L’eredità della bellezza integrato (ex lab 19)

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L’eredità della bellezza

Si dice in città che il caffè Michelangelo verrà chiuso entro pochi mesi ed è un vero peccato: poter discutere d’arte sorseggiando caffè e magari qualcosa di più forte dev’essere una vera goduria.
La notizia mi rattrista così tanto che neppure l’allegro scintillare dei primi raggi che lambiscono la facciata della cattedrale di Santa Maria del Fiore riescono a sollevarmi. Eppure non mi è mai stato consentito l’accesso, ma i lunghi pomeriggi che ho trascorso nella strada di fronte all’ingresso al solo scopo di vedere gli artisti entrare e scambiare con loro un lieve cenno di saluto, mi hanno sempre dato tanto conforto. E anche tante opportunità per concludere dei buoni affari.
Ho sempre creduto che certi incontri possano cambiare la vita e se c’è un luogo dove posso fare quello giusto è proprio qui: davanti alla porta d’ingresso del caffè più chiacchierato del momento.

Per l’occasione ho indossato il mio abito migliore anche se il corpetto m’impedisce di respirare profondamente, cosa che, invero, sarebbe assai utile per calmarmi. Un delizioso cappellino di paglia di Firenze ormato con un piccolo bouquet di rose di seta dalle tinte pastello completa il mio abbigliamento. Lo portavo il primo giorno all’accademia di Belle Arti, poi l’ho riposto nell’armadio e fino a oggi non aveva più visto la luce.
Del resto ho un motivo davvero importante per trovarmi qui ancora una volta: devo proprio riuscire a parlare con Stefano Bardini, l’antiquario e un amico mi ha detto che proprio oggi deve incontrarlo al “Caffè”. Chissà se vedendomi farà finta di non riconoscermi ed entrerà senza rivolgermi lo sguardo: non me ne stupirei.
È già più di un’ora che attendo quando lo vedo arrivare in lontananza. Abbigliato in modo impeccabile, cammina con incedere sicuro, le spalle dritte. Se non fosse per i folti baffi che ora spiccano sul volto, direi che non è cambiato troppo: lo sguardo serio e un certo cipiglio che incute timore è lo stesso che aveva da ragazzo.
Devo riuscire a fermarlo prima che entri nel locale. M’incammino verso di lui e, quando sono abbastanza vicina da poter quasi sciogliere il fiocco di seta che orna il colletto della sua camicia, lui si blocca all’istante borbottando quello che mi pare un improperio. Poi, mi squadra da piedi a capo e, appena incrocia il mio sguardo, sgrana gli occhi e si toglie il cappello piegando la bocca in un mezzo sorriso: «Signorina Elide Predella? Ma… siete proprio voi?»

Sono già trascorsi più di dieci anni da allora anche se mi sembra trascorso solo un giorno. Per uno strano giro del destino, anni fa, mi trovai a frequentare le lezioni di pittura all’Accademia di belle arti insieme a Stefano Bardini. Allora era solo uno studente come tanti, ma fu l’unico a non abbassare lo sguardo quando mi vide entrare.
Ricordo che fui io a rivolgergli la parola: “Elide Predella, molto piacere di conoscerla.”
“Stefano Bardini» rispose asciutto. Poi, con un atto di sfrontatezza che mi lasciò a bocca aperta, proseguì: ”Signorina, con questo cognome non mi meraviglia affatto che abbia intrapreso studi artistici!”
Ci presentammo così, nella baldanza dei nostri vent’anni, ma quella fu l’unica battuta di spirito che gli sentii pronunciare. Non mi è mai più capitato d’incontrare un ragazzo così schivo e poco incline al sorriso.
All’epoca, Bardini voleva diventare un pittore; come me, del resto. A volte, ci confrontavamo sugli esiti dei nostri lavori, ma presto convenimmo entrambi di non avere lo speciale talento necessario per emergere nel mondo degli artisti.
“Non avete certo le doti di Artemisia!” diceva quando gli chiedevo un giudizio dopo ore di lavoro.
Mi sanguinava la lingua a furia di mordermela per evitare di rispondergli a tono.
Non è diventato un pittore famoso, ma ha saputo comunque mettere a frutto gli studi. Grazie al suo ingegno e all’innata dote per gli affari, ha iniziato a collezionare e commerciare opere d’arte diventando una delle più acclamate autorità in materia. Neppure io ho avuto fortuna come pittrice, ma so riconoscere un pezzo di valore quando lo incontro. Anche se non possiedo certo le sue disponibilità economiche.

Mi sistemo il cappellino prima di porgergli la mano.
«Se dopo tutto questo tempo vi ricordate ancora di me, posso ritenermi soddisfatta!»
«Sappiate che, in realtà, ho sentito spesso parlare di voi negli ultimi tempi.»
«Non per i miei dipinti, immagino…»
«No. Non per quelli, ma, in certi ambienti, si dice che frequentiate salotti molto importanti e che abbiate un certo fiuto per le opere di pregio.»
Sento un vivo rossore colorarmi le guance. Mi schiarisco la voce.
«Mai quanto voi! Siete diventato l’antiquario più famoso d’Europa. Ma come ci siete riuscito?»
Si schiarisce la voce prima rispondermi. «È una lunga storia, signorina Elide e, purtroppo,» estrae l’orologio dalla tasca del panciotto, «si è fatto tardi ormai. Mi ha fatto piacere rivedervi, ma ora ho un appuntamento. Mi dovete scusare.»
Non posso permettermi di lasciarlo andare. Mi faccio coraggio e lo trattengo prendendolo per un braccio. «Non prendetemi per impudente, vi prego. Devo parlarvi di una faccenda riservata. Molto riservata… se capite cosa intendo.»
«Comprendo,  ma il mio cliente aspetta e non posso tardare oltre.»
«D’accordo. Visto che non posso entrare nel caffè, dato che le donne non sono ammesse, Vi attenderò qui davanti all’ingresso per tutto il tempo necessario.»
Lo vedo lisciarsi i baffi per qualche istante con lo sguardo perso nei pensieri.
«In realtà, le donne possono accedere, se accompagnate. Entrerete insieme a me, ma badate bene: non è ammesso alle signore di prendere parte alle discussioni artistiche o filosofiche.»
Tengo a freno lingua. In fondo, se il caffè Michelangelo chiuderà i battenti, non mi dispiacerà così tanto.
Il locale è proprio come l’ho sempre immaginato: arredato con sobrietà, gli ampi specchi alle pareti hanno l’effetto di ampliare la sala. Nei tavoli di marmo gli uomini discutono, fumano e bevono. Cammino a piccoli passi seguendo Bardini come un’ombra cucita al suo abito. Mi sembra di essere Mosè quando separò le acque del Nilo: al nostro passaggio le sedie si spostano, le voci si abbassano, gli sguardi s’incollano alle nostre figure. Bardini m’invita ad accomodarmi a un tavolino dove siedono le altre due dame presenti. Vorrei tendere l’orecchio per ascoltare i discorsi dei letterati e dei pittori, ma, in questo angolo remoto della sala, è consentito di parlare solo di crinoline, cappellini, e qualche pettegolezzo talmente distante dai miei interessi che mi limito a sorridere e annuire come un’ebete per non creare problemi al mio cavaliere.
Usciamo che il sole già tramonta in un tripudio di sfumature aranciate che colorano le facciate degli antichi palazzi fiorentini.
«Allora, Elide, cosa avete da dirmi di così urgente?»
Prendo un lungo respiro. Non voglio rischiare di essere fraintesa.
«Vado subito al punto… Di recente sono stata invitata per un té a Villa Demidov…»
«Intendete alla villa del principe Anatoly Pavlovich Demidov?»
«Sì, quella. Ma non sono stata presentata al principe, se vi interessa. Tuttavia, ho concluso per la famiglia vari affari: vendite di suppellettili non particolarmente pregiate, ma per le quali, grazie alle mie conoscenze, sono riuscita a spuntare ottimi prezzi; per questo sono entrata nelle loro grazie.»
«La collezione Demidov, per quanto ne so, ha un immenso valore. Non mi avrete cercato per offrirmi un semplice samovar.»
Mi guardo intorno, non vorrei proprio affrontare questo discorso per strada. Sospiro. «Certo che no, anche se i samovar dei Demidov non si possono certo definire semplici, ma voi lo sapete bene. Ecco si tratta di un dipinto… ma non è un vero quadro. Si tratta di una parte di un antico stendardo processionale.»
Bardini sta per estrarre di nuovo l’orologio dalla tasca, ma lo trattengo con la mano. «Il fatto è che non sono del tutto sicura… ma secondo me si tratta di un Pollaiolo originale. Per questo vorrei il vostro parere.»
Ora è lui che si guarda intorno. Mi fa cenno di abbassare la voce e non proseguire oltre. «Posso invitarvi a casa mia? Lì potremo parlare più comodamente.»
Mi limito ad annuire, mentre, dentro di me, tiro un sospiro di sollievo.
Una domestica inamidata ci apre la porta e, notata la mia presenza, si rivolge con sussiego al padrone di casa:
«La signorina si trattiene per la cena?»
Bardini mi guarda con aria interrogativa.
«No, no» rispondo senza indugiare oltre «mi attendono a casa» mento premendo una mano sopra lo stomaco che alla parola cena ha iniziato a brontolare.
Tutto nella stanza parla di bellezza. Gli odori di cere e oli impregnano l’ambiente conferendogli un gusto antico. Starei ore a guardare uno a uno ogni dipinto, ogni suppellettile, ogni oggetto sistemato con cura anche se in uno spazio che mi pare un po’ angusto. L’antiquario sembra leggermi nel pensiero.
«Ho in animo di acquistare un’abitazione più consona. Ormai non ho quasi più alcuno spazio utile per custodire tutte queste opere. Sapete, per me non sono semplici oggetti da commerciare. L’arte necessita di vivere in spazi adeguati. Ritengo che l’ideale sarebbe che ogni opera dovrebbe essere  esposta in un ambiente che replichi, per quanto possibile, quello originale del tempo in cui è stata creata, per valorizzarla al massimo.»
Mi spiace interromperlo. Parla come in preda a un sogno a occhi aperti, la voce quasi un sussurro e gesticola come se già si trovasse nel luogo che descrive.
«Occorrono grandi fonti di luce, un’illuminazione apposita per ogni sala e… vorrei che le pareti fossero dipinte di una particolare tonalità di blu, simile a quella utilizzata dai Della Robbia…»
«O come in certe dimore della nobiltà russa e nei sontuosi palazzi di San Pietroburgo» concludo per ricondurlo all’argomento che mi preme.
«Certo. Dunque,  parlatemi del vostro presunto Pollaiolo. Potete descrivermelo?»
«Si tratta di San Michele nell’atto di sconfiggere il drago» mi alzo per aiutarmi la con la mimica. Bardini si alza di scatto dalla sedia.
«Impossibile che sia quello originale.»
«La famiglia Demidov pare l’abbia acquistato dalla famosa collezione Campana.»
Scuote la testa. «Per quanto ne sappiamo, è andato perduto insieme ad altre opere dello stesso autore.»
«Oh, se solo voi lo vedeste… L’arcangelo guerriero sembra l’incarnazione della Giustizia divina che piomba come un fulmine sul drago per trafiggerlo e sconfiggere il male. Il braccio sollevato nell’atto di colpire, le ali distese che fendono lo spazio e l’armatura brunita che riflette la luce come metallo cesellato. Tutti i dettagli sono così vividi… Ricordate la formazione orafa del maestro Piero? Fa parte dei nostri studi.»
Lo vedo illuminarsi. «In effetti è proprio così, inoltre i Pollaiolo, sia Piero che Antonio, erano dediti allo studio del movimento e dell’anatomia…» mi guarda dritto negli occhi «E dello sfondo cosa mi sapete dire?»
«È ampio, c’è una veduta paesaggistica a volo d’uccello che rivelerebbe l’influenza della pittura fiamminga, ben nota ai Pollaiolo. È una ulteriore conferma.»
Sono certa di aver stuzzicato la sua curiosità. Da qualche minuto si è alzato e continua a passeggiare avanti e indietro per la sala. Proseguo il mio soliloquio «Tutto il patrimonio della famiglia Demidov finirà all’asta, prima o poi… sarebbe davvero un peccato che questa opera straordinaria finisse nelle mani di qualche acquirente straniero. Per questo vi ho cercato. Voi avete la competenza per valutarla e il denaro per acquistarla. Sarete d’accordo con me che debba restare in Italia.»
«E voi che ci ricavate? Quanto vi paga la vostra amica russa?»
«In realtà, come vi ho detto, non mi è stato chiesto di trovare un acquirente. Si tratta di una mia iniziativa, ma se siete interessato, come spero, posso mettervi in contatto con lei. Non facciamo il nostro lavoro solo per denaro. Ne convenite?»
«Elide, sapete bene che nel nostro lavoro ci sono persone senza scrupoli che sarebbero in grado di venderci qualsiasi brutta copia pur di sfilarci i denari dalle tasche. Conosco bene la vicenda della collezione Campana e vi posso assicurare che non sarebbe sfuggita un’opera tanto pregiata come quella che mi descrivete.»
«Non vi fidate del mio giudizio, dunque…»
«Non vi offendete, ma temo che la famiglia Demidov voglia approfittarsi del vostro entusiasmo.»
Bardini suona la campanella che si trova sopra un tavolino intarsiato e la cameriera, come avesse le ali ai piedi, appare sulla soglia.
«Sicura di non volervi trattenere a cena?»
Deglutisco saliva e delusione e faccio un mesto cenno di diniego con la testa.
Sono certa di quello che ho visto, certa di trovarmi di fronte a un’opera straordinaria. Non vorrei proprio che andasse perduta o peggio che andasse a ingrossare la fila dei nostri capolavori  trasferiti all’estero. Mentre cammino con la testa piena di pensieri e la pancia vuota, faccio un rapido calcolo dei miei averi. Forse, se dessi fondo a tutti i risparmi e mi mostrassi meno interessata all’oggetto, la famiglia Demidov potrebbe avere minori pretese…

Non mi si spiegare perché a volte faccio ciò che faccio. In fondo non è stato difficile fingere di avere trovato un buon acquirente per quel lembo di stendardo dalla dubbia attribuzione.
Ripongo con cura il prezioso frutto dei miei sforzi nell’armadio. Ho dovuto vendere perfino il mio abito buono. Il cappellino con le rose di seta un po’ sbiadite sembra che mi fissi, dall’alto del ripiano ormai vuoto, con l’aria di chi disapprova.
Come ogni sera, mi affaccio alla finestra della soffitta in cui vivo da qualche tempo: Firenze è splendida anche vista da questo buco. I soldi e le fortune vanno e vengono, mi dico, respiro gonfiando il petto. Mi sento un po’ come l’arcangelo che ha sconfitto il drago.
Quando sento bussare alla porta, faccio un rapido calcolo: la pigione l’ho pagata. Quindi niente creditori ed è tardi per ricevere visite.
«Signorina Predella!»
Bardini? Come mi ha trovata? Non faccio in tempo a formulare il pensiero che già le mani hanno aperto l’uscio.
«Si dice in giro che non mi abbiate dato ascolto…»
L’occhiata eloquente all’ambiente spoglio, mi fa arrossire: «È un’opera originale, vi ripeto. Un ottimo acquisto.»
«E, scusate la mia tracotanza, intendete rivenderla?»
«Come avete sempre sostenuto anche voi, nel nostro lavoro non contano solo i guadagni.»
Annuisce. «Dunque, datela a me prima che venga offesa dalle muffe. Se davvero è opera dei Pollaiolo, non la rivenderò, statene sicura. Magari un giorno, spero lontano, la lascerò in eredità alla città di Firenze. Che ne dite?»
Il mio senso del pudore m’impedisce di abbracciarlo. Erano proprio le parole che speravo di sentire. Mi limito a congiungere le mani a mo’ di preghiera per ringraziarlo.
Sento lo sguardo dell’antiquario posarsi su di me con un nuovo interesse, ma non come certi uomini guardano le donne. Oltretutto io non sono proprio una gran bellezza e, da sempre, mi ritengo immune al fascino maschile.
«Che ne direste, signorina Predella,» avverto una certa enfasi nella sua voce mentre pronuncia il mio cognome «di lavorare per me in modo, come dire, esclusivo?»
«Che intendete dire?»
«Vedete, ormai sono troppo conosciuto e alle aste, quando si sa che sono io il compratore, le offerte tendono a lievitare, ma se invece foste voi ad acquistare per mio conto, potremmo acquisire un gran numero di opere al giusto prezzo.»
Lo guardo pensierosa.
«Naturalmente vi corrisponderei adeguate provvigioni e pagherei le spese dei viaggi.»
Il mio stomaco inizia a gorgogliare. Arrossisco di nuovo e le parole mi rotolano fuori dalle labbra senza che riesca a controllarle: «Che ne direste di suggellare il nostro patto con una cena?»
Scendo le scale con la leggerezza di una piuma.

Il suono argentino della campanella rimbomba nella sala. La domestica inamidata appare sulla soglia in un attimo.
«La signorina si trattiene a cena. Potete apparecchiare per due.»

Ho sempre creduto che certi incontri possano cambiare la vita. Bardini e io non saremo diventati artisti famosi, ma credo la Musa dell’arte avrà di sicuro un posto per noi nel proprio cuore.
Last edited by @Monica on Mon Feb 23, 2026 3:27 pm, edited 3 times in total.

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