Juliette – Capitolo 12

1
viewtopic.php?f=37&t=7987&p=88087#p88087


Juliette – Capitolo 12


Lucas Moreau impiegò un lungo momento a uscire dalla sensazione di disorientante smarrimento che lo aveva pervaso nel tornare nello studio del professor Adrien.
L'aria stessa sembrava diversa: più pesante, impregnata di quel silenzio e di quel vuoto che segue la morte improvvisa di qualcuno.
La luce grigia del mattino filtrava dalle finestre alte, posandosi sui mobili di legno scuro come un velo di polvere.
Lo studio era esattamente come lo aveva lasciato il professore: ordinato nel suo caos erudito.
Lucas si avvicinò all'armadio a vetri che occupava quasi tutta la parete di destra.
Dietro i vetri opachi, centinaia di cartelline beige e verdi erano stipate in file serrate, ognuna gonfia di fogli, ritagli di riviste, fotocopie ingiallite e appunti scritti con l'inchiostro nero e spigoloso del professore.
Aprì le ante. L'odore di carta vecchia gli invase le narici.
Prese la prima cartellina in alto a sinistra e cominciò a sfogliarla rapidamente: "Simboli celtici nella costa piccarda", "Leggende marittime del Boulonnais", "Rituali di fertilità nella tradizione normanna"... Niente su Juliette.
Rimise a posto il fascicolo e ne prese un altro, poi un altro ancora.
Ogni cartellina sembrava un vicolo cieco.
Dopo una ventina di minuti si rese conto che sarebbe stata un'impresa titanica: lo studio conteneva quasi quarant'anni di ricerche accumulate, articoli per riviste specialistiche, corrispondenza con altri storici, bozze mai pubblicate.
Le mani gli facevano già male per il gesto ripetitivo di aprire, scorrere, richiudere.
Spostò allora l'attenzione verso la bassa mensola di quercia sotto la finestra. Lì il disordine era peggiore.
Una pila alta quasi un metro di cartelline e fascicoli sciolti si era accatastata negli anni e, a un certo punto, doveva aver ceduto.
Molti documenti erano franati lateralmente, scivolando sulle altre pile come una piccola valanga di carta.
Alcuni fogli erano sparsi sul pavimento.
Lucas imprecò sottovoce e si inginocchiò.
La schiena cominciò presto a protestare mentre spostava pile intere, separando con cura i documenti per non mescolarli ulteriormente.
La polvere gli entrava nel naso e gli faceva lacrimare gli occhi.
Ogni tanto si fermava a leggere un titolo nella speranza di un indizio su «Juliette».
"La Dama delle Dune", "Leggenda di Escalles"... ma trovava solo studi su naufragi medievali, folklore di pescatori e mappe antiche della Côte d'Opale.
Mezzogiorno era già passato quando, esausto e con le mani nere di polvere, sollevò l'ennesimo blocco di cartelline franate.
Sotto di esse, schiacciato contro il fondo della mensola e parzialmente coperto da una cartelletta rovesciata, spuntava un plico più spesso degli altri.
Sulla copertina di cartoncino rigido, scritta con l'inchiostro blu del professor Adrien in lettere chiare e decise, c'era una sola parola: «Juliette».
Lucas rimase immobile per qualche secondo.
L'emozione gli accelerò le pulsazioni.
Prese il plico con entrambe le mani, quasi temesse che potesse dissolversi, e lo appoggiò sul grande tavolo di legno al centro della stanza.
Le sue dita esitarono un istante sulla cordicella che lo chiudeva.
Era l'ultimo argomento di cui si era occupato il professore, e per il quale quello scrittore parigino sembrava trepidare di venirne in possesso.
Stranamente, al contrario di tutti gli altri progetti e studi che il professore seguiva, di questo non era mai stato messo a parte.
Consapevole del lavoro che aveva dedicato alla ricerca, pensò che non ci fosse nulla di male se avesse dato almeno un'occhiata al contenuto.
Aprì il plico e ne estrasse un fascicolo fermato da punti metallici.
La prima pagina recava la dicitura: "Memorie di guerra di Guillaume Martin".
Si trattava di un memoriale del fratello maggiore del professore, scomparso misteriosamente vent'anni prima.
Era stato un partigiano che aveva contribuito alla liberazione del paese dall'occupazione nazista.
Lucas sedette sulla vecchia poltrona di pelle e iniziò a leggere.

Marcel Dubois era ansioso per l'incontro con Lucas Moreau, l'assistente del professor Adrien, fissato nel primo pomeriggio.
Era stato molto cortese a offrirsi di cercare fra le cose del professore il materiale che aveva preparato per lui.
Questa storia di un presunto spettro di Juliette che periodicamente compariva per ammazzare uomini del villaggio era letterariamente interessante: poteva ricavarci un buon libro.
E Dio solo sapeva quanto avesse bisogno di raccontare una storia di terrore potente, partendo da una leggenda agghiacciante.
La mattina era tarda e grigia come di consueto, ma forse il tempo avrebbe tenuto fino al pomeriggio senza pioggia.
Marcel voleva andare a raccogliere le idee sulla spiaggia.
Il mare livido, il cielo ingombro di nuvole e le grida dei gabbiani creavano il clima ideale per sollecitare la sua creatività su storie cupe e inquietanti.
Si infilò sulla via principale di Escalles-sur-Dunes, fece una tappa per rifornirsi del suo tabacco da pipa, poi entrò nella boulangerie-pâtisserie «Chez Martine» per portarsi qualcosa da mangiare.
La porta tintinnò con un suono di campanella stanco.
Dentro faceva solo qualche grado in più rispetto alla strada, ma il profumo di pane caldo, burro e zucchero contrastava piacevolmente con il vento freddo che arrivava dalla spiaggia.
Martine, la padrona, era una donna di circa sessant'anni, capelli grigi raccolti in uno chignon approssimativo e un grembiule blu sbiadito.
Stava sistemando delle baguette nel cestino.
Alzò lo sguardo con quel misto di gentilezza e curiosità tipico di chi conosce tutti nel villaggio.
- Guarda un po', il nostro nuovo cliente di mezzogiorno. - disse con un mezzo sorriso.- Ancora in spiaggia con questo tempo? Si prenderà un malanno.
Marcel si strinse nelle spalle, cercando di sembrare rilassato.
-Un po' d'aria di mare. Risveglia.
Martine lo scrutò un secondo di troppo con un'aria dubbia.
Poi batté le mani sul bancone.
- Bene. Cosa le preparo oggi? Ho del hareng marinato fresco di stamattina, i pescherecci sono rientrati presto. È stagione, sa.
- Un panino con l'hareng, allora. Con un po' di cetrioli e burro salato, se ce n'è.
Martine annuì soddisfatta.
- Ottima scelta. È buono, ben acidulo. E poi?
- Un altro con il Maroilles e un po' di pâté.
Lei rise piano mentre prendeva la baguette.
- Ma quanta fame ha! O è la spiaggia o la compagnia?
Fece una pausa, tagliando il pane con gesti esperti.
Il coltello produceva un suono secco nel silenzio del negozio.
- Guardi, la tarte au sucre è ancora tiepida. L'ho fatta stamattina. Ne vuole una bella fetta? È la migliore del villaggio, lo dicono tutti...
Marcel, sorridendo appena: - Sì, grazie, una fetta ci sta. E un caffè da asporto, per favore.
Mentre avvolgeva tutto in carta kraft spessa, la donna abbassò la voce, quasi confidenziale.
- Senta... parlano di qualcosa di strano laggiù verso le dune? La vecchia Madame Vasseur dice che la sera ci sono luci dove non dovrebbero esserci. Io non ci credo a queste storie, ma... con questo tempo, la spiaggia cambia umore. Fa venire i brividi anche a me. Non ci vada la sera monsieur.
Poi, come pentita della confidenza: - Ma lei è di fuori, e sono sicura che non crede a queste cose. Non dovrei neppure parlargliene.
Lo guardò dritto negli occhi per un istante, poi sorrise di nuovo.
- Forza, ecco qua. - disse risolutiva - Trentacinque franchi e venti. Mangi caldo, eh? E non resti troppo sotto la pioggia.
Gli porse il sacchetto. Le mani di lei erano calde, quelle di Marcel gelide.
Fuori, il vento riprese a soffiare più forte. Il profumo dell'hareng e della tarte au sucre usciva dal sacchetto, ma nella mente di Marcel restavano quelle frasi della donna.
La spiaggia era deserta, salvo per la figura di un'anziana del villaggio che camminava piegata nell'acqua della bassa marea, spingendo un guadino triangolare per pescare gamberetti grigi.
Indossava un cappotto cerato, stivali alti e una sciarpa lunga.
Marcel pensò che quella silhouette scura avesse anch'essa un'aria un po' spettrale.
Sedette su uno scoglio piatto e umido, un po' riparato dal vento.
La marea stava salendo lentamente, il cielo era di un grigio impenetrabile, quasi sporco.
Aprì il sacchetto. Prima assaggiò il sandwich all'hareng marinato: gustò il sapore acidulo del pesce, il burro salato e i cetrioli croccanti.
Era buono, semplice, reale.
Poi passò a quello con il Maroilles: il formaggio forte, quasi aggressivo, si scioglieva leggermente nel pane ancora tiepido.
Mangiava lentamente, senza fretta, come se volesse ancorarsi a quei sapori. Alla fine tirò fuori la fetta di tarte au sucre.
Era generosa, dorata, con la crosta caramellata che brillava leggermente sotto la luce opaca del pomeriggio.
Ne mangiò metà con gusto: la pasta burrosa, lo zucchero che si scioglieva sulla lingua.
Poi si fermò. Guardò il pezzo rimasto tra le dita.
Il vento portava il grido dei gabbiani che volteggiavano più in là, attirati dall'odore.
Marcel rimase qualche secondo immobile, poi, con un gesto quasi divertito, lanciò il resto della tarte sulla sabbia bagnata.
I gabbiani scesero subito, litigiosi e famelici, beccando voracemente i pezzi di dolce.
Le loro ali grigie sbattevano rumorosamente, le zampe lasciavano impronte nella sabbia umida.
Marcel li osservò senza espressione mentre caricava la pipa.
Si pulì le mani sui jeans, bevve l'ultimo sorso di caffè ormai freddo e diede fuoco al tabacco.
Tirò con gusto le prime boccate, guardando il fumo fuggire nel vento.
Rimase seduto sullo scoglio, lo sguardo verso il mare che saliva.
Il sacchetto vuoto svolazzava poco lontano, rapito dal vento.

(Continua)

Return to “Racconti a capitoli”