Juliette – Capitolo 23

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Juliette – Capitolo 23


- Quell'arma l'ha conservata fin dalla fine della guerra, vero? - domandò Marcel.
- Può dirlo forte, monsieur. Non mi è piaciuto l'ordine del governo, dopo il conflitto, di consegnare le nostre armi.
- Perché l'ha fatto?
- Perché al male è come una serpe, non puoi tagliare la coda sperando che sia morto. La coda gli ricresce e può mordere di nuovo. Non c'è fine al male, finché ci sono uomini.
- Marcel assentì col capo.
Negli occhi del vecchio pescatore brillava una luce di consapevolezza e orgoglio.
Marcel se lo immaginò giovane, il volto teso, mentre stringeva quell'arma con entrambe le mani.
Poi Maël lasciò cadere di nuovo la vecchia tenda che la nascondeva nell'angolo buio.
Il fuoco nel camino crepitava. Il fumo si mescolava lentamente a quello delle sigarette e della pipa dei due uomini.
- Devo scusarmi, - disse Marcel. - Sono stato scortese. Ho accettato la sua ospitalità senza neppure presentarmi.
Trasse dal portafoglio il biglietto da visita e lo porse al vecchio.
- Mi chiamo Marcel Dubois. Sono uno scrittore, vengo da Parigi.
Maël prese il biglietto e, senza guardarlo, lo posò sul tavolo.
- So chi è lei, monsieur Dubois. Lo so dal secondo giorno che è arrivato a Escalles-sur-Dunes.
Marcel sorrise, quasi a se stesso.
- Non ci avevo pensato... il motoscafo di René Vasseur. - aggiunse - Adesso che me ne parla, ricordo: la mattina dopo la scomparsa di Yann Le Roux l'ho visto rientrare al molo, di prima luce
Maël tirò un'ultima profonda boccata alla sigaretta, poi lanciò la cicca nel camino.
- Non posso giurare che sia stato lui a far sparire Yann e la sua barca. Ma quell'uomo è un demonio. Nulla mi stupirebbe.
- Cosa lo rende capace di tanti delitti?
- La sua natura. È cattivo fino al midollo, senza scrupoli. Da sempre. Trova gusto nel far soffrire la gente.
- E perché teme tanto che si sappia la storia di Juliette? -chiese Marcel.
Maël restò un attimo in silenzio, guardando le fiamme.
- Perché quarant'anni fa l'ha macellata. Letteralmente. E sa che se la cosa uscisse da questo villaggio...
Si passò una mano sul volto.
- Dopo la guerra cominciarono i processi. Dal '47 in poi il governo di De Gaulle volle fare pulizia anche tra i partigiani: chi aveva esagerato, chi aveva commesso crimini durante l'occupazione o la Liberazione, finiva sotto inchiesta. Lui aveva paura di finire in galera. Allora sparì. Si arruolò nella Legione straniera.
- E nessuno lo denunciò?
- No. Qui tutti sapevano, ma abbiamo taciuto. Non volevamo che la Resistenza – quelli che avevano davvero rischiato e dato la vita – venisse macchiata per colpa sua e di un pugno di senza onore.
- Altri del gruppo parteciparono?
- Sì. Purtroppo. La guerra fa uscire la bestia che abbiamo dentro, basta dargli l'occasione. Lui era il capo. I suoi ordini non si discutevano. Gli altri lo temevano, e dopo temevano anche di finire a processo. Lo seguirono.
Marcel annuì. - Per questo avete taciuto.
- Io no - disse Maël con voce più bassa. - Io in quel delitto non lo seguii.
- Ha voglia di raccontarmi cosa accadde quel giorno? - chiese Marcel, sporgendosi verso il vecchio.
Il vecchio annuì lentamente. - Sì. È venuto per questo. Le racconterò tutto.
Marcel si sistemò meglio sulla sedia. Quello che seguì fu come assistere a un film di guerra, col suo sapore crudo di sangue e follia. Solo che non era finzione
- Era l'alba degli ultimi giorni di febbraio - cominciò l'uomo.
- Entro pochi mesi la guerra sarebbe finita. Il sole faceva brillare la neve che ancora imbiancava le strade quando iniziò il rastrellamento.
Alcuni Opel Blitz grigi come il cielo, con croci uncinate sui parafanghi, guidati dalla Mercedes del comandante.
Le motociclette barrarono le vie d'accesso.
Poi piombarono sul villaggio ancora dormiente.
Marcel strinse le mani.
- Li sentiste arrivare?
- Li sentimmo. Ordini gutturali, scarponi che correvano, colpi alle porte. Se non aprivi in tempo, entravano con l'ascia o col calcio del fucile.
Cercavano noi. Avevamo fatto saltare due loro cingolati pochi giorni prima.
Erano furenti. Il vecchio bevve un sorso d'acqua dalla bottiglia sul tavolo..
– Anni prima avevano requisito la villa dei Lefebvre.
Ci avevano messo il quartier generale e le celle.
Li comandava un colonnello giovane... Kurt von Schwaben.
Bello, ariano, carogna quanto una iena.
Marcel inclinò la testa.
- E Juliette?–
- Juliette era la figlia dei Lefebvre. Orfana, venticinque anni, ex modella, bellissima.
.Si invaghì di lui. E lui di lei. Non fu solo per comodo, almeno all'inizio. Fu amore. Quell'amore la portò dall'altra parte.
Il silenzio si fece più pesante.
- Nella retata portarono via uomini, donne, intere famiglie. Li interrogarono alla villa.
Molti torturati, diversi morti.
Ma von Schwaben non ottenne tutto quello che voleva. Allora decise di dare un esempio.
Marcel sentì un brivido.
- Cosa fece?
- Radunò i rimasti. Oltre trenta persone. Dai settant'anni a un bambino di due anni e mezzo. Li chiuse nel fienile di un contadino. Porte inchiodate. I suoi uomini versarono benzina sulle pareti di legno.
Il vecchio si fermò un attimo.
- Von Schwaben scese dalla Mercedes. Juliette era seduta con lui sui sedili posteriori.
Lui chiese un lanciafiamme. Poi la guardò... e le mostrò come si usasse.
Marcel restò immobile.
- E lei?
Il vecchio lo fissò. - Lei non scese. Non gridò. Non distolse lo sguardo. Stava ancora dalla sua parte. Aveva scelto. Il fienile divenne un rogo.
Marcel deglutì. - Dio Santo...
Il vecchio annuì appena... - Dio, quel giorno, non c'era.
- Poi cosa è accaduto?
Il vecchio restò in silenzio qualche secondo, come se dovesse cercare le parole giuste.
- Sei mesi dopo, per i crucchi le cose si erano messe male. Ai primi di settembre decisero di smobilitare e tagliare la corda. Stavano perdendo su tutti i fronti.
Ma noi non avevamo dimenticato. E non eravamo disposti a dare ponti d'oro al nemico che fuggiva.
Dovevano pagare. Tutto. E pagare caro.
Li tenevamo d'occhio da giorni. Si vedevano scaglioni di camion partire carichi di uomini e di roba. Qui le forze di stanziamento non erano mai state più di centoventi uomini.
Noi volevamo quel bastardo... e lei.
Sapevamo che sarebbe partito per ultimo, con una scorta di non più di dieci uomini.
Preparammo la trappola.
La zona intorno a Escalles-sur-Dunes è aperta, troppo aperta.
Ma appena abbandoni la costiera e ti butti sulle strade secondarie interne, il paesaggio cambia: valloni, colline, siepi alte, boschetti e pezzi di vegetazione fitta dove puoi sparire.
Avevamo scelto una di quelle strade strette, con un tratto di curve e una leggera discesa.
Ai lati siepi foltee e, sul lato destro, un boschetto di alberi grossi.
Avevamo rubato uno dei loro camion e lo avevamo ribaltato proprio alla fine della discesa. Un blocco perfetto.
Eravamo in dodici. Tra noi c'erano Guillaume Martin, Yann Le Roux, Jules Garnier, Louis Gaillard... e altri. René Vasseur comandava.
Ognuno aveva il suo nome di battaglia.
Yann era Écume, io Tempête, René era Brume. Tutti ne avevamo uno.
Sette di noi nel boschetto, a destra, nascosti tra gli alberi e i cespugli intricati.
Tre a sinistra, protetti da una grossa roccia e da alti rovi.
Due più avanti, sempre a destra, pronti a chiudere la via di fuga e a colpirli alle spalle.
Ci appostammo ad aspettarli dalla notte prima.
Verso le otto del mattino successivo li vedemmo arrivare.
Prima due moto, a velocità moderata per via della strada sconnessa.
Subito dietro la Mercedes nera del colonnello von Schwaben.
Juliette Lefebvre era con lui.
Frenarono di colpo a pochi metri dal camion rovesciato.
Un attimo di silenzio. Di disorientamento.
Poi sentimmo la voce ruvida del colonnello che ordinava di scendere e controllare.
Aprìmmo il fuoco quasi tutti insieme.
Fu un inferno di spari, di grida, di vetri che esplodevano.
Il colonnello, riparato dietro la portiera della Mercedes, urlava ordini e sparava con la pistola.
Juliette era gettata sul fondo dell'abitacolo, le mani sulla testa, mentre le pallottole le fischiavano sopra.
La scorta reagì bene. Troppo bene. Professionisti.
Uno dei nostri, a sinistra, prese una raffica in pieno petto e cadde senza un grido.
Un altro, mentre cercava di spostarsi, fu raggiunto in fronte. Cadde all'indietro come un sacco.
Il terzo, uno di quelli nel boschetto, venne ferito gravemente.
Lo trascinammo indietro mentre ancora respirava a fatica. Morì pochi minuti dopo, tra le nostre braccia.
Perdemmo tre uomini. Ma avemmo la meglio.
Quando il fumo si diradò, tutti i tedeschi della scorta erano a terra.
La Mercedes era un colabrodo.
Von Schwaben uscì barcollando. Una raffica gli aveva quasi strappato via il braccio destro.
Lo teneva stretto contro il petto con la mano sinistra, e il sangue gli colava abbondante sulla divisa.
Juliette scese dietro di lui. Era bianca come un lenzuolo, gli occhi spalancati, terrorizzata.
Catatonica. Ma viva. Incolume.


(Continua)

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