[LAB 21] Il potere della scrittura

1
“Falla entrare.” Accompagnò le parole con un cenno perché Giacomo, il suo segretario personale, uscisse dalla stanza. Non era nervoso: aveva considerato ogni singolo particolare, cercando di prefigurarsi le domande e analizzando le possibili trappole.
Eugenio Pennarelli, il famoso scrittore, si sentiva pronto. Bussarono alla porta.
“Avanti: prego,” la invitò.
La giornalista del momento, la grande mattatrice, varcò la soglia.
Non più tanto giovane e non certo il suo tipo.
“Buongiorno, signorina Alice Guidelli, benvenuta,” la salutò con voce ferma, ma senza porgerle la mano. Le indicò la poltroncina davanti a lui.
“Prego. Si accomodi,” aggiunse. Lei lo guardava di traverso.
Era diversa dalle foto dei suoi reportage scandalistici nei giornali alla moda. Che strano vezzo avevano certe donne di far pubblicare le proprie foto di dieci anni prima, pensò. Come se un’istantanea del passato garantisse loro l’immortalità. Per un certo periodo aveva letto con interesse i suoi articoli, almeno fino a quando non aveva capito il genere e allora aveva lasciato perdere. Per questo motivo in quegli anni gli era sfuggita?
La donna gli si sedette di fronte con un sorriso di circostanza. Solo la scrivania li separava.
“Bene, possiamo saltare i convenevoli, per così dire. Può spiegarmi per quale motivo è venuta qui?” le chiese.
Il sorriso della donna si incrinò leggermente, mentre la postura rimaneva dritta, ingessata.
“Ecco, saprà bene di cosa mi occupo,” gli rispose.
“Certo. Lei è specializzata in indagini scandalistiche,” ammise lui.
“Il mio lavoro è quello di controllare segnalazioni che mi inviano normali cittadini,” chiarì lei. “Se poi per caso trovo delle storie significative, è mio dovere raccontarle,” si schermì.
“Certo: si comporta come un tribuno; ottiene l’approvazione dei suoi fan additando le storture dei giorni nostri. Sono curioso: questa volta chi farà la parte di Cesare e chi quella di Bruto?” 
Alice sorrise, ma fece finta di non cogliere l’allusione: tirò dritta.
“Il mio compito è cercare la verità. Nient’altro,” rispose, seccata.
“Mi chieda pure, allora. Anzi: chiedimi pure: diamoci del tu. Non c’è bisogno di usare il lei tra noi. Mi fa solo sentire più vecchio,” incalzò lui.
Lei annuì, arrossendo. Era evidente che l’avesse fatta innervosire.
“Ha—no, scusa: hai ragione. Dov’ero rimasta? Ah, sì… alle segnalazioni.” Estrasse un tablet dalla borsa e lo appoggiò dalla propria parte della scrivania. 
Lui irrigidì la mascella: avrebbe preferito che prima gli avesse chiesto il permesso. Solo per stavolta avrebbe ignorato la cosa.
Se n’era accorta? No, navigava tra le pagine, assorta.
“Ecco, scusami. Ho trovato. Una tua dipendente, Enrica Ruberi, è scomparsa una settimana fa.”
“Enrica? Scomparsa?” le chiese, perplesso. Quasi stupito.
“Sì, ti ricordi di lei? Non era–” si interruppe per controllare, “la tua segretaria?” Lei accennò un sorriso compiaciuto.
“Certo. Ora ho capito chi intendi. Si è licenziata all’improvviso. Avrai di sicuro notato, entrando qui, che ho assunto un’altra persona?” Lui ghignò.
“Sì, ma è scomparsa subito dopo. Nessuno l’ha più vista dal giorno delle dimissioni: non colleghi, né amici, neppure i genitori. Proprio nessuno,” insistette lei.
“Questo borgo è diventato grande, nel tempo. Ora ci vivono centinaia di persone. Ho sempre fatto in modo che a nessuno mancasse mai nulla. Ma cosa abbia fatto Enrica non solo non lo so, ma non dipende certo da me,” le rispose. Intrecciò le dita sulla scrivania, appoggiando i polsi al bordo.
“E perché lo avrebbe fatto?”
“Fatto cosa?”
“Licenziarsi.”
“Non lo so. Forse qui non si trovava più bene,” azzardò.
“Sì, certo. Tutti sanno che questo posto si chiama la città dello scrittore. E molti arrivano qui anche dall’estero. Qui sono stati scritti dei bestseller. Ma il problema vero è che nessuno l’ha mai vista uscire. E i suoi genitori mi hanno dato una copia delle chiavi della sua stanza. Ho controllato: c’è ancora tutta la sua roba là dentro. Strano, vero?”
“Io non avrei ficcanasato,” replicò lui, grave.
“E perché mai?” domandò lei, allarmata.
“Perché è contro i miei principi: non mi immischio nelle vite degli altri, a meno di non esserne costretto,” le rispose. “Grazie a te però, ora sappiamo che dobbiamo preoccuparci.”
Alice riprese fiato, in silenzio. Per un istante aveva temuto altro.
“Già, ma non sei curioso di sapere quale fine possa aver fatto?” lo incalzò.
Lui tacque. Ci pensò un attimo. Poi scosse la testa.
“Io ho creato questo posto dal nulla. Se voglio che le cose rimangano come sono, non posso impicciarmi. A volte, se serve, lascio che siano altri a farlo al posto mio. Di solito lascio che le cose si mettano a posto da sole.” Le sorrise. Ma dentro non stava sorridendo. Lei se ne accorse guardandolo negli occhi.
“Sai che devo dire la verità a questo punto? Tutti devono sapere che Enrica è sparita. E poi ho parlato con altre donne qui dentro: hanno paura, anche se non vogliono ammetterlo. È ora di finirla con questa utopia per scrittori creativi.” Afferrò il tablet e lo controllò di nuovo, aggrottando le sopracciglia. Forse si era preparata una scaletta.
“Calma, calma. Non saltiamo a conclusioni affrettate,” si raccomandò lui.
Alice distolse lo sguardo dal tablet.
“Puoi sempre scegliere tra assegnarmi un ruolo in questa tua realtà, oppure ritirarti con la reputazione distrutta, dopo che renderò pubblica la verità.” 
Pennarelli scostò le mani dal bordo e le raccolse sulle ginocchia, dove lei non poteva vederle. Imperturbabile.
Qualcuno bussò alla porta ed entrambi sobbalzarono, nervosi.
“Ah sì, il mio spuntino. Entra pure, Giacomo,” alzò la voce perché il segretario entrasse e allo stesso tempo riprese il controllo. Giacomo ignorò Alice e l’atmosfera pesante nella stanza. Con pochi gesti misurati lasciò sulla scrivania un tovagliolo piegato in quattro, un piccolo tramezzino e gli spicchi già puliti e sbucciati di una mela. Dispose questi ultimi lungo una linea perfetta, con un unico gesto fluido.
Pennarelli osservò la fila e, afferrato il tovagliolo, glielo porse subito, mezzo appallottolato.
“Non ci serve più,” gli disse, spingendoglielo con disprezzo tra le mani. “Liberatene.”
Il segretario prima lo prese senza stringerlo, come imbambolato. Poi si riprese e uscì in fretta, chiudendo la porta dietro di sé. Non aveva chiesto ad Alice se anche lei volesse qualcosa.
Pennarelli notò che lei guardava alle proprie spalle ora, verso la porta chiusa. 
“Dove eravamo rimasti?” Non toccò ancora il cibo che aveva davanti: prima c’era da chiudere quella questione.
“Alle numerose prove che indicano come da qui Enrica non sia mai andata via. E scommetto che, indagando, non si tratta nemmeno di un caso isolato. La gente là fuori deve sapere cosa fate qui dentro. Oppure può rimanere tra noi, come ti dicevo prima.”
“Signorina–” la fermò.
“Signora: sono sposata,” lo corresse lei, tendendosi verso di lui, attenta.
“Facciamo un’ipotesi, così tanto per gioco: che in questa piccola comunità si inseriscano dei pezzi—pardon, degli ingranaggi—che a volte guastano tutto. Fermano la corsa.”
“Curioso, il termine ingranaggi l’ho già sentito,” lo interruppe lei.
Pennarelli la trapassò con lo sguardo. 
“Lasciami finire: non sarebbe forse mio compito salvaguardare l’equilibrio dell’insieme e fare in modo che quei pezzi se ne vadano da soli? A volte hanno bisogno di un aiuto dall’alto, in altri casi vengono spinti da parte, in attesa che si capisca che farne,” le spiegò.
Alice ascoltava. Lo schermo davanti a lei si spense.
Lui sorrise. A differenza di lei non aveva bisogno di una scaletta.
“Con ciò, cosa ci sarebbe di male?” continuò lui. “Nelle tue storie serve un Bruto, ma questi non ha bisogno di cedere a ricatti per esserlo. È nella sua natura, non ne convieni?”
“Ignori che il mondo là fuori non aspetta altro che io scateni la prossima shitstorm. Non ti interessa che nessuno vorrà più nemmeno venirti vicino? Perderai tutto quello che hai costruito qui solo per essere stato un vecchio testardo. Per non avermi lasciato entrare,” lo minacciò lei.
Intanto con una mano frugava nella borsetta. Stava di sicuro cercando il cellulare: chissà, magari le stava sfuggendo tra le dita per il nervoso, gli venne da pensare. Era in difficoltà. Bene.
“E con ciò? Tu e io non siamo là fuori: siamo qui, ora, dove né il tuo tablet né il cellulare prendono il segnale,” ribatté lui. “Potresti farlo solo a un chilometro di distanza da questa stanza. Non te n’eri accorta?”
Alice afferrò il tablet davanti a lei e premette un tasto. Nessun campo. Il cellulare apparve tra le sue mani, come in un gioco di prestigio. Nemmeno quello prendeva. Lo lasciò andare, con una smorfia. Si abbandonò allora sulla sedia, scomposta.
“Non ti devi preoccupare: stavolta te ne andrai da qui,” l’anticipò, divertito. “Solo che non avrai nulla. E nessuno ti dirà più niente. Sei solo un’altra piccola scheggia negli ingranaggi. E proprio quelli ti stanno spingendo fuori.”
“E perché mai dovrei? Perché pensi che starò zitta?” chiese Alice.
“Perché quando mi hai chiesto di Enrica lei era ancora viva. Ma quando poco fa ho restituito il tovagliolo al mio segretario, gli ho detto di liberarsene. Un vero peccato; non sarebbe successo se tu non mi avessi minacciato. Cosa ne penserebbero i tuoi follower, se sapessero che hai perso tempo a ricattarmi? È quello che sosterrò io: ho già pronti dei testimoni.”
Alice si voltò indietro, verso la maniglia. Troppo tardi.
“Ti faccio accompagnare fuori da Giacomo, se vuoi. Siamo d’accordo, allora. Non disturbarti a tornare; mi spiacerebbe dovermi occupare anche di te,” concluse Pennarelli, soddisfatto. Poi aprì un cassetto alla ricerca di una lettera che doveva finire da giorni e non badò più a lei. La sentì a malapena rialzarsi e raccogliere le proprie cose. Nemmeno quando la porta le si chiuse dietro, lasciandolo solo nella stanza, lui sollevò lo sguardo. Era concentrato su quelle fettine di mela, mentre cercava di capire se quella in mezzo fosse o meno più piccola delle altre. O forse non era allineata bene. La scostò di poco, prima di decidere da quale iniziare il suo spuntino.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

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Ciao Strikeiron, ho letto con molta attenzione.
Mi è piaciuta l’idea di costruire tutto su un’unica scena, un duello verbale tra due persone che si studiano. La tensione cresce bene: Alice entra convinta di essere il giudice che smaschera il potente e, invece, esce incastrata. 
Il colpo di scena del tovagliolo (“Non ci serve più. Liberatene.”) è la cosa migliore del testo. È un ordine in codice dato davanti alla vittima, e lei lo capisce solo quando lui lo spiega. Alla fine, quel “Troppo tardi” dà il momento esatto in cui chi legge e Alice arrivano insieme alla verità. 
Pennarelli si comporta come un demiurgo: crea la realta che vuole, e dove vuole, questo è un riferimento a quello che fa uno scrittore: costruisce mondi e nel suo mondo ha il potere della scrittura. Da qui il titolo, credo.

Ma la realtà, là fuori, non è una realtà parallela, il Borgo non è un mondo separato: Alice ed Enrica hanno una vita anche fuori da lì e quindi? Anche il Là fuori è inventato? Non riesco a considerare le due donne semplicemente "personaggi" nelle mani di Pennarelli. E quindi mi sono incartata di brutto brutto.  

Molto belli  i dettagli che hai usato per caratterizzare i personaggi: con le fette di mele allineate che chiudono il racconto, hai mostrato che per Pennarelli le persone e le fette di frutta sono lo stesso problema di ordine. 
Giacomo che non offre nulla ad Alice, le mani nascoste sotto la scrivania…e il richiamo tra la “scaletta” di Alice, che si spegne insieme al tablet, e il “non aveva bisogno di una scaletta” di lui mi è sembrato un riferimento al tema del contest: chi dipende dallo strumento, senza segnale, resta disarmato, mentre chi ha tutto in testa vince. Non so se fosse voluto, ma a me è sembrato forte.

Veniamo a quello che mi ha convinto meno:
La metafora degli ingranggi  cambia direzione. Prima gli ingranaggi sono i pezzi che guastano la macchina (“dei pezzi, pardon, degli ingranaggi, che a volte guastano tutto”), poi diventano la macchina stessa che spinge fuori la scheggia (“Sei solo un’altra piccola scheggia negli ingranaggi. E proprio quelli ti stanno spingendo fuori”). Quel “quelli” ha anche un riferimento poco chiaro. Andrebbe reso più leggibile.
Quando scrivi:“Il termine ingranaggi l’ho già sentito”. Nel testo nessunodei personaggi lo aveva usato prima, e il lettore non capisce da dove arrivi. Sembra un filo tagliato, ed è un peccato,

“Assegnarmi un ruolo in questa tua realtà” resta vago. Capisco che a Pennarelli serva per accusarla di ricatto, ma se chi legge non sa cosa voglia davvero da quel ruolo o che cosa sia quel ruolo, la trappola ha meno peso.

Nel colpo di scena del tovagliolo è già chiaro, dal gesto, che è appena accaduto qualcosa di strano, e Pennarelli lo rispiega a voce quasi per intero. Avrei trovato un espediente per farci arrivare il lettore da solo. 
Inoltre c’è questa frase opaca. “Per questo motivo in quegli anni gli era sfuggita?” non l’ho capita. 
Ti segnalo che i trattini cambiano forma (“Ha—no”, “Era–”, “Signorina–”) 

Sulla sfida del contest: non mi azzardo a dire se e dove ci sia stato l’aiuto dell’IA, e se c’è stato è del tutto legittimo. Posso solo dire le mie impressioni da lettrice: la varietà dei verbi di dialogo (chiarì, si schermì, azzardò, incalzò, ribatté) e la densa annotazione dei gesti mi sono sembrate  levigate, mentre le cose che ti ho fatto notare sopra, mi fanno pensare a una mano umana che ha deciso struttura e le scelte narrative.

Nel complesso un racconto ben costruito. Molto gradevole e che a me h fatto riflettere. Mi piacciono i racconti che invitano le persone a pensare e a metterci del proprio. 

Però devo dire che la storia, alla prima lettura, a me sembrava diversa: 
lo scrittore è il demiurgo che costruisce mondi, Enrica è un personaggio che lo scrittore fa sparire dal mondo che ha costruito e Alice, anche lei un personaggio creato dallo scrittore, vuole un ruolo. Lo scrittore che sta creando non la vuole, almeno per adesso, crede che la scomparsa di Enrica debba restare un mistero. Quindi manda via Alice e ricomincia ad allineare i pezzi del romanzo. È lui che ha il potere. Perciò tutte quelle cose mentali che mi sono fatta  prima ora mi sembrano inutili. 
Alla prossima (y)

Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

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Ciao @Strikeiron
Il racconto in sé e per sé mi è piaciuto, si regge su un mistero che porti avanti con naturalezza... Il protagonista è ben tratteggiato, l'antagonista sembra invece un po' arrendevole, forse un maggiore conflitto nel finale avrebbe portato la tensione alle stelle. Bello il finale che mi ha ricordato una gag di shaldon Cooper che però non ricordo... Vorrei dare una mia interpretazione al testo, però potrei abbandonarmi a voli pindarici e allucinogeni e quindi ti chiedo perdono in anticipo se sto divagando. I due personaggi femminili sono creazioni dell'autore, la giornalista rappresenta l'IA che vuole prendere il sopravvento sul processo creativo di pennarelli ma lui, unico creatore, sa ancora sbarazzarsene quando vuole. Sono pazzo? Ho vagamente colto il messaggio che volevi lanciare? In ogni caso, buon racconto, complimenti. A rileggersi. 
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Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

4
Ciao, Vi ringrazio per i commenti che mi riservo di approfondire in un attimo in cui avrò più tempo (sob!). 
In realtà questo racconto nasce da un fatto di cronaca: una nota giornalista scandalistica ha distrutto l'immagine del titolare di una grande catena di abbigliamento. Ovviamente non siamo arrivati a quello che ho messo nel racconto, ma un giorno ragionavo che sia la giornalista che il grande titolare a me stanno un po' sulle balle. La grande giornalista perché è sempre alla ricerca di modi per tirare giù dal piedistallo chiunque (e nelle varie inchieste una titolare di pizzeria si è suicidata), il grande titolare del marchio alla moda (maglioni di cachemire) perché si finge un esempio di umanità e tale evidentemente non è. Me li sono immaginati, due come loro,  in una piccola stanza a fronteggiarsi e da lì è nato tutto, come una sfida a quello che riuscivo a ricostruire. Ovvero cercare di reggere un racconto su uno scontro fatto di dialoghi e beat e su qualcosa che avviene (o è avvenuto) al di fuori di quella stanza.
Quindi no, nessun messaggio: sono stato terra terra. Più che altro volevo sottolineare l'arroganza e la smania di potere di entrambi... ovvero il potere della scrittura, perché nel racconto è una piccola comunità per aspiranti scrittori. Ovviamente nulla a che fare con questo forum, ma l'idea mi sembrava buona per mettere in competizione Guidelli e Pennarelli sullo stesso campo. 
A presto!
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

5
Terzo racconto del Lab che leggo, tocca a te @Strikeiron .  :giù:

Scena costruita tutto sommato bene, ma ho dovuto leggere due volte per cogliere un qualche tema o filo conduttore. E anche alla seconda lettura non sono sicuro di averlo colto.  :huh:
Pare una critica sia a un certo tipo di giornalismo che a un certo tipo di "autoritarismo dirigenziale" (passami la perifrasi, non trovo un modo migliore di descriverlo).

Quello che manca, a mio avviso, è una direzione chiara. Non si capisce dove il racconto voglia andare a parare. Non si capiscono bene le motivazioni dei protagonisti.
O meglio, io non l'ho capito. Che non significa necessariamente nulla :) ma sto commentando, quindi te lo comunico.

Un piccolo appunto anche sulla prosa: il tira-e-molla della conversazione funziona bene, ma le battute suonano a volte ingessate, innaturali. Esempi:
Strikeiron wrote: Buongiorno, signorina Alice Guidelli, benvenuta
Chi saluta con nome e cognome? Solitamente basta il cognome, ed è sufficientemente formale.
Strikeiron wrote:
“Ecco, saprà bene di cosa mi occupo,” gli rispose.
“Certo. Lei è specializzata in indagini scandalistiche,” ammise lui.
Esempio di "As you know, Bob...", ovvero di dialogo che non è lì per i personaggi ma è presente solo a uso e consumo del lettore, per spiegargli la situazione.
Entrambi i protagonisti sanno chi è lei e perché è lì. Il dialogo sarebbe più interessante se elementi come questo venissero omessi, e fossero presentati invece al lettore tramite sottotesto.

Questi piccoli dettagli si susseguono durante tutta la scena, diminuendone un poco l'impatto.

Grandiosa invece la caratterizzazione, specie di Pennarelli. Gli spicchi di mela e la trovata del tovagliolo sono davvero ben riusciti: dapprincipio credevo che la battuta del tovagliolo fosse una velata minaccia alla giornalista, il twist finale mi è piaciuto molto.

Come per gli altri partecipanti mi spiace non potermi dilungare in un'analisi più approfondita. Sappi comunque che il racconto mi ha colpito, soprattutto a livello di struttura ed esecuzione.

A rileggerti. :) 

Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

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Ciao @Mid , grazie del passaggio.
È più una critica all'arroganza di potere. Tutta la scena è una sfida tra due differenti sistemi di potere: tra chi lo possiede già (e ritiene pertanto che tutto gli sia concesso) e chi invece lo vuole ottenere (attraverso i follower, l'arma della diffamazione giornalistica). In mezzo una vita umana che non ha alcun valore per entrambe le parti, se ci pensiamo bene. Per Pennarelli è un tovagliolo sgualcito, per Guidelli è solo un'opportunità (a parole difende la vita umana, ma in realtà sfrutta gli altri per i propri propositi).

Quel Buongiorno con nome e cognome per esteso è un'etichettatura morale, è sprezzante. Per quello è presente in esteso. Lui cataloga le persone, le soppesa nel duello verbale che seguirà.

Anche l'as you know Bob, come lo hai chiamato te, in realtà è un gettare in faccia all'avversario in modo sprezzante come lui la considera. Ma lui la denigra dicendo questo, mentre lei si ribella e riformula la propria funzione.

Grazie di tutto. A rileggersi.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

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Strikeiron wrote: La grande giornalista perché è sempre alla ricerca di modi per tirare giù dal piedistallo chiunque (e nelle varie inchieste una titolare di pizzeria si è suicidata),
La grande "giornalista" un pò Selvaggia?
Dopo il tuo commento ho capito che mi sono davvero fatta dei film tutti miei col tuo racconto. Forse non ho letto con attanzione come pensavo.

Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

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@Strikeiron 
Grazie per le spiegazioni. :) 

Quello che mi hai scritto, specie riguardo al dialogo, chiarisce i due aspetti che ho segnalato.
Il problema è che le tue intenzioni non erano chiare nel testo. O almeno, non lo erano per me.

Mi spiego meglio. 
Strikeiron wrote:
La giornalista del momento, la grande mattatrice, varcò la soglia.
Non più tanto giovane e non certo il suo tipo.
“Buongiorno, signorina Alice Guidelli, benvenuta,” la salutò con voce ferma, ma senza porgerle la mano. Le indicò la poltroncina davanti a lui.
“Prego. Si accomodi,” aggiunse. Lei lo guardava di traverso.
In questo spezzone, da lettore (e quindi senza la conoscenza dei personaggi che ha l'autore), come si deduce che mettere "nome e cognome per esteso è un'etichettatura morale, è sprezzante"?
Io non lo vedo così chiaramente. Certo, ci sono piccoli indizi ("la grande mattatrice", "non certo il suo tipo"), ma non abbastanza per definirlo in maniera così netta. E se non è chiaro, la battuta risulta ingessata.
In questo caso, se questa era l'intenzione, bastava esplicitarlo nel tag di dialogo. Oppure anche solo mettendo Alice in corsivo, per dare un'idea grafica del tono di voce di Pennarelli, sottolineando l'uso del nome.

Discorso analogo vale per l'altro esempio che ho citato, e gli altri passaggi che non ho potuto elencare.

Sia chiaro: non è un peccato mortale. Come detto il back-and-forth tra i personaggi funziona, e questo è l'importante. Volevo solo chiarire i miei appunti. :) 

Ciao.

Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

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Non so, io avevo pensato di averlo circoscritto anteponendo questa cornice. Non si capisce?
  wrote:“Falla entrare.” Accompagnò le parole con un cenno perché Giacomo, il suo segretario personale, uscisse dalla stanza. Non era nervoso: aveva considerato ogni singolo particolare, cercando di prefigurarsi le domande e analizzando le possibili trappole.
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Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

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Hm... se devo essere sincero io non l'avevo capito. :( 

La cornice che hai evidenziato mi dà l'idea di un personaggio preciso, che pianifica tutto in anticipo. Uno stratega che vuole avere tutto sotto controllo. Idea che viene in seguito rinforzata anche dall'immagine successiva degli spicchi di mela.

Non mi dà nessuna informazione sulla sua attitudine a cercare una superiorità morale, o a etichettare gli avversari.

Può essere un mio limite, eh. :)  La mia comprensione del testo non è infallibile, specie quando mi tocca leggere su uno smartphone. Magari mi perdo pezzi, o dettagli.

E ribadisco per l'ennesima volta: stiamo parlando comunque di quisquilie, non di problemi strutturali.
Giusto per chiarire. :) 
Essenzialmente stiamo discutendo del colore della facciata di una casa dopo averla terminata di costruire.

Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

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@Strikeiron ciao. 

Ho fatto fatica a immergermi nella trama. E a dire che in effetti si arriva a pensare, leggendo, a una svolta a sorpresa. Mi ha colpito la interpretazione di @Albascura anche perché l'avrei pensata anch'io.  :D

 In questo tuo lavoro vi è un'atmosfera tagliente, ma un intreccio decisamente da calibrare. Questo proprio perché la tua idea era tutta un'altra cosa.
Il racconto si presenta con delle ottime premesse, giocato interamente sulla tensione psicologica tra due personaggi agli antipodi.  La regia degli spazi e l'atmosfera claustrofobica rappresentano senz'altro i punti di forza del testo. Pennarelli emerge inizialmente come un antagonista formidabile e metodico. Bene nel descrivere le sue manie di controllo attraverso piccoli gesti, culminando in un finale dal notevole impatto visivo e metaforico: l'assassino che ignora la vita umana appena spezzata per concentrarsi sull'allineamento maniacale di uno spicchio di mela.
Tuttavia, scendendo sotto la superficie di questa affascinante teatralità, l'architettura logica della trama mostra diverse fragilità, specialmente nelle motivazioni e nelle reazioni dei due protagonisti. 

Il crollo ingiustificato di Alice: presentata come una "grande mattatrice" e cronista d'assalto, la giornalista capitola in modo innaturale. La semplice assenza di segnale sul cellulare non giustifica la sua resa. Le indagini di una professionista dovrebbero essere custodite al sicuro altrove, e la rivelazione di un omicidio in diretta dovrebbe fornirle la prova schiacciante che andava cercando, non spingerla a battere in ritirata a mani vuote.
Anche il fatto che sia solo sparita non vuol dire che sia morta. Queste sono solo delle prove fantasma: Il duello verbale smarrisce il proprio mordente perché la giornalista non scopre mai le carte. Non conoscendo l'effettivo peso delle prove in suo possesso, il ricatto si riduce a un bluff che gira a vuoto, impedendo al lettore di percepire una reale posta in gioco.
  L'assenza di un movente (e l'occasione mancata di Alice?): Un'ulteriore lacuna riguarda le reali motivazioni dietro la sparizione di Enrica. Sebbene Pennarelli definisca la segretaria un "ingranaggio" difettoso da scartare, al lettore non viene mai spiegato perché andasse eliminata. È un vero peccato, poiché avevi a disposizione l'espediente perfetto: se le indagini di Alice l'avessero portata a svelare proprio il movente segreto del despota, il racconto avrebbe giustificato il ricatto e, contemporaneamente, donato tridimensionalità all'antagonista. Senza questo snodo cruciale, il delitto appare come un mero capriccio narrativo.

L'espediente del tovagliolo appallottolato è d'effetto, ma stride con la natura calcolatrice di Pennarelli. Un manipolatore geniale e meticoloso non confesserebbe mai di essere il mandante di un omicidio appena consumato davanti a una testimone ostile (senza contare la totale assenza di un corpo o di tracce), affidandosi unicamente alla lealtà di presunti "testimoni" pronti a spergiurare.

Nel complesso, il racconto eccelle nella forma e nella costruzione del clima emotivo, ma sacrifica la coerenza narrativa sull'altare del colpo di scena a effetto.
Considerando il tema del contest, viene spontaneo chiedersi in quale fase AI abbia supportato la stesura. Se dovessi avanzare un'ipotesi, ti direi che  potrebbe essersi dimostrata un'ottima "scenografa", fornendoti una prosa pulitissima e un'atmosfera claustrofobica di grande fascino. Tuttavia, mi viene il dubbio che alcune delle fragilità strutturali del testo derivino proprio dalle dinamiche tipiche dei modelli linguistici. Spesso, infatti, l'algoritmo tende a eseguire ciecamente il traguardo richiesto dal prompt (come "fai vincere lo scrittore a ogni costo"), ma per farlo prende scorciatoie: sacrifica la coerenza psicologica, appiattisce il sottotesto dei dialoghi o si dimentica di giustificare il movente profondo pur di arrivare all'effetto drammatico. Sarai tu a dirmi se ho colpito nel segno, ma il mio consiglio per i prossimi esperimenti è di usare l'IA per l'estetica e la forma, mantenendo però saldamente nelle mani umane il ruolo di "regista": spetta sempre all'autore blindare la logica della trama e impedire alla macchina di prendere scorciatoie. In bocca al lupo per il contest!  (y)
DISVANGELO: Il Regno Dei Cieli è Già Tra Voi
Viaggio sconsolato tra i ricordi dello Stato.
Io malata in fuga.

Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

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Ciao @bestseller2020 ,
Probabilmente ho "barato": l'IA qui non ha generato praticamente nulla (devo avere ancora la trascrizione su ChatGPT qualora qualcuno non mi credesse). In realtà questo testo era un divertissement/sfida personale mia a creare una scena di dialogo dentro una stanza chiusa, alzando la tensione attorno ai due personaggi. Ho usato l'AI esclusivamente come correttore di bozze. Quindi per i refusi, le ripetizioni e gli errori. 
Anch'io alla fine della stesura del racconto avevo individuato la fragilità peggiore che te hai indicato: Alice parte in bomba per poi sgonfiarsi come un palloncino e fare praticamente mancare una contrapposizione credibile al vero grande mattatore del racconto (il calcolatore, accentratore, perfezionista). Poi ho riflettuto sulla scena e sul titolo che avevo dato al racconto e ho pensato che la banalità e l'incompetenza contraddistinguono coloro i quali sentono di avere il potere nelle proprie mani.
Tutto sommato, mi sono detto, Alice agirebbe esattamente in questo modo: accecata dalla smania dei suoi follower e del suo strapotere andrebbe a ficcarsi nella tana del lupo ad agitargli contro vane minacce. E intanto non si renderebbe minimamente conto di non avere alcun potere: si troverebbe letteralmente senza terra sotto i piedi.
Abbiamo qui il potere della scrittura in due sfaccettature: da una parte chi ha costruito una comunità di scrittori che stringe sotto il suo potere da tiranno, dall'altra una giornalista che crede di avere un potere assoluto attraverso la scrittura a mezzo stampa/internet. Toglile internet e cosa le rimane? Il nulla. Una stanza in cui temere per la propria vita. Un conto sono le minacce virtuali, un altro trovarsi realmente nella cacca fino al collo (eufemismi a parte).
Per questo, arrivato in fondo ho lasciato com'era. Perché mi sembrava adeguato al tono e al messaggio del racconto.
Quindi mi dispiace, ma lo sceneggiatore scarso qui sono stato io, dopo alcune meditazioni.
La crudeltà e l'ossessione per l'ordine mi vengono da uno dei primi suggerimenti che mi ha dato @Alberto Tosciri in uno dei primi racconti che ho postato e del quale ho fatto tesoro: un piccolo particolare familiare rende il cattivo più realistico, più sadico, più minaccioso. Aggiunge al racconto la credibilità di una persona malvagia che ha pianificato tutto fin dall'inizio e, senza farlo notare (iniziando dal passaggio dal Voi al tu) non può che mettere all'angolo il proprio avversario.
Per questo l'ho chiamato un divertissement: perché per me, oltre all'esercizio che ho detto prima, è stato un modo di sondare come scrivere un cattivo.
Grazie dei suggerimenti, sai che li tengo a mente per imparare meglio.
A rileggersi.
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

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Albascura wrote: Inoltre c’è questa frase opaca. “Per questo motivo in quegli anni gli era sfuggita?” non l’ho capita.
Anche a me era sfuggito questo tuo commento.
Ti spiego: Pennarelli è un accentratore, qualcuno che grazie al suo villaggio degli scrittori porta a sé i talenti, ma nello stesso tempo li mette sotto il proprio controllo. Pennarelli non conosce personalmente Alice e non sa chi si trova davanti: quel pensiero sta a dire "l'ho sottovalutata e quindi l'ho trascurata, mentre è una persona che avrei dovuto mettere sotto il mio controllo?". Così ho chiarito?
When people talk, listen completely. Most people never listen. - E. Hemingway

Re: [LAB 21] Il potere della scrittura

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Strikeiron wrote: Per un certo periodo aveva letto con interesse i suoi articoli, almeno fino a quando non aveva capito il genere e allora aveva lasciato perdere. Per questo motivo in quegli anni gli era sfuggita?
Certo, ora che so che tu ti sei ispirato a quella giornalista…Indomita ho capito il genere e anche perchè lo scrittore ha lasciato perdere. Ci sono scrittori che sembra che non si fidino dei lettori e infarciscono il testo di informazioni, tu invece sei stato troppo ermetico. Giusto due parole in più e tutto sarebbe stato più chiaro. 

Provo a farti un esempio:
Per un certo periodo aveva letto con interesse i suoi articoli, almeno fino a quando non aveva capito il genere scandalistico e allora aveva smesso di leggerla.
Così, negli anni successivi, le sue vicende gli erano sfuggite.

Grazie per il chiarimento @Strikeiron 

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