Colpo di scena: D'improvviso qualcuno gridò: "Là! Guardate là!". Tutti si riversarono sulla riva. Un barcone si stava avvicinando alla spiaggia oscillando paurosamente per il carico di persone che portava a bordo.
La Nona
L'Assistente alzò in aria le braccia. Indice e medio di ogni mano indicarono il Cielo, poi la folla di Discesi che osservava in silenzio religioso. "In caso di emergenza", pronunciò, "le luci vi indicheranno il percorso verso le uscite."
Era un simbolo, gli aveva spiegato Mamma, cioè una cosa che vuol dire un'altra: quando hai un problema devi cercare dei segni che ti manda Dio. Ci sono sempre, i segni, solo che quando va tutto bene non li vedi. Come delle luci spente che quando l'aereo vola non ti accorgi nemmeno che ci sono, e poi quando cade, Dio le accende. Almeno, Effe pensava che succedesse così. Erano passati tanti anni e non si sapeva più cosa era simbolo e cosa era fatto. Mamma nemmeno c'era, sull'Aereo, e neanche Papà. Solo i Nonni e gli altri Anziani.
Secondo la Sicurezza, le uscite erano tre, e infatti i Discesi si raggruppavano sempre in modo da lasciarle libere. L'Assistente indicò anche quelle, una a una, camminando lentamente lungo il Corridoio. "L'uscita più vicina", continuò, "potrebbe trovarsi dietro di voi." Passò accanto alla fila di Effe, che gli guardò i piedi nudi affondare nella sabbia e riaffiorare a ogni passo. Questa cosa che aveva detto, invece, voleva dire che certe volte trovi una soluzione dove meno te l'aspetti. Nonno, ad esempio, raccontava sempre che appena erano finiti sull'Isola non sapevano come sarebbero sopravvissuti. Non c'era cibo, non c'era acqua. Nonno e altri Discesi si erano incamminati verso il bosco, per tante ore avevano cercato e non avevano trovato niente. Poi Nonno era inciampato in un sasso, era caduto, e aveva sentito l'acqua. Così avevano trovato la cascata in cui Effe faceva il bagno ogni mattina e ogni sera.
In testa alla Cabina, l'Assistente si chinò e prese la Cintura. "Per allacciare la cintura," disse, "inserite la linguetta nella fibbia e tirate la cinghia per stringerla." Fece come aveva detto, e frustò l'aria. Effe strizzò gli occhi. Il rumore era brutto, gli ricordava una schicchera, oppure l'elastico per capelli di Mamma quando lo tirava troppo e gli schioccava in faccia. "Per la vostra sicurezza", e qualche Anziano chiuse gli occhi e si appoggiò la mano sul petto, "vi consigliamo di tenerla allacciata anche quando il segnale è spento." Era un momento emozionante, o così dicevano — era Dio che gli diceva di essere sempre prudenti, sempre all'erta, anche quando sembrava andare tutto bene. La Nona poteva succedere in qualsiasi momento: di notte mentre tutti dormivano, o durante un falò della domenica, quando tutti ballavano, o all'alba quando si sentivano solo le foglie mosse dal vento e gli uccelli che si davano il buongiorno. A Effe piaceva lasciare qualche mirtillo fuori la capanna, la notte, per la colazione dei merli e dei petauri, anche se Mamma si lamentava perché facevano troppo rumore e capitava anche che entrassero ed era difficile mandarli via, poi.
Il prossimo simbolo era la Maschera. L'Assistente la sollevò, il tubo in una mano e la mascherina nell'altra. "In caso di perdita di pressione in cabina, le maschere per l'ossigeno cadranno automaticamente dagli appositi alloggiamenti sopra di voi." Staccò la mano, la mascherina cadde e rimase a penzolare. Effe la seguì con gli occhi: su e giù, destra e sinistra. Ributtò giù uno sbadiglio. Aveva sonno e fame, e il Rito lo conosceva a memoria. Gli piaceva di più sentire le Storie, che erano sempre diverse, ma per quelle avrebbe dovuto aspettare la fine.
"Assicuratevi la vostra maschera prima di aiutare bambini e altre persone in difficoltà." Come ogni volta che sentiva la frase guardò Mamma, che invece era concentrata e non fece caso a lui. Significava che gli adulti sani venivano prima. Che i bambini tanto se ne facevano altri, se serviva. Ma servivano gli adulti sani per fare i bambini e portare avanti la comunità dei Discesi. Effe non vedeva l'ora di crescere, così tutti lo aiutavano per primo, anche se succedeva un altro Ammaraggio.
Si era distratto, e l'Assistente stava già indossando il Salvataggio. "Gonfiate il giubbotto soltanto quando vi sarà indicato o dopo aver lasciato l'aeromobile." Quando facevano le riunioni, solo chi aveva addosso il Salvataggio poteva parlare. Era un modo per non parlarsi sopra e per rimanere civili. E voleva dire che avevi qualcosa di importante da dire, o un problema serio. Non puoi parlare prima del tuo turno, così come non puoi metterti al sicuro prima che ti venga detto. Se qualcuno parlava senza Salvataggio, veniva preso dai più forti dei Discesi e portato in mare con braccia e gambe bloccate. E lo facevano scendere giù e poi risalire fino a quando capiva la regola. Le regole si seguono perché le regole sono la parola, la Sicurezza. Effe non aveva mai visto nessuno interrompere, né infrangere nessuna regola da quando era nato. Nonna gli raccontava che, i primi tempi, alcuni Discesi avevano provato a ribellarsi, ma che poi avevano capito che non c'era niente di male nell'essere organizzati. Anzi.
Si girò verso la riva. Non vedeva il mare, da lì, dietro le file di alberi che circondavano la Cabina. Adesso sarebbe stato proprio bello giocare alla punizione: tuffarsi e rimanere con le braccia lungo il corpo e le gambe tese, e vedere se riusciva a risalire da solo. Ma Papà se ne accorse, gli diede un colpetto sulla schiena. Uffa.
Però era il momento della preghiera: l'Assistente si mise seduto e i Discesi lo imitarono. Poi tutti si misero le mani dietro la nuca e si piegarono in avanti. Era successo proprio così nell'Ammaraggio, e certi Anziani si ricordavano e durante il Rito si dondolavano e piangevano. A Effe dispiaceva. Dovevano avere avuto molta paura. Per fortuna che invece loro non ne avevano, grazie al Rito e alla Sicurezza e quindi a Dio, che gli dicevano che non sarebbe successo niente di brutto. E poi l'Isola non poteva rompersi e affondare: Effe non lo diceva mai a nessuno, ma sotto sotto era contento di non dover prendere un aereo e tornare nel Mondo. Se tutto quello che raccontavano gli altri Discesi era vero, stava molto meglio lì.
Adesso che nessuno lo vedeva, riuscì a scivolare via, lungo il Corridoio e in mezzo agli alberi. Corse finché non arrivò coi piedi nell'acqua. Si tuffò una volta, due, tre, schizzando dappertutto, cercando di saltare sempre più in alto. Cercò di immaginarsi com'era cadere in acqua dal Cielo. Dicevano sempre che era brutto e che faceva male, ma lui non capiva. Era bellissimo fare i tuffi.
Quando si stancò si sedette su una roccia, coi piedi a mollo, lasciando che le onde gli schiaffeggiassero le caviglie. Alzò gli occhi. Il sole era alto nel Cielo e si rifletteva nel mare in tanti cristallini dorati, splendenti come gli orecchini di Mamma e di Nonna.
Ce n'era uno più grande degli altri, di cristallino. Ed era strano, si muoveva sopra la linea del mare invece che dentro. Diventò sempre più grande, finché non prese una forma, ed Effe riuscì a distinguere le tante, piccole sagome che trasportava. Non poteva essere. Eppure non c'era altra spiegazione.
E toccava proprio a lui dare la notizia! Dio l'aveva scelto per il compito più importante. Effe scese dalla roccia, avanzò di qualche passo nell'acqua. Aprì la bocca, ma non uscì nessun suono.
Comunque non fece in tempo. D'improvviso qualcuno gridò: "Là! Guardate là!".
Tutti si riversarono sulla riva. Un barcone si stava avvicinando alla spiaggia oscillando paurosamente per il carico di persone che portava a bordo.
Era stato Kappa a dare l'allarme, un ragazzo più grande che aveva appena iniziato ad andare a pescare con gli uomini. Papà aveva detto che nonostante fosse il novellino, aveva pescato quattro pesci tutto da solo. Effe aveva pregato Papà di portare anche lui, era sicuro di riuscire a pescarne cinque, ma lui aveva detto di no. E ti pareva che proprio Kappa gli doveva rovinare il momento di gloria.
"È la Nona, è la Nona", urlò qualcuno. La gente arrivava e vedeva il barcone e crollava in ginocchio. Per forza: come era rappresentato nella Nona immagine della Sicurezza, stavano arrivando dal mare delle persone, e tutti quanti avevano addosso i Salvataggi. Erano quelli mandati da Dio per riportarli nel Mondo.
Ma non sembravano contenti di essere venuti a salvarli: si guardavano tra di loro stupiti, e uno chiese ai Discesi chi fossero e da quanto tempo fossero lì. Nonno, che era stato uno dei primi a inginocchiarsi, si alzò. "C'è stato un incidente aereo venticinque anni fa."
L'uomo che aveva parlato sbarrò gli occhi. "E siete stati qui tutto questo tempo?"
"Non siete venuti per noi?"
"No. Noi —" C'era una donna che non la smetteva di tossire, come quando uno prendeva un'onda in faccia e beveva. L'uomo la guardò male, fece un sorriso a Nonno. "Siamo molto stanchi. Anche noi abbiamo avuto un incidente, con una nave. Siamo in mare da giorni."
Effe si fece spazio tra i Discesi per cercare Mamma, e quando la trovò si mise tra le sue gambe. Erano tutti delusi, ma lui era contento che questi non fossero la Nona: non capiva cosa ci fosse, nel Mondo, che a lui qua mancava. E per lui non era tornare, era andare. E anche per Mamma e Papà.
Ma Nonno si rivolse ai Discesi: "Prendete cibo e acqua. Non preoccupatevi: tutto sta andando come è scritto nella Sicurezza. Adesso verranno a cercare i nostri nuovi amici e tutti insieme torneremo a casa."
Mamma lo prese per le spalle con un gridolino di gioia. Ci credeva, tutto quello che dicevano gli Anziani era vero. "Vieni Effe, aiutami."
Iniziarono a preparare un sacco di cose da mangiare, come per il falò. Alle altre persone i Discesi stavano dando le pellicce. Molti battevano i denti dal freddo, anche se l'acqua era tiepida a quell'ora. Forse era lo spavento.
Effe si avvicinò a Nonno, che ancora parlava con quell'uomo. Vicino a lui era arrivata una bambina, che non si muoveva. Effe stava per presentarsi, ma Nonno lo fece al posto suo, indicandolo alla bambina. "Questo è mio nipote, avrà la tua età. Perché non giochi con lui? Ti farà vedere l'Isola."
La bambina fece no con la testa. L'uomo disse che era un po' scossa. Effe allungò la mano. "Io sono Effe. Tu come ti chiami?"
Lei fece una smorfia. "Che nome è Effe?"
"Effe, come una fila dell'Aereo. Tutte le persone di quella fila sono morte."
La bambina, scema, invece di dirgli quanto era valoroso e rispettabile che avesse questo nome, si mise a piangere alla parola morte.
"Vai dalla Mamma", disse Nonno.
"Ma questi restano con noi?" Erano completamente diversi: i loro vestiti erano strani, stretti, gli coprivano tutte le braccia e tutte le gambe. Come potevano muoversi per correre, arrampicarsi sugli alberi, pescare o intrappolare gli animali?
"Sì. Non hai sentito? È parte della profezia, Effe."
Al falò gli Anziani decisero che i Nuovi potevano stare dal lato dei giovani, vicino alla cascata. Effe pensava che sarebbe stato più giusto far fare loro un nuovo accampamento, lasciare che trovassero da soli cibo e acqua come avevano fatto i Discesi tanti anni prima, ma non disse niente. Invece stavano mangiando il loro cibo senza neanche fare una preghiera, e poi si sarebbero presi anche i letti, e alla fine li avrebbero portati via tutti quanti in un posto sconosciuto. Effe non riusciva ad accettarlo.
La bambina si chiamava Anna. Tracciò qualcosa, delle strane forme sulla sabbia bagnata. Effe guardò senza capire. "È il mio nome."
"In che senso?"
"Non sai leggere? Quanti anni hai?"
"Nove."
"È impossibile non saper leggere a nove anni. Sei un ciuccio."
Effe non sapeva cosa volesse dire ciuccio, ma sembrava una cosa brutta, un insulto. Non si poteva insultare, soprattutto uno più vecchio di te, ed Effe pensava di essere più vecchio. Spinse la bambina, che per la sorpresa — e perché Effe era molto più forte di lei — finì in acqua con un urlo.
L'uomo che parlava con Nonno, che forse era il papà di Anna, arrivò subito, preoccupato, seguito da Papà. "Cos'è successo? Anna, stai bene?"
"Effe, cosa hai fatto?"
Effe la indicò. "Dovete annegarla. Mi ha insultato. È cattiva e non rispetta nessuna regola. Sono tutti cattivi!"
"Papà, mi sono fatta male alla testa!", si lamentò lei.
Effe le si avventò contro, cercò di bloccarle le gambe come nelle punizioni. Ma Papà fu più veloce e lo sollevò di peso. "Smettila, sei impazzito?"
"Papà, io li odio! Li odio, devono morire! Non è la Nona, te lo giuro! Dio è bravo, non ci manderebbe persone cattive!"
"Effe!", urlò Nonno. "È questo quello che ti hanno insegnato? A ribellarti alla Sicurezza?"
"Non mi sto ribellando! Nonno, ti prego, ascoltami!"
Nonno decise che Effe, per punizione, avrebbe dovuto occuparsi di Anna per tutto il tempo che i Nuovi sarebbero stati lì. Pochi giorni, gli assicurò. Sarebbero venuti a cercare i Nuovi e avrebbero trovato anche loro. Tutto si sarebbe aggiustato.
Effe all'inizio non voleva, ma già due giorni dopo aveva cambiato un po' idea: la donna che tossiva non smetteva e a ogni respiro la sua gola faceva un rumore spaventoso e gracchiante, e lui non voleva stare in accampamento. Tra l'altro, Anna adesso aveva paura di lui e lo rispettava come un Anziano. Gli aveva fatto diverse forme sulla spiaggia e gli spiegava che erano le lettere che facevano le parole. Ne indicò una e gli disse che era il suo nome. Effe pensò che si sbagliava, il suo nome era una parola, non una lettera sola.
Per ricambiare, cercò di insegnarle ad arrampicarsi sugli alberi. Da sola ancora non ce la faceva, Effe doveva tenerla con tutte e due le mani, ma sui rami stava in equilibrio bene e da quelli più grossi si dondolava. "È come andare sull'altalena." Effe non sapeva cosa fosse un'altalena, ma non lo disse. Era stufo di essere preso in giro per non conoscere il Mondo.
Quando tornarono all'accampamento quel giorno c'era un grande movimento. Persone che andavano all'accampamento degli Anziani, altre che uscivano ed entravano dalla capanna dove era ospite la donna che tossiva. Effe cercò i suoi genitori, vide Mamma in un angolo che piangeva.
"Mamma! Che è successo?"
"È morta."
"Chi?"
"Quella donna — Effe, forse avevi ragione tu. Questa non può essere la Nona."
Papà e gli altri stavano iniziando a discutere con i Nuovi, e Anna era stata accerchiata da dei ragazzi. Chiamava il nome di Effe.
Nonno gli aveva detto di occuparsi di lei, e lui non poteva deludere Nonno. Corse verso di lei. "Lasciatela stare!"
"Sono impostori! Non sono mandati da Dio!", lo avvisò Kappa. "Non puoi parlare con lei."
Effe si mise di fronte ad Anna. "Non ti ha fatto niente. Non puoi farle male, altrimenti vai contro le regole."
Kappa era molto più alto e molto più grosso, ma di fronte a questa verità esitò e poi se ne andò, seguito dagli altri.
Solo Tredici, una del gruppo, rimase indietro. Si abbassò alla sua altezza e gli mise una mano sulla spalla. "Fai attenzione, sennò muori anche tu."
Effe guardò Anna. "Che significa?" Anna riprese a piangere. Era scemissima quando piangeva. "Dimmelo! Siete venuti ad ammazzarci?"
"Papà dice che non posso dirtelo!"
"Dimmelo!" Effe si buttò su di lei, la mise a terra. "Se non me lo dici ti ammazzo."
"La nostra nave non si è rotta. Siamo scappati. Tante persone stavano morendo, e noi non volevamo morire. Siamo andati nei porti, ci hanno cacciato."
Effe non sapeva cosa fosse un porto, ma anche a immaginarselo, non capiva perché fossero stati cacciati. Però se li avevano cacciati tutti, allora dovevano cacciarli anche loro. "Perché?"
"Non capisci niente. Sei stupido. Tutti erano ammalati, sulla nave. Mia mamma è morta. Adesso morirete anche voi."
Ammalati significava tipo quando mangiavi una cosa che non dovevi mangiare e vomiti e stai male. Oppure quando ti morde un insetto velenoso. Ma Effe ancora non capiva.
"Effe!" Papà lo allontanò da Anna. "Non la toccare!"
E poi tossì. Lo stesso colpo di tosse della donna che era morta.
"Non ci fanno entrare!", dissero i Discesi che erano tornati dall'accampamento degli Anziani. "Non ci fanno entrare, stiamo morendo!"
Effe si ricordò dell'Assistente, la mascherina che dondolava su e giù, destra e sinistra. Assicuratevi la vostra maschera prima di aiutare bambini e altre persone in difficoltà.
Ed Effe capì.