[LAB20] L'ecotono
Posted: Sun Jun 07, 2026 9:57 am
Mi spiace che abbiate visto tutto. Volete sapere cosa stessi facendo, sulla spiaggia del fiordo, assieme a uno zombie? Giuro, sono dalla vostra parte. Sono come voi. Non fatemi del male.
Ho evitato il contagio perché, quando è iniziata l'apocalisse, ero per i fatti miei nella foresta, a cercare rane. Facevo ricerca sugli ecotoni; sapete cosa sono? Allora, praticamente: una zona di transizione tra due ecosistemi.
Scusatemi se straparlo. Ho quasi perso la vita, nel fiume. Non so perché abbia rimosso il collare allo zombie, le nostre mani si siano intrecciate, abbiamo camminato fino alla foce. Forse era inevitabile. Mi è sembrato di vedere dello stupore, in fondo ai suoi occhi azzurri, spenti.
Ci siamo immersi nella foce, il confine dove fiume e mare si baciano. L'acqua fresca mi lambiva l'inguine, e ho indugiato ad ammirare il pendio erboso con casa nostra, il corso d’acqua emergere dalla foresta, il fiordo luccicare al tramonto. Ho lasciato che il canto dei fringuelli e il mormorare della corrente mi cullassero. Il corpo dello zombie mi si è avvicinato, incerto sul fondo roccioso.
Avevo raggiunto il limite. Dopo tutti quegli anni a tenerlo legato, temendo mi mordesse, la speranza di una cura era morta. Cura da cosa? Le mie certezze erano in crisi: quello che provavo, quello che credevo normale. Non mi riconoscevo più. Iniziavo a capire che senza la luce, c'è il buio, ma senza il buio, non c'è la realtà.
Ho cinto le braccia ai suoi fianchi. Gli artigli affondavano nelle mie spalle, e l'acqua bruciava mentre portava via il sangue verso l’oceano dell’infinito. Le sue ossa scricchiolavano, l'odore di marcio mi invadeva le narici. Ho fissato la bocca spalancata, i denti neri e frantumati, la lingua un moncherino marrone. Ho seguito le sue mani sott'acqua, ho lasciato che il fiume mi sommergesse. Andava bene così. Mentre l'aria abbandonava i miei polmoni e l’identità si immergeva in profondità, i ricordi fluivano liberi.
Avevo sei anni quando la sua famiglia si è trasferita vicino alla mia. Ero nel bosco, davanti a uno specchio d'acqua al limite del sentiero. L'ultima volta che avevo passato del tempo con mio padre, prima del suo coma, eravamo andati lì, e mi aveva mostrato le ovature di rana dentro la pozza. Mi sembrava di sentirlo ancora.
Ero in ginocchio, respirando il profumo di fango, e osservavo i girini muoversi pigri tra alghe e rami: gli occhietti neri, i puntini bianchi, la coda lunga e piatta. Poi, ho visto comparire un paio di scarpette accanto a me. Avevano delle strisce di colore azzurro, rosa, bianco, rosa e azzurro.
«Che c'è là dentro?» Mi ha domandato.
Ho alzato lo sguardo al suo sorriso sdentato. «Girini». Li ho indicati.
Ha sgranato gli occhi blu. I suoi genitori, poco distanti, ci guardavano incuriositi. «E cosa stai aspettando?» Mi ha chiesto ancora.
«Il momento che diventano rane. Vedi, alcuni hanno già le zampette! Fanno la metamorfosi, lo sai cos'è?»
«No, non lo so.»
«È il confine tra essere piccoli ed essere grandi.» Poi, a mezza voce: «Così ha detto il papà.»
«Quindi si trasformano?»
«Sono già rane, ma non sono ancora nel loro corpo finale.»
«Noi ci siamo appena trasferiti. Come ti chiami?» Mi ha fatto la linguaccia e un occhiolino.
A quel punto, ho sentito la voce di mia madre chiamarmi, in ansia. Non voleva perdere anche me.
Abbiamo trascorso l’infanzia assieme: le primavere a intrecciare fiori, le estati a rincorrerci tra le betulle, gli autunni a cercare funghi, gli inverni a giocare a palle di neve. Poi, quando la sua famiglia si è trasferita di nuovo, abbiamo dovuto darci l'addio.
Non so quanti pomeriggi io abbia aspettato sulla soglia di casa. E non so nemmeno cosa: rivedere le sue scarpette a strisce correre in cortile, oppure mio padre, sveglio per miracolo, raggiungermi, scarmigliarmi i capelli e prendermi in braccio. Nessuna delle due è mai successa.
Erano i primi anni di università, quando c’è stato modo di rivederci. Eravamo persone così diverse dall’infanzia, ma non importava. Riuscivamo ancora a guardarci dentro a vicenda. Io stavo studiando a uno dei tavoli in corridoio. Mi è sempre piaciuto stare in quegli spazi transitori, liminali.
«Ma tu sei...» La sua voce era diversa. Ci ho messo un attimo a riconoscerne il volto, le labbra, gli occhi blu. Ho sorriso, senza sapere cosa dire. È così che è iniziata la nostra età adulta.
Quando abbiamo acquistato questa casa sulla sponda del fiordo, le guance ci facevano quasi male per quanto sorridevamo. All’epoca, studiavo l'effetto del disboscamento sugli ambienti di ecotono in zona: il margine della foresta, le sorgenti, la foce del fiume. Prima dell'apocalisse zombie, gli ecosistemi non erano rigogliosi come ora che l’umanità è morente, sapete?
«È perfetta», continuavamo a dire. Mi guardavo attorno, roteando le braccia nell'ampia anticamera, l'anello al dito che luccicava.
Mi ha dato un bacio lieve. «Mi dai una mano a sistemare il divano?» Ha strizzato l'occhio e ha sorriso facendomi la linguaccia. Avevamo tutto.
Come ho detto all'inizio, quando è iniziata l'apocalisse, io ero per i fatti miei nella foresta, a cercare rane. Ho fatto ritorno a casa, ed era sul divano, gli occhi blu rivolti lontano. Aveva ancora i vestiti del lavoro, e c'era una macchia rossa sulla camicia.
«Che succede? Stai bene?» Ho mollato lo zaino a terra e ho corso a sentire la sua temperatura.
«Qualcuno mi ha aggredito, fuori dall'ufficio. Uno mi ha morso.» E ha inclinato la testa per farmi vedere un segno violaceo sul collo.
Nei giorni successivi, ho assistito al cambiamento fisico e mentale. È andato tutto in frantumi. Passavo le notti chiudendomi a chiave in camera per il terrore, piangendo in un letto troppo grande per una persona sola. Non avevo nessuno con cui parlare di tutto quel dolore. Le sue ultime parole, prima di diventare zombie, sono state: «Grazie», una linguaccia, e nient’altro.
Ma non sono il tipo di persona che crede che se una nave cambia tutti i suoi pezzi, allora non è più la stessa nave, sapete? L'ho imparato dopo anni a studiare il concetto di transizione. Ho dovuto mettere un collare al suo collo e legarlo al divano.
Vi ho sempre badato nel migliore dei modi. Tutti i giorni controllavo le lesioni e toglievo le uova di mosca e la muffa. Non ho mai smesso di parlargli. Quando cercava di mordermi, le catene lo impedivano.
«Ho fatto il bagno al fiume, oggi. L'acqua è freschissima. In mare il ghiaccio è in quel momento ambiguo dell’anno in cui non riesce a decidere se rimanere o fondere. Quando troverò una cura, torneremo a fare il bagno assieme.» Il giorno del suo compleanno ho raccontato di nuovo la storia dei girini. Non mi è mai sembrato di star parlando a un muro, ma, col tempo, ho dimenticato il suono della sua voce.
La mia quotidianità era scandita dal controllare le trappole per le pernici, pescare, raccogliere bacche. Mangiavo di fronte a una sedia vuota, in silenzio. Un giorno mi ha afferrato la mano e credevo avrebbe cercato di mettersela in bocca, ma l'ha semplicemente fissata. Aveva ancora l’anello, all'anulare in cancrena. Ho trattenuto il fiato. Dopo un istante, ha ripreso ad agitarsi e mugugnare. Se ancora mi riconosceva, non potevo saperlo, e questo mi logorava.
Quando ho tolto le catene, ho solo restituito una libertà che non avevo alcun diritto di reprimere. Cos’avevo da perdere? Mentre lo zombie teneva la mia testa sott'acqua, sprazzi di lucidità si facevano strada tra i ricordi. Credevo di star morendo. Mi sbagliavo.
Riemergere da quello che mi era sembrato un abisso è stata una rinascita. Mentre vomitavo acqua, sentivo di essere ancora in sospensione, in un limbo tra vita e morte. Perché lo zombie aveva lasciato andare? Nei suoi occhi azzurri ho visto una luce a metà tra il bianco di quelli di un cadavere e il blu di quelli del mio partner. Ha abbassato una palpebra, tremante. Una sola.
«Amore», ho sussurrato, un nodo alla gola. Il viso rigato dalle lacrime, ho afferrato le sue gambe nude e ossute per tirarmi su in piedi.
Ha tirato fuori la lingua rinsecchita, incurvando le labbra come a fare una linguaccia.
Ho abbracciato il suo corpo, arrendendomi ai singhiozzi, le gambe pesanti per l’emozione. Ho carezzato il suo volto e ho avvicinato le mie labbra alle sue, dopo tutti questi anni. Era diverso. La bocca era più molliccia e aveva il sapore del pus. I denti erano pochi e si muovevano quando la mia lingua ci sbatteva contro. Ho ansimato e inalato l’odore di putrefazione. La mia saliva si è mescolata con quell’emulsione di muco e siero, mentre il liquido giallognolo mi gocciolava sul mento.
Abbiamo fatto ritorno alla sponda, sdraiandoci tra i ciottoli e l'erba di fronte al mare, al crepuscolo. La mia lingua è andata al suo collo, a quel primo segno. Ha inarcato la schiena, ha aperto le gambe, e io ho aperto le mie e ho fatto scivolare le mani dentro il suo intestino. I nostri corpi erano diventati un tutt'uno, all’interfaccia tra terra e mare, vita e morte, e non si sarebbero mai più separati, nemmeno nel sottosuolo. Era la sublimazione della resa. Quell’attimo è tutto ciò che esiste, un eterno passaggio di stato. Il gusto acido della necrosi ha mandato in crisi i miei sensi, e ho urlato.
Ed è in quel momento che voi siete arrivati. Ci avete messo in trappola, i nostri corpi erano nudi e vulnerabili. Ma va tutto bene. Io sono come voi. Siamo come voi. Ho sempre supposto di capire, ma solo ora comprendo. Non posso immergermi due volte nello stesso fiume. Non ho paura. Lo zombie, il mio partner, mi ha morso, qui, sul bacino.
La transizione è già in corso, e presto io sboccerò. Chi sono davvero. Sentite anche voi l’identità diventare un fluido? Il mio linguaggio sta venendo disgregato, e la mia mente con esso. Non resisto più. Grazie per avermi consentito di raccontare questa storia. Presto ci uniremo alla vostra orda. Un paradosso: non vivi, non morti.
Ho evitato il contagio perché, quando è iniziata l'apocalisse, ero per i fatti miei nella foresta, a cercare rane. Facevo ricerca sugli ecotoni; sapete cosa sono? Allora, praticamente: una zona di transizione tra due ecosistemi.
Scusatemi se straparlo. Ho quasi perso la vita, nel fiume. Non so perché abbia rimosso il collare allo zombie, le nostre mani si siano intrecciate, abbiamo camminato fino alla foce. Forse era inevitabile. Mi è sembrato di vedere dello stupore, in fondo ai suoi occhi azzurri, spenti.
Ci siamo immersi nella foce, il confine dove fiume e mare si baciano. L'acqua fresca mi lambiva l'inguine, e ho indugiato ad ammirare il pendio erboso con casa nostra, il corso d’acqua emergere dalla foresta, il fiordo luccicare al tramonto. Ho lasciato che il canto dei fringuelli e il mormorare della corrente mi cullassero. Il corpo dello zombie mi si è avvicinato, incerto sul fondo roccioso.
Avevo raggiunto il limite. Dopo tutti quegli anni a tenerlo legato, temendo mi mordesse, la speranza di una cura era morta. Cura da cosa? Le mie certezze erano in crisi: quello che provavo, quello che credevo normale. Non mi riconoscevo più. Iniziavo a capire che senza la luce, c'è il buio, ma senza il buio, non c'è la realtà.
Ho cinto le braccia ai suoi fianchi. Gli artigli affondavano nelle mie spalle, e l'acqua bruciava mentre portava via il sangue verso l’oceano dell’infinito. Le sue ossa scricchiolavano, l'odore di marcio mi invadeva le narici. Ho fissato la bocca spalancata, i denti neri e frantumati, la lingua un moncherino marrone. Ho seguito le sue mani sott'acqua, ho lasciato che il fiume mi sommergesse. Andava bene così. Mentre l'aria abbandonava i miei polmoni e l’identità si immergeva in profondità, i ricordi fluivano liberi.
Avevo sei anni quando la sua famiglia si è trasferita vicino alla mia. Ero nel bosco, davanti a uno specchio d'acqua al limite del sentiero. L'ultima volta che avevo passato del tempo con mio padre, prima del suo coma, eravamo andati lì, e mi aveva mostrato le ovature di rana dentro la pozza. Mi sembrava di sentirlo ancora.
Ero in ginocchio, respirando il profumo di fango, e osservavo i girini muoversi pigri tra alghe e rami: gli occhietti neri, i puntini bianchi, la coda lunga e piatta. Poi, ho visto comparire un paio di scarpette accanto a me. Avevano delle strisce di colore azzurro, rosa, bianco, rosa e azzurro.
«Che c'è là dentro?» Mi ha domandato.
Ho alzato lo sguardo al suo sorriso sdentato. «Girini». Li ho indicati.
Ha sgranato gli occhi blu. I suoi genitori, poco distanti, ci guardavano incuriositi. «E cosa stai aspettando?» Mi ha chiesto ancora.
«Il momento che diventano rane. Vedi, alcuni hanno già le zampette! Fanno la metamorfosi, lo sai cos'è?»
«No, non lo so.»
«È il confine tra essere piccoli ed essere grandi.» Poi, a mezza voce: «Così ha detto il papà.»
«Quindi si trasformano?»
«Sono già rane, ma non sono ancora nel loro corpo finale.»
«Noi ci siamo appena trasferiti. Come ti chiami?» Mi ha fatto la linguaccia e un occhiolino.
A quel punto, ho sentito la voce di mia madre chiamarmi, in ansia. Non voleva perdere anche me.
Abbiamo trascorso l’infanzia assieme: le primavere a intrecciare fiori, le estati a rincorrerci tra le betulle, gli autunni a cercare funghi, gli inverni a giocare a palle di neve. Poi, quando la sua famiglia si è trasferita di nuovo, abbiamo dovuto darci l'addio.
Non so quanti pomeriggi io abbia aspettato sulla soglia di casa. E non so nemmeno cosa: rivedere le sue scarpette a strisce correre in cortile, oppure mio padre, sveglio per miracolo, raggiungermi, scarmigliarmi i capelli e prendermi in braccio. Nessuna delle due è mai successa.
Erano i primi anni di università, quando c’è stato modo di rivederci. Eravamo persone così diverse dall’infanzia, ma non importava. Riuscivamo ancora a guardarci dentro a vicenda. Io stavo studiando a uno dei tavoli in corridoio. Mi è sempre piaciuto stare in quegli spazi transitori, liminali.
«Ma tu sei...» La sua voce era diversa. Ci ho messo un attimo a riconoscerne il volto, le labbra, gli occhi blu. Ho sorriso, senza sapere cosa dire. È così che è iniziata la nostra età adulta.
Quando abbiamo acquistato questa casa sulla sponda del fiordo, le guance ci facevano quasi male per quanto sorridevamo. All’epoca, studiavo l'effetto del disboscamento sugli ambienti di ecotono in zona: il margine della foresta, le sorgenti, la foce del fiume. Prima dell'apocalisse zombie, gli ecosistemi non erano rigogliosi come ora che l’umanità è morente, sapete?
«È perfetta», continuavamo a dire. Mi guardavo attorno, roteando le braccia nell'ampia anticamera, l'anello al dito che luccicava.
Mi ha dato un bacio lieve. «Mi dai una mano a sistemare il divano?» Ha strizzato l'occhio e ha sorriso facendomi la linguaccia. Avevamo tutto.
Come ho detto all'inizio, quando è iniziata l'apocalisse, io ero per i fatti miei nella foresta, a cercare rane. Ho fatto ritorno a casa, ed era sul divano, gli occhi blu rivolti lontano. Aveva ancora i vestiti del lavoro, e c'era una macchia rossa sulla camicia.
«Che succede? Stai bene?» Ho mollato lo zaino a terra e ho corso a sentire la sua temperatura.
«Qualcuno mi ha aggredito, fuori dall'ufficio. Uno mi ha morso.» E ha inclinato la testa per farmi vedere un segno violaceo sul collo.
Nei giorni successivi, ho assistito al cambiamento fisico e mentale. È andato tutto in frantumi. Passavo le notti chiudendomi a chiave in camera per il terrore, piangendo in un letto troppo grande per una persona sola. Non avevo nessuno con cui parlare di tutto quel dolore. Le sue ultime parole, prima di diventare zombie, sono state: «Grazie», una linguaccia, e nient’altro.
Ma non sono il tipo di persona che crede che se una nave cambia tutti i suoi pezzi, allora non è più la stessa nave, sapete? L'ho imparato dopo anni a studiare il concetto di transizione. Ho dovuto mettere un collare al suo collo e legarlo al divano.
Vi ho sempre badato nel migliore dei modi. Tutti i giorni controllavo le lesioni e toglievo le uova di mosca e la muffa. Non ho mai smesso di parlargli. Quando cercava di mordermi, le catene lo impedivano.
«Ho fatto il bagno al fiume, oggi. L'acqua è freschissima. In mare il ghiaccio è in quel momento ambiguo dell’anno in cui non riesce a decidere se rimanere o fondere. Quando troverò una cura, torneremo a fare il bagno assieme.» Il giorno del suo compleanno ho raccontato di nuovo la storia dei girini. Non mi è mai sembrato di star parlando a un muro, ma, col tempo, ho dimenticato il suono della sua voce.
La mia quotidianità era scandita dal controllare le trappole per le pernici, pescare, raccogliere bacche. Mangiavo di fronte a una sedia vuota, in silenzio. Un giorno mi ha afferrato la mano e credevo avrebbe cercato di mettersela in bocca, ma l'ha semplicemente fissata. Aveva ancora l’anello, all'anulare in cancrena. Ho trattenuto il fiato. Dopo un istante, ha ripreso ad agitarsi e mugugnare. Se ancora mi riconosceva, non potevo saperlo, e questo mi logorava.
Quando ho tolto le catene, ho solo restituito una libertà che non avevo alcun diritto di reprimere. Cos’avevo da perdere? Mentre lo zombie teneva la mia testa sott'acqua, sprazzi di lucidità si facevano strada tra i ricordi. Credevo di star morendo. Mi sbagliavo.
Riemergere da quello che mi era sembrato un abisso è stata una rinascita. Mentre vomitavo acqua, sentivo di essere ancora in sospensione, in un limbo tra vita e morte. Perché lo zombie aveva lasciato andare? Nei suoi occhi azzurri ho visto una luce a metà tra il bianco di quelli di un cadavere e il blu di quelli del mio partner. Ha abbassato una palpebra, tremante. Una sola.
«Amore», ho sussurrato, un nodo alla gola. Il viso rigato dalle lacrime, ho afferrato le sue gambe nude e ossute per tirarmi su in piedi.
Ha tirato fuori la lingua rinsecchita, incurvando le labbra come a fare una linguaccia.
Ho abbracciato il suo corpo, arrendendomi ai singhiozzi, le gambe pesanti per l’emozione. Ho carezzato il suo volto e ho avvicinato le mie labbra alle sue, dopo tutti questi anni. Era diverso. La bocca era più molliccia e aveva il sapore del pus. I denti erano pochi e si muovevano quando la mia lingua ci sbatteva contro. Ho ansimato e inalato l’odore di putrefazione. La mia saliva si è mescolata con quell’emulsione di muco e siero, mentre il liquido giallognolo mi gocciolava sul mento.
Abbiamo fatto ritorno alla sponda, sdraiandoci tra i ciottoli e l'erba di fronte al mare, al crepuscolo. La mia lingua è andata al suo collo, a quel primo segno. Ha inarcato la schiena, ha aperto le gambe, e io ho aperto le mie e ho fatto scivolare le mani dentro il suo intestino. I nostri corpi erano diventati un tutt'uno, all’interfaccia tra terra e mare, vita e morte, e non si sarebbero mai più separati, nemmeno nel sottosuolo. Era la sublimazione della resa. Quell’attimo è tutto ciò che esiste, un eterno passaggio di stato. Il gusto acido della necrosi ha mandato in crisi i miei sensi, e ho urlato.
Ed è in quel momento che voi siete arrivati. Ci avete messo in trappola, i nostri corpi erano nudi e vulnerabili. Ma va tutto bene. Io sono come voi. Siamo come voi. Ho sempre supposto di capire, ma solo ora comprendo. Non posso immergermi due volte nello stesso fiume. Non ho paura. Lo zombie, il mio partner, mi ha morso, qui, sul bacino.
La transizione è già in corso, e presto io sboccerò. Chi sono davvero. Sentite anche voi l’identità diventare un fluido? Il mio linguaggio sta venendo disgregato, e la mia mente con esso. Non resisto più. Grazie per avermi consentito di raccontare questa storia. Presto ci uniremo alla vostra orda. Un paradosso: non vivi, non morti.