Juliette – Prologo - Pt. 4

1
viewtopic.php?f=37&t=7822&p=86063#p86063


Juliette – Prologo - Pt. 4


Émile afferrò l’asta con rampino, un vecchio attrezzo da ormeggio lungo tre metri, arrugginito ma ancora solido, e una cima spessa.
Il ponte rollava sotto la pioggia battente.
La luce di bordo illuminava la rete: alghe aggrovigliate, aringhe sparse che luccicavano come costellazioni cadute al suolo, solo lo scialle nero restava lì, impigliato nelle maglie, fradicio e gonfio d’acqua come un sudario abbandonato.
Quel corpo… scomparso. Come se il mare l’avesse reclamato nuovamente a sé.
“Putain de merde…” mormorò tra sé. Una folata di vento gelido lo scaraventò contro la murata dello specchio di poppa.
Imprecò. Con quel tempo infame bisognava stare attenti a ogni passo: il ponte era una trappola sdrucciolevole di alghe e pesci morti.
Si sporse oltre il bordo, l’asta stretta tra le mani intirizzite.
Appena il ferro uncinato toccò il tessuto, lo scialle oppose una resistenza strana.
Non scivolò. Non si strappò. Si tese come se qualcosa lo tenesse ancorato dal basso.
Per un istante gli parve che il nero si contraesse, quasi un respiro.
Un brivido gli risalì lungo la schiena.
“Accidenti a me… - si disse – che razza di idiozie mi passano per la testa stanotte.”
Tirò con vigore. La barca s’impennò su un’onda più violenta, il piede gli sfuggì sul ponte viscido e il mondo si inclinò di colpo.
Cadde. L’impatto fu un pugno di ghiaccio.
L’acqua nera lo inghiottì all’istante, così fredda da fermargli il cuore per un battito.
A novembre nel Canale la temperatura non superava i dieci gradi, ma in quel momento parevano meno di cinque.
Il respiro gli si spezzò in gola con un rantolo strozzato, mentre mille aghi gli trafiggevano il petto e le tempie.
Il sale gli invase la bocca, ruvido e bruciante.

Annaspò per tenere la testa fuori, una disperata ricerca d'ossigeno, gli occhi spalancati dal terrore.
La barca era lì, una trentina di metri più avanti, le luci di bordo ne disegnavano la sagoma nella notte.
Con il timone bloccato girava lentamente in tondo, un cerchio largo che la faceva allontanare e riavvicinare come un animale indeciso.
Con il mare mosso e quel buio sarebbe stato quasi impossibile agguantare le fiancate alte.
Ma la rete pendeva ancora dalla poppa.
Quella poteva essere l’unica salvezza.
Doveva stare calmo. Era sempre stato un buon nuotatore. Iniziò a nuotare con bracciate misurate, imponendosi un ritmo lento. Il freddo gli mordeva già le mani e i piedi.
Dopo pochi minuti l’acqua cominciò a filtrare sotto la cerata, inzuppando il pile.
Sentiva il calore del corpo che se ne andava, lentamente risucchiato dal mare.
Proseguì caparbio, con la cieca tenacia di chi sente sfuggirgli la vita.
Non sapeva da quanto stesse nuotando quando la fatica divenne pesante.
Ogni bracciata richiedeva uno sforzo maggiore, la gola bruciava per il sale ingoiato.
Sollevò la testa: solo il buio. La barca non si vedeva più.
Il panico deflagrò nel petto.
Cominciò a iperventilare, il cuore era impazzito.
Con gesti goffi si strappò via la cerata, scalciò via gli stivali pesanti che sentiva d'intralcio al movimento.
Subito si sentì affondare di qualche spanna.
Il freddo gli aggredì il petto nudo, come graffio di belva feroce.
Le membra si facevano rigide.
Per la prima volta pensò che non ce l’avrebbe fatta.
Chiuse gli occhi lasciandosi galleggiare, battuto, arreso alla violenza delle onde.
Nella testa tornò l’immagine del cadavere nella rete: quel ghigno putrefatto… pareva gli sorridesse, invitandolo a raggiungerlo.
Riaprì gli occhi per scacciare l'incubo: la barca era lì, ricomparsa a una decina di metri. O forse era solo un miraggio immaginato?

Nuotò verso di essa con le forze residue, affannando a ogni bracciata.
Ogni volta che si avvicinava, la poppa sembrava allontanarsi nel suo giro lento. Alla fine sentì qualcosa sfiorargli le mani. Allungò le braccia: erano le maglie della rete. Un urlo rauco gli uscì dalla gola.
Si avvinghiò con tutta la forza che gli restava.
Cercò di issarsi, ma le braccia erano pesanti come pietra.
Provò ad aiutarsi con le gambe e sentì che qualcosa sott’acqua gli impacciava i movimenti.
Infilò una mano per capire: trovò un tessuto morbido, fradicio.
Lo scialle. Doveva essersi impigliato mentre cercava di issarsi.
Scalciò con rabbia per liberarsene, ma le gambe si ingarbugliarono maggiormente.
Più si contorceva, più il tessuto sembrava avvinghiarsi, tirandolo verso il basso come una corda viva.
Il motore della barca borbottava al minimo sopra di lui.
La luce di coperta oscillava, irraggiungibile.
Si dibatté come un pesce preso nella rete.
Mentre l’acqua gli copriva la bocca e il naso, gli parve – o forse fu solo un’allucinazione – di intravedere sotto la superficie un volto livido, capelli rossi che ondeggiavano come alghe nella corrente.

(Continua)

Return to “Racconti a capitoli”