro anche sognare perché anche nel sonno non riuscivi a vedere un indizio di quell’altra eternità ma solo la prova più tangibile e vera della mortalità di ogni cosa come se il sonno non sia che una profezia di non vita regalata come monito ogni giorno agli occhi mai aperti dell’uomo E così l’imperiosa e inappagata immagine della caverna sostava ogni dì davanti ai tuoi occhi e nessuna occupazione poteva adeguarvisi perché tutte le professioni solo dipendevano dalla conoscenza della vita Tranne la poesia solo nella poesia hai scorto un mezzo e una meta capace di agevolare i dormienti perché è l’unica attività dell’uomo a cui non serva la conoscenza della vita ma quella della morte. E attraverso la poesia hai inteso come l’humus dell’essere abbia le sue radici nella primigenia origine della notte anche quando lo sguardo assonnato vola via fino all’estremo cerchio inondato dalla luce fioca degli astri Come un albero che nasce dal terreno mira al cielo e intreccia l’oscuro col luminoso meta apollinea e origine posidonia s’apre e ramifica unisce l’ombrosa fronda dei suoi rami colla luce del sole così hai compreso che l’uomo sorge dal nulla tende al cielo e perdura nonostante il niente costretto a domandarsi il perché Mai domanda fu più illudente Se quel nulla da cui proviene è il niente a cui tende solo il tempo veramente conta il tempo in cui si rivela l’essere e il suo termine l’atemporalità non offre vita eterna ma l’abisso di un cielo privo di stelle Se il tempo è vita solo chi non lo fugge la potrà apprezzare seppur fuoriuscita e infine immersa negli oscuri labirinti della notte Da quando hai possibilità di ricordare hai percepito la gravità del tuo destino del destino di tutti e di tutto il precipizio e l’abisso del non essere e invano hai provato a porvi un argine ma nulla hai mai concesso alla promessa dell’eternità che non conosce il tempo e ingannevolmente offre un’illusoria speranza di vita eterna Ché eterni sono solo i labirinti della notte Voltando le spalle all’eternità degli uomini e abbracciando quella della notte hai voltato le spalle alla speranza E ogni mattina cessato il dormiveglia il tempo incessante e privo di speme ti ricorda che la vita è solo contemporaneità e ad attender ogni giorno non v’è la promessa dell’eternità bensì la promessa dell’oscurità Tu uomo pensavi di aver avuto in dono la grazia il tuo occhio stereoscopico la mascella parlante le mani capaci di afferrare e fare hai sempre creduto di poter cambiare il mondo di mutare ogni destino di soggiogare il tempo e vincere la morte colla sola volontà Il tuo sguardo scaltro o docile cattivo o innocente divino o disperante ha visto la bellezza del mondo e la sua disumanità la grandiosità dell’essere e la sua negazione e ha provato con mille dei e centomila leggi a dar significato all’inutilità della creazione negando la tenebrosità della notte Arrogante e cieco hai ignorato il tuo destino di oscurità e relegato il tempo a innocuo ticchettio Ami ascoltare la tua voce grassa ansante adulatrice spudorata avida implorante agile illuminante diabolica divina maniacale mandante materiale e hai finito per dar retta solo a essa Ha senso parlarne Smettere di parlarne Vivi ora oggi ma domani Il tempo scorre ora ma né oggi né ieri né domani L’unica ragione per cui hai vissuto germoglio tra humus e cielo tenero stelo ramoscello d’ulivo sta nel suo nome Fuggi dunque colpevole della medesima colpa di coloro che non sanno Ha smesso di respirare se n’è andata mentre le stringevo la mano gli occhi ormai chiusi la pelle diafana quasi trasparente le braccia abbandonate lungo il corpo il capo privo di capelli Non si è mai arresa all’eternità perché voleva vivere Ha cercato fino alla fine di ridere di assaporare l’unico cibo che poteva deglutire il doloroso ànsito il fievole battito ultimo tempo della vita Mi prendeva in giro per il mio pensare opposto al suo io che vedo la morte ovunque mentre era lei lì ora a dover cessare di esistere Ami crogiolarti nei tuoi dubbi non sono sani ti diceva perché iperbolici e non portano a nulla soggettivi legati al tuo sentire del momento alla tua condizione ora alle tue emozioni adesso Non è vero le rispondevi. I miei dubbi sono un argine contro la dilagante insensatezza della vita la distruttività della volontà umana I tuoi dubbi non servono gli altri ma te stesso ribatteva sono insuperabili non sono costruttivi non sono condivisibili sono il frutto di un orizzonte disumano e nichilista Tacevi per non dispiacerle Solo se l’uomo ignora la morte riesce a vivere solo se addomestica il tempo con un orologio riesce a pensare al domani Ti eri aggrappata alla vita la inseguivi come se la vita eterna in cui pur credevi non esistesse come se non ci fosse altro oltre questa nostra contemporaneità. L’hai fatto istintivamente e con tutte le tue forze Non ti ho permesso mai di mollare anche quando prevaleva la sofferenza dell’esistere alla gioia di vivere Forse adesso che sei un corpo freddo ti ho compresa ed è come se io non avessi mai vissuto non fossi mai nato non avessi mai visto migliaia di tramonti Bisogna occultare la morte con l’eternità per riuscire a vivere bisogna raccontarsi di poter cambiare il mondo per accettarlo bisogna dimenticare il tempo per lasciarsi trasportare e trasformare da esso Oh uomo non è certo la verità a renderti libero ma la menzogna Non avete figli e quando tu non ci sarai più a ricordarla nessuno lo farà per te I figli sono un peccato di superbia un misero infelice puerile inconcludente anelito all’immortalità Oh l’immortalità umana quella che dura trenta o cento persino mille anni Il genere umano traguarda il mondo coll’arroganza impenitente dei fanciulli crede che tutto gli sia dovuto e sopravvivere sia un dovere come il venir ricordati. Ma quando il tempo cesserà tutto precipiterà nel medesimo buio ogni vanità giacerà nel medesimo sepolcro nell’immenso speco della morte che ogni speranza scioglie e rende vana Negli ultimi giorni della sua vita l’anestesista le iniettava della morfina per alleviarne le sofferenze. Ma i dolori non diminuivano Il tempo è tiranno si sa per i mille impegni del guadagnare sempre più così lasciava a te il compito di iniettare l’illusione della consolazione raccomandandoti di non esagerare Hai raggiunto il fondo dell’essere permani davanti al confine davanti alla fine di ogni destino lungo il margine del nulla Senti che l’attesa è vuota, vuoto l’udito, vuota la vista, vuota ogni conoscenza ogni sapienza Ti vien voglia di solcare quel confine per appurare se esista l’eternità degli uomini Tieni quel liquido trasparente invisibile all’apparenza innocuo tra le dita Fluisce la notte e mette fine all’immane violenza del giorno a cui il mio rimorso s’è dovuto piegare La lasci sola un attimo Nessuno verrà a trovarci Apri il cassetto la confezione con le siringhe è quasi piena Basterebbe un gesto la sua voce ancora risplende come un’unica stella la più solitaria del firmamento adesso quasi invisibile Infili l’ago e aspiri il contenuto Ti senti stanco e il giorno ti pare più folle della notte Basterebbe un unico atto Ma se è inutile vivere lo è altrettanto morire lei ti avrebbe detto La nostra esistenza si svolge tra due grandi nulla il nulla prima della nascita e il nulla dopo Percepisco la dolcezza del buio la sicurezza del silenzio Hai vissuto come un viandante e come un viandante vuoi abbandonare la strada per il bosco lasciarti cullare dalle onde del silenzio instancabilmente oscillanti come il pendolo del dormiveglia che accompagna l’ultima parte del sonno mattutino Ho vissuto senza speranza Ti sollevi e come un sonnambulo ti inoltri nei labirinti della notte

Re: [LAB18] I labirinti della notte

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@Arturo Ligotti  Benvenuto nei Contest dei Costruttori di Mondi!   :)   :libro:

Come d'uso, ti scrivi prima le mie annotazioni:

- Attenzione: il tuo brano fa l'effetto "Muro" perché, in pratica, non vai mai a capo, non fai un'interlinea "a vuoto" che avrebbe il vantaggio di
far respirare il lettore e focalizzarlo meglio sullo scrorrere del testo.
Arturo Ligotti wrote: Cos’è una notte carica di stelle se non una promessa d’eternità
Manca il punto interrogativo
Arturo Ligotti wrote: E cos’è l’eternità se non una promessa di atemporalità capace di porre fine alla tracotanza del tempo punto interrogativo Hai spiato l’eternità come hai sempre spiato la morte ma non hai mai considerato l’eternità sinonimo di vita eterna punto Dalla morte sin da fanciullo sei stato attratto e l’hai immaginata come un luogo virgola  una caverna in cui viene adagiato un corpo punto e virgola spazio senza luce e senza stelle simile a un sepolcro punto
Non capisco questa scelta di azzerare la punteggiatura e di non andare mai a capo.

E qui mi fermo, perché tutto il testo l'hai scritto così per scelta, chiaro, ma il lettore medio, come me, trova difficile affrontare questa "parete verticale" senza appigli.

Si tratta di un flusso di pensieri tra la vita e la morte coi suoi labirinti, dal contenuto buono.

Se la tua idea sull'originalità è stata scrivere di getto tutto senza pause, il mio parere è NI, anche se la tensione che così ispiri si sposa col contenuto.

A rileggerti, @Arturo Ligotti  :libro:
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [LAB18] I labirinti della notte

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Ciao @Arturo Ligotti
  wrote:ma quella della morte. E attraverso
Ti sei dimenticato il punto qui.  :P
  wrote: Come un albero che nasce dal terreno mira al cielo e intreccia l’oscuro col luminoso meta apollinea e origine posidonia s’apre e ramifica unisce l’ombrosa fronda dei suoi rami colla luce del sole così hai compreso che l’uomo sorge dal nulla tende al cielo e perdura nonostante il niente costretto a domandarsi il perché Mai domanda fu più illudente Se quel nulla da cui proviene è il niente a cui tende solo il tempo veramente conta il tempo in cui si rivela l’essere e il suo termine l’atemporalità non offre vita eterna ma l’abisso di un cielo privo di stelle
Bella immagine.

Il problema di sviluppare un testo senza punteggiatura a flusso di pensiero, alla Saramago, è che poi è difficile da leggere e da interpretare.
Per esempio, sarò io stolido ma: 
Omicidio/eutanasia suicidio?
Dimmi se ho capito il racconto. 
Ti dico qual è la mia opinione: bello, ma troppo sovraccarico. Soprattutto la parte iniziale, un po' filosofeggiante (e anche con belle immagini) un po' fa perdere e si arriva nel centro dell'azione a capofitto, come se ci si trovasse di colpo in un posto diverso. Io avrei snellito un po' cercando la cosa più difficile in assoluto nel tuo testo: la concatenazione nel flusso di pensiero.
Questa però è la mia opinione, a caldo, sempre d'istinto. Io ragiono così scusa.
Comunque a me è piaciuto.
A rileggerti!
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [LAB18] I labirinti della notte

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Arturo Ligotti wrote: Fuggi dunque colpevole della medesima colpa di coloro che non sanno Ha smesso di respirare se n’è andata mentre le stringevo la mano gli occhi ormai chiusi la pelle diafana quasi trasparente le braccia abbandonate lungo il corpo il capo privo di capelli Non si è mai arresa all’eternità perché voleva vivere Ha cercato fino alla fine di ridere di assaporare l’unico cibo che poteva deglutire il doloroso ànsito il
Hai sepolto nel "muro" anche una vittima... Era ben nascosta, sì.  :si:
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [LAB18] I labirinti della notte

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Ciao, @Arturo Ligotti , bentrovato nel nostro labocontest.
Ci ho pensato un po' su prima di partire con il mio commento. Non ti conosco e non ho mai letto nulla di tuo. Un termine di paragone con altre tue opere sarebbe stato molto utile per valutare questo. 
Quello che chiaro, subito, nel tuo racconto, è che non ci sono segni di interpunzione. Risulta, però, difficile da leggere. 
Arturo Ligotti wrote: Cos’è una notte carica di stelle se non una promessa d’eternità E cos’è l’eternità se non una promessa di atemporalità capace di porre fine alla tracotanza del tempo
Queste frasi, sono arrotolate e per cercare di srotolare e andare avanti il cervello del lettore si impegna a ricostruire il senso, a mettere i punti interrogativi e la lettura invece di fluire rallenta e perde un colpo. Questo è un punto a sfavore dell'autore. Quella e maiuscola avrebbe potuto essere anche minuscola, lì non ci sarebbe andato un punto fermo, basta la e come congiunzione. 

Arturo Ligotti wrote: Hai spiato l’eternità come hai sempre spiato la morte ma non hai mai considerato l’eternità sinonimo di vita eterna Dalla morte sin da fanciullo sei stato attratto e l’hai immaginata come un luogo una caverna in cui viene adagiato un corpo spazio senza luce e senza stelle simile a un sepolcro È la morte il principio e la fine di ogni atto e fatto mentre l’eternità è la presunzione di non doversi mai addentrare nell’immane antro della morte L’eternità è il trionfo della vita ma tu non lo hai mai accettato ché morte ed eternità non sono un ossimoro ma entrambi il luogo in cui ogni funzione è vana in cui ogni affetto ed effetto cessa in cui ogni senso della vita annichilisce Hai vagato lungo la vita come un viandante e di ogni casa hai fatto la tua mai smarrito però afflitto dalla discordanza consapevole di come in tal perduta corrispondenza si annidi la menzogna più grande mai detta dall’uomo Invece dov’è l’una si trova l’altra ed entrambe abitano i medesimi sconfinati labirinti della notte a cui per forza s’arriva e dai quali non esiste via d’uscita Per un adolescente morte ed eternità sono concetti astratti che di rado si incontrano e quasi si confondono coll’orizzonte distante confuso nebbioso ma col trascorrere del tempo divengono quell’unico limite che circonda ciò che vive ciò che è finito ciò che si trova a essere
Si perde il filo, mi spiace e non vorrei dirti cose che già sai e che non condividi. La mia speranza è che quanto scriverò ti serva a qualcosa.


Ho apprezzato l'ambizione del tuo testo e riconosco la serietà del tuo tentativo. Ci sono dei segreti per padroneggiare il flusso senza punteggiatura, prendendo Saramago come maestro.
Io ho letto un libro suo e non mi ricordo nemmeno il titolo. Cecità mi sembra, più che altro ci ho studiato sopra, non l'ho proprio letto. Non è tra i miei preferiti.
Quello che so per certo è che Saramago toglie i punti fermi, ma non toglie la logica. Ogni suo periodo, per quanto lungo, ha una struttura perfettamente riconoscibile. Il lettore non deve mai tornare indietro a decifrare. Ecco come ci riesce:

La sua è strategia. Non elimina tutta la punteggiatura, usa virgole come respiri naturali. Dove tu scriveresti un punto, lui mette una virgola e ricomincia con la minuscola. Questo crea continuità mantenendo i confini delle frasi. Cura la sintassi. Non crea periodi contorti che richiedono sforzo interpretativo. La complessità filosofica può restare, ma la struttura grammaticale dev'essere solida.
Una cosa che ho notato è che Saramago sembra prendere le misure: il ritmo, la velocità i rallentamenti sembrano studiati apposta per non aver bisogno, a volte, di segni di interpunzione, é la frase a rallentare o ad accelerare per dare respiro e continuità al lettore. 
Ma forse non volevi  nemmeno avvicinarti a Saramago, 

Comunque il tuo è un testo di ambizioni filosofiche che si muove tra la prosa poetica e la meditazione esistenziale. C'è un'indubbia intensità emotiva e una coerenza tematica che lo attraversa dall'inizio alla fine. Hai dimostrato un bel il coraggio a confrontarti con temi così fondamentali senza rifugiarti in facili consolazioni. 
La scelta di un linguaggio elevato, quasi arcaico in certi passaggi, rivela l'ambizione di collocarsi in una tradizione letteraria alta.( che io considero superata, non me ne volere). La sezione centrale, dove emerge il dialogo con la figura femminile morente, introduce un momento di vera narrativa che spezza efficacemente l'astrazione filosofica.
Io ti consiglio una buona revisione, snellirei un 30 per cento per eliminare le ridondanze, molti passaggi risultano involuti proprio per questa ragione.
L'influenza Leopardiana è pervasiva, troppo: i "labirinti della notte" ripetuti ossessivamente, e altre frasi mi allontanano troppo dalla prosa.
Il risultato è che tutto sembra più declamativo che meditativo. Mi è mancato, nel flusso, qualcosa che non saprei definire ora, ci devo pensare ancora.
Nel complesso la lettura, anche se difficile mi ha intrigato, la storia, snellita, poteva essere più breve ma come esercizio di editing è ottima. 
Spero di rileggere qualcosa di tuo al contest di Natale. 

Re: [LAB18] I labirinti della notte

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Arturo Ligotti wrote: Cos’è una notte carica di stelle se non una promessa d’eternità E cos’è l’eternità se non una promessa di atemporalità capace di porre fine alla tracotanza del tempo Hai spiato l’eternità come hai sempre spiato la morte ma non hai mai considerato l’eternità sinonimo di vita eterna Dalla morte sin da fanciullo sei stato attratto e l’hai immaginata come un luogo una caverna in cui viene adagiato un corpo spazio senza luce e senza stelle simile a un sepolcro È la morte il principio e la fine di ogni atto e fatto menttre l'eternità
Ecc...ecc...
La tua vena poetica è indubbia, il tentativo di esprimerti con originalità anche. Il punto fermo, sebbene manchi, è reso evidente dalle maiuscole, come si può ben vedere nella parte evidenziata in grassetto. Si tratta di una riflessione filosofica che mette la morte in correlazione con l'eternità, con il nulla che precede la vita assimilato al nulla che seguirà dopo la morte. 
Il testo ricco di metafore e riflessioni intime e profonde aspira a un riconoscimento letterario
Arturo Ligotti wrote: Tacevi per non dispiacerle Solo se l’uomo ignora la morte riesce a vivere solo se addomestica il tempo con un orologio riesce a pensare
Bellissima riflessione (il testo è ricco di spunti più che interessanti).

Un tormentato flusso di pensieri, con espressioni suggestive e immagini azzeccate. Nonostane ciò, il testo non è esente di frasi arzigogolate che costringono a più riletture. 
In conclusione: interessante ma di faticosa lettura.

 

Re: [LAB18] I labirinti della notte

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@Arturo Ligotti il tuo flusso di coscienza mi ha catturata dalla prima all’ultima riga. La libertà di non utilizzare punteggiatura (Saramago docet) conferisce al testo un ritmo molto particolare. Mi sono quasi immedesimata in questo flow di pensieri mi s9 o immaginata la scena, le motivazioni profonde di un gesto autodistruttivo che si sta per compiere. Sono sinceramente colpita da molte delle argomentazioni e dei pensieri che frullano in testa al protagonista. Ho sentito il rumore delle sue “rotelle” che girano e l’ho fatto mio. Non te lo so spiegare meglio di così, perché non credo ci sia altro da giudicare. Se un testo (peraltro ben scritto) ti fa provare sensazioni ed emozioni, secondo me, è un buon testo.

Re: [LAB18] I labirinti della notte

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@Arturo Ligotti ciao. Non ho avuto problemi per la mancanza di punteggiatura. Non ne ho avuti perché sono abituato a leggere in modo disordinato. Quindi questa abitudine mi è tornata utile. Però bisogna riconoscere che i vari cambi dei pov portano a ingolfare la fluidità della lettura. Per il resto, mi pare di vedere, di assistere a qualcosa che ho vissuto personalmente. le ore passate fronte a un letto di malattia, nell'attendere la vittoria della morte. Il conflitto interno di chi rimane l'unico a poter cambiare la morte in vita, come una specie di miracolosa trasformazione dell'acqua in vino, offerto al morente come l'edulcorante al trapasso. Ripeto di aver provato quel doloroso conflitto di chi rimane verso chi se ne va. Ho provato la mancanza di luce dei corridoi degli ospedali, la luce accecante degli stessi da cui cerchi di nasconderti dentro a un bagno.. E poi il fiume di pensieri inutili e dannosi sul senso della vita, lo stesso senso della morte come capolinea, la fine della prova, e la luce dietro il tunnel, il fiume Giordano da lì a poco, la terra promessa. Una infinita attesa che nel tuo scritto non appare, come ogni sorta di pensiero di fede. Il ragionamento di lui è quello dello sconfitto, non tanto della morte ma dalla vita. Vi è un abbandono totale, disarmante, che non lascia spazio ad alternative. Il frutto di chi ha perso ragione e speranze.
Aldilà della morale del protagonista che risulta aspra e amara, considerato anche il percorso adottato, non credo di poterti riconoscere l'originalità richiesta dal lab. Non hai aperto ai miei occhi a un altro mondo, sconosciuto o no, bello o brutto. Quello rappresentato non mi è nuovo. Comunque hai avuto coraggio e questo è da premiare. Ciao.
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Tratti di pioggia sopra Auschwitz. Tra oblio e orgoglio.
Io malata in fuga.

Re: [LAB18] I labirinti della notte

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@Arturo Ligotti 
Non sarai mica l'unico che ha letto tutto l'Ulisse di James Joyce?
Anche Saramago é parco di punteggiatura.

Tu un po' hai aiutato il lettore con l'utilizzo delle maiuscole e i due punti che ti sono sfuggiti equivalgono a due pugni nell'occhio.
Capisco quando il malessere del protagonista vuole essere espresso non solo dalle parole, ma anche dall'impaginazione del racconto.
Il problema però è che sono pochi i lettori immersivi  a tal punto da potersi godere senza soluzione di continuità dolore e abbandono, morte e disperazione.
Insomma si fatica a leggere questo testo, è una sfida indovinare dove respirare, cosa che costringe il lettore ha leggere tre parole avanti e di nuovo due indietro. In questo modo la fitta fluidità a cui, mi immagino io, aspiravi, va perduta nella ridondanza della lettura e rilettura.
Scegli parole piuttosto forbite, espressioni letterarie classiche che però in questo caso, sempre e solo a mio avviso, appesantiscono la lettura.
Per un momento ho pensato alla Nausea di Sartre, che mi aveva causato una vera e propria nausea di tre giorni.
Anche il tuo pezzo mi ha causato malessere, ma non credo del tipo che volevi tu.
Grazie dell'esperienza

Re: [LAB18] I labirinti della notte

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Ciao @Arturo Ligotti
Anche io non ho trovato l'assenza di punteggiatura così traumatica
È una delle cose più tristi che abbia mai letto, mi ha lasciato addosso una sensazione forte di amarezza e di inquietudine
quindi bravo, non è così facile comunicare un'emozione al giorno d'oggi
anche se è un messaggio cupo e senza speranza  
Fortunatamente, poi il messaggio di @Strikeiron mi ha fatto cadere dalla sedia  
    
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Re: [LAB18] I labirinti della notte

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Ciao @Arturo Ligotti e grazie per aver condiviso questo flusso di coscienza. Difficile lasciare un commento tecnico, vista l'esecuzione magistrale: hai costruito un percorso logico e con un ritmo cristallino, senza usare (quasi) mai la punteggiatura. Il racconto è estremamente sperimentale, tanto che lascia spazio a un dibattito su cosa sia la narrativa e cosa significhi narrare: ma non è questo il luogo. Di sicuro, in ogni caso, si tratta di una prosa molto poetica. Un'opera narrativa in senso stretto avrebbe presentato un tema analogo tramite personaggi, tensioni, archi, e qui penso a I morti di Joyce. Il tuo flusso di coscienza, invece, presenta e ribadisce direttamente il tema: è estremamente diverso, ed è difficile parlare in termini dei classici strumenti che una storia usa per veicolare un tema, perché qui storia non c'è. Rimane da commentare lo stile, che come ti ho già detto ho trovato lineare e ben leggibile, e il tema stesso. A tal proposito, per quanto la trattazione sia personale, mi perplime quanto una ricerca del genere manchi di una qualsiasi componente spirituale. È un tema che mi è molto caro, ma qui la sua esposizione fattuale, per quanto poetica, manca di un giudizio scientifico, o spirituale, o filosofico, o di terrore o di fascino. Vista la natura dell'opera, allora, penso che forse una presenza maggiore del giudizio personale dell'autore possa giovare all'originalità.

Re: [LAB18] I labirinti della notte

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Mio esimio @Arturo Ligotti 

Ho letto con piacere il tuo "impegnativo" racconto, assai interessante per il tema trattato.
Ti lascio con i miei complimenti questo sintetico commento.


"I labirinti della notte" è un racconto introspettivo e filosofico che si configura come una meditazione profonda sulla mortalità umana, sull'illusione dell'eternità e sul ruolo del tempo nella percezione dell'esistenza.
Scritto in una prosa densa, poetica e quasi lirica, il testo si snoda attraverso un flusso di coscienza che mescola riflessioni astratte con elementi autobiografici, culminando in un dramma personale di perdita e rimorso.
L'autore adotta un tono nichilista, influenzato da echi di filosofi come Nietzsche, Schopenhauer e Leopardi, ma con un'impronta personale che lo rende un'esplorazione intima del dolore esistenziale.


Temi Principali: La Dialettica tra Morte, Eternità e Tempo

Al cuore del racconto vi è una tensione irresolubile tra la morte come fine assoluta e l'eternità come illusione consolatoria. L'incipit pone immediatamente il quesito: "Cos’è una notte carica di stelle se non una promessa d’eternità", ma questa promessa viene smantellata come una "tracotanza del tempo" che maschera l'orrido della mortalità. L'eternità non è vita eterna, bensì un sinonimo di non-essere, un "luogo in cui ogni funzione è vana". Qui, l'autore ribalta il concetto tradizionale: morte ed eternità non sono opposti (non un "ossimoro"), ma convergono nei "labirinti della notte", metafora di un abisso senza uscita.
Questo labirinto rappresenta l'inesorabilità del destino umano, un luogo di smarrimento dove vita e non-vita si fondono.
Il tempo emerge come l'unico elemento reale e significativo: "solo il tempo veramente conta", ma è un tiranno che rivela la finitezza dell'essere.
L'uomo, descritto come un "viandante" errante tra case provvisorie, fugge dal tempo illudendosi con concetti come infinito ed eternità, che celano "l’orrido putridume della morte".
Questa fuga è vana; il sonno, ad esempio, è una "profezia di non vita", un monito quotidiano della mortalità. L'autore critica l'arroganza umana – "uomo pensavi di aver avuto in dono la grazia" – che tenta di soggiogare il tempo con volontà, leggi e divinità, ignorando il destino di oscurità.
Un tema cruciale è il ruolo della poesia come unica redenzione: "solo nella poesia hai scorto un mezzo e una meta capace di agevolare i dormienti perché è l’unica attività dell’uomo a cui non serva la conoscenza della vita ma quella della morte"
. La poesia, radicata nell'"humus dell’essere" (l'origine notturna e oscura), unisce l'apollineo (luce, cielo) al dionisiaco (terra, nulla), come un albero che intreccia oscurità e luminosità.
Questo richiama la concezione nietzschiana dell'arte come affermazione tragica dell'esistenza, ma qui è più nichilista: la poesia non salva, ma rivela l'abisso.
Il racconto si personalizza nella seconda parte, con la narrazione della perdita di una figura femminile (probabilmente una compagna o familiare), che incarna l'opposto del protagonista: lei si aggrappa alla vita, ride e combatte, mentre lui vede morte ovunque. Il contrasto è toccante: "io che vedo la morte ovunque mentre era lei lì ora a dover cessare di esistere".
I dubbi del narratore sono "iperbolici e non portano a nulla", secondo lei, ma per lui sono un "argine contro la dilagante insensatezza".
La scena finale, con la tentazione di iniettare morfina letale, culmina in un atto di rimorso e accettazione: "Ho vissuto senza speranza", e il protagonista si inoltra nei labirinti della notte come un sonnambulo.
Infine, l'autore afferma che "non è certo la verità a renderti libero ma la menzogna": per vivere, occorre occultare la morte con l'eternità, dimenticare il tempo.
Questo capovolgimento evangelico (riferimento implicito a Giovanni 8:32) sottolinea il nichilismo: l'immortalità umana (figli, memoria) è "un peccato di superbia", destinata a svanire nel buio cosmico.


Stile Narrativo e Linguaggio


Lo stile è volutamente complesso e barocco, con periodi lunghissimi, accumulazioni di aggettivi e ripetizioni ritmiche che mimano il flusso labirintico dei pensieri.
La prosa è poetica, priva di dialoghi diretti (salvo echi di conversazioni), e si basa su un monologo interiore che sfuma tra terza e seconda persona ("Hai spiato l’eternità", "Tu hai capito"), creando un effetto di universalizzazione: il "tu" interpella il lettore, rendendolo complice del dramma esistenziale.
l linguaggio è ricco di termini filosofici ("tracotanza", "annichilisce", "nichilista") e metafore classiche: la caverna platonica rivisitata come sepolcro, l'albero come simbolo di ascesa dal nulla al cielo, il sonno come profezia.
La struttura è non lineare: inizia con astrazioni, passa a riflessioni biografiche, culmina nel dramma personale e si chiude con un gesto lirico.
Questo flusso ricorda il modernismo joyciano o proustiano, ma con un'impronta italiana, eco di Ungaretti o Montale nella visione cosmica della notte.
Tuttavia, l'assenza di paragrafi e la densità testuale possono rendere la lettura faticosa, come un labirinto esso stesso.


Metafore e Simbolismi


Le metafore sono centrali e coerenti.
I "labirinti della notte" simboleggiano l'esistenza come percorso intricato senza uscita, dove morte ed eternità si intrecciano.
La notte è ambivalente: carica di stelle (promessa illusoria), ma anche abisso senza luce. La caverna è l'archetipo della morte come spazio chiuso, opposto al cielo aperto dell'eternità. L'albero unisce terra (origine posidonia, oscura) e cielo (meta apollinea), rappresentando l'uomo come essere effimero.
Il tempo è un "ticchettio innocuo" addomesticato dall'orologio, ma in realtà un precipizio. La morfina, infine, è il confine tra vita e non-vita, un "liquido trasparente" che fluisce come la notte, simboleggiando la tentazione del suicidio o dell'eutanasia.Questi simboli rafforzano il tema nichilista, ma evitano il didascalismo grazie alla loro integrazione poetica.


Punti di Forza


Il racconto eccelle nella profondità filosofica: non è mera speculazione, ma un'esplorazione emotiva del lutto, resa autentica dal contrasto tra il protagonista nichilista e la figura femminile vitale.
La prosa è ipnotica, capace di evocare un senso di ineluttabilità cosmica, e il finale aperto – l'inoltro nei labirinti – lascia un'eco di ambiguità: è suicidio, accettazione o mera metafora? Questo invita il lettore a riflettere, rendendo il testo un'opera aperta. Inoltre, il rifiuto dell'eternità consolatoria è coraggioso, politicamente scorretto in un'era di spiritualismi facili, e ben sostanzializzato da riferimenti esistenziali.


Punti di Debolezza e Critiche


Nonostante la ricchezza, il testo pecca di eccessiva astrattezza: le riflessioni filosofiche dominano, a scapito di una narrazione più concreta.
Il dramma personale emerge tardi, e potrebbe essere ampliato per bilanciare l'intellettualismo.
La densità linguistica rischia l'ermetismo: frasi come "meta apollinea e origine posidonia" (riferimento a Poseidon, dio del mare e della terra?) assumono una conoscenza classica non sempre accessibile.
Dal punto di vista critico, il nichilismo appare a tratti solipsistico – "i miei dubbi sono un argine" – e non offre alternative costruttive, come accusato dalla figura femminile.
Infine, l'assenza di speranza potrebbe alienare lettori in cerca di catarsi, rendendolo più un saggio poetico che un racconto tradizionale.


Conclusione


"I labirinti della notte" è un'opera ambiziosa e perturbante, che trasforma il dolore personale in una critica radicale all'illusione umana dell'eternità. Attraverso una prosa labirintica e metafore evocative, l'autore ci costringe a confrontarci con l'abisso della mortalità, affermando che solo abbracciando la notte – senza menzogne – si può comprendere la fugacità della vita. Pur con i suoi limiti di accessibilità, è un testo che merita attenzione per la sua intensità filosofica e poetica, ideale per lettori appassionati di esistenzialismo. In un panorama letterario spesso consolatorio, questo racconto spicca per la sua onestà brutale, ricordandoci che "eterni sono solo i labirinti della notte".

Un caro saluto (y)

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