Alberto Tosciri wrote: Tu scrivi che «la sua cronologia non coincide con gli eventi». Quale cronologia? Quale data? Quale evento? La guerra civile libanese iniziò nel 1975 e Gabriel aveva dieci anni.
aveva undici ma non è solo questo il problema.
Alberto Tosciri wrote: Se sostieni che uno specifico episodio sia impossibile, indicami quale e con quale fonte.
The New York Times
In un profilo dedicato a ACT! for America, il giornale afferma che la narrazione autobiografica di Gabriel è “fortemente drammatizzata” e che diversi dettagli “non coincidono con le cronologie documentate” della guerra civile libanese.
The Washington Post
In un’inchiesta sulle reti islamofobe negli Stati Uniti, il quotidiano osserva che la storia personale di Gabriel “contiene incongruenze cronologiche relative alla guerra civile libanese”, soprattutto riguardo agli anni iniziali del conflitto nel sud del Libano.
The Nation
In un articolo del 2017 dedicato alla propaganda anti‑musulmana negli USA, viene riportato che “la cronologia degli eventi raccontati da Gabriel non corrisponde ai modelli di escalation nel sud del Libano”, con particolare riferimento agli anni 1974–1976.
Southern Poverty Law Center
Nel dossier dedicato a ACT! for America, il centro di ricerca segnala che la sua autobiografia “contraddice numerosi resoconti storici del conflitto” e che la narrazione è costruita per sostenere un’agenda politica contemporanea.
Analisi storiche sul Libano meridionale (Traboulsi, Salibi, Kassir, Khalidi, Fisk, Picard)
Questi storici non parlano direttamente di Gabriel, ma le loro ricostruzioni documentano che nel 1974 non risultano attacchi dell’OLP contro civili cristiani nel sud del Libano, e che gli scontri sistematici tra OLP e milizie cristiane iniziano nel 1975. Questo rende incompatibile la collocazione temporale che Gabriel attribuisce alla distruzione della sua casa “a dieci anni”.
Copiato e incollato direttamente dalla rete-
Alberto Tosciri wrote: distinguere ciò che ho effettivamente scritto dalle intenzioni che tu mi attribuisci.
Io non ti ho attribuito neessun commento, nessuna parola. Tutto quello che ho scritto nel primo commento era riferito a quella donna non a te. ti ho semplicemente chiesto di guardare bene chi fosse Gabriel oggi. non la bambina scappata dal libano. non posso certo negare che lei abbia sofferto ma oggi è palese che usa il suo dramma per fare propaganda.
Con questa premessa ti dico che faccio sempre molta fatica a confrontarmi con chi si schiera dietro una bandiera, una religione, una etnia...
Io non ho bisogno che la storia di Gabriel sia “inventata” per vederne il problema. Mi basta vedere come viene usata. Il mio punto non è: “lei non ha sofferto”. Il mio punto è: “lei prende quella sofferenza e la trasforma in una metafora politica che oggi, nel contesto in cui viene diffusa, ha effetti molto concreti”.
Ma hai ragione: se voglio sostenere che un episodio è impossibile, devo indicare con precisione quale, con quali fonti. ed è giusto che tu me lo chieda.
Dove però sento di non aver sbagliato bersaglio è sul piano dell’effetto: il video che hai postato non è un documento neutro, è un prodotto di propaganda contemporanea. Non perché racconta una famiglia cristiana vittima di milizie palestinesi o musulmane (cosa che, come dici, è perfettamente possibile nella storia del Libano), ma perché inserisce quel racconto in una cornice che oggi viene usata per alimentare una narrativa “noi verso di loro” molto precisa.
Quando io arrivo a Gaza, non sto dicendo che tu, Alberto, neghi la sofferenza dei palestinesi. su questo non hai detto nulla, anzi nel post del video non hai esternato nessuna idea, tanto che io all'inizio non capivo cosa c'era da capire o non capire.
Quando arrivo a Gaza, dicevo, che, nel contesto attuale, un certo tipo di racconto – che seleziona un trauma, lo universalizza, lo attribuisce a un intero popolo – finisce per essere funzionale a chi, oggi, ha interesse a minimizzare o relativizzare un genocidio in corso. Non è una dichiarazione delle tue intenzioni, è una lettura del modo in cui certi contenuti circolano e vengono usati.
Posso aver sbagliato nel sovrapporre troppo il video che hai postato alle tue posizioni personali, e questo lo riconosco. Ma non credo di sbagliare nel dire che la linea che va da “il mio trauma dimostra che i musulmani sono una minaccia” a “guardiamo prima chi è stato vittima dei musulmani” è una linea che, oggi, viene percorsa da chi vuole spostare lo sguardo lontano da Gaza. per quello il mio consiglio a vedere bene chi è e cosa fa quella donna.
Sul racconto di mio nonno: sono d’accordo con te che memoria personale e ricostruzione storica non coincidono. Ma per me quel momento è stato la scoperta che esiste una cosa chiamata propaganda, e che può passare anche attraverso la scuola, i libri, le versioni ufficiali. Da allora, ogni volta che vedo un trauma trasformato in arma retorica, mi si accende quella stessa spia. È da lì che nasce la mia reazione, non dal bisogno di squalificare chi ha sofferto.
Per spiegare meglio la mia difficoltà a relazionarmi con chi si schiera e va dietro a delle etichette, voglio fare un esempio. Io sto con le persone, non con i colori della politica, della pelle, dellle bandiere:
Ci sono due bambini che crescono nello stesso paese, nello stesso periodo, sotto le stesse bombe.
Due bambini che respirano la stessa polvere, lo stesso terrore, la stessa confusione degli adulti.
Due bambini che vedono il Libano sgretolarsi sotto i piedi.
Uno si chiama Serj Tankian, del quale sto leggendo l'autobiografia, nasce a Beirut nel 1967, figlio di una famiglia armena scappata da un genocidio.
L’altro si chiama Hanan Qahwaji, nasce nel 1964 nel sud del Libano, in una famiglia cristiana maronita.
Da adulta prenderà il nome di Brigitte Gabriel.
Vivono la stessa guerra, ma non la stessa storia. Tankian fugge nel 1975, all’inizio della guerra civile.
La sua famiglia arriva negli Stati Uniti povera, senza protezioni, senza alleati. Serj cresce con la memoria di un genocidio e con la consapevolezza che la violenza non ha religione, non ha popolo, non ha bandiera.
Da adulto diventa un artista che denuncia i massacri, le dittature, i nazionalismi, le menzogne dei governi.
La sua voce è una voce che cerca la pace, non un nemico.
Brigitte Gabriel cresce nel sud del Libano, in una comunità cristiana che vede l’OLP come una minaccia e Israele come un possibile protettore.
La sua famiglia non è povera, non è ricca: è una famiglia modesta, schiacciata tra milizie, eserciti, invasioni.
Fugge negli anni ’80, proprio durante l’invasione israeliana. Eppure, da adulta, difende Israele con una ferocia che sembra un paradosso.
Ma non lo è: la sua comunità vedeva Israele come alleato, e Israele curò sua madre. Il trauma diventa identità. L’identità diventa propaganda.
La propaganda diventa carriera.
Tankian prende il suo dolore e lo trasforma in una voce che difende i vivi. Gabriel prende il suo dolore e lo trasforma in una voce che accusa un intero popolo. Due bambini, stessa guerra. Due adulti, due mondi opposti.
Tankian: “La violenza è un crimine, non un popolo.”
Gabriel: “Il mio trauma dimostra che i musulmani sono una minaccia.”
E qui sta la contraddizione più grande:
uno usa la memoria per proteggere gli altri, l’altra usa la memoria per giustificare chi oggi bombarda, affama, mutila, tortura. E soprattutto questo esempio dimostrache la narrazione di Gabriel non è inevitabile:
è una scelta, una costruzione, un’identità politica.
Tankian è la prova vivente che si può vivere la guerra e non diventare un megafono dell’odio.
Quando dici “cristiani”, sembra un gruppo unico, compatto, come dire “i cattolici in Italia”?
Ma in Libano non credo funzioni così.
Da quelle parti è un mosaico, un puzzle di comunità diverse che hanno storie, alleanze, traumi e identità completamente differenti. anche se io non ho mai visitato quei posti intuisco.dalle informazioni che mi arrivano. I
maroniti sono una di queste comunità.
E non sono “i cristiani del Libano”: sono
un tipo di cristiani, con una storia molto particolare. Sono cattolici, sì, ma con rito orientale.
Hanno una gerarchia loro, una tradizione loro, una memoria collettiva che li lega all’Occidente e li separa da altre comunità cristiane del paese.
E soprattutto — e questo è il punto che cambia tutto —
sono stati
la comunità cristiana più politicizzata, quella che ha avuto rapporti più stretti con Israele durante la guerra civile.
Non perché fossero “cattivi” o “buoni”, ma perché vivevano in zone dove si sentivano schiacciati tra OLP, milizie sciite, esercito siriano.
E quando sei schiacciato, cerchi un alleato.
Anche se quell’alleato è un esercito che sta invadendo il tuo paese. Ti fa venire in mente nulla? quando i tedeschi hanno occupato il nostro paese? È così che nascono certe identità: non da ideologie, ma da paure.
E ora immagina Brigitte Gabriel da bambina. Non come “attivista”, non come “propagandista”.
Immaginala proprio come bambina. Vive nel sud del Libano, in una famiglia maronita.
Non poveri, non ricchi: gente normale, suo padre è un commerciante che cerca di tirare avanti mentre attorno si muovono eserciti, milizie, bandiere che cambiano ogni mese. La sua comunità vede Israele come un possibile protettore. Non perché Israele sia un angelo, ma perché le minacce intorno sono tante. Elei fa parte di una minoranza cristiana in mezzo a tutto questo. Se un soldato israeliano ti porta tua madre ferita in ospedale, quel soldato diventa “il salvatore”.
Non importa cosa sta facendo il suo esercito a dieci chilometri da lì. E così, quando Gabriel cresce, porta con sé quella lente:“Chi mi ha salvata è buono. Chi mi ha minacciata è cattivo.”
è qualcosa che non nasce dalla storia, ma dalla paura.
Ora immagina Serj Tankian.
Anche lui bambino, anche lui in Libano, anche lui sotto le bombe.
Ma lui è armeno. Gli armeni in Libano non sono una comunità potente. Sono una comunità che porta addosso il ricordo di un genocidio.
Non hanno alleati, non hanno protezioni, non hanno milizie forti. Sono una minoranza nella minoranza.
Quando scoppia la guerra civile, la famiglia di Tankian fugge. Arrivano negli Stati Uniti poveri, senza reti, senza appoggi.E Serj cresce con un’idea molto diversa: “Il dolore non è un’arma. Il dolore è una responsabilità.”
Da adulto diventa un artista che denuncia genocidi, dittature, nazionalismi. Lui non usa il trauma per costruire un nemico.
Lo usa per proteggere chi è vulnerabile.
E qui sta la differenza che avrei voluto raccontarti, magari seduta a un tavolo guardandoti negli occhi.
Due bambini, stessa terra, stessa guerra. Due adulti, due mondi opposti. Gabriel prende il suo trauma e lo trasforma in una narrazione politica che divide.
Tankian prende il suo trauma e lo trasforma in una voce che unisce.
Gabriel parla come maronita del sud del Libano, con una storia di alleanze e paure molto precise.
Tankian parla come armeno, figlio di una comunità perseguitata che ha imparato a diffidare dei nazionalismi. Non è questione di “chi ha ragione”.
È questione di come il trauma plasma l’identità.
E quando capisci questo, capisci anche perché Gabriel difende Israele pur essendo fuggita durante un’invasione israeliana. Non è logica: è memoria emotiva. Non è storia: è identità.
Se fossi davvero seduto davanti a me, ti direi questo:
“Io non giudico la bambina. Giudico l’adulta che usa quella bambina per fare propaganda.”
Ti leggo, ti rispetto, e apprezzo molto che tu abbia separato fatti, interpretazioni e intenzioni. Il mio intento non era attribuirti una posizione che non hai espresso, ma verificare il tipo di narrazione che quel video porta con sé, soprattutto oggi. Se su questo possiamo continuare a discutere, per me è già un passo avanti enorme rispetto al solito muro contro muro.