Maria si avvicina a Leo, gli sistema un piede raddrizzandolo piano nella pedana. «Ecco, così è meglio, stai comodo, vero?» «Guarda com’è ridotto, tutto storto, neanche la fisioterapia gli fa fare sua madre», irrompe Teresa, spezzando la voce carezzevole di Maria.
Nella saletta educativa, l’aria sa di acido, come di yogurt rancido; non si capisce se sia l’ultimo pannolino di Leo o l’odore dolciastro e stanco della PEG. Maria scivola dalla sedia, vicino alla carrozzella, e raggiunge la vecchia radio analogica sul mobile basso, davanti alle ampie vetrate. «Metti un po’ di musica? Bene, che tra qualche giorno inizia Sanremo, così iniziamo a ripassare le canzoni», ridacchia Teresa. Maria armeggia con la radio, prova a girare la manopola. «Funziona ancora sta radio?» chiede e la radio risponde prima di Maria, emettendo un leggero fruscio. «Insomma, ad intermittenza, ogni tanto sembra che prenda, altre volte no. Vediamo se siamo fortunate!» Maria gira le manopole argentee e sposta i baffi rotti per sintonizzarli meglio. Leo giace immobile nella carrozzina, sostenuto a stento da testiera e pettorina, occhi vitrei persi nel nulla. Scccccc…. emette piano la radio, un leggero fruscio…sccc…
«Fa senso così, sembra morto», professa sottovoce Maria, voltandosi appena. «No, no, respira, vedi il petto come si alza e abbassa; non mi avvicino a sentire il petto perché ha un odore, ma guarda, vedi che il petto si muove?» indica Teresa, con un cenno leggero, come a voler rassicurare sé stessa più che Maria. Stufa di trafficare con la radio, fa quei tre passi che la separano dalla sedia, si accuccia vicino al ragazzo e prende a carezzargli una mano. «Ti piacciono le coccole, vero?» miagola Maria con dolcezza e gli occhi da gatta.
Sccccc… il fruscio leggero della radio. Per un attimo, aggancia una melodia lontana; nulla: rumore bianco.
Un leggero filo di bava viene raccolto da un pezzo di scottex, che Maria usa per pulirgli per bene la bocca.
Nella radio, un fischio breve; e di nuovo niente.
«Qua dentro il tempo non passa mai e di colpo arrivano le accelerate», si lamenta Teresa col cellulare in mano. «Tra poco dovrebbe arrivare l’educatrice sensoriale di Leo», dice Maria. «Sì, martedì e venerdì», conferma Teresa, che aggiunge: «Sì, ma poi a cosa servirà!».
I loro sguardi si posano su Leo, lui che ha forma solo grazie alla carrozzella, ma non ha espressione, che dorme con gli occhi aperti, la bocca spalancata da cui fa colare bava ed esala un cattivo odore.
Nella saletta scolastica Teresa sistema con gentilezza il colletto di Leo, sostituendo il bavaglino umido.
Nella radio, un crepitio leggero, come pioggia su un tetto di latta; gli passa la mano sul braccio.
La radio prova a partire, tossisce due note e si spegne. Gli mette una coperta sulle gambe.
Dalle casse, un suono caldo e rotondo, che dura un respiro.
Dal niente, Leo si riattiva e batte la mano sul bracciolo.
La radio restituisce un colpo secco, metallico.
Si schiaffeggia la guancia forte: la mano destra si muove violenta, veloce, e colpisce. Paf, paf, paf. La guancia in un istante si arrossa e inizia a sanguinare.
La radio emette colpi secchi di interferenza; a tratti la musica suona forte, a tratti viene scossa.
Maria e Teresa saltano dalla sedia. Leo è un fuscello di 30 chili. «Oddio, com’è forte, provo a tenergli ferma ’sta mano, prendi la sciarpa». Ogni fibra del corpo di Leo grida, un linguaggio senza voce che ferisce chi lo guarda. Teresa lo blocca, Maria afferra la sciarpa marrone dal comodino e la lega al bracciolo. «Legalo forte, o se la toglie!» ordina Teresa, concitata. Maria stringe la sciarpa; la radio prende una stazione e la perde subito, una canzone resta sospesa a metà.
La musica, di colpo, si strozza. L’impulso si sposta fulmineo e Leo inizia a sbattere la testa contro il poggiatesta imbottito della carrozzella, un colpo dopo l’altro, mentre la radio tossisce elettricità. Tac, tac, tac. Il segnale della radio salta del tutto: un vuoto secco e la radio sembra spegnersi.
Teresa e Maria si spostano ancora più vicino a Leo. Da dietro, Maria gli blocca la testa, sussurrando al ragazzo: «Dai che ora passa, ancora poco e ci siamo», mentre Teresa, di lato, gli blocca il capo premendo le mani alle tempie; per sbaglio fa un passo in più e un’alitata di Leo la colpisce in pieno. Il liquido nello stomaco ribolle e risale, la gola si contrae e il vomito, che trattiene sulle labbra, la fa indietreggiare arcuando la schiena. Le due donne ansimano, Leonardo ora è fermo, dalla radio un ronzio stridulo e continuo, senza respiro.
Il volume si abbassa da solo: resta solo un filo di corrente che trema.
«Ciao ragazze, buongiorno. Vedo che Leo è legato, ha avuto una crisi?» esordisce Roberta entrando. L’aria calda trasuda nel vetro a rigoli. Raccontano la mattinata, mentre lei, di spalle al ragazzo, si sfila cappotto e sciarpa, poggiandoli sulla sedia vicino al mobiletto. «Se mi aiutate, lo sdraio sul materassino e provo a massaggiarlo». «Sei sicura? Non vorrei ricominciasse a colpirsi, guarda la guancia!» avverte Teresa. «Proviamo, magari lo mettiamo a pancia in giù e mi aiutate a fermare il braccio». Roberta lo sgancia dalla pettorina e lo prende dal bacino; Teresa solleva le gambe e Maria lo adagia sul materassino verde.
La radio aggancia una melodia lontana, come se venisse da un’altra stanza.
Si accuccia vicino a lui, gli leva le scarpe e afferra una gamba.
La musica alla radio diventa ancora più lontana.
Gli massaggia i muscoli, premendo dal polpaccio alla caviglia, e la stanza sprofonda in un silenzio assordante che pesa sulle vertebre di Roberta come un’onda sorda. Un ronzio elettrico le scivola lungo la schiena, viene attraversata da un rumore acuto che la paralizza. Rimane bloccata, sospesa; sente una pressione nell’orecchio e, per un istante, aggancia lo sguardo di Leo. Lei, per un istante, lo vede, sente la presenza invisibile del suo sguardo.
«Spegni quella radio, che è rotta», dice scocciata Teresa a Maria, che traffica vicino al mobile. «No Maria, lasciala», interviene Roberta, «si sente un ronzio e ogni tanto si sintonizza. Non è rotta, siamo noi a non sentirla».
Il ritmo lento dell’ambiente si accende all’una. Dal cortile, l’auto di Claudia entra con un cigolio di freni, annunciando l’arrivo. «Com’è andata oggi col mio bimbo?» chiede Claudia, slacciando la pettorina di Leo per sistemarlo in auto. «Stamattina era agitato, abbiamo dovuto legargli il braccio, guarda la guancia!» racconta Teresa senza guardarla, aiutandola con il ragazzo.
«Hai fatto i capricci? Eh? Non va bene! Volevi le coccole, vero? Sei un furbetto!» chioccia la madre, ignorando le educatrici. Maria sposta la sedia, Claudia sistema Leo nel sedile posteriore, il capo sbatte appena sul montante. Tutte fingono di non accorgersene. L’auto esce dal cortile e si immette nella rotonda; le educatrici restano dietro, un cenno e spariscono.
Claudia è immersa in pensieri caotici che sbattono nelle tempie. Leo, nel sedile dietro, in un corpo di bambola molle, è allacciato alla cintura, mentre l’auto supera appena il limite dei cinquanta. Nemmeno l’automatismo della guida salva la vettura dall’ennesimo dosso, e saltano all’unisono: il corpo inerme sobbalza e cade di lato, sprofondando in parte nel vano.
Claudia resta immobile, con lo sguardo fisso sul figlio dallo specchietto; quei tre secondi eterni. Finalmente inchioda, virando il volante a lato della strada.
«E che cazzo, Leo!» esclama, il corpo già in movimento verso il sedile posteriore. Uno schiaffo forte le esce di scatto. «E che cazzo, lo sai che sono di corsa». Tutta la stanchezza incastrata nella gola esce ancora dirompente, travolgendola. Ancora uno schiaffo a Leo; mentre il senso di sopraffazione che l’aveva paralizzata comincia a dissolversi, il calore le risale dalla gola al volto, stringendole lo stomaco e le spalle, gliene esce un altro, un altro ancora, senza rendersene conto. Infine lo raddrizza e riprende la sua corsa.
Ora i pensieri si stoppano, esistono solo gli schiaffi, quelli che aveva promesso non sarebbero più successi, mai più. Si guarda allo specchietto: occhi rossi, mascella serrata, pelle tirata come cartapesta bagnata di sudore. Ogni linea sul volto urla la stanchezza, ogni muscolo vibra di rabbia repressa e ansia compressa. Di colpo, il suo sguardo si blocca, il rimorso le morde il ventre, mentre le faccende di casa le schiacciano il petto.
In quel ronzio di pensieri, Leo inizia a schiaffeggiarsi. Si colpisce il viso senza rabbia, come se cercasse un segnale chiaro in mezzo al rumore. È secco, ripetuto, automatico. L’unico in grado di ridurre di poco, per un momento, quel senso di disgregazione, di espandersi scomparendo. Ogni colpo lo riporta al corpo, ogni schiaffo lo ricompatta.
Claudia lo sente, lo vede, inchioda di colpo, sfiorando il tamponamento. Il conducente dietro la supera a un soffio, il motore rimbomba come un pugno nelle tempie; vede il ragazzo-bambola e getta un cenno secco, duro, prima di scomparire. Questa volta il groppo alla gola è insopportabile. Pensa: lei è la sola responsabile di aver generato quella cosa, quell’essere che può sopravvivere solo agganciato a qualcuno. Il grumo crepa la carne e la solitudine esce, sciolta in un liquido salmastro che bagna le guance di Leo.
«No, amore, non ti colpire», singhiozza la donna mentre lo abbraccia. «No, non bisogna fare male a Leo», dice carezzandolo. «Ecco senti? Leo merita solo le carezze, così», pronuncia, scandendo il “così”, mentre coccola il figlio.
«Quando torniamo a casa ci mettiamo vicini e ti faccio le bolle che ti piacciono tanto. Ti piacciono, vero?». Si rimette alla guida, continuando a parlare al figlio.
Dopo la fatica dello scendere in braccio e trascinarlo a casa, lo poggia sul divano e inizia a sistemare la casa lasciata in disordine dalla mattina: «Le bolle le facciamo dopo, eh. Stai tranquillo, che la mamma ha da fare».
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
2Autocommento: Avrei potuto chiudere il racconto con la frase dell’educatrice — « (La radio) Non è rotta, siamo noi a non sentirla » — lasciandola come metafora del sentire di Leo. Ho scelto invece di continuare, perché quella frase non fosse una chiusura ma una crepa: un punto da cui intravedere ancora Leo, non spiegato né risolto, ma presente. Nel finale, Leo è trascinato da un’esistenza che non sceglie, che non governa, che semplicemente lo porta, mentre l’attenzione si rimanda: «Le bolle le facciamo dopo». Un finale aperto, sospeso, che rimanda senza concludere. Ho scelto un finale che non consola, che non chiude, che non spiega. Perché volevo essere vera: come la disabilità gravissima, che non concede tregua, da cui non si guarisce e per la quale non esiste alcun lieto fine.
Re: [LAB19] Tra scosse e silenzi.
3Ciao @Didalinda hai prodotto un racconto di grandissima attualità che fotografa le difficoltà e le fragilità di tantissime famiglie e del loro convivere quotidianamente con la disabilità e con uno stato che, detto oggettivamente, non fa quello che dovrebbe in tanti casi. Molto interessante e ben reso il parallelismo fra la radio e Leo, a ricordarci che dentro un corpo inerte ma vivo si nasconde comunque una personalità, una mente, un afflato vitale che bisogna cercare di ascoltare. E direi anche ben reso il conflitto fra il team che si occupa del ragazzo e la madre, la punta di fastidio che sembra scorgersi dietro i loro atteggiamenti e nelle loro parole. La parte finale è quella in cui emerge l'intera fragilità. Ma non quella di Leo, quella della madre che sembra considerare quasi con gli occhi del fallimento lo stato di non vita cui è condannato il proprio figlio.
Il racconto è scritto bene, anche se in alcune fasi forse gli stacchi sono un po' troppo secchi, ma è pur vero che il limite di caratteri impone delle scelte.
Probabilmente la parte iniziale, se avessi potuto dipanarla senza il vincolo dei caratteri, avrebbe potuto rendere meglio mentre la parte finale è resa in maniera convincente.
A rileggerci
L.
Il racconto è scritto bene, anche se in alcune fasi forse gli stacchi sono un po' troppo secchi, ma è pur vero che il limite di caratteri impone delle scelte.
Probabilmente la parte iniziale, se avessi potuto dipanarla senza il vincolo dei caratteri, avrebbe potuto rendere meglio mentre la parte finale è resa in maniera convincente.
A rileggerci
L.
"Scrivo per autodifesa"