Epilogo: 14. "Il cadavere aprì gli occhi."
(Donato Carrisi Il tribunale delle anime
DeepSilence
Il LED delle cuffie lampeggia due volte. Le indosso.
«Cancellazione del rumore attiva. Batteria al cento per cento.»
Chiudo gli occhi.
Per qualche secondo resto immobile ad ascoltare il silenzio artificiale che si richiude attorno a me, come l'acqua sopra la testa quando ti immergi.
È il momento che preferisco.
Ogni notte aspetto questo istante: quando il traffico svanisce e i vicini smettono di esistere, quando il mondo intero arretra di qualche passo e mi lascia solo.
Ma il silenzio ha un difetto, e lo conosco bene. Quando fuori non c'è più niente da ascoltare, l'orecchio si volta verso l'interno. Sento il sangue che pulsa nelle tempie. Sento la saliva quando deglutisco. Sento quel fischio sottile: il suono del mio sistema nervoso uditivo, rimasto acceso e sintonizzato sul silenzio. Io non voglio sentire nemmeno quello. Io annego nel rumore, voglio più isolamento, più soppressione.
Apro gli occhi.
Sono le 00:00. Sei ore di autonomia, dice la scatola delle nuove cuffie.
Nel riflesso dei due monitor spenti c'è tutta la mia vita: la scrivania ingombra, la libreria, il letto sfatto, la cucina da sistemare, le tapparelle abbassate a metà. Una mosca sbatte contro il vetro, senza un suono. L'unica luce viene da un lampione giallastro che filtra tra le stecche. La sedia da ufficio, ogni volta che mi muovo, cigola: è l'unico rumore della stanza che le cuffie non riescono a cancellare del tutto, perché mi arriva dalle ossa.
Il telefono vibra e si muove a scatti sulla scrivania. Senza un suono, è come un insetto che muore. Il ginocchio comincia a tremare sotto il piano. È Giulia: è la quindicesima volta che chiama da stamattina. Mia sorella mi conosce, mi lascerà in pace stanotte. Domani parleremo del mio aspetto, della mia salute, ma stanotte no.
Accendo il sistema.
La timeline del programma di montaggio occupa metà schermo, ma non la guardo nemmeno. Il cliente aspettava la consegna giovedì. Oggi, credo, è sabato. O domenica. Non dovrei trascurare il lavoro, ma… Sono anni che esploro il silenzio, sono un astronomo che passa la vita a cercare un segnale tra le stelle.
Prima i tappi. Poi le cuffie ANC. Poi modelli sempre più costosi, ogni dispositivo comprato con la stessa certezza: questa è la volta buona. I forum? A quanti sono iscritto? Tutti frequentati da audiofili, programmatori e fanatici dell'acustica: gente che discute per ore di frequenze che nessun essere umano può sentire.
E la cosa assurda è che riescono a interessarmi. Scorro pagine piene di discussioni tecniche: infrasuoni, risonanze strutturali, cancellazione predittiva. Giulia dice che sono pazzo, che sto perdendo il contatto con la realtà. Non immagina nemmeno quanto sia lontana, lei, dalla realtà.
Camera Anecoica
Community privata per ricercatori del silenzio e della fedeltà assoluta.
Questo è davvero interessante. Login, invio.
Mentre leggo le nuove discussioni, il telefono vibra di nuovo.
Sullo schermo compare un messaggio:
Dove sei?
Giulia.
Sono le 01:09. Riporto lo sguardo sulla discussione:
Soppressione delle basse frequenze.
Una riga di testo senza autore mi colpisce:
DeepSilence 1.0 – Beta privata
Apro il thread.
Sfondo nero. Testo bianco. Nessuna immagine. Nessun nome. Non capisco quale sia il messaggio più recente: non ci sono date, il tempo, lì dentro, è fermo.
Sotto il titolo, oltre alle informazioni tecniche, una frase che non spiega ma incuriosisce:
Capace di identificare frequenze normalmente ignorate dall'orecchio umano.
Cancella quello che non sai di sentire.
Sorrido. Sembra scritto apposta per me.
Nessun commento. Nessuno ha scritto «non funziona», «è un virus», «attenti». Un programma senza una sola traccia di chi l'ha usato. E io non mi chiedo perché.
Scarico il file.
L'installazione dura pochi secondi. Il sistema, che di solito chiede l'autorizzazione per ogni cosa, stavolta ne chiede una sola: l'accesso al microfono. La concedo senza nemmeno leggere.
Il programma si apre: una finestra nera. Al centro c'è un solo pulsante.
MAPPATURA AMBIENTE
Lo premo.
La barra di avanzamento cresce lentamente, poi accelera. Nelle cuffie sento una pressione strana, come in aereo, quando l'aria spinge sui timpani e vorrei deglutire senza riuscirci.
97%.
99%.
Per un attimo il monitor lampeggia.
Poi tutto si spegne. Nero.
Non solo lo schermo: si spegne anche quel fischio che non sparisce mai, quello che sta lì da sempre. Si spegne il pulsare nelle tempie. Nel mondo non c'è nemmeno il rumore di me stesso, ed è la cosa più perfetta che abbia mai ascoltato.
Poi la scansione termina.
Di nuovo Giulia: Rispondi, ti prego. Mi stai facendo paura.
“Ti prego, Giulia, lasciami solo ancora un po'.” Lo penso e giro il telefono.
Sul desktop appare un file audio.
02_17.wav
Avvicino il viso allo schermo. E questo? Non dovrebbe esserci nessun file: il programma dovrebbe cancellare i rumori, non registrarli.
Lo apro.
Trenta secondi di silenzio.
Alzo il volume, poi ancora un po', finché nelle cuffie non resta altro che il fruscio del fondo. E lì, sotto, sento qualcosa. Un respiro, lento e regolare. Sembra vicinissimo al microfono.
Sulla traccia l'onda sonora è quasi piatta, una linea verde che vibra appena, ma il respiro è lì: l'aria che entra, l'aria che esce.
Non è il mio. Non posso verificarlo ora, ma sono certo che non è il mio. Verso la fine, per meno di un paio di secondi, il respiro si interrompe. Alle mie spalle, in quello stesso istante, qualcosa cambia di posto. Lo colgo al margine del campo visivo: un'ombra più densa dell'ombra scivola lungo la parete in fondo e si ferma. Non mi volto. Sarà il lampione. Un'auto che passa, i fari sulle tapparelle. La mosca a volo cieco in tutta la stanza.
Da ore.
Mi dico queste cose con calma, una dopo l'altra, come si danno le mandate a una serratura. Chiudo a chiave quella sensazione. Non credo nel soprannaturale. Ci deve essere una spiegazione.
Dovrei fermare la riproduzione del file e mettermi a lavorare, rispondere a Giulia…
Apro la timeline della pubblicità sull’altro monitor, cerco di concentrarmi ma continuo a pensarci. Non combino nulla così: spengo lo schermo; il cliente deve aspettare. Riapro il file. Mi sincronizzo, cerco di respirare insieme a lui: inspiro quando inspira, espiro quando espira.
Alle 02:55, quando guardo l'ora, mi accorgo di non aver mai tolto le cuffie. Non lo ricordo. Non pesano: sono diventate parte del mio corpo, come un orecchio in più.
Le ore successive diventano una routine. DeepSilence genera un nuovo file a ogni scansione. Lo ascolto e confronto il mio respiro col suo. Nel primo file c'è soltanto il respiro. Nel secondo, alle 03:05, sotto il respiro, compare un battito cardiaco. Basso. Distanziato. Un colpo, e poi un'attesa lunghissima prima del successivo. Li conto con l'orologio: trentotto battiti al minuto. Troppo pochi: non possono essere i miei. Mi porto due dita al polso per confrontarlo con il mio e non trovo niente. Stringo più forte. Niente. Hai le mani fredde, mi dico. Sei stanco. Non mangi da… non so quanto.
Mi convinco sia solo per quello. È facile convincersi, quando si ha paura.
L'onda, nelle scansioni successive, smette di essere una linea: si piega in angoli, e file dopo file un disegno prende forma.
Alle 03:34 premo ancora play e ascolto: passi, un respiro, dei battiti. Passi lenti, umidi. Un tonfo morbido: un piede nudo che si stacca dal pavimento, e l'altro che si posa.
Controllo i miei piedi. Ho le ciabatte.
Sullo schermo corrono righe verdi. All'interno, profili incompleti, sagome. Ci vedo la scrivania, la libreria, il letto, la finestra. Sembra la mia stanza ricostruita dai rimbalzi del suono, uno scheletro del mio appartamento. È assurdo, non dovrei credere a quello che vedo, a quello che sto pensando. Davanti alla linea che rappresenta la scrivania c'è una sagoma. Un pallino e due slash per braccia. Sono io.
Non si muove. La guardo a lungo. E poi c'è un singolo punto luminoso. Lampeggia lento. Lui si muove.
All'inizio compare nell'angolo più lontano della stanza, accanto alla porta, nell'angolo cieco della mia visuale.
A ogni scansione successiva è sempre più vicino.
Viene verso di me.
Lo misuro con lo strumento del programma: quattro metri, poi due e mezzo, poi uno e venti.
Sono le 04:28.
Dovrei smettere. Lo so con quella parte lucida di me che ancora esiste, ma non smetto. Più mi spaventa, più voglio sapere che cos’è quel puntino verde.
I miei pensieri cominciano a ruotare attorno all'orologio nell'angolo dello schermo. Spero che la batteria non mi abbandoni prima che io abbia capito.
Mi alzo. Non m’importa del cliente, di mia sorella. In cucina il pane ha una crosta di muffa verde e il latte ha un odore acido, e io non sento niente. Non ho fame. Non ho sete. Sul tavolo c'è una bottiglia d'acqua quasi piena.
La osservo a lungo.
Non ricordo l'ultima volta che ho bevuto.
Non ho più nemmeno il fischio nell'orecchio, e mi dico che è questo che volevo.
Torno a sedermi. Non mi volto più a cercare un cambiamento nell'ombra, quel punto luminoso è qualcosa che il programma ha generato: quello che c'è dietro la mia sedia smette di essere affar mio.
Alle 04:52 la luce cambia: sotto la porta d'ingresso si accende una striscia chiara, la luce a tempo del pianerottolo. Alzo gli occhi dallo schermo e guardo la porta.
Sta tremando nel telaio. Qualcuno la colpisce dall'esterno con il pugno chiuso. Vedo la catenella oscillare, senza un suono. La chiave è nella serratura, girata due volte. Non sento niente. Dentro le cuffie c'è una stanza insonorizzata che ho costruito io, e io sono l'unico ospite.
La maniglia si abbassa lentamente.
Immagino una voce che arriva ovattata attraverso il legno. Immagino le parole. So chi le sta pronunciando. È Giulia.
Resto seduto, con il cuore che non so più dove cercare. Non adesso, Giulia, lo sai, non adesso.
La maniglia arriva in fondo. Poi torna su.
Nessuno entra.
Sotto la porta, la striscia di luce del pianerottolo è interrotta da due ombre. Ferme, a un passo dalla soglia, in ascolto. Restano lì per un tempo che non riesco a misurare. Poi le ombre arretrano, una dopo l'altra, e la striscia di luce torna intera.
Mi accorgo di aver trattenuto il fiato. Poi di non averne avuto bisogno.
Il telefono, sulla scrivania, si illumina senza un suono. Trentadue chiamate perse. Tre messaggi vocali che non ascolto. Lo lascio lì.
Sono le 05:10. Non tocco nulla. È quasi finita. Tra poco le cuffie mi lasceranno.
Resto seduto davanti allo schermo, con le mani sulle ginocchia. Aspetto. Non so se devo farlo. Non so decidere se chiudere tutto e disinstallare DeepSilence.
Sono le 05:16.
Voglio capire se è il programma a generare tutto questo o se sto immaginando tutto. Controllo il mouse. Lo sposto di un millimetro, per vedere se risponde, e poi lo lascio. Rimetto la mano sul ginocchio. Passano i secondi.
Sono le 05:17. Tre ore esatte dalla prima scansione.
Il monitor lampeggia. Stavolta da solo. La finestra cambia. Appare la solita scritta al centro, in bianco su nero.
REGISTRAZIONE AMBIENTALE IN CORSO
Non ho toccato niente. Il mouse è fermo. Eppure DeepSilence si è avviato.
La barra di avanzamento comincia a riempirsi. Ma stavolta non cresce da sinistra verso destra: si apre dal centro, in entrambe le direzioni. Non riesco a staccarle gli occhi di dosso. Intorno tutto si sfoca, la scrivania, la lampada, i bordi del monitor. Tutto scompare: restiamo solo io e il programma.
Nelle cuffie lo sento ancora.
Viene da dietro di me. Un passo. Poi un altro.
Il tonfo morbido di un piede nudo sul parquet. Una pausa. Poi ancora. Ogni passo si ferma un po' più vicino del precedente.
Non dovrei sentirlo. Le cuffie cancellano tutto. Da dove arriva questo suono? Non viene da fuori. Nasce nella mia testa? Cosa sta registrando?
Cerco di voltarmi.
Non ci riesco.
Le mani sono sulle ginocchia e non so da quanto. Dico loro di muoversi, e non rispondono.
Il battito nelle orecchie e, dietro di me, il respiro.
Sul monitor compare una nuova frase.
Procedura di disassociazione incompleta. La rimozione del dispositivo causerà sovrapposizione visiva
La osservo. Il cuore nel petto non sobbalza.
Aspetto un colpo che non arriva, e quando arriva è troppo lento, troppo lontano, non mi appartiene più. Dietro di me il respiro continua.
Inspirazione.
Espirazione.
Inspirazione.
Espirazione.
Sulla nuca sento un filo di freddo a ogni espirazione. Nel secondo monitor, quello rimasto spento, distinguo un'ombra. Non ha volto, non ha contorni. Occupa soltanto lo stesso spazio che occupo io sopra la mia sedia. Il buio, in quel punto, ha deciso di prendere forma sul mio riflesso.
Smetto di guardare.
La mappa si apre da sola.
Le linee verdi della stanza corrono sul monitor. La scrivania. Il monitor, seduta c’è la sagoma che mi rappresenta.
E il punto luminoso si muove lampeggiando.
Sono le 05:55. L'indicatore della batteria delle cuffie segna il 5%.
Poi il 4%.
Poi il 3%.
Adesso scende a tacche regolari, una al minuto, come un conto alla rovescia.
E, a ogni tacca persa, la pressione nelle orecchie si allenta.
Basterebbe sollevare le mani e strapparmi le cuffie. Non ci riesco, so che perderei tutto.
Sul monitor il punto luminoso entra nella sagoma verde. Si sovrappone a lei con una precisione millimetrica e, per un istante, le due cose coincidono: un unico profilo, un'unica forma.
Non so perché, ma so di che cosa si tratta. Quel punto non è arrivato da fuori. Era già qui dall’inizio. Sono io. O meglio, è una parte di me. Quella che adesso prende il controllo, mentre il corpo resta indietro.
L'indicatore scende all'1%. Sono le 05:59.
Il respiro dietro di me si fa più vicino. Adesso lo sento sul bordo dell'orecchio, un soffio sottile. Chiudo gli occhi. Non voglio vedere. Voglio soltanto che il silenzio resti, che quello che ho cercato per anni non mi venga tolto.
Aspetto.
Alle 06:00 l'indicatore arriva a zero. Un segnale acustico rompe il silenzio. Poi la voce delle cuffie, piatta:
«Batteria scarica. Cancellazione del rumore disattivata.»
Le cuffie si spengono.
Il mondo dovrebbe ritornare.
Il traffico. Un cane che abbaia lontano. Il frigorifero in cucina, con il suo ronzio stanco. Una sveglia che suona da qualche parte, due piani più su.
Rumori normali.
Rumori meravigliosi. Eppure, ormai, estinti.
Il respiro è sparito. Dietro di me non c'è più niente. Nessun passo, nessun freddo sulla nuca. Sul monitor la finestra di DeepSilence è tornata nera. La mappa è sparita. Poi anche lo schermo si spegne, con uno scatto secco.
Guardo nel vetro nero il riflesso.
La stanza è vuota.
Una risata nervosa mi sfugge dalla gola e, lì per lì, non la riconosco: ha un suono strano. Era tutto nella mia testa. Lo è ancora.
La stanchezza, l'ossessione, le notti insonni. Tutto qui.
Sono esausto. Devo dormire. Devo mangiare. Devo richiamare Giulia, chiederle scusa, dirle che sto bene.
Per la prima volta da non so quanto mi sembra di sentire un odore. È il latte, mi dico. Devo buttare il latte.
Respiro, e mi sembra un gesto che avevo dimenticato di compiere da molto tempo. Alzo lo sguardo sull’altro monitor. Qualcosa non va.
Resto immobile. Nel vetro nero c'è qualcun altro seduto al mio posto.
Qualcuno identico a me.
Ha gli occhi chiusi. La testa leggermente inclinata, con l'abbandono di chi si è addormentato. Le mani abbandonate sulle ginocchia, esattamente dove le ho lasciate io. Una mosca cammina sulla guancia, si ferma all'angolo della bocca. Lui non la scaccia.
Alzo lentamente una mano davanti al volto. Nel vetro le mani restano sulle ginocchia. Il riflesso non risponde: resta con il mento sul petto e la pelle grigia. Cerco, in tutto il corpo, una sola prova che quella sedia sia occupata da qualcuno di vivo.
Non la trovo.
Guardo il monitor, poi le mie mani, poi il monitor di nuovo.
La sagoma seduta, Il punto verde che l’ha raggiunta.
Non era qualcosa che veniva verso di me. Ero io che lasciavo che mi raggiungesse. Quello riflesso sul vetro non è un altro uomo. È ciò che ho lasciato dall’altra parte.
Spalanco la bocca. Urlo.
Nessun suono esce.
Lo guardo ancora.
Mi riconosco.
E in quel preciso istante,
il cadavere apre gli occhi.
Re: [CH26] DeepSilence
2Chiedo scusa a chi leggerà, lavorare con AI è davvero sfiancante. Belle le ricerche sui forum degli audiofili, sugli argomenti che trattano. Specialmente sui dispositivi che usano, c'è gente strana in giro per il web!
Chiedo scusa, dicevo, per la lunghezza del testo. Ho preso alla lettera lo scherzetto di @Stregone e a ogni revisione, Gemini non era mai soddisfatta. Allora ho provato con Claude. Uguale… e questo non si capisce, e quell'altro è incoerente…Insomma io mi sono stufata e alla fine un po' le ho dato retta.
Il risultato per me é…
Ve lo dico alla fine. Sono curiosa di conoscere che ne pensate voi.
Chiedo scusa, dicevo, per la lunghezza del testo. Ho preso alla lettera lo scherzetto di @Stregone e a ogni revisione, Gemini non era mai soddisfatta. Allora ho provato con Claude. Uguale… e questo non si capisce, e quell'altro è incoerente…Insomma io mi sono stufata e alla fine un po' le ho dato retta.
Il risultato per me é…
Ve lo dico alla fine. Sono curiosa di conoscere che ne pensate voi.
Re: [CH26] DeepSilence
3@Albascura
Letto tutto di un fiato. È un racconto interessante e inquietante.
Costruisci la tensione di scena in scena in maniera precisa. Lo scandire dei minuti, e la percentuale di carica delle cuffie che cala aumenta lo stress del lettore che si chiede chi c'è in quella stanza con il protagonista. Bellissimo anche il silenzioso tentativo di salvataggio della sorella in questa realtà privata del suono.
Mi è piaciuto molto anche come hai spiegato, senza essere pesante, tutto ciò che si usa a livello di tecnologia per creare silenzio.
La fine è ambigua per me e per questo la trovo efficace. È vero che scrivi che il cadavere apre gli occhi, ma io non sono certa che sia una morte clinica, forse è solo una morte simbolica, una paralisi del corpo, l'anima che fugge da questo corpo maltrattato che allo stesso tempo è l'unica porta per far entrare questo rumore così fastidioso.
Al lettore arriva in maniera chiara l'ossessione del protagonista, il suo lasciarsi andare ignorando le minime attività necessarie alla sopravvivenza. Quello che mi manca però è un filo di umanità e caratterizzazione di lui e della sorella.
Leggo una tensione nella situazione che mi porta a voler sapere di più sulla tensione dei personaggi. Cosa perde davvero il protagonista nel suo percorso alla ricerca del silenzio? Perché è così importante per lui da farsi fagocitare dalla sua ricerca? Perché è pronto a rischiare davvero il tutto per tutto?
Dal mio punto di vista questo racconto è costruito benissimo, dà molta soddisfazione durante la lettura perché ti tiene incollato alla pagina dall'inizio alla fine e soprattutto non finisce con l'ultima parola, perché il lettore, io, continua a chiedersi cosa sia successo davvero e se sarebbe disposto fare la stessa esperienza per sapere.
Complimenti!
Letto tutto di un fiato. È un racconto interessante e inquietante.
Costruisci la tensione di scena in scena in maniera precisa. Lo scandire dei minuti, e la percentuale di carica delle cuffie che cala aumenta lo stress del lettore che si chiede chi c'è in quella stanza con il protagonista. Bellissimo anche il silenzioso tentativo di salvataggio della sorella in questa realtà privata del suono.
Mi è piaciuto molto anche come hai spiegato, senza essere pesante, tutto ciò che si usa a livello di tecnologia per creare silenzio.
La fine è ambigua per me e per questo la trovo efficace. È vero che scrivi che il cadavere apre gli occhi, ma io non sono certa che sia una morte clinica, forse è solo una morte simbolica, una paralisi del corpo, l'anima che fugge da questo corpo maltrattato che allo stesso tempo è l'unica porta per far entrare questo rumore così fastidioso.
Al lettore arriva in maniera chiara l'ossessione del protagonista, il suo lasciarsi andare ignorando le minime attività necessarie alla sopravvivenza. Quello che mi manca però è un filo di umanità e caratterizzazione di lui e della sorella.
Leggo una tensione nella situazione che mi porta a voler sapere di più sulla tensione dei personaggi. Cosa perde davvero il protagonista nel suo percorso alla ricerca del silenzio? Perché è così importante per lui da farsi fagocitare dalla sua ricerca? Perché è pronto a rischiare davvero il tutto per tutto?
Dal mio punto di vista questo racconto è costruito benissimo, dà molta soddisfazione durante la lettura perché ti tiene incollato alla pagina dall'inizio alla fine e soprattutto non finisce con l'ultima parola, perché il lettore, io, continua a chiedersi cosa sia successo davvero e se sarebbe disposto fare la stessa esperienza per sapere.
Complimenti!
Re: [CH26] DeepSilence
4@Albascura
Ma dove si compra sto coso? ne ho assoluto bisogno
Ma dove si compra sto coso? ne ho assoluto bisogno
Il Giorno Zero - Distruttori di Terre
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Re: [CH26] DeepSilence
5Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmarretra di qualche passo e mi lascia solo.Sembra uguale, ma ritengo preferibile dire:
Ma il silenzio ha un difetto, e lo conosco bene. Quando fuori non c'è più niente da ascoltare, l'orecchio si volta verso l'interno. Sento il sangue che pulsa nelle tempie. Sento la saliva quando deglutisco. Sento quel fischio sottile: il suono del mio sistema nervoso uditivo, rimasto acceso e sintonizzato sul silenzio. Io non voglio sentire nemmeno quello. Io annego nel rumore, voglio più isolamento, più soppressione.
- Io nel rumore annego: voglio più isolamento, più soppressione del suono.
Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmAlbascuraLa sedia da ufficio, ogni volta che mi muovo, cigola: è l'unico rumore della stanza che le cuffie non riescono a cancellare del tutto, perché mi arriva dalle ossa.Interessante constatazione.
Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmCamera AnecoicaPerché non "alta fedeltà" di grado assoluto?
Community privata per ricercatori del silenzio e della fedeltà assoluta.
Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmApro il thread.Te ne segnalo uno a caso, ma tutti i termini stranieri vanno in corsivo.
Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmPoi tutto si spegne. Nero.Riesci a non dire lo scontato: Silenzio assoluto. Ok.
Non solo lo schermo: si spegne anche quel fischio che non sparisce mai, quello che sta lì da sempre. Si spegne il pulsare nelle tempie. Nel mondo non c'è nemmeno il rumore di me stesso, ed è la cosa più perfetta che abbia mai ascoltato.
Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmNon si muove. La guardo a lungo. E poi c'è un singolo punto luminoso. Lampeggia lento. Lui si muove.Non so spiegartelo, ma preferirei il corrispettivo esatto del "Non si muove" iniziale: Si muove.
All'inizio compare nell'angolo più lontano della stanza, accanto alla porta, nell'angolo cieco della mia visuale.
Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmAlle 04:52 la luce cambia: sotto la porta d'ingresso si accende una striscia chiara, la luce a tempo del pianerottolo. Alzo gli occhi dallo schermo e guardo la porta.Il clou della narrazione, secondo me. Mi dà un senso claustrofobico, inquietante.
Sta tremando nel telaio. Qualcuno la colpisce dall'esterno con il pugno chiuso. Vedo la catenella oscillare, senza un suono. La chiave è nella serratura, girata due volte. Non sento niente. Dentro le cuffie c'è una stanza insonorizzata che ho costruito io, e io sono l'unico ospite.
Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmResto seduto, con il cuore che non so più dove cercare.Bello!
Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmProcedura di disassociazione incompleta.Penso sia meglio "dissociazione".
Ho trovato questo per "Disassociazione"
è una forma secondaria e meno comune (di dissociazione), spesso usata come calco improprio dall'inglese disassociation, sebbene in alcuni contesti comuni venga percepita come sinonimo di "smettere di associarsi" con un gruppo.
Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmLa osservo. Il cuore nel petto non sobbalza.Angosciante...
Aspetto un colpo che non arriva, e quando arriva è troppo lento, troppo lontano, non mi appartiene più. Dietro di me il respiro continua.
Inspirazione.
Espirazione.
Inspirazione.
Espirazione.
Sulla nuca sento un filo di freddo a ogni espirazione. Nel secondo monitor, quello rimasto spento, distinguo un'ombra. Non ha volto, non ha contorni. Occupa soltanto lo stesso spazio che occupo io sopra la mia sedia. Il buio, in quel punto, ha deciso di prendere forma sul mio riflesso.
Smetto di guardare.
La mappa si apre da sola.
Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmSul monitor il punto luminoso entra nella sagoma verde. Si sovrappone a lei con una precisione millimetrica e, per un istante, le due cose coincidono: un unico profilo, un'unica forma.Un'idea geniale! Brava!
Non so perché, ma so di che cosa si tratta. Quel punto non è arrivato da fuori. Era già qui dall’inizio. Sono io. O meglio, è una parte di me. Quella che adesso prende il controllo, mentre il corpo resta indietro.
Albascura wrote: Tue Nov 03, 2026 5:07 pmPer la prima volta da non so quanto mi sembra di sentire un odore. È il latte, mi dico. Devo buttare il latte.Hai descritto, narrato, mostrato la "dissociazione" totale: diventare due da uno. Uno vivo e uno morto
Respiro, e mi sembra un gesto che avevo dimenticato di compiere da molto tempo. Alzo lo sguardo sull’altro monitor. Qualcosa non va.
Resto immobile. Nel vetro nero c'è qualcun altro seduto al mio posto.
Qualcuno identico a me.
Ha gli occhi chiusi. La testa leggermente inclinata, con l'abbandono di chi si è addormentato. Le mani abbandonate sulle ginocchia, esattamente dove le ho lasciate io. Una mosca cammina sulla guancia, si ferma all'angolo della bocca. Lui non la scaccia.
Alzo lentamente una mano davanti al volto. Nel vetro le mani restano sulle ginocchia. Il riflesso non risponde: resta con il mento sul petto e la pelle grigia. Cerco, in tutto il corpo, una sola prova che quella sedia sia occupata da qualcuno di vivo.
Non la trovo.
Guardo il monitor, poi le mie mani, poi il monitor di nuovo.
La sagoma seduta, Il punto verde che l’ha raggiunta.
Non era qualcosa che veniva verso di me. Ero io che lasciavo che mi raggiungesse. Quello riflesso sul vetro non è un altro uomo. È ciò che ho lasciato dall’altra parte.
Spalanco la bocca. Urlo.
Nessun suono esce.
Lo guardo ancora.
Mi riconosco.
E in quel preciso istante,
il cadavere apre gli occhi.
Horror puro. Complimenti, @Albascura