[CH26] Irrefragar m’è dolce in questo male

1
Alle tre e diciassette qualcuno suonò alla porta. Guardai dallo spioncino, ma non vidi nessuno. Stavo per tornare a letto quando arrivò un messaggio sul cellulare: “Non aprire. Sono già dentro”.
“Beh, che cazzo hai bussato a fare, allora?”
Non ricordo se lo dissi ad alta voce o lo pensai soltanto. Ricordo solo che fui molto contrariato da quella improvvisata notturna. Nemmeno mi posi il problema di chi potesse essere a quell’ora.
Non che stessi dormendo, eh. E che vuoi dormire di questi tempi. A volte si sonnecchia il pomeriggio, si prova a recuperare il recuperabile, poi si crolla per due o tre giorni di fila. Lo sai come funziona, no?
Però, cazzo. Alzarsi dal letto a volte è complicatuccio, no? Che cazzo suoni a fare alla porta? Per certi versi, è un po’ da maleducati, te lo dico io.
Chi poteva essere? Robertina? O quell’umanoide di Tommy? Solo loro, in questo mondo triste e affollatissimo, hanno le chiavi di casa mia.
Quelle di Tommy devo farmele ridare al più presto, almeno fino a quando non mi ridà i trecento euro.
Robertina? Beh, beh… ma tanto non avrà voglia. E in tutta onestà anche io, lo sai, non è che sia proprio in condizioni. Beh, beh… potremmo sempre andare lì, in quel vicoletto, e torna la voglia a tutti e due. Anche se non è detto che alle tre di notte siano ancora operativi.
Robertina bella, hai due tette, nessuno lo mette in dubbio, ma lo sai, lo sai…
Annaspai nel buio della stanza, chissà se andavo troppo veloce o se per tornare a letto ci stavo impiegando un quarto d’ora. Ero sempre perso in quell’eterno moviolone.
Certo, potevo cercare tutte le risposte che volevo sul display del cellulare – nomi, orari – ma sai com’è. Laggiù, in fondo alle tasche, con il cinquanta percento di sbagliare, senza considerare che avrei potuto anche essermelo venduto.
Mi augurai solo di aver indovinato la stanza.
Letto, dove sei? Tanto non è che avrei dormito-dormito, lo sai. Era un modo come un altro per riposare gli occhi, mettere a fuoco certe situazioni, stilare un piano per il futuro.
Tutti nella vita avrebbero bisogno di fermarsi un attimo: non lo ripeterò mai abbastanza, la gente non sa più collegare i puntini. Sono sicuro che al giorno d’oggi tutti corrano a perdifiato senza più cogliere la bellezza della vita. Si vive solo in superficie, senza andare a fondo alle cose; nessuno ci riesce più e chi lo fa viene preso per un rincoglionito.
Cercai a tentoni il lembo della coperta; toccai qualcosa di gelido, di estraneo.
“Ah, sei tu…”
Come avevo fatto a non pensarci. A proposito di collegare i puntini.
“E chi credevi che fossi, la tua bella Robertina?”
“Beh, non mi sarebbe mica dispiaciuto. Ha due tette...”
“A parte qualche mastectomia, tutte hanno due tette.”
“Oh, che c’entra, lo sai cosa intendo. E poi… tu non le hai.”
“Stai dicendo che sono piatta? È una questione un po’ diversa, non trovi?”
“Beh, beh… in tempi di magra.”
“Adulatore…”
Mi guardai intorno e, pur essendo al buio e vittima di un blitz notturno, sentii l’impulso di scusarmi per il casino. Ma non lo feci.
Fu lei a riprendere parola: “Robertina non viene da due mesi, questo lo sai?”
“Certo che lo so. Ma tornerà, devo solo rimettere in ordine un paio di cosette.”
“Sì, eh? E da quant’è che lo ripeti?”
“Dubito che tu sia venuta per farmi la morale.”
“Sai quanto può fregarmene. Faccio solo il mio lavoro.”
“Benissimo, allora dai, fai presto. Non mi metterò certo a piagnucolare o a inginocchiarmi per chiederti pietà.”
“Lo so, lo so. Sei un tipo tosto, tu.”
“Ehi, non sfottere. Sono fatto, mica stupido.”
“Ma no, ma no, l’ho sempre saputo che non sei stupido. Però…”
“Però, cosa?”
“Però, insomma. Ancora con quella roba? Fa molto anni ’80.”
“Cristo, stai facendo del becero moralismo.”
“Ma dai, è solo per scambiare due chiacchiere. Non mi piace quando finisce troppo presto.”
“Sei una puttanella sadica, lo sai?”
“Lo so, lo so. Però adesso sei tu a moralizzare.”
“Bah, fumiamoci una sigaretta, va.”
“D’accordo” disse lei, protendendo la sua mano ossuta.
L’ultima del condannato, faceva molto film in bianco e nero. Belli i film in bianco e nero. Dove avevo messo le sigarette? Ah, che idiota, ce le avevo nel taschino. Guarda qui, tutte schiacciate, ecco cos’era quel dolore al petto. O forse no? Ne misi due in bocca, una per me e una per lei. Tirai una boccata e due occhi rossi brillarono nel buio. Una la lasciai in bocca, l’altra la girai verso la mia ospite.
“Guarda che è il mondo a essersi fermato agli anni ’80” ripresi.
“Che cazzata colossale. Sono successe più cose negli ultimi trent’anni: Internet, le Torri Gemelle, ChatDDT.”
“Culturalmente intendo.”
“Beh, culturalmente un po’ sì, hai ragione.”
“Solo un po’?”
“Boh, qualcosina di buono ci sarà stato anche negli ultimi anni, no?”
“Tipo?”
“Che ne so, Lady Gaga? Non è che sia un’esperta.”
“E si vede. Non capisci un cazzo.”
“Vabbè, dai. Ora non sarai uno di quei nostalgici che mitizzano i ricordi d’infanzia? Guarda che questo è un errore molto comune. I latini lo chiamano…”
“Ma che nostalgico, ho avuto un’infanzia di merda. Ma Lady Gaga, cristo. Vuoi mettere con gli Smiths, i Queen, i Pogues?”
Non potevo vederla, ma fui abbastanza sicuro che mi stesse scrutando con i suoi grandi occhi neri come mi guardavano tutti. Come se fossi pazzo, l’unico a essere rimasto indietro. Spensi la sigaretta nel posacenere, ma forse era solo il comodino.
Stetti un po’ a pensare; fissai nell’oscurità i riflessi del cucchiaio, il lontano bagliore di un batuffolo di ovatta. Trattenni una lacrima.
“Quindi sei già stata da Tommy?”
“Già, non ha aspettato neanche di tornare a casa. L’ho trovato in un vicoletto, tra due automobili.”
“E gli altri?”
“Beh, era una partita tagliata molto male, roba che avrebbe spedito al Creatore anche me.”
“E… Robertina?”
“Lo sai… È una legge irrefragabile.”
“E che significa? Nel senso che non te ne frega?”
“Per certi versi.”
“Però, cazzo, ha ventidue anni.”
“Che c’entra? Se uno è stupido, è stupido a qualsiasi età. Comunque, se ti importa, non sono ancora passata da lei. Ha perso un’ora al telefono prima di salire a casa, forse aveva un brutto presentimento, le resta ancora un po’.”
“Certo che mi importa, per me è altamente refragabile.”
“Non… oh, lascia perdere. In ogni caso, ci andrò appena ho finito con te.”
Una partita tagliata molto male. Ecco cosa succedeva quando andava Tommy a recuperare. Lo vedevano così malconcio che pensavano… beh, lo sapete che pensavano.
Dovevo prendere il cellulare: certo, avrei dovuto alzarmi, frugarmi nelle tasche con il cinquanta percento di errore, sperare di non averlo venduto in un momento di debolezza. Movimenti faticosi, oserei dire proibitivi, ma per Robertina questo e altro. Aveva ancora una possibilità.
“Di’, fai tanto la filosofa, ma l’hai mai sentita Lady Gaga?”
“Oddio, così su due piedi, non è che ce l’ho proprio presente.”
“Sono proprio curioso di conoscere il tuo parere.”
Digitai le prime tre lettere e subito comparve una sua canzone. Tanto, una qualsiasi sarebbe andata bene. Lei ascoltò poche note, poi la sentii agitarsi nel suo mantello, nel buio della notte.
“Hai ragione, è una vera merda, nulla da eccepire.”
“Hai visto? È normale che poi si commettano certi errori, è questione di buon gusto.”
“Bah, mi sembra un ragionamento un po’ forzato.”
“Sarà. Eppure, a me basta sentire una sua canzone e subito mi viene voglia.”
“Povera stellina. Dai, spegni questa lagna elettronica, mi sta scoppiando il mal di testa.”
“Tu te ne stai nella tua valle di silenzio, noi ci viviamo tutto il tempo in questo schifo.”
“Ah, quanto fatalismo.”
“No, no, guardami negli occhi e dimmi che non ti viene voglia.”
Non mi rispose.
“Dimmi che non proveresti.”
“Oddio, alla mia età.”
“Dai, cucino io.”
Anche se in realtà stavo già cucinando. Un odore dolciastro impregnava la stanza, chissà se anche lei poteva sentirlo.
“Per favore, spegni sto strazio. Mi sta venendo la nausea.”
“Te lo dicevo io. Tieni, prova. Poi diventa tutto più sopportabile.”
“Ma come faccio? Sono tutta pelle e ossa. Anzi, senza nemmeno la pelle.”
Scuse, scusette. Ormai l’avevo in pugno.
“Oh, fidati, un buchetto si trova sempre.”
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