[CE2026] La parabola dei due principi e del San Marzano

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traccia n. 9       
Colpo di scena: Ma porca miseria! Per una volta che uno si concede una trasgressione, proprio lei dovevo incontrare?


C'era una volta un giovane re di nome Radeonte che aveva preso in sposa la principessa Artemisia. Dalla loro unione erano nati due figli: Callisto, il primogenito, e Sesastro.
Radeonte si considerava un sovrano semplicemente perché trascorreva le giornate senza fare assolutamente nulla. Del resto, ai suoi occhi, quale occupazione poteva essere più regale dell'ozio?
Non aveva mai lavorato un solo giorno in vita sua e viveva grazie ai sussidi che il regno, mosso da un misto di compassione e rassegnazione, continuava a garantirgli.
Artemisia, dopo le nozze, aveva seguito con ammirevole dedizione le orme del marito. Abbandonata ogni ambizione, si era specializzata anch'essa nell'antichissima arte del non fare.
Era salita al trono poco più che bambina e ora, a soli ventiquattro anni, si ritrovava con la pelle segnata da pieghe di lenzuola e due piccoli parassiti di sette e otto anni che le razzolavano intorno interrompendo il sonno con la puntualità di una bolletta di luce e gas.
I due sovrani dormivano in media venti ore al giorno; nelle quattro rimanenti mangiavano, sbadigliavano e discutevano seriamente se fosse il caso di tornare a letto.
Solo le due piccole pesti mettevano a repentaglio quel sacrosanto riposo.
Provarono prima con i più rinomati druidi. Gli ordinarono di sintetizzare un intruglio che li facesse dormire almeno quanto i genitori, pena la dequalificazione a raccoglitori di fieno per le vacche.
Ma i due ragazzi, immunizzati da chissà quale perversione genetica, sembravano diventare ancora più eccitati.
A quel punto si passò ai metodi tradizionali: dieci cinghiate per ogni risveglio provocato.
A Callisto tornò immediatamente il sonno.
Sesastro invece non ne fu minimamente sfiorato. Anzi, sembrava provarci quasi gusto. Si rassegnò solo più tardi, per mera noia, e perché l'abbronzatura non risultava uniforme con tutte quelle righe violacee sulla schiena

Un giorno il silenzio del palazzo venne infranto da un colpo di tosse di Radeonte. Poi un secondo. Poi un terzo.
Nulla di preoccupante, a dire il vero: un comune raffreddore avrebbe guarito qualunque uomo nel giro di pochi giorni.
Ma Callisto e Sesastro non erano interessati alla salute del padre.
Erano interessati al suo trono.
Bastò quella tosse a far balenare in entrambi lo stesso identico pensiero.
E poiché nessuno dei due era disposto a rinunciare alla successione, decisero di risolvere la questione secondo l'antichissima tradizione di famiglia: una sfida alla PlayStation.
Furono allestite le sale del palazzo come se dovessero ospitare un torneo cavalleresco. I sudditi si radunarono sugli spalti improvvisati, gli araldi annunciarono l'inizio della contesa e i cuochi prepararono provviste sufficienti per un assedio.
Per tre giorni e tre notti i due fratelli si affrontarono senza tregua.
Caddero decine di joystick, consumarono viveri degni di un esercito e svuotarono così tante bevande energetiche che gli scribi del regno rinunciarono  a contarle.
Nessuno dei due sembrava disposto a cedere.
Soltanto all'alba del quarto giorno Callisto, con gli occhi arrossati, i riflessi ormai affidati più all'istinto che alla lucidità e i pollici ridotti a due reliquie consumate, riuscì a mettere a segno il colpo decisivo.
Sesastro depose il controller.
Era sconfitto.
Secondo le antiche leggi del regno, Callisto fu proclamato erede al trono di Radeonte.
Quanto a Sesastro, ebbe salva la vita. E, considerate le circostanze, quella fu probabilmente la notizia migliore della giornata.
La clemenza di Callisto, tuttavia, aveva limiti ben precisi.
Risparmiò la vita al fratello, ma gli riservò un destino che, agli occhi di molti, appariva persino peggiore della morte: lavorare.
Non un mestiere qualunque.
Sesastro venne venduto a una compagnia di caporali e spedito nelle campagne più arse del regno, dove avrebbe trascorso le giornate a raccogliere pomodori sotto un sole tanto feroce da far appassire perfino le bestemmie.
Dodici ore al giorno.
Sei giorni alla settimana. Talvolta anche sette, quando il padrone dimenticava di saper contare.
Le mani si riempirono di calli, la schiena imparò a piegarsi prima ancora che sorgesse il sole e il volto perse, stagione dopo stagione, ogni traccia della giovinezza.
Eppure Sesastro non si lamentò mai.
Non maledisse il fratello.
Continuò semplicemente a raccogliere pomodori.
Gli anni passarono così, uno uguale all'altro, finché un giorno il cielo decise che ne aveva abbastanza.
Una voce possente attraversò il firmamento.
“Quel ragazzo lavora troppo.”
A pronunciarla era stato Goldope, dio dell'oro, patrono degli orefici, dei cercatori di pepite e di tutti coloro che, davanti a un oggetto luccicante, perdevano immediatamente il lume della ragione.
Era, per giunta, genero del re di tutti gli déi: ne aveva sposato la figlia più giovane, una divinità dalla pelle color oro zecchino che in cielo chiamavano semplicemente "la Dorata." Si diceva che l'avesse scelta più per il luccichio che per il carattere. 
Commosso dall'instancabile operosità del giovane, Goldope decise di ricompensarlo con un dono divino, senza curarsi di chiedere il permesso a nessuno. Un'abitudine, questa, che gli sarebbe presto costata cara. 
Da quel giorno ogni pomodoro sfiorato dalle mani di Sesastro si trasformò all'istante in una pepita d'oro massiccio.
All'inizio credette di soffrire di insolazione. Strofinò gli occhi. Si pizzicò un braccio. Provò persino a raccogliere un sasso, che però rimase ostinatamente un sasso.
Quando il pomodoro successivo si trasformò nuovamente in oro, comprese che il miracolo era autentico. Nel giro di poche ore riempì cinque casse di pepite.
Il caporale, che fino a quel momento lo aveva sorvegliato con l'entusiasmo di un avvoltoio con una doppietta a tracolla, cambiò tono di colpo e gli puntò il fucile nelle parti basse.
“Quei pomodori appartengono a me. Questo terreno è mio.”
“Hai ragione, sono tuoi. Prendi anche questo!”
Sesastro afferrò un San Marzano dorato e glielo scagliò contro in piena fronte, facendolo stramazzare al suolo privo di sensi.
Il ragazzo, che della ricchezza conosceva poco ma dell'opportunismo umano aveva già imparato abbastanza, caricò il bottino su un carro e si diresse verso il più vicino compro oro.
Tornò con una fortuna tale che, per la prima volta in vita sua, avrebbe potuto permettersi perfino di non lavorare.

Per qualche tempo Sesastro si godette la ricchezza con prudenza. Comprò una casa. Una seconda, nel caso la prima si annoiasse.
Sostituì il carro con una carrozza tanto sontuosa da sembrare costruita apposta per essere assaltata. E, soprattutto, dormì per tre giorni consecutivi.
Non per pigrizia, come avrebbero fatto Radeonte e Artemisia.
Ma per recuperare dieci anni di sonno arretrato.
Eppure, ogni volta che chiudeva gli occhi, riaffiorava il ricordo del fratello, dei genitori e della sorte che gli avevano imposto.
Il denaro aveva alleviato la fatica. Non il rancore.
Così rivolse una preghiera agli dèi.
Non domandò altro oro. Non chiese altri miracoli.
Chiese semplicemente giustizia. O, in mancanza di meglio, una vendetta sufficientemente fantasiosa.
La richiesta salì fino al Monte Celestiale, dove il Consiglio Supremo delle Divinità era riunito per discutere questioni di primaria importanza.
Da tre settimane, infatti, cercavano di stabilire se gli arcobaleni dovessero comparire solo dopo la pioggia o, per ragioni estetiche, anche nei weekend.
Il re dovette assentarsi per andare alla toilette, l'ultima annata del nettare degli dei risultava un po' acida e l'intestino non era più quello di un giovincello. La faccenda andò per le lunghe e Goldope, impaziente per l'attesa, decise di prendere la parola.
“Quel ragazzo se l'è meritata. Propongo di esaudire il suo desiderio.”
Dall'altra parte della sala si alzò Silvanillo, dio dei prestigiatori, degli illusionisti e di tutti coloro che riuscivano a far sparire il portafoglio al prossimo con sorprendente naturalezza.
“Lasciate fare a me.”
Schioccò le dita e comparve un cilindro. Dal cilindro uscì un ghiro. Dal ghiro uscì un'idea.
Ai due sovrani, considerate le note abitudini da dormiglioni, propose di far crescere una magnifica coda di ghiro. Folta, elegante e assolutamente impossibile da eliminare. Nessun chirurgo sarebbe mai riuscito a liberarsene.
Alcuni dèi applaudirono. Altri trovarono la proposta eccessiva.
Il dio della Dermatologia domandò se almeno fosse ipoallergenica.
Silvanillo precisò che avrebbe provocato anche un leggero prurito.
L'approvazione divenne pressoché unanime.
“E Callisto?” domandò qualcuno.
Silvanillo sorrise.
“Per lui immaginavo qualcosa di educativo, visto che gli piace tanto stare in casa.” 
Gli venne affidato il compito di assistere giorno e notte due ultraottantenni affetti contemporaneamente da demenza senile, meteorismo cronico e sonnambulismo competitivo.
Perfino il dio della Guerra abbassò lo sguardo in segno di rispetto. Sembrava una punizione sproporzionata anche per lui.
Le sentenze furono eseguite quella notte stessa. A Radeonte e Artemisia spuntò, tra la base della schiena e il primo cuscino, una coda folta e lucida. Nessuno dei due se ne accorse: dormivano già da sedici ore e il prurito, per quanto insistente, non fu sufficiente a interromperne il sonno. Il maggiordomo, l'indomani, decise con giudizio di non farne parola: certe verità è meglio lasciarle dormire insieme ai propri sovrani.
Il re di tutti gli dèi, però, non aveva affatto gradito l'iniziativa presa durante la sua assenza. Non tollerava che nel suo regno celeste si distribuissero doni e castighi senza il suo assenso, tantomeno per una faccenda di pomodori e joystick che riguardava dei semplici mortali. E se c'era una cosa che detestava più della disobbedienza, era la disobbedienza di un genero.
“Chi ti ha dato il permesso?” tuonò, rivolto a Goldope. Il dio dell'oro non seppe rispondere, il che, agli occhi di un suocero divino, equivale sempre a una confessione. Per punirlo, il re trasmutò la Dorata in ferro arrugginito: nulla, pensò, poteva ferire di più un dio dell'oro che vedere ridotta a ruggine la cosa che amava. Il marito, notoriamente ferrofobo, non poté sopportarlo e cercò ripetutamente, senza successo, di restituirle lo stato aureo.
Provò persino a donarle il proprio seme, essenza della purezza, con la speranza di poter ripristinare il germe aureo.
Ne ricavò soltanto il tetano, e si polverizzò all'istante.
Il re, placato solo a metà, si rivolse quindi a Silvanillo, suo cognato, avendone sposato la sorella, dea della siccità, e gli ordinò di farsi da parte.
Da quel giorno la moglie avrebbe tenuto il marito perennemente "all'asciutto", privandolo per sempre dell'unica cosa che rende un prestigiatore tale: l'effetto sorpresa.
Mentre in cielo le famiglie divine si sbranavano a vicenda per futili motivi d'orgoglio, sulla terra Sesastro non ne seppe mai nulla.
Era troppo occupato a contare le proprie pepite. Ma, come spesso accade, la giustizia degli dèi finisce per somigliare parecchio a quella degli uomini: lenta, capricciosa, e mai davvero risolutiva.
Nel frattempo Sesastro cominciò a sviluppare una paranoia ossessiva: temeva che l'oro piovuto dal cielo potesse un giorno trasformarsi in semplice metallo, o peggio, in pomodori marci. Quella paura lo spinse a cercarne sempre di più.
Iniziò a speculare in borsa su titoli tossici: il patrimonio raddoppiò. Investì in diamanti insanguinati: raddoppiò ancora. Passò alle criptovalute più oscure del dark web: la fortuna diventò una cifra mostruosa.
Un giorno mentre camminava negli angoli più cupi della capitale, alla ricerca di un broker clandestino, venne attratto da una vetrina dai vetri oscurati.
Dietro il cristallo appariva la sagoma di una donna con un completo in pelle attillata, stivali lucidi con tacchi a spillo sopra il ginocchio e una frusta a nove code.
Sotto la figura campeggiava una scritta al neon:

MISTRESS TAMARA
ogni desiderio ha il suo prezzo

Un brivido lo scosse dall'occipite all'alluce. La schiena, memore delle cinghiate infantili e della fatica dei campi, ebbe un sussulto quasi nostalgico.
Non c'era prezzo che potesse dissuaderlo.
Spinse la porta. Il suono secco di una frustata, accompagnato da un gemito soffocato, lo avvolse immediatamente.
Una voce automatica lo invitava a indossare una maschera per garantire l'anonimato; un'altra voce, assai più professionale, chiedeva i dati della carta di credito.
Sesastro mostrò un San Marzano aureo.
L'accordo fu concluso.
Entrò in una stanza illuminata da candele, con catene e ganci appesi al soffitto.
La porta si chiuse alle sue spalle.
Dopo qualche istante apparve la mistress: fisico mozzafiato, pelle nera lucida, stivali letali e frusta in mano.
Sembrava Catwoman.
“In ginocchio, spogliati.”
Sesastro obbedì.
Non fece in tempo a sfilarsi la camicia che una frustata lo attraversò dalla schiena al torace.
Poi una mano dalle unghie laccate di nero gli scivolò lentamente sulla schiena.
Sesastro cominciò a ululare.
Una voce calda gli sussurrò all'orecchio:
“Sei il mio schiavo e dovrai obbedire...”
Ci fu una pausa. La mano si fermò di colpo sulle cicatrici. La voce cambiò tono, perdendo ogni sfumatura erotica.
“Ma questa schiena... questi segni... io li conosco.”
Sesastro si voltò. Guardò la donna. Poi abbassò lo sguardo.
Fu allora che notò la coda. Non era esattamente quella di un gatto. Somigliava piuttosto a quella di uno scoiattolo. O di un grosso ghiro...
Si guardarono per alcuni interminabili secondi.
“Madre!”
“Figlio!”
Seguì un silenzio così imbarazzante che perfino le catene sembrarono smettere di tintinnare.
Sesastro allargò le braccia al cielo: “Ma porca miseria! Per una volta che uno si concede una trasgressione, proprio lei dovevo incontrare? Che cavolo ci fai qui?.”
“E secondo te? Con tuo fratello impegnato h24 a cambiare pannoloni a due vecchi dementi e tuo padre che per vergogna della coda dorme ancora più di prima. Nelle casse del regno risuona solo il rumore dei debiti. La pensione di sovranità non copre manco le bollette della luce. Bisognava pure riciclarsi in qualche modo, e la vita mi ha insegnato che il dolore altrui è l'unico mercato che non conosce crisi.”

Sesastro rimase in silenzio. Poi guardò la frusta. Guardò la madre. Guardò nuovamente la frusta.
“Forse hai ragione.”
Artemisia sollevò un sopracciglio.
“Davvero?”
“Dammi un'altra frustata.”
“Certo.”
Sloshh!

Intanto, dall'alto dei cieli, due divinità osservavano la scena.
Il re di tutti gli dei sospirò amaramente.
“Ti rendi conto di quanti danni hai fatto con la mania di fare il benefattore?”
Goldope, che nel frattempo il re aveva riconvertito in stagno per pietà, si strinse nelle spalle.
“Cosa c'entro io? Guarda che è tutta colpa di quel vecchio austriaco con pizzetto e occhialini tondi che ha spiegato alla gente come funzionano le famiglie. Io mi sono limitato a convertire ortaggi in metallo prezioso.” 
“Sì, e intanto hai scombussolato l'economia e la morale del regno. Guarda che ti ripolverizzo.”
Goldope tacque.
Da qualche parte, poco più in là, una voce femminile e stridula continuava a chiamare:
“Edipo? Edipo caro? Dove ti sei cacciato?”
Silvanillo si voltò.
“Scusatemi la mia amata mi chiama.”
Il re di tutti gli dèi lo fissò, perplesso.
“Ma tu non sei Edipo.”
“Lo so.”
“E allora perché ti chiama Edipo?”
“Non ne ho la più pallida idea. Ma finché paga la cena non bado ai dettagli.”
“Ma come... e mia sorella? Che fai, le metti le corna?”
“Ti ricordo che sei stato tu a decretare la mia castità coniugale. Dovrò pur rifarmi, almeno platonicamente.”

Da lontano comparve una donna.
“Sì, sì, vai pure da mammina...” lo canzonò il re degli dei.
“Non è la mia mammina.”
Il re strinse gli occhi.
“Vabbè, a giudicare dall'aspetto avrà almeno... vent'anni più di te.”
Silvanillo non rispose, e si allontanò.

E così, mentre gli dèi continuavano a litigare, i sovrani a dormire, i principi – l'uno tra pannoloni altrui, l'altro tra fruste materne - a “lavorare”, e i pomodori a diventare oro, il regno continuò tranquillamente a essere governato da nessuno.
Del resto, era sempre stato quello il suo unico, vero, indiscusso talento di governo.

Re: [CE2026] La parabola dei due principi e del San Marzano

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Kasimiro wrote: Sun Aug 23, 2026 10:36 amperché l'abbronzatura non risultava uniforme con tutte quelle righe violacee sulla schiena
manca il punto finale
Kasimiro wrote: Sun Aug 23, 2026 10:36 amun comune raffreddore avrebbe guarito qualunque uomo nel giro di pochi giorni.
frase involuta.
Ti suggerisco:
di un comune raffreddore, qualunque uomo sarebbe guarito nel giro di pochi giorni.

Kasimiro wrote: Sun Aug 23, 2026 10:36 amsi diresse verso il più vicino compro oro.
tra virgolette "compro oro"
Kasimiro wrote: Sun Aug 23, 2026 10:36 amComprò una casa. Una seconda, nel caso la prima si annoiasse.
Fa ridere comprare una casa, e poi un'altra per tenere compagnia alla prima...  :D

Però volevi dire meglio:

"Comprò una casa. Una seconda, nel caso nella prima si annoiasse"' ?  :indicare:

Kasimiro wrote: Sun Aug 23, 2026 10:36 amSeguì un silenzio così imbarazzante che perfino le catene sembrarono smettere di tintinnare.
Sesastro allargò le braccia al cielo: “Ma porca miseria! Per una volta che uno si concede una trasgressione, proprio lei dovevo incontrare? Che cavolo ci fai qui?.”
“E secondo te? Con tuo fratello impegnato h24 a cambiare pannoloni a due vecchi dementi e tuo padre che per vergogna della coda dorme ancora più di prima. Nelle casse del regno risuona solo il rumore dei debiti. La pensione di sovranità non copre manco le bollette della luce. Bisognava pure riciclarsi in qualche modo, e la vita mi ha insegnato che il dolore altrui è l'unico mercato che non conosce crisi.”
Perché la madre si accomuna al padre nella demenza? Sembrerebbe ancora coi neuroni funzionanti, lei!
Kasimiro wrote: Sun Aug 23, 2026 10:36 amE così, mentre gli dèi continuavano a litigare, i sovrani a dormire, i principi – l'uno tra pannoloni altrui, l'altro tra fruste materne - a “lavorare”, e i pomodori a diventare oro, il regno continuò tranquillamente a essere governato da nessuno.
Del resto, era sempre stato quello il suo unico, vero, indiscusso talento di governo.
Bravo, @Kasimiro   :)

Sempre piacevole leggere una delle tue fiabe!  :libro:
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [CE2026] La parabola dei due principi e del San Marzano

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Grazie @Poeta Zaza per la lettura, gli appunti e l'apprezzamento
Poeta Zaza wrote: Sun Aug 23, 2026 2:37 pm Perché la madre si accomuna al padre nella demenza? Sembrerebbe ancora coi neuroni funzionanti, lei!
Il riferimento del fratello Callisto verso i due vecchi dementi si riferiva alla punizione divina inflitta su richiesta di vendetta di Sesastro.
Forse però non sono stato chiarissimo.
Kasimiro wrote: Sun Aug 23, 2026 10:36 amGli venne affidato il compito di assistere giorno e notte due ultraottantenni affetti contemporaneamente da demenza senile, meteorismo cronico e sonnambulismo competitivo.
.Grazie. Ciao alla prossima

Re: [CE2026] La parabola dei due principi e del San Marzano

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Ciao @Kasimiro

una fiaba intelligente che offre una visione ironica e sarcastica dei nostri tempi. La lettura scorre che è un piacere, tante chicche e sollazzi inseriti in ogni dove. Un quadro dei fratelli Brügel, un puzzle di Mordillo, un avvicendarsi di personaggi in un regno che unisce cielo e terra attingendo a una modernizzata mitologia. Vizi privati e pubbliche virtù? Macché. La trovata della vecchia (ma quale vecchia!) regina madre in veste di mistress fa scattare a meraviglia il colpo di scena previsto dal contest. Mi sono divertita molto a leggerti, bravo!

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