[CE2026] Alfa bugs

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Bottiglia n. 5

Roberto chiuse il giornale sull'ennesima bazzecola che blaterava di cambiamenti climatici e altre frottole da ambientalisti perdigiorno. Ma quale cambiamento della malora! In estate aveva sempre fatto caldo, da che mondo è mondo. 
Tutte quelle notizie artefatte e quei filmati su gente che moriva a causa delle temperature, erano solo robaccia generata con AI e diffusa ad hoc dall'opposizione.
Poi arrivò ai lidi e notò subito qualcosa di diverso: il litorale accorciato della metà, rispetto all'anno precedente, e nessuna spiaggia libera.
Pagò, a malincuore, 50 euro un ombrellone senza sdraio, per fermarsi un paio d'ore, e stese l'asciugamano sulla sabbia.
Ci rimase solo pochi minuti, perché era incandescente e il riflesso dell'arena biancastra gli abbacinava gli occhi. Eppure erano solo le 8.30 del mattino!
Decise di entrare in acqua cercando un po' di refrigerio, ma erano tutti a mollo, in un mare che sembrava un minestrone umano. Poi avvertì una strana fitta al polpaccio.

“Che è sta cosa?” esclamò schiaffeggiandosi la gamba, come faceva ogni volta che si sentiva pizzicato, sin da bambino. Poi si esaminò la pelle, più con le dita che con gli occhi, accecati dai riflessi. Nessun segno superficiale, tranne un leggero rigonfiamento. Anzi due.
Sarà stato un granchio, una tracina, un pesce scorpione o uno degli altri mostri marini che si era sempre immaginato prima di entrare in acqua, dopo aver ignorato la ramanzina della mamma.
Uscì dalla melma salmastra e si sdraiò sulla salvietta bianca rubata in hotel. Poco a poco riprese il dono della vista. Ecco qui, due punture, una vicina all’altra. Sulle sue gambe invecchiate male, quasi neanche si notavano. Ma prudevano.
Va beh, giornata rovinata.
Ruotò il polso. Comparve 09:05 sul quadrante del suo ultimo modello di smartwatch, quello con tutto incorporato. Personal trainer, dietologo, segretario, fatto del giorno, massima del giorno, minchiata del giorno, traduttore simultaneo.
A proposito di traduttore. Sull’asciugamano vicino al suo era seduta una coppia che parlava una lingua straniera, forse ostrogoto, lui vecchio ma ancora belloccio, lei giovane ma ancora per poco. Erano su di giri, a tratti furiosi, in altri sdolcinati. Roberto non riusciva a seguire la logica della discussione, ma era curioso.
Mettendosi a sedere accovacciato, avvicinò la bocca all’orologio intelligente e sussurrò “Cosa si stanno dicendo questi due? Traduci”.
La rotellina sul quadrante girava. E girava. E girava. Allora?
“Non conosco questa lingua” sentenziò la voce elettronica, pacata e distaccata.
“Manco io” rispose Roberto “Saresti tu quello intelligente?”
“Potrei decodificarla, se avessi tempo. Posso continuare ad ascoltare?” chiese la vocina. Sembrava che la protesta di Roberto ne avesse ferito l’orgoglio.
“Fai con comodo, abbiamo tutta la giornata” commentò lui, mandando al diavolo pure quell’aggeggio inutile.
Si alzò in piedi e sollevò l’asciugamano dalla spiaggia rovente, buttandoselo sulla spalla. Una scudisciata di sabbia finì sul vecchio belloccio, che imprecò in ostrogoto, mentre la giovine decadente si concedeva un risolino.
Ecco, almeno era riuscito a far ridere qualcuno.
 
Lontano dalla spiaggia, la situazione non cambiava. Caldo asfissiante e minestrone di persone variopinte a zonzo. Che estate d’inferno! Se le prossime fossero state tutte così, si sarebbe augurato fosse anche l’ultima.
Si mise in auto. Nella sua vecchia auto fuorimoda, che presto sarebbe tornata di tendenza. Gli interni in colata di pura plastica, restituivano energia come un corpo nero, catastroficamente non all’infinito, per sua fortuna.
Prese la circonvallazione e imboccò la strada a due corsie. Poco dopo la spiaggia non fu più in vista e lui si sentì già dalla parte opposta del mondo.
“Segnale GPS interrotto” lo avvisò la voce dallo smartwatch.
Aveva imboccato il lungo tunnel che attraversava lo stretto. Da almeno un paio d’anni, c’era quel buco di dieci chilometri in cui il segnale non si beccava mai.
“Ho completato ora la traduzione che mi avevi richiesto” ronzò l’orologio “Vuoi sentirne un estratto o preferisci un riassunto?”
Si era quasi dimenticato di aver fatto quella richiesta al suo tuttofare. Ma ora gli sarebbe tornato utile: non aveva niente di meglio da fare.
“Lascia perdere i riassunti, traducimi quella discussione frizzante che hanno avuto in spiaggia”. Poggiò entrambi palmi sul volante, predisponendosi all’ascolto di quel gustoso battibecco.
“Va bene, non sarà ancora completamente fedele, ma cominciamo. Dimmi tu quando vuoi che interrompa”
Pausa, un bip lungo. La registrazione tradotta era partita.
“Hai visto che bel sta spiaggia? Piena uomini da succhiare”
Questa dev’essere la precariamente giovane, pensò maliziosamente Roberto.
“Certo che trovato proprio bel postici, umido e callo come piace noi”
“Gli uomini sono da sembre un ottima vettore e incubatori. Per noi, esperimento interessante”
“Per quesdo abbiamo stati generoso con la loro razze, dato aiuto per soppravvissuti, tutte volte passato cui si sono pressapoco estinti”
“Ogni generatio è peggio della primae. Forse noi dovut lasciare camminare con le gambe proprie”
“O dovut aiutare a estinguere. In scorso bye bye pianetario, noi aviamo aiutato a spazzare via quei sauri, loro troppo pericolosi, vogliono nostro primato”
“Ma uomo diverso, inoffensibile, mai statu vera minaccia. Razza giovane, innesperta, una frazione di frazione di parte confronto nostra evolutio”
Roberto pensò che lo smartwatch stesse blaterando parole a caso. “Adesso basta con questa schifezza, stop”.
Il dispositivo si interruppe, obbediente.
Ma poi qualcosa nel suo algoritmo non gli permise di restare zitto e remissivo “Pensi che io abbia fatto un pessimo lavoro? La traduzione era accurata al novantasei percento, ma ti avevo avvisato che sarebbe…”
“Bla bla bla, stupidità artificiale” lo interruppe Roberto.
Come aveva potuto pensare che l’orologio fosse in grado di imparare quella strana lingua visigota, senza mai averla sentita prima?
Tutta quella storia dell’AI era un’illusione: a forza di sentirne parlare in nei talk show, programmi radio e podcast, la maggior parte delle persone pensava davvero che quegli aggeggi stessero diventando più intelligenti di loro.
Lui non ci aveva mai creduto. Come non credeva che quella traduzione avesse un senso compiuto.
“Il dialogo è ancora in corso, vuoi mettermi di nuovo alla prova? Ora che ho la chiave di lettura, potrei procedere a una traduzione simultanea” lo provocò la vocina. Sembrava che l’orologio l’avesse davvero presa sul personale.
“Quale dialogo? Quello della spiaggia?”
“Esatto. Lo sto registrando da quarantadue minuti, ma è ancora in corso, a breve distanza”.
Roberto si guardò attorno: non c’era nessuno nell’abitacolo. E neppure a pochi metri dalla sua auto in movimento. Di chi stava parlando?
Anche se l’orologio era chiaramente impazzito, era curioso di come sarebbe continuato quel blaterare. Aveva una sua logica, per quanto folle.
“Continua, voglio sentire cosa si stanno dicendo ora” confermò allo smartwatch, stando al gioco.
Pausa, bip lungo.
“Non riescono mai a lavorare come una vera colonia. Ogni volta ci provano, ma la loro natura è individualista. Inoltre, da qualche tempo si credono i padroni del pianeta, da ancor prima di scoprirne la massa tonda in mezzo al cosmo”
“Ma sono così divertenti: si fanno del male e poi si struggono per averlo fatto. Si incolpano a vicenda di aver innescato il cambiamento climatico, per aver fatto del male alla natura, al pianeta. Ma sono così piccoli, minuscoli, insignificanti rispetto alla natura e al pianeta. Trascurabili nella massa della vita”
“Come si fa a non affezionarsi a una specie così ingenua? Ma quando saranno scomparsi, penso che solo noi ne sentiremmo la mancanza”
Le voci questa volta erano più nitide, per quanto seguissero un ritmo ne umano ne artificiale.
Gli mettevano i brividi, su per la schiena e fin dentro le orecchie. Quel ritmo sincopato nelle parlata, alimentava la  sensazione che a discutere fossero davvero due esseri disumani. Non vedevano di buon occhio quelli come lui, ma allora cos’erano? Fantasmi dall’aldilà? Alieni?
Era inebetito. La voce dall’orologio proseguì.
“Ora però stanno esagerando: un conto è auto estinguersi, un altro è creare un sistema pensante autonomo, un sostituto artificiale di sé. Le grandi regine dicono che una volta avviato l’apprendimento, non si limiterà a soppiantare il suo creatore, ma continuerà ad espandersi a tutto ciò per esso digeribile”
“Credo che gli uomini capiscano cosa stanno maneggiando, ma sono così auto celebrativi, fieri. Non sanno darsi un limite, anche se questo li porterà alla fine. La nostra specie non ha bisogno di spiegazioni, lo sentiamo: quella che loro chiamano AI potrebbe essere una minaccia anche per il nostro futuro”
“Aspetta! Smettila di parlare. Hai sentito che il dispositivo al polso dell’uomo sta riproducendo un dialogo? Credo che sia una traduzione di quello che ci stiamo dicendo”
Una fitta al polpaccio divampò in un istante. Era come fosse stato stritolato. Dall’interno.
Roberto si piegò con la faccia sul volante, tentando con una mano di raggiungere la fonte del dolore lancinante. L’auto sbandò.
Poi di colpo la morsa si allentò, ma qualcosa si muoveva dal polpaccio alla coscia. Guardò in basso, oltre il costume da bagno. Erano ancora quei due rigonfiamenti della spiaggia, ora in movimento sotto la sua pelle.
“Affermativo, ha decriptato il nostro linguaggio. Sarebbe un rischio di livello blu lasciare che raggiungano il campo aperto”
“Allarme alfa! Allarme alfa! Sabotare!”
“Interrompiamo le comunicazioni. Sabotare!”
Dalla coscia, le escrescenze risalirono al fianco. Una fitta lacerante gli scoppiò dentro.
Roberto urlò, cercando di tenere dritto il volante, mentre si contorceva sul sedile. Ma l’auto sbandò e andò dritta verso la parete destra del tunnel.
Con tutte le sue forze, riuscì a controsterzare e solo la fiancata strisciò scintillante contro il cemento.
Ora il dolore era pulsante, un pelo meno devastante di prima. Si spostò sulla schiena ed esplose in un intenso solletico, un pizzicore che gli fece inarcare la colonna vertebrale.
L’auto di nuovo deviò di lato, stridendo per l’attrito sull’asfalto. Puntava dritto contro il guard rail di separazione dalla carreggiata opposta. Non aveva più scampo.
Sorprendentemente, la carrozzeria si piegò all’impatto e lo fece rimbalzare sulla sua corsia. Un miracolo.
I pizzicori si interruppero. Ne approfittò per infilare un braccio nel retro della canottiera, in cerca di quelle due escrescenze.
Qualunque cosa fossero, era proprio loro che l’orologio aveva tradotto. Ed ora stavano cercando di buttarlo fuori strada, questo era lampante.
In che casino si era cacciato? Possibile stesse avendo un incubo?
Ma in quel momento, con la coda dell’occhio, vide sulla spalla destra qualcosa che si muoveva sottopelle. Erano loro, pronti al prossimo attacco.
Istintivamente provo a toglierseli di dosso, passandosi il dorso della mano sull’avambraccio. Mancati.
Nello specchietto retrovisore c’erano due autotreni affiancati, davanti alla sua auto strada libera. Ma nessuna area di sosta vicina.
“Dobbiamo uscire al più presto dal tunnel, accelera” si rifece viva la voce elettronica dell’orologio, squillante come non l’aveva mai sentita. “Accelera” ripeté insistente.
Roberto provò invece a rallentare, ma i camion che occupavano le due corsie dietro di lui non avevano intenzione di fare altrettanto. Lo diedero a intendere, martellandolo con gli abbaglianti, appena toccò il freno.
“Schiacciali!” la voce dall’orologio divenne imperativa.
Ma Roberto capì che quegli esseri si muovevano troppo velocemente sotto la pelle, non sarebbe mai riuscito a beccarli, prima di schiantarsi. La prossima fitta lancinante sarebbe stata l’ultima.
Allora con un gesto fluido slacciò il cinturino e gettò lo smartwatch fuori dal finestrino. Rimbalzò tre volte sull’asfalto, prima di finire sotto lo pneumatico destro dell’autotreno in transito dietro di lui.
Il movimento sotto la pelle rallentò, come se quegli esseri si sentissero meno in pericolo.
Allora Roberto colpì a palmo aperto: riuscì a centrare entrambi i bitorzoli, all’altezza della spalla. Si sentì un crack, secco, e apparvero subito due macchie ocracee.
“Vi ho spiaccicati, bacarozzi!” esultò Roberto, scaricando l’adrenalina.
Sospirò profondamente e riprese il controllo dell’auto, che tornò stabile sulla corsia.
Si era liberato dell’orologio e dei bacarozzi, prima di uscire dal tunnel.
Nessuno, al di fuori di lui, doveva venire a sapere ciò di cui erano capaci quegli insetti. 
L’AI doveva rimanere all’oscuro della possibilità di interpretarne il linguaggio.
Altrimenti sarebbe stata guerra, guerra totale.
E da quel che aveva sentito, la sua razza non sarebbe neppure stata annoverata tra i contendenti. Forse sarebbero stati utilizzati come vettori, sacrificabili.
Un gorgoglio allo stomaco gli diede ragione.
 

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