[MI 179] Il piccolo segreto

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[TRIGGER WARNING: La seguente storia parla di suicidio]

Il piccolo segreto

La morte ha una mano sulla nostra spalla e porta un orologio al polso, o almeno così dice qualcuno. Però non lo guarda mai, quell’orologio. 
Mai.
Non le serve guardarlo. Non le serve sapere. 
La morte è quello strano movimento che vediamo con la coda dell’occhio quando siamo distratti. È quando camminiamo in mezzo alla folla e pensiamo che qualcuno dall’altra parte della strada ci stia osservando. È quella sensazione di avere dimenticato qualcosa o qualcuno di importante.
La morte è la portinaia del mondo. Quando il suo orologio segnerà la mezzanotte non lo guarderà. Lei non lo guarda mai, non le serve guardarlo. Semplicemente saprà che è arrivata l’ora, e allora sarà compito suo spegnere la luce, chiudere la porta e restituire le chiavi quando lo spettacolo sarà finito. 
Parlare con lei non è difficile. 
A volte, quando si ha una motivazione più che valida, capita che conceda udienza, ma il più delle volte è semplicemente lei che si annoia di seguirci senza dire niente. Si ferma, e senza mai guardare il suo vecchio orologio consumato decide di dedicarci qualche secondo di quelli che ci restano.
Parlare con lei è più facile di quanto non si pensi. Aspetta solo che tu arrivi per parlarle. Lei è tutto il tempo del mondo.
Aspettare, per lei, non è un problema.
«TI STAVO ASPETTANDO» disse il bambino, guardandosi l’orologio al polso.
«Lo so» rispose, ma il bambino ignorò il suo saluto, continuando studiare il quadrante consumato.
Non aveva messo in conto che potesse scegliere un aspetto del genere, il che rese il loro incontro ancora più fuori dell’ordinario di quanto già non fosse. 
«Quel bambino lo conosco» e sorrise, più che altro per cortesia. 
«LO SO» rispose il piccoletto, staccando finalmente gli occhi dall’orologio. «HO PENSATO CHE QUESTO ASPETTO TI SAREBBE PIACIUTO.»
«Come mai proprio lui?»
«MI PREFERIVI CON LA FALCE E TUTTO IL RESTO?»
«No, ma mi aspettavo qualcosa di diverso.» 
La piccola creatura si abbandonò ad un sorriso sincero, nostalgico.
«ME LO RICORDO QUEL BAMBINO.» 
«Oh sì, anche io me lo ricordo. Pensava di poter afferrare le stelle e portarsele a casa senza che nessuno se ne accorgesse.»
«TUTTI LO ABBIAMO CREDUTO, AD UN CERTO PUNTO.»
Il bambino ci pensò un attimo. 
«SE PREFERISCI POSSO SCEGLIERE UN ASPETTO DIVERSO» disse, e si piegò come un girasole al tramonto. I suoi margini svanirono nell’oscurità, e per un istante sembrò scomparire, ma presto tornò ad esistere, ed era un ragazzo poco più che ventenne.
«Quello invece è il bambino che ha compreso che le stelle non le poteva prendere, e che anche se ci riesci ne resti scottato.» 
«ESATTO.» 
«Ad essere sincero ti preferivo quando ti credevi un cacciatore di stelle.» 
«LO SO, ANCHE IO. MA È NORMALE. È COSÌ CHE FUNZIONA» fu la sua sentenza. E si piegò ancora, diventando ancora nient’altro che un’ombra.
«POSSO SCEGLIERE ALTRE FORME, SE PREFERISCI.»
La voce parlò da al di là di tutto il creato, e per un istante diventò una voce di donna, una donna conosciuta e oramai scomparsa.
«No, rimani il bambino che voleva le stelle.» 
«VA BENE.»
E il bambino tornò ad esistere.
«CHE DICI? ANDIAMO?» chiese il cacciatore di stelle. 
«Hai paura di fare tardi?»
Il bambino guardò l’ora sul quadrante. 
«NO, HO TUTTO IL TEMPO DI CUI HO BISOGNO, MA È MEGLIO AFFRETTARCI» fu il suo giudizio. Si avviò verso il cimitero, ma si fermò sulla soglia e si voltò. 
«POTREI CHIEDERTI PERCHÉ VUOI FARLO, MA SO GIÀ CHE TU MI RISPONDERESTI CHE HAI LE TUE RAGIONI, E IO CONOSCO LE MIE.» 
Si limitò a rispondere con un cenno del capo. Raggiunse il bambino con il suo orologio consumato ed insieme varcarono il cancello del cimitero. 
La prima tomba era consumata dal tempo, invasa da muschio ed erbacce. Sembrava che nessuno fosse mai venuto a prendersene cura da che era stata posata. 
«PRIMA TAPPA.»
Si chinò per cercare il nome del proprietario, ma le lettere intagliate sulla pietra erano oramai scomparse.
«Suppongo che dopo un po’ nemmeno i nomi servano a molto» fu il suo giudizio, ma il bambino era di un altro parere.
«DIPENDE DAI CASI. A VOLTE, PER QUALCUNO, UN NOME È TUTTO QUELLO CHE RESTA.»
Il bambino posò una manina sulla tomba. Era spettrale, quasi trasparente, ma afferrò comunque la lapide con forza. 
Ci fu un singhiozzo dell’esistenza e da dietro il loculo comparve un signore sulla cinquantina.
«Chi è?» chiese, indicando con un cenno del capo il fantasma dietro alla tomba, ma si rese subito conto di quanto stupida fosse la domanda e si corresse all’istante. «Chi era?» 
Dopo così tanto tempo anche la sua memoria iniziava a fare cilecca.
«AVEVA UN NOME, MA IL TEMPO L’HA CANCELLATO, COM’È NORMALE CHE SUCCEDA. ORA NON SE LO RICORDA NEMMENO LUI. PER TUTTI LORO È COSÌ.»
Ci pensò un attimo. 
«PER QUASI TUTTI LORO» si corresse.
Si sforzò di decifrare quel nome scomparso da tempo, ma si arrese subito. Si alzò e guardò il fantasma negli occhi.
E il fantasma parlò.
«Una volta, tempo fa, ero ricco. Tanto ricco» disse lo spettro. «Avevo tante fabbriche, tante e più grandi di quanto tu possa immaginare. Ed ero ricco, schifosamente ricco.» 
L’apparizione si guardò intorno, come per sincerarsi che nessun altro lo stesse ascoltando. 
«Molti dicevano che le mie ricchezze erano state il frutto del patrimonio della mia famiglia e di alcuni investimenti andati particolarmente bene, ma i giornali che hanno parlato di me non potevano immaginare tutto quello che c’era dietro.»
Il fantasma decise che sì, era sicuro continuare a raccontare la sua storia. 
«Traffici illeciti, collusione con persone non troppo raccomandabili, accordi con questo o quel politico. E ovviamente tanti tagli alle fabbriche, specialmente sulla sicurezza.» 
Sospirò come se ancora gliene importasse qualcosa.
«Tutto era fantastico finché uno non ci rimase. Neanche lo conoscevo. Figurati se potevo sapere i nomi di tutti i miei dipendenti. Ma capii all’istante che ne avevo avuto abbastanza, che era il momento di farla finita»  e mostrò le braccia. 
Due solchi neri, grumosi, gli salivano dai polsi ai gomiti. 
«Dici che è valsa la pena di attraversare il cancello del cimitero?» chiese al fantasma.
Il cercatore di stelle non disse niente. Si limitò ad aspettare la risposta dello spettro.
«Credo di non pentirmene, ma fanno ancora male» rispose quello, massaggiandosi i polsi. «Fanno ancora male, e spero che questo possa bastare.»
Il bambino staccò la manina dalla tomba e l’apparizione scomparve.
«VOGLIAMO CONTINUARE?» chiese guardando l’orologio, e proseguì verso la lapide successiva senza aspettare risposta. 
La seconda tomba era più grande della precedente, una di quelle che di solito ospitano due persone. La toccò, e un altro fantasma apparve. Sembrava stesse nascondendo qualcosa dietro di sé.
«Sono scappato. Non ho paura di ammetterlo. Ma chi mi può giudicare? Voi la guerra non l’avete mai vista.» disse guardandoli negli occhi come se ne volesse avere la conferma.
«Mia moglie era stata tra le prime vittime, per cui invece che combattere ho preso mio figlio e siamo scappati. Non volevo che la seguisse. Siamo scappati nel mentre che i razzi piovevano. Mi ricordo che si tappava le orecchie.»
Sospirò.
«Confesso che un po’ lo invidiavo. Invidiavo la sua ingenuità, il suo pensare che bastasse non sentire perché tutto finisse. E se le stava tappando anche quando raggiungemmo la barca, mentre spingevo nella calca, cercando di essere tra i primi a salire. E una volta salpati il timoniere aveva provato a toccarlo, per cui mi sono opposto. Non volevo che sentisse altro male. Quello ce lo saremmo lasciati alle spalle, pensavo.»
Tentò di piangere, ma gli occhi erano troppo secchi, troppo morti per farlo.
«Un colpo e non sentì più niente, proprio come voleva quando si tappava le orecchie.»
Sembrò che qualcosa lo strattonasse da dietro la lapide. 
«Il timoniere lo lanciò fuori bordo, giustificandosi dicendo che non c’era posto nella barca per i pesi morti. Io l’ho guardato affondare, e poi ho guardato il timoniere. Sapevo che non aveva senso, sapevo che sarei morto anche io, ma mi sono tuffato lo stesso.»
«Ne è valsa la pena? Sei contento di avere attraversato il cancello per raggiungere tuo figlio?» chiese, e ancora una volta il bambino che voleva le stelle non disse niente. 
Il fantasma si accovacciò, raccolse il figlio da dietro la lapide e lo prese in braccio. Non doveva avere più di sette anni.
«Sì, ne è valsa la pena. Ora non sentiamo più niente» disse, e scomparvero senza che il bambino alzasse la mano dalla lapide.
«SI STA FACENDO TARDI» disse, guardando l’orologio al polso.
Alla tomba seguente comparve uno spettro così sciupato che era impossibile capire se in vita fosse stato un uomo o una donna. 
«Dicevano che ero la creatura più bella mai esistita, ma per me non era abbastanza» disse l’apparizione, tremando come un fiammifero sottovento.
«Non ci credevo, per cui decisi di fare qualcosa. Volevo solo raggiungere quella perfezione che pensavano io fossi. Per cui smettere di mangiare fu il primo passo.»
Arrivò una folata di vento dal nulla, e per un istante il fantasma sembrò un soffio di fumo. 
«E però continuavano a dirmi che una meraviglia come me non era mai esistita, ma per me non era ancora abbastanza» continuò. «Sapevo che sotto sotto non lo pensavano davvero.»
L’apparizione sembrò tentare di acquisire una forma comprensibile.
«Dicevano che mi stavo sciupando, che si preoccupavano per me, ma loro non potevano capire. Non potevano sapere che tutto quello che io volevo era diventare un’opera d’arte, al di là della droga e degli scandali, al di là delle fotografie, al di là delle copertine dei giornali, dei film e dei social» e si guardò le mani, niente più che due macchie chiare nelle tenebre. 
«Volevo essere immortale come una statua, come un’idea, come una canzone, così che anche chi fosse venuto dopo si sarebbe ricordato di me.» 
Il bambino cercò lo sguardo del fantasma, ma quello continuò come se gli altri due non esistessero, ipnotizzato com’era dal ricordo delle sue mani.  
«È finita in una pozza di vomito. Hanno detto che forse era stata la droga, ma nessuno ha capito che lo stavo facendo per loro. Nessuno sapeva che il giorno dopo avrei avuto un’importante audizione. Nessuno poteva immaginare che lo stavo facendo per lasciare loro un’opera d’arte.» 
Solo in quel momento, appena prima che ponesse la domanda, l’apparizione sembrò acquisire una forma umana. Una forma sciupata, morta, terribile, che li guardava con occhi supplicanti. 
«Tu che vieni da oltre il cancello, e tu invece che ne sei la guardiana, ditemi una cosa: si ricordano di me?» e toccò la tomba. «Ditemi che è valsa la pena di attraversarlo.» 
Non ebbero il tempo di rispondere. Un altro soffio di vento e il fantasma era scomparso.  
Il bambino guardò di nuovo l’orologio.
«ANCORA UNA, L’ULTIMA, POI NON AVRÒ PIÙ TEMPO. MI SPIACE.»
«Non è un problema per me. Ho tutto il tempo del mondo.» 
Arrivarono all’ultima tomba, e il fantasma era già lì ad aspettarli, e parlò senza che nessuno le avesse dato il permesso.
Era il fantasma di una donna.
«Ci conosciamo, e sai già perché l’ho fatto. Sai già la mia storia e tutto il resto.» disse. «Lo sai già, sennò non saresti qua.»
  Si limitò ad annuire, rispondendole con un cenno del capo.
«Per cui sono io a chiedertelo: pensi che ne valga davvero la pena? Sei sicuro di volere attraversare il cancello? Per me?» 
Ma prima che potesse rispondere lei alzò un dito per impedirglielo.
«Già sai la tua risposta, e la conosco anche io. Per cui non posso fare altro che dirti addio.»
E anche l’ultimo fantasma, l’unico che conosceva, scomparve.  
«ALLORA, PENSI CHE VALGA LA PENA DI ATTRAVERSARE IL CANCELLO?» domandò il cacciatore di stelle, guardando l’orologio un’ultima volta. Le lancette erano ferme sulle dodici.
Mezzanotte.
L’altra figura rimase in silenzio, e nel mentre che pensava alla risposta, le tenebre iniziarono ad avvolgersi intorno ad essa, come richiamate da un suo muto comando, ammantandola del mantello nero che indossava fin da prima che esistesse la vita. Guardò il cielo albeggiare con occhi di ghiaccio, due fiamme spettrali in un vortice di pura oscurità. L’entità, più antica dell’esistenza stessa, l’unica che aveva il diritto di porre la parola “fine” ad ogni cosa, torreggiava sul cercatore di stelle.
«Questo devi dirmelo tu. È per questo che mi hai chiesto udienza. È per questo che mi hai chiesto di potere indossare il mio orologio.»
«SI, HAI RAGIONE» disse il bambino, e realizzò di stare sorridendo, ma non capì se fosse un sorriso di felicità o di sollievo.  
E il cacciatore di stelle si slacciò l’orologio dal polso e lo restituì alla sua proprietaria, e nel toglierselo tornò ad essere tutto quello che era stato fino a poco tempo prima: il bambino che voleva afferrare le stelle, il ragazzo che aveva capito che farlo comportava delle conseguenze, quello che aveva perso quella voce di donna, e poi, infine, quello che aveva chiesto udienza a colei che è la fine di tutto per capire se valesse la pena attraversare l’ultimo cancello.
E anche lei tornò ad essere quello che era sempre stata: la fine. Semplicemente la fine. 
Riprese il suo orologio e se lo sistemò al polso, dov’era sempre stato, dove sarebbe stato per sempre, o almeno finché la vita che le aveva chiesto udienza avrebbe voluto, finché l’universo stesso non sarebbe morto.
Quell’orologio che non guardava mai e il tempo che esso rappresentava non erano altro che concetti inventati da esseri come quello che aveva davanti, niente più che una bugia dorata di cui i viventi avevano terribilmente bisogno. 
Esseri che vedeva solo come una serie infinità di possibilità, con tutte le incognite e le probabilità che la loro esistenza comporta. 
Quell’orologio lo indossava più che altro per loro, perché a loro serviva credere che ne avesse uno e che lo scrutasse costantemente, contando i secondi che mancavano, in un conto alla rovescia che solamente lei sapeva, anche senza guardare le lancette. 
Ma tutti, tutta la vita, tutta l’esistenza, tutto l’universo ignorava una cosa, un segreto che solamente lei sapeva.
«QUALUNQUE SIA LA TUA DECISIONE, SAPPI CHE NON POTRAI CAMBIARE IDEA» disse. 
L’infinito di possibilità che era stato bambino, ragazzo e poi adulto, quell’adulto che aveva perso per sempre quella donna, quella creatura che aveva chiesto udienza alla morte e l’aveva ottenuta, che le aveva chiesto il permesso di poterne indossare i panni per qualche istante così capire se valesse la pena di attraversare l’ultimo cancello, si massaggiò il polso, come se portare quell’orologio glielo avesse intorpidito.
«Lo so bene» sospirò. «Lo so.» 
«E QUINDI?»
«E quindi già lo sai. No?» e sorrise, battendosi il polso con l’indice.
E il cimitero scomparve, ed entrambi tornarono ad essere quello che erano sempre stati, ad esistere dove erano sempre esistiti.
E più tardi, quando i paramedici ricevettero la chiamata e sfondarono la porta dell’appartamento, riferirono alla centrale di averlo trovato sul pavimento, supino, coperto del suo stesso vomito, le braccia aperte in una crocefissione solitaria.
E i suoi amici dissero che l’aveva fatto perché non poteva più sopportare di stare da solo.
E quando due giorni dopo si riprese, guardò fuori dalla finestra d’ospedale e capì che no, non valeva la pena attraversare il cancello.
E lei lo aveva osservato da fuori dalla finestra. Lo aveva guardato nel mentre che lo portavano via, verso l’ospedale, al termine del loro incontro. 
E aveva sorriso del piccolo segreto che solamente lei sapeva, del suo scherzo ai danni di tutta l’esistenza. Quel segreto che a volte decideva di condividere con qualcuno. Uno scherzo minuscolo, innocente, ma comunque dannatamente bastardo. Del resto, non ha bisogno di guardare l’orologio.
Si chiese come i viventi potessero ancora cascarci, dopo così tanti eoni. In fondo era uno dei trucchi più vecchi del mondo: piazzare l’inganno meno importante proprio sotto il loro naso per essere certi che tutti lo vedessero, senza sapere però che l’inganno era un altro.
L’orologio, dall’inizio dei tempi, è sempre stato fermo. 

Re: [MI 179] Il piccolo segreto

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@Zouks

 Mi sono fatta mille domande prima di postare questo commento. Che questo racconto fosse già pronto, che  i tempi non coincidessero con l'altro In pensione, che la fretta fosse responsabile, che non l'avessi revisionato che fossi coinvolto emotivamente con l'episodio. Lo faccio per capire. Non c'è niente da capire. Riguardo alla cifra, al linguaggio, alla costruzione della storia,sono i tuoi. Alcune trovate sono efficaci, simboliche e d'effetto: sto pensando all'orologio. Anche il finale , merita! Che dire? Mi spiace per te. Il testo, per me, risulta troppo lungo, stancante alla lettura. Forse, non l'ho capito o seguito io. Alla prossima!

Re: [MI 179] Il piccolo segreto

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Ciao @Zouks
Il racconto secondo me non è male. è buona la scrittura e le immagini riescono a essere accattivanti, a volte. A volte no, perché si perdono un po' nel luogo comune. Non avrei scelto tre morti da notiziario (imprenditore che risparmia sulla sicurezza / bambino migrante / Amywinehouse?) perché cozza con il carattere esistenzialista e l'immaginario sepolcrale che volevi creare. Avrei scelto storie più vicine alla nostra esperienza, e all'esperienza del protagonista. Eviterei anche l'effetto Dante in visita ai dannati, per l'ovvio motivo che non potresti mai pareggiare l'originale.
Qualche ripetizione di termini ogni tanto (aspettare, consumato), ci farei attenzione.
Ecco, sembra che le critiche superino gli apprezzamenti, ma solo perché sono quelle che ti evidenzio, è più utile così. come ti ho già detto il racconto mi è piaciuto  :P
Scrittore maledetto due volte

Re: [MI 179] Il piccolo segreto

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@Zouks ciao. Quando ho letto l'avvertimento che parlavi di suicidio ho sorriso: che sarà mai? Ecco, è stato come pensavo. Io ho vissuto con persone che leggevi sui loro occhi la voglia di morire. Qualcuno ci è riuscito a farla finita, alcuni si aggrappano ancora alla follia. Per queste persona vi è un ribaltamento del concetto di vita. La morte è vita, la vita è la morte. La depressione è una cosa terribile: il suicidio è un rimedio. Il tuo parlare di morte è in chiave onirica, molto in uso nei fantasy. Per carità, con questo non voglio dire che non merita. Ma ripeto che è un modo di parlare di morte e suicidio molto al di fuori dalla realtà, e che neanche sfiora un capello della testa, capace di rabbrividire di fronte al mondo tenebroso di chi soffre del mal di vivere. ciao 
Tratti di pioggia sopra Auschwitz. Tra oblio e orgoglio

Re: [MI 179] Il piccolo segreto

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Rispondo a tuttə di botta, ora che ho tempo e modo, e anzitutto ringrazio tutti per avere condiviso le vostre idee :) 

@confusa : Sì, mi sono ricordato del MI di questo mese a due ore dalla scadenza dell'inoltro. Per fortuna c'era una traccia che coincideva con un racconto che avevo già preparato (e comparso in una di quelle antologie fuffe che girano su internet). L'ho quindi copiaincollato qua com'era, con solo le correzioni che ho fatto io dopo averlo riletto. 
Sì, è un po' un wall text, pesante e artificioso, sono pienamente d'accordo con te.
E infatti In pensione l'ho scritto proprio perché mi sono stancati fare il preso a male, e ora voglio dimostrare che si può parlare di cose serie anche scherzando e con ironia, provando che buffo ≠ stupido (W Terry Pratchett!). Se lo riscrivessi ora saprei decisamente come gestirlo senza che diventi così borioso e pretenzioso. 
Il tema di per sé non ricordo come mi fosse venuto in mente: ho semplicemente pensato alla morte e alla sua iconica clessidra, rivista qua come un orologio fermo. L'idea era che la morte (forse quella che succeduta alla morte de In pensione?) avesse deciso di indossare un orologio rotto per fare un piacere agli umani, che sono convinti che sia lei a sapere quando essi moriranno, mentre invece anche loro possono decidere quando terminare la propria vita – e da qui lo "scambio di ruoli": il protagonista/wannabe suicida che diventa morte perché è lui a darsi la morte, e la morte accetta più per noia che per altro, per capire quale sia il ragionamento dietro ad un suicidio.
Solo che essendo la morte beffarda, ha deciso di fare questo scherzo, questo piccolo segreto che sa solo lei e che condivide con pochi: l'orologio è fermo perché, salvo rari casi, non si può decidere quando morire, e infatti il protagonista rimane un po' basito da questa rivelazione (e infatti continua a guardare e riguardare l'orologio fermo, cosa che la vera morte non fa, sa che non serve a niente).

Ciao @Edu  . Nessun problema, anzi, apprezzo tantissimo : ) Sì, sono d'accordo con te, le morti sono un po' stereotipate, ma ho voluto prendere proprio tre "suicidi", involontari o meno, che avessero tre moventi più diversi tra di loro, per fare poi da contraltare con il motivo del protagonista, che è poi il più banale: l'amore, o meglio la perdita di esso (spero che si fosse capito che l'ultima tomba, quella della donna, fosse quella della sua ragazza/compagna/moglie. 
L'effetto Dante (bellissima questa espressione, la userò anche io d'ora in poi!  :D ) giuro che non era voluto! Mi era venuto in mente come semplice "esperienza pre morte". Non sono solo d'accordo con il "lasciare in pace i morti", in questo caso il Sommo: mi piace tantissimo l'idea di prendere i mostri sacri e le loro opere e ribaltarle. Questa volta l'ho fatto (involontariamente) e non mi è andata bene, speriamo meglio nella prossima : ) 

@Ciao Adel J. Pellitteri : Confermo quanto detto prima: sono d'accordo con voi nel dire che il racconto è pesante. Il motivo dell'orologio ho cercato di prenderlo e di ribaltarlo con il fatto che fosse sempre stato rotto, per tutti gli esseri umani, mentre la questione del mantello è stereotipata perché è così che il protagonista vede la morte. Non sono riuscito bene a "ribaltare" lo stereotipo, mi andrà meglio la prossima volta :) 

Ciao @Maxgiglio : anche io ho passato anni e anni nei forum da marmocchio a parlare e sparlare di videogiochi, e sono d'accodo con te che il maiuscolo "urla". 
In realtà la spiegazione è più semplice e complessa di così: non volevo metterlo virgolettato, mi è stato suggerito per il concorso a cui ho partecipato con questo testo. 
Mi spiego peggio: sono sempre stato un grande amante della scrittura "Dada" (e uso questo temine nella maniera più sbagliata possibile) dai tempi dell'università, di quando studiavo Letterature Straniere e ho scoperto gente come Gertrude Stain (A rose is a rose is a rose is a rose) e di tutti quei poeti un po' futuristi che nell'Inghilterra del primo dopoguerra dipingevano la realtà senza altre sfumature o metafore, giocando però sulla forma (intesa in senso letterale) del testo, il che mi ha fatto capire che si può (si deve?) giovare con la formattazione del testo come in Casa di Foglie di Danielewski (allego foto per far comprendere) 

Poi ho scoperto Terry Pratchett (nel caso non si fosse capito, sono un suo grande fan). 
Nelle sue opere, uno dei personaggi ricorrenti è la morte. Pratchett, per sottolineare il carattere ultraterreno della morte, la fa parlare in caps locks, a volte senza rientro a piè di pagina né virgolettato (allego foto per far capire cosa intendo) 
L'idea era di fare una cosa del genere, simile alla morte di Pratchett, ma chi mi ha consigliato la formattazione del testo mi ha consigliato di mettere il virgolettato per far capire che stava parlando lei, solo che l'idea non mi piaceva (e ancora non mi piace affatto!). 

Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato qualcuno a dirmi quello che hai detto tu, per cui sono stra-d'accordo con te, così com'è impaginato non rende l'idea e anzi, fa sembrare che la morte urli (il che rovina completamente ogni sua battuta) : ) 

@L'illusoillusore sono d'accordissimo con te. Bulimia descrittiva è precisamente il termine con cui definirei questo testo. Ci sono molto affezionato e mi piace come racconto, ma nel rileggerlo a più di un anno di distanza mi sono veramente messo le mani nei capelli per quanto forzatamente pesante fosse la mia scrittura. 
Mi piace molto come scrivi, e dato che a quanto pare è la prima che mi leggi, posso invitarti a leggere l'altro racconto che ho pubblicato con cui ho vinto il MI di agosto? Si chiama In pensione, e ho deciso nel mentre che lo scrivevo di dire addio alla boriosità e alla "serietà forzata" dei miei precedenti racconti. Avrei davvero piacere se tu lo leggessi e mi dicessi che cosa ne pensi. 

Ciao @bestseller2020 . Assolutamente d'accordo. Il mio intento era proprio quello di parlare più che del suicidio in sé (non mi sento ancora pronto per poterne scrivere come vorrei o dovrei) dell'esperienza "pre morte" vedendola come una parentesi onirica (più che fantasy) in cui tutto può succedere. Il mio racconto non voleva essere un commento o un'analisi del suicidio o della depressione: ho avuto a che fare con entrambi, sia sulla mia pelle che non, per cui lungi da me sminuire un tema così importante. 
Volevo descrivere un'allucinazione, quel secondo infinito in cui il corpo lotta tra il di qua e il di là, dilatandolo in un viaggio dantesco, citando Edu, in cui il nostro subconscio decide se ne valga la pena o meno.


Grazie davvero a tuttə, ho apprezzato davvero tantissimo i vostri commenti, ne farò tesoro <3

Re: [MI 179] Il piccolo segreto

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Zouks ha scritto: ALLORA, PENSI CHE VALGA LA PENA DI ATTRAVERSARE IL CANCELLO?» domandò il cacciatore di stelle, guardando l’orologio un’ultima volta
Zouks ha scritto:
«Questo devi dirmelo tu. È per questo che mi hai chiesto udienza
Zouks ha scritto: il cacciatore di stelle si slacciò l’orologio dal polso e lo restituì alla sua proprietaria
Scusa se inizio subito con le citazioni, ma non mi fa scrivere sopra.
Io non sono riuscita a capire chi parla nei frammenti sopra riportati.

Per il resto, a me il testo è piaciuto.
Sicuramente non originalissima la trama, ma ha il tuo tocco personale.
È ben scritto.
In alcuni punti taglierei perché è meno fluida la lettura.
Nel complesso, per me, un buon testo.

A rileggerti 
<3

Re: [MI 179] Il piccolo segreto

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Zouks ha scritto: Si ferma, e senza mai guardare il suo vecchio orologio consumato decide di dedicarci qualche secondo di quelli che ci restano.
Secondo me suona meglio con la seguente punteggiatura:
Si ferma e, senza mai guardare il suo vecchio orologio consumato, decide di dedicarci qualche secondo di quelli che ci restano.
Zouks ha scritto: ma il bambino ignorò il suo saluto, continuando studiare il quadrante consumato
Refuso: "continuando a studiare". Tra l'altro consiglio di evitare il gerundio: "e continuò a studiare"
Zouks ha scritto: mer ott 18, 2023 10:17 pm
«TUTTI LO ABBIAMO CREDUTO, AD UN CERTO PUNTO.»
Il bambino ci pensò un attimo. 
«SE PREFERISCI POSSO SCEGLIERE UN ASPETTO DIVERSO» disse
Consiglio di togliere la D eufonica. Consiglio fortemente di non andare a capo, visto che le battute di dialogo sono dello stesso personaggio. Infine, "ci pensò un attimo" mi pare strano riferito alla Morte, perché non "fece una breve pausa" o simili?
Zouks ha scritto: mer ott 18, 2023 10:17 pmLO SO, ANCHE IO. MA È NORMALE. È COSÌ CHE FUNZIONA
Metterei un punto
Zouks ha scritto: mer ott 18, 2023 10:17 pm
Raggiunse il bambino con il suo orologio consumato ed insieme varcarono il cancello del cimitero. 
La prima tomba era consumata dal tempo, invasa da muschio ed erbacce.
Ripetizione
Zouks ha scritto: mer ott 18, 2023 10:17 pm
«AVEVA UN NOME, MA IL TEMPO L’HA CANCELLATO, COM’È NORMALE CHE SUCCEDA. ORA NON SE LO RICORDA NEMMENO LUI. PER TUTTI LORO È COSÌ.»
Ci pensò un attimo. 
«PER QUASI TUTTI LORO» si corresse.
Come prima
Zouks ha scritto: mer ott 18, 2023 10:17 pmUna volta, tempo fa, ero ricco. Tanto ricco
Come prima, il punto


E ancora ho perso il commento già scritto poco prima di postarlo, nonostante stia usando la bozza automatica... Quando si parla di essere negati. Va be'. Lo riscrivo di getto, perdonami.

Ciao, @Zouks. Che bel racconto, mi è piaciuto. Mi ha ricordato per idea e struttura Spoon River, oltre al già citato Inferno dantesco. Il tema, tuttavia, non mi risulta del tutto chiaro. O meglio, il tema è la morte - cosa di cui scrivo anche io la gran parte delle volte - ma il punto di vista tematico mi risulta un po' nebbioso. Ci presenti tanti personaggi e ci racconti la loro vita e il motivo per cui hanno compiuto l'estremo gesto, ma questo che contributo porta alla tensione narrativa del protagonista? Tutti quei dettagli sulla loro vita non hanno alcun peso per il problema che lui deve affrontare e finiscono per essere una distrazione, specialmente in un racconto breve. Tanto che anche il momento che dovrebbe avere il maggior impatto emotivo, la rivelazione finale dell'orologio fermo, mi ha lasciato interdetto. In revisione partirei proprio da qui: cos'è quest'orologio fermo, per te? E aggiustare tutto il racconto in funzione di questo.
Inoltre, mi è parso bizzarro l'espediente con cui ci rendi partecipi della vita di questi morti, facendoli dialogare direttamente con il protagonista. Da una parte, rivelano i loro segreti più intimi e il motivo per cui sono morti, ma dall'altra li dipingi come perfettamente consci di avere di fronte uno sconosciuto. Forse è questo che mi pare strano, semplicemente la mancanza di convenevoli. Una soluzione accattivante potrebbe essere di restituire il loro stato d'animo anche attraverso il modo in cui parlano: renderli ciechi a tutto e a tutti, se non al proprio dramma personale e alla Morte: cioè, rendere il loro un monologo di fronte alla Morte, piuttosto che un dialogo con il protagonista. Non so, è solo un'idea, fanne quel che vuoi.
Una lettura molto interessante, secondo me ci si può ancora lavorare un po' per rendere il racconto ancora migliore  :D a rileggerci!
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