Verde inglese Pt.1

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Verde inglese Pt.1



Tutto nasce nel 1903 con la Gordon Bennett Cup, una delle prime competizioni automobilistiche internazionali.
All'epoca il regolamento imponeva che ogni nazione partecipasse con auto dipinte di un colore nazionale specifico per distinguerle facilmente:
Francia: Blu (Bleu de France)
Germania: Bianco (poi Rosso)
Italia: Rosso (Rosso Corsa)
Regno Unito: Verde.
La Gran Bretagna scelse un verde scuro per rappresentare la sua nazionale.
Secondo alcune versioni, il verde fu scelto perché era il colore dell'Irlanda (all'epoca parte del Regno Unito).
Sciocchezza.
In realtà il verde irlandese ha un tono che vira al giallo, mentre quello inglese tende al bluastro.
È noto, peraltro, che gli irlandesi vedono gli inglesi come il fumo negli occhi.
Bastava entrare in un pub inglese e ordinare un Irish coffee per capire quanto anche gli inglesi amassero gli irlandesi e le loro bevande tradizionali.
Ma questa è una storia di politica e dominazione che non ci riguarda.

Il verde inglese più appropriato è quello con la tonalità bluastra.
In ogni caso, la prima auto britannica a correre in quel colore fu una Napier.
Ma anche questo è solo un fatto storico che non ci riguarda.
Perché questo tipo di verde è diventato sinonimo di eleganza?
A differenza di colori più aggressivi, il British Racing Green trasmette tradizione, raffinatezza e un legame profondo con la natura britannica: campagne, foreste, club esclusivi.
È un colore che comunica ricchezza e signorilità senza ostentazione: tipicamente british.
E lui questo lo sapeva bene.
Possedeva da molti anni una maglia con scollo a V di quel colore, a filatura rasata.
Si tratta di una lavorazione del filato di lana molto versatile, usata sia nella maglieria artigianale sia in quella industriale per la sua superficie liscia e uniforme.
La maglia era di lana Merino, una delle più apprezzate al mondo per la maglieria classica.
Le fibre molto fini le conferivano una morbidezza eccezionale: quasi non pizzicava sulla pelle, a differenza di lane più rustiche come il lambswool, più adatte a capi sportivi.
Era inoltre traspirante e termoregolante, manteneva il calore quando faceva freddo e rilasciava l'umidità quando faceva caldo.
Resisteva bene ai cattivi odori, purché non si esagerasse trascurando l'igiene personale (detergere e deodorare le ascelle quotidianamente resta un requisito irrinunciabile).
La maglia rasata dava un risultato uniforme, elegante e con bella caduta, era perfetta da indossare tutto l'anno.
C'era stato un periodo, tra gli anni '80 e '90 del secolo scorso, in cui quel tipo di maglia veniva portata sotto la giacca da ogni uomo che curasse il proprio aspetto, soprattutto nelle classi dirigenti e tra i liberi professionisti come lui. Quella maglia, in quel colore, lanciava un segnale sociale di indubbia raffinatezza e successo.
Va detto che nella seconda metà degli anni '90 lo stesso capo nella versione bordeaux aveva incontrato il gusto dei più aggiornati e sensibili alla moda. Anche il bordeaux comunicava ricchezza raffinata, ma per sua natura era un colore caldo e più appariscente: non suggeriva quell'altera e nobile riservatezza tipica del verde inglese.
Lui ne aveva possedute alcune, quando voleva darsi un tono di spregiudicata e aggressiva eleganza.
Ma era una forzatura della sua natura, più propensa allo stile understatement di stampo britannico.

Quando voleva darsi un tono dégagé e sentirsi giovanile, la portava arrotolata in vita con le maniche annodate sul retro del busto.
Andava in giro così per le vie del centro cittadino con l'aria disinvolta e leggera di chi si sente superiore alla media dell'umanità.
Perché conosceva la vita e il mondo: non solo perché aveva girato per le capitali di mezza Europa e quelle più significative dell'America, ma perché gli piaceva conoscere la natura profonda delle cose, il senso della loro esistenza. Comprendere perché erano nate e a cosa servissero.
La gente sovente usava gli oggetti senza sapere da dove provenissero, ignorando tutto o quasi della loro reale funzione d'uso.
Un esempio erano le camicie button-down.
Molti uomini le indossavano senza sapere o chiedersi il perché della loro diversità.
Le camicie da uomo possiedono storicamente diverse fogge di colletto, ma nessuna ha asole atte a ospitare bottoni sulle ali come la button-down.
Questa nasce intorno al 1896 per iniziativa di John E. Brooks della Brooks Brothers, che trasse ispirazione dai giocatori di polo britannici.
I Quali, per praticità, bloccavano con bottoni i colletti delle loro camicie che, per l'attrito dell'aria, si sollevavano durante la corsa del cavallo, creando fastidio.
Normalmente si vedevano in giro uomini con i colletti della button-down abbottonati: cosa che chi non andava a cavallo o non giocava a polo non avrebbe mai dovuto fare, se non per mostrare la propria ignoranza.
Ma questi erano problemi degli incolti o sprovveduti in abbigliamento.
Lui l'aveva fatto centinaia di volte: annodarsi in vita quella maglia verde.
Un gesto che aveva origini pratiche nate tra fine Ottocento e metà Novecento.
Apparteneva a un contesto sportivo o lavorativo: legare una maglia in vita era un gesto utilitaristico.
Atleti, operai, contadini o chi faceva attività fisica, toglieva uno strato del proprio vestiario quando aveva caldo e lo legava ai fianchi per averlo a portata di mano.
Nel cricket, a esempio, i giocatori legavano spesso il pullover in vita quando battevano.
Negli anni '50-'60, soprattutto nella cultura preppy/Ivy League americana e in parallelo in Europa, diventò comune tra studenti e sportivi portarlo legato in vita o sulle spalle come segno di nonchalance "da ricco sportivo".
Era tornato come trend tra gli anni '80 e '90.
La maglia legata in vita a mo' di grembiule era divenuta iconica soprattutto grazie al grunge e allo street style: Kurt Cobain con le flanelle legate in vita su jeans strappati, o i look da skater.
Era pratico e anti-fashion, non nasceva da una tradizione sartoriale ma dal basso: praticità quotidiana che diventa estetica.

Lui tutto questo lo sapeva a perfezione e, nonostante questa profonda coscienza sulla natura e sull'applicazione pratica di quell'utile capo, un giorno, nel rientrare a casa, si accorse di non averlo più legato in vita.
Non si allarmò più che tanto: ultimamente, data l'età, sapeva di essere diventato assai distratto.
Di certo aveva avuto la sensazione di averla addosso, ma facilmente non era stato così.
Non restava che controllare nel suo guardaroba e sarebbe stata lì, piegata accuratamente sullo scaffale delle maglie.
Cosa che fece immediatamente.
Le sue maglie – bordeaux, antracite, blu notte, nera e salmone – c'erano tutte, impilate con cura militare. Quella verde inglese no.
La cercò per tutta la casa.
Sessanta metri quadri non erano esattamente la reggia di Versailles, quindi la ricerca si concluse rapidamente.
Nulla in cucina, né in salotto, né in bagno.
Guardò dentro e sotto i mobili, nella cesta della biancheria sporca, sotto il divano, sotto il letto, anche sul piccolo poggiolo che si apriva sul salotto. Niente.
Era evidente, drammaticamente evidente: aveva perduto la sua maglia verde scuro.
Di certo non l'aveva annodata con cura e gli era scivolata di dosso senza che se ne avvedesse.
Maledisse i gesti abitudinari, quelli che ripetevi di continuo e divenivano automatici: erano l'anticamera del disastro.
La distrazione era il cancro dell'esistenza, i gesti distratti potevano uccidere.
E non era un'esagerazione. Bastava pensare a quelli che entravano in un ascensore al decimo piano di un edificio: era un attimo, mettevano un piede dentro la cabina, ma la cabina non c'era.
A quel punto capivano d'essere stati distratti e imprudenti, avevano dato per scontato che l'ascensore fosse lì, al piano, come nelle centinaia di volte precedenti.
Ma quel giorno qualcosa non aveva funzionato.
La porta si era aperta nonostante l'assenza della cabina.
Così l'altro era entrato sicuro, pensando ai fatti suoi, e si era reso conto dell'enorme stupidaggine solo mentre era in volo verso il piano terreno.
Chissà dove si trovava, con la mente altrove, nel momento in cui la maglia verde inglese era scivolata sul selciato del marciapiede che stava percorrendo.
Ripensò alla sua passeggiata: estraneo a sé stesso, si era immerso nelle sue speculazioni morali, come un salmone che nuotava controcorrente in quel mare d'umanità indistinta, riversata nelle strade del centro.
Le strade del consumo e dell'ostentazione, illuminate da vetrine rigurgitanti di splendore e lusso.
Chissà come e dove fosse successo: sulla strada pacata d'andata o nei passi immemori del ritorno?
Già immaginava i passanti ignari che magari avevano assistito all'incidente, ma presi dalle loro fretta, dalle loro mete esistenziali confuse e futili, si erano ben guardati dal fargli notare cosa avesse smarrito.
Guai a toccargli un braccio o a dargli una voce utile: «Signore, scusi, ha visto cosa le è caduto?»
Certo, nessuno si sarebbe aspettato che la solerzia li inducesse a raccogliere il capo e magari porgerglielo con uno sguardo indulgente.
Troppa grazia aspettarsi tanta premura: sarebbe bastata una semplice voce, una stringata segnalazione. Invece nulla, neppure un bisbiglio, uno sputo.
Questi animali deambulanti su due gambe, pur avendo visto l'accaduto, non si erano fermati.
Avevano deliberatamente ignorato la cosa, se n'erano altamente fregati della sua preziosa maglia verde inglese.
Magari, senza rispetto, ci erano anche passati sopra, calpestandola come un rifiuto, un insignificante pattume abbandonato da un passante incivile simile a loro.

Qualcuno avrà visto il tutto e avrà cinicamente pensato: «Guarda questo vecchio coglione rimbambito che si perde i pezzi per strada».
E forse ci avrà anche riso tra sé, sentendosi assai spiritoso.


(Continua)

Re: Verde inglese Pt.1

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Ciao @Nightafter
Mi è piaciuto molto il movimento del racconto, soprattutto il modo in cui prendi il discorso alla larga. Parti dal colore, dalla sua storia, dal tessuto, dalla filatura, dall’uso sociale della maglia… e mentre apparentemente stai divagando, in realtà stai costruendo il personaggio in maniera precisissima. La maglia smette subito di essere un semplice oggetto: diventa identità, stile, visione del mondo, persino misura del proprio valore.

Ho trovato molto riuscita anche la progressione verso il basso. All’inizio sembra quasi una semplice distrazione, qualcosa di ordinario. Poi lentamente la perdita assume proporzioni sempre più grandi, fino a diventare quasi una tragedia interiore. E la cosa interessante è che il lettore capisce benissimo che la reazione è sproporzionata, ma allo stesso tempo la sente autentica, perché ormai quella maglia rappresenta molto più del suo valore materiale.

Mi è piaciuto tantissimo anche come il tono pseudo-saggistico e pieno di dettagli tecnici finisca per raccontare la psicologia del protagonista. All’inizio appare solo come una persona colta, raffinata, attentissima alle cose; poi però emerge qualcosa di più rigido, compulsivo, quasi ossessivo nel bisogno di attribuire significato e gerarchie a ogni dettaglio.

Il passaggio dell’ascensore, secondo me, è fortissimo. Lì il racconto cambia improvvisamente quota emotiva: dalla nevrosi elegante si passa quasi all’angoscia esistenziale. La distrazione non è più una piccola mancanza, ma una falla mortale nell’ordine del mondo. E da quel momento il personaggio precipita davvero.

Mi è piaciuto anche che tu non lo giudichi apertamente. Non dici mai “quest’uomo è ridicolo”, ma lasci che il ridicolo emerga da solo, mescolato però a qualcosa di molto umano e persino doloroso: la paura dell’invecchiamento, del decadimento, dell’essere visto dagli altri come uno che “si perde i pezzi”.

E il finale secondo me chiude benissimo tutto questo: un uomo che immagina la propria maglia elegante calpestata sul marciapiede come un rifiuto. È quasi la degradazione simbolica della sua immagine di sé.

Aspetto di leggere il seguito <3

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