[MI189] Linea 333
Posted: Wed Mar 11, 2026 7:23 pm
Traccia n.6 - "La telefonata"
Da qualche giorno il protagonista riceve ogni notte una telefonata. Dall’altra parte nessuno parla, ma si sente chiaramente qualcuno respirare.
Linea 333
Detesto gli uomini. Non tutti, solo quelli che conosco.
Hanno una visione bidimensionale delle donne: tutte innamorate o puttane.
Non concepiscono neanche l’idea di un incontro casuale che non sia squallido. O c’è amore o deve essere sporco.
No, grazie. Non lo voglio.
Per fortuna c’è lui. Il solo, l’unico e qualsiasi, simultaneamente.
Ogni giorno — o meglio, ogni notte — alle 3:33 mi chiama. E stiamo insieme. Come in tutte le relazioni non è stato facile all’inizio. Subito mi ero spaventata. Sì, sono stupida e paurosa, ma diciamolo: di maniaci è pieno il mondo.
Lui chiamava e respirava. Lento. Profondo. Solo quello.
La prima volta mi sono arrabbiata.
«E che cazzo!»
Mi aveva svegliata in pieno sonno e, devo ammetterlo, gli ho urlato contro.
Poi ho smesso di chiedere «chi sei?» o «cosa vuoi?» e ho iniziato ad ascoltarlo. In una relazione ci vuole anche quello.
Lì ho capito con certezza che era un uomo.
Un timbro indiscutibilmente maschile.
Lento e profondo, che aumentava il ritmo fino a diventare una corsa… e poi la quiete. Ed è stato proprio lì che qualcosa si è mosso dentro di me.
Dalla telefonata successiva abbiamo iniziato a respirare insieme.
Bocca nella bocca.
Un crescendo di guaiti soffocati che mi hanno scombussolata.
Da quanto tempo non mi sentivo così?
Certi uomini ti squadrono dall’alto in basso e ti fanno passare ogni fantasia. E poi dicono sempre la parola sbagliata.
Lui no.
Non sbaglia mai.
Nel silenzio è perfetto.
E grazie a Dio che hanno inventato il cordless: posso girarmi, muovermi, cambiare posizione.
Me lo immagino ogni sera diverso.
A volte è un vampiro affascinante, con un ansito selvaggio e predatore, quasi mi sento azzannata — e penso: “Ma davvero sto immaginando Damon di Vampire Diaries alle 3:33 del mattino?”.
Mi lascio guidare dal ritmo del suo respiro, mentre le mie mani esplorano il mio corpo, e ogni gesto sembra incarnarlo.
È un brivido che mescola desiderio e fantasia, e il suo ritmo lo rende reale. Respira dentro la mia bocca.
Io dentro la sua.
Sento quasi il calore del fiato mentre con una mano mi sfioro e mi concentro su di lui.
Certo, per lui è lo stesso. Oddio, anche lui si starà toccando, desiderandomi, prendendo tutto il mio ansito che si smuove, si increspa, si innalza, esplode… e poi decresce.
Ecco.
L’abbiamo fatto.
Lui non chiede nulla.
Ma io gli do tutto.
Le mie ossessioni — preferisco di lato, parte destra — e le mie fantasie, tutto ciò che mi appartiene, glielo do.
L’altra sera era un neanderthal: ruvido, con spalle pesanti e il soffio più rozzo, selvatico, quasi animale. Avevo letto un articolo sulle donne sapiens che si accoppiavano con i neanderthal e mi ero immaginata così.
Poi una notte è successo l’inspiegabile.
Erano le 3:33.
Ho risposto ed ero già molto presa.
Mi immaginavo un personaggio poco raccomandabile della camorra — avevo visto qualche episodio di Gomorra quella sera.
E allora, nel buio della camera, con le tapparelle abbassate e le tende oscuranti… ho sentito una presenza.
Un peso sul materasso. Ero nel dormiveglia. Mi piace passare dal sonno al piacere.
E lui — dico lui perché l’ho sentito ergersi tra le gambe — ha iniziato a invadermi le orecchie. Brividi sono corsi lungo la schiena, increspandola.
Ho appoggiato una mano sulla sua spalla.
L’altra era intenta a meravigliarsi della presenza che si ergeva sotto le coperte, ravanando.
È stato naturale.
Un calore vivo sulle labbra.
Vortico attorno a lui, risucchiandolo.
Ho preso tutto.
Il mio cuore è esploso dentro il suo.
Non sapevo se era il mio, battendo così forte, a far tremare la stanza, creando una cassa di risonanza in cui vibravamo all’unisono. Poi sono crollata.
Tra le sue braccia — ne sono certa — ma al mattino era scomparso. Così è andata avanti per qualche volta.
E confesso, non mi giudicate, che vivevo solo per quegli attimi delle 3:33. Non l’ho detto a nessuno. Dirlo ad alta voce lo avrebbe reso reale.
E di certo non può esserlo. Ho una porta blindata, serramenti antisfondamento. Tutto chiuso.
Eppure lui si materializzava, dopo lo squillo del telefono e la mia risposta, direttamente accanto a me.
Non gli parlavo.
Non gli ho mai detto niente.
Perché complicarsi la vita con inutili domande quando si è felici?
Poi però mi è entrato un tarlo.
Stavo davvero diventando pazza?
Lui esisteva solo nei miei sogni?
Così una notte — o una mattina — ho risposto e, dopo aver sentito il respiro passare dalla cornetta al mio orecchio… e poi sul mio viso, ho acceso la luce.
La stanza non era la mia. Non c’erano finestre.
Né porte.
Solo un letto.
E un telefono nero sul comodino.
Ho riagganciato.
Per un attimo silenzio.
Poi il telefono ha squillato. Ho risposto.
Ho provato a parlare.
Non ci sono riuscita. Potevo solo respirare. Dall’altra parte una voce maschile, confusa e irritata, ha chiesto:
«Chi cazzo sei?»
Da qualche giorno il protagonista riceve ogni notte una telefonata. Dall’altra parte nessuno parla, ma si sente chiaramente qualcuno respirare.
Linea 333
Detesto gli uomini. Non tutti, solo quelli che conosco.
Hanno una visione bidimensionale delle donne: tutte innamorate o puttane.
Non concepiscono neanche l’idea di un incontro casuale che non sia squallido. O c’è amore o deve essere sporco.
No, grazie. Non lo voglio.
Per fortuna c’è lui. Il solo, l’unico e qualsiasi, simultaneamente.
Ogni giorno — o meglio, ogni notte — alle 3:33 mi chiama. E stiamo insieme. Come in tutte le relazioni non è stato facile all’inizio. Subito mi ero spaventata. Sì, sono stupida e paurosa, ma diciamolo: di maniaci è pieno il mondo.
Lui chiamava e respirava. Lento. Profondo. Solo quello.
La prima volta mi sono arrabbiata.
«E che cazzo!»
Mi aveva svegliata in pieno sonno e, devo ammetterlo, gli ho urlato contro.
Poi ho smesso di chiedere «chi sei?» o «cosa vuoi?» e ho iniziato ad ascoltarlo. In una relazione ci vuole anche quello.
Lì ho capito con certezza che era un uomo.
Un timbro indiscutibilmente maschile.
Lento e profondo, che aumentava il ritmo fino a diventare una corsa… e poi la quiete. Ed è stato proprio lì che qualcosa si è mosso dentro di me.
Dalla telefonata successiva abbiamo iniziato a respirare insieme.
Bocca nella bocca.
Un crescendo di guaiti soffocati che mi hanno scombussolata.
Da quanto tempo non mi sentivo così?
Certi uomini ti squadrono dall’alto in basso e ti fanno passare ogni fantasia. E poi dicono sempre la parola sbagliata.
Lui no.
Non sbaglia mai.
Nel silenzio è perfetto.
E grazie a Dio che hanno inventato il cordless: posso girarmi, muovermi, cambiare posizione.
Me lo immagino ogni sera diverso.
A volte è un vampiro affascinante, con un ansito selvaggio e predatore, quasi mi sento azzannata — e penso: “Ma davvero sto immaginando Damon di Vampire Diaries alle 3:33 del mattino?”.
Mi lascio guidare dal ritmo del suo respiro, mentre le mie mani esplorano il mio corpo, e ogni gesto sembra incarnarlo.
È un brivido che mescola desiderio e fantasia, e il suo ritmo lo rende reale. Respira dentro la mia bocca.
Io dentro la sua.
Sento quasi il calore del fiato mentre con una mano mi sfioro e mi concentro su di lui.
Certo, per lui è lo stesso. Oddio, anche lui si starà toccando, desiderandomi, prendendo tutto il mio ansito che si smuove, si increspa, si innalza, esplode… e poi decresce.
Ecco.
L’abbiamo fatto.
Lui non chiede nulla.
Ma io gli do tutto.
Le mie ossessioni — preferisco di lato, parte destra — e le mie fantasie, tutto ciò che mi appartiene, glielo do.
L’altra sera era un neanderthal: ruvido, con spalle pesanti e il soffio più rozzo, selvatico, quasi animale. Avevo letto un articolo sulle donne sapiens che si accoppiavano con i neanderthal e mi ero immaginata così.
Poi una notte è successo l’inspiegabile.
Erano le 3:33.
Ho risposto ed ero già molto presa.
Mi immaginavo un personaggio poco raccomandabile della camorra — avevo visto qualche episodio di Gomorra quella sera.
E allora, nel buio della camera, con le tapparelle abbassate e le tende oscuranti… ho sentito una presenza.
Un peso sul materasso. Ero nel dormiveglia. Mi piace passare dal sonno al piacere.
E lui — dico lui perché l’ho sentito ergersi tra le gambe — ha iniziato a invadermi le orecchie. Brividi sono corsi lungo la schiena, increspandola.
Ho appoggiato una mano sulla sua spalla.
L’altra era intenta a meravigliarsi della presenza che si ergeva sotto le coperte, ravanando.
È stato naturale.
Un calore vivo sulle labbra.
Vortico attorno a lui, risucchiandolo.
Ho preso tutto.
Il mio cuore è esploso dentro il suo.
Non sapevo se era il mio, battendo così forte, a far tremare la stanza, creando una cassa di risonanza in cui vibravamo all’unisono. Poi sono crollata.
Tra le sue braccia — ne sono certa — ma al mattino era scomparso. Così è andata avanti per qualche volta.
E confesso, non mi giudicate, che vivevo solo per quegli attimi delle 3:33. Non l’ho detto a nessuno. Dirlo ad alta voce lo avrebbe reso reale.
E di certo non può esserlo. Ho una porta blindata, serramenti antisfondamento. Tutto chiuso.
Eppure lui si materializzava, dopo lo squillo del telefono e la mia risposta, direttamente accanto a me.
Non gli parlavo.
Non gli ho mai detto niente.
Perché complicarsi la vita con inutili domande quando si è felici?
Poi però mi è entrato un tarlo.
Stavo davvero diventando pazza?
Lui esisteva solo nei miei sogni?
Così una notte — o una mattina — ho risposto e, dopo aver sentito il respiro passare dalla cornetta al mio orecchio… e poi sul mio viso, ho acceso la luce.
La stanza non era la mia. Non c’erano finestre.
Né porte.
Solo un letto.
E un telefono nero sul comodino.
Ho riagganciato.
Per un attimo silenzio.
Poi il telefono ha squillato. Ho risposto.
Ho provato a parlare.
Non ci sono riuscita. Potevo solo respirare. Dall’altra parte una voce maschile, confusa e irritata, ha chiesto:
«Chi cazzo sei?»