Traccia
4. Dall'altra parte
La morte sospetta di un migrante scatena una rivolta in un centro di accoglienza. Un medico volontario al suo primo giorno di lavoro, rimasto intrappolato, si finge ospite per sopravvivere. Mentre all'interno cresce la tensione, all'esterno manifestazioni anti-migranti degenerano in violenti scontri. Tra paura, rabbia e propaganda, il confine tra vittime e colpevoli si fa sempre più incerto.
Solo un metro alla volta
«Esci di qui». La voce ansimante.
Ma Jabari non si mosse, la testa piantata in un cuscino sudicio. Quel puzzo che gli impregnava le narici lo stordiva. Lo anestetizzava. E lui aveva bisogno di non sentire.
«Cazzo, muoviti». La voce sprezzante: un ordine impossibile da ignorare.
Jabari provò a resistere; se fosse sprofondato ancora per un istante, forse il mondo l'avrebbe dimenticato. Ma quel mondo che gli aveva fatto "tana", beccandolo proprio lì, sembrava non volerlo più lasciare andare.
«Stanno arrivando, cazzo. Tra poco sei fottuto».
Jabari alzò il capo, incredulo. Le urla. Voci estranee che lo colpivano da ogni direzione e l'aria già pregna di fumo. Jabari si fece tirare fuori da quel letto a castello, in cui solo una coperta sporca, tesa come un tendone, lo nascondeva dal disastro. Kafele lo spinse fuori, lo strattonò fino a un lato del capannone dove, tra scatoloni e tende, si accucciarono.
«Lo so chi sei. Se ti trovano, sei morto», sussurrò Kafele con una voce che tagliava l'aria come una lama.
«Non sono nessuno», deglutì piano Jabari.
«Non mi dire cazzate. È evidente chi sei».
Jabari esplose in una rabbia che aveva l'odore del terrore; afferrò Kafele per i lembi della maglietta.
«Non sono un cazzo di nessuno, hai capito?».
Tutt'intorno, alle urla si univa una valanga di voci sempre più vicine.
«Se l'ho capito io, quelli te lo leggono in faccia.»
L'aria diventò solida e Jabari non riusciva a farla entrare nei polmoni, troppo densa per respirare.
«Respira, respira. Voglio solo che mi aiuti e, ti giuro, ti tiro fuori da qui», pronunciò con solennità Kafele, dando piccole pacche sulle spalle strette di Jabari. Gli inchiodò gli occhi addosso.
«Come hai fatto a capirlo?».
Kafele piegò le labbra in una smorfia. «Sei pulito. Hai addosso vestiti sporchi, ma odori di sapone.» Sospirò. «Qui l'acqua per le docce non c'è. Se va bene ci laviamo la faccia. Tutto puzza uguale. Il cibo marcio. L'acqua delle pozze. La gente. La morte.» Jabari lo guardò. Quanti anni poteva avere Kafele? Ventuno? Era alto, sporco, sottopeso, con due occhi che vivevano nell'istante. Troppo stanchi per cedere al miraggio del futuro.
«Perché dovrei crederti?», sibilò infine, ansimando.
«Perché non hai nient'altro che me. Se ti vedono ti ammazzano. Perché non ti sei chiuso come gli altri negli uffici?».
«Gli altri sono ancora lì dentro?».
«Sì, ci sono venticinque tra medici, infermieri e operatori che si sono trincerati di là».
Poi il boato, un'esplosione. Il crepitio del fuoco e la luce si spense.
«Perché stanno facendo questo?», chiese Jabari. Gli si aggrappò alle braccia come se la sua stessa esistenza dipendesse da quella risposta.
«È morta Sandrine. La conoscevo, sai? È da un anno che sto qua dentro e conosco tutti, cercando quello che mi serve. Non era come le altre disperate; lei aveva negli occhi il futuro. Aspettava il visto. Aveva studiato informatica e mi aveva detto che mi avrebbe aiutato. Ma io tornavo da lei perché le ricordavo suo figlio e teneva sempre qualcosa da parte da darmi da mangiare. Poi si è ammalata. Chiedeva medicine, ospedale. "Domani", dicevano. Ogni giorno».
Kafele parlò piano, grattandosi i capelli.
«Portami fuori, cosa vuoi in cambio?», scattò Jabari.
Kafele fece una pausa, poi disse: «Voglio andare via da questo cazzo di rifugio. Io ti porto fuori e tu mi nascondi a casa tua. Mi dai dei soldi e mi accompagni. Poi mi porti verso le montagne. E da lì vado a nord».
Bastò un'occhiata e la disperazione di Jabari scivolò negli occhi di Kafele, che la raccolse come un'eco.
«Dobbiamo passare di qua». Kafele si mosse e Jabari lo seguì. Strisciarono sul cemento umido del grosso capannone, scivolando tra le file strette dei letti a castello. Una donna teneva un bambino in braccio, stretto come se quel gesto bastasse per salvarlo.
«Ma ci sono bambini qui?», chiese Jabari con uno stupore che non aveva fine: cosa ci facevano in quell'inferno?
«Sì, che cazzo te ne frega? Ce ne sono tanti qui. Dicono che li portano via domani, in un centro per donne. Ma ogni giorno ripetono "domani"».
Tra gli scatoloni con vestiti sporchi, simili a quello in cui Jabari aveva scelto il travestimento, imboccarono l'uscita. L'aria era irrespirabile; il fumo dei bancali che bruciavano si diffondeva come un serpente che si attorcigliava al collo, stringendo.
«No, di qua!», urlò Kafele, allontanandosi da un gruppo di africani.
«Cosa vogliono?», chiese Jabari.
«Vogliono acqua pulita, roba da mangiare e farsi una doccia. Vogliono un posto dove mettere la roba senza che venga rubata dagli altri. E vogliono i documenti».
Poi un boato, qualcosa esplose, riversandosi nei timpani di Jabari come un acufene battente. Le voci ovattate, la vista sbiadita; vedeva pochi centimetri davanti, correndo, seguendo la maglietta rossa di Kafele.
«Vai piano, non vedo niente, come fai a capire dove vai?», chiese con un filo di voce ridotta a un sussurro.
Kafele si fermò un attimo, sbarrando la strada all'uomo; dovevano stare nell'ombra.
«Sono abituato a vedere solo quello che ho davanti. È l'unico modo per sopravvivere, non esiste altro».
Poi gli mise le mani sulle spalle, la voce che premeva come un ordine: «Ascoltami bene, ci siamo. Tra poco superiamo anche il secondo capannone. Ma c'è la polizia e i manifestanti, dobbiamo passare senza farci vedere».
Imboccarono un corridoio a cielo aperto tra due strutture fatiscenti, stretti in una morsa. Dietro, africani che accatastavano qualsiasi cosa per bruciarlo; davanti, lo spiegamento delle forze dell'ordine con italiani che urlavano e cartelli in mano.
«Andiamo dai poliziotti, andiamo a salvarci», disse Jabari.
«Che cazzo dici? Se ti vedono ti prendono per un cazzo di immigrato. Se sei fortunato ti manganellano, se ti va male ti ammazzano gli altri».
Kafele lo aveva bloccato, lo spingeva contro le lamiere. «Ascoltami bene. Ti ammazzano, hai capito? Hanno preso venticinque dei loro in ostaggio; prima ancora di capire chi sei, sarai morto».
Jabari sapeva con ogni fibra della sua esistenza che Kafele aveva ragione, lo sentiva nella carne, ma la mente lo negava. Si spinsero verso l'ala ovest, dove la cancellata lasciava spazio alla rete. Le orecchie gli esplodevano di urla «Non siamo bestie! Qui ci fate morire! Lasciate andare i medici, siete degli animali! Uccidete chi cerca di aiutarvi». Una cancrena di parole aggrovigliate.
Stavano arrivando alla rete, quando due africani li rincorsero: «Di qua! Qualcuno vuole scappare!».
Uno scatto veloce, le gambe non volevano ubbidire. Jabari voleva che tutto finisse. Il cuore gli sfondava lo sterno, sbattendo, e tutto intorno era un respiro straziato.
Luce. Un martello pulsante alle tempie.
Buio. Ansimava
Luce. Un ferro scavava la gola.
Buio. Panico.
Ma Jabari non si fermò. La sua unica bussola era quella maglietta rossa. Trapassò la rete.
«Dai, di qua!», una voce lontana bucava le ossa. Jabari correva con la percezione della caduta. Poi colpi. «Stanno uscendo!». Colpi in testa, liquido che bruciava negli occhi. Sudore? Lacrime o sangue?
E poi ancora: «Lasciateli o facciamo fuoco!».
I manifestanti gettarono i bastoni, allontanandosi piano, per poi scappare nell'ombra notturna degli alberi. Jabari ansimò, voleva parlare, ma il corpo stesso l'aveva tradito. Non riuscì ad articolare semplici frasi: sono un medico, sono arrivato un giorno prima al centro di accoglienza per presentarmi, e poi la rivolta, gli scontri. Tutto gli morì in gola.
«Portateli in caserma».
Gli occhi di Kafele erano lucidi; non c'era paura. Solo la consapevolezza che, per farcela, avrebbe dovuto continuare a vedere un metro alla volta.
Re: [MI190] Solo un metro alla volta
2Ciao @Didalinda
Hai usato un registro diverso da altre tue prove, mi ha molto impressionato
Sviluppi la traccia - un metro alla volta - mantenendo un climax costante, ottima prova
Mi chiedo solo, ma non so se sia un errore, se questa parte
Nel complesso, una bella dose d'ansia
Hai usato un registro diverso da altre tue prove, mi ha molto impressionato
Sviluppi la traccia - un metro alla volta - mantenendo un climax costante, ottima prova
Mi chiedo solo, ma non so se sia un errore, se questa parte
Didalinda wrote: sono un medico, sono arrivato un giorno prima al centro di accoglienza per presentarmi, e poi la rivolta, gli scontrisia necessaria, dato che fa già parte della traccia
Nel complesso, una bella dose d'ansia
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Re: [MI190] Solo un metro alla volta
3Grazie@NanoVetricida,
ho cercato una traccia il più lontana possibile dalle mie corde, proprio per mettermi alla prova.
In effetti non avevo mai scritto una scena d'azione, ma, come al solito, l'ho affrontata a modo mio: restando dentro il corpo dei personaggi e cercando di azzerare il più possibile la voce narrante.
Per quanto riguarda la tua annotazione, si credo tu abbia ragione.
Grazie per il commento
ho cercato una traccia il più lontana possibile dalle mie corde, proprio per mettermi alla prova.
In effetti non avevo mai scritto una scena d'azione, ma, come al solito, l'ho affrontata a modo mio: restando dentro il corpo dei personaggi e cercando di azzerare il più possibile la voce narrante.
Per quanto riguarda la tua annotazione, si credo tu abbia ragione.
Grazie per il commento