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[CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Thu Jan 01, 2026 12:16 am
by Albascura
Traccia 18: finale.
La temperatura era mite e allungarono la passeggiata. Rientrarono camminando senza fretta, come una qualsiasi coppia di ritorno da una piacevole serata.
Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera
L'aria ne era intrisa. Mira sentiva la polvere sulla lingua, granulosa, metallica. Scavalcò il corpo di zia Tamara. Il vestito da festa rosso e oro, i calcinacci bianchi lo celavano a tratti. Mira distolse lo sguardo.
«Davit!»
Niente. Sentiva solo il fruscio del cemento che continuava a sgretolarsi tutto intorno.
«Davit, rispondimi!»
Un raggio di luce azzurra squarciò quella luce innaturale. Mira alzò gli occhi: il soffitto era un buco nero. Dalle travi spezzate pendevano nervi elettrici scoperti; si sfioravano a scatti, volavano scintille ogni volta che un assestamento faceva ondeggiare tutto.
Le campane della chiesa suonarono le dodici. Lente. Insistenti.
Le mani sulla trave che le bloccava il passaggio. Spinse. Nessun cedimento. Prese fiato, spinse ancora più forte, i muscoli delle braccia bruciavano. 
Il blocco cedette di colpo. Mira cadde in avanti, le ginocchia sbatterono sul cemento, un dolore acuto le salì fino ai fianchi, ma la visuale dava sulla strada. Luce. Aria.
«Davit!»
Qualcosa si mosse in quello che, prima del crollo, era l'ingresso.
«Sono qui.»
La voce veniva da sotto un mobile spaccato, intonaco e mattoni.
Mira si buttò sul cumulo. Le unghie si spezzarono sul legno, cercò di tirare via una tavola. La strattonò fino a che cedette. Tolse un pezzo di sedia, una foto in una cornice rotta, pezzi di muro finché il braccio di Davit spuntò fuori.
Lei lo afferrò, tirò. Davit emerse dal cumulo come un annegato dall'acqua, il viso coperto di polvere bianca, sangue che gli colava dall'orecchio sinistro. Gli occhi vitrei, le pupille dilatate.
«Gli altri...» sussurrò.
«Morti.» La parola uscì piatta. «Tutti morti.» Mira si inginocchiò accanto a lui. L'addestramento al pronto soccorso prese il controllo: sangue nell'orecchio, commozione cerebrale, forse. Tastò il polso, forte, regolare, ora dovevano uscire al più presto.
Lo aiutò a tirarsi su. Davit si reggeva a malapena, oscillava.
«Mio padre,» disse lui. «Devo trovare mio padre.»
«Dopo.» Mira lo strattonò verso l'apertura nella parete. «Prima usciamo.»
«No.» Davit si divincolò. Pezzi di soffitto caddero tra loro, sollevando altra polvere. «Non posso lasciarlo qui sotto.»
Le campane suonarono ancora. Rintocchi più urgenti, un richiamo.
Mira gli afferrò il viso con entrambe le mani. Sentì il sangue caldo e appiccicoso sulla guancia.
«Senti le campane? Qualcuno ci sta chiamando. Dobbiamo andare. Adesso.»
«Mio padre...»
«È sotto un metro di cemento! La voce uscì più dura di quanto volesse, le parole le bruciarono la gola.
«Davit, ho controllato. Non c'è più nessuno da salvare. Se rimaniamo qui, tra poco moriremo anche noi.»
«Non posso lasciarli.»
«Puoi.» Mira stringeva ancora il suo viso. «Devi. Dobbiamo uscire.»
Davit si piegò. Le spalle tremavano.
«Possiamo ancora sposarci,» disse Mira. «Oggi. Come avevamo promesso, anche se il mondo è finito.»
Lui la guardò. Il sangue gli colava sul collo della camicia bianca. Gli occhi pieni di qualcosa che Mira non riusciva a decifrare.
«Adesso?» sussurrò. «Vuoi sposarmi adesso?»
«Voglio uscire viva.» Mira tirò la sua mano verso l'apertura. «E voglio che tu esca vivo. Il resto viene dopo, ma prima ci muoviamo.»
Davit non si mosse. Restò lì, sospeso tra lei e il voler cercare il punto dove giaceva suo padre sotto le macerie.
«Scegli,» disse Mira. «Adesso.»
Un rombo profondo. Sopra le loro teste. 
Davit si mosse.
Il boato li inseguì. Si catapultarono fuori, rotolarono sulla strada insieme a macerie e vetri rotti. Una scheggia tagliò la guancia di Mira. Sentì il sangue colare, si pulì con un lembo del suo abito da sposa.
Si tirò su. La caviglia le facava male, un dolore acuto la costrinse a sedersi di nuovo a terra.
Guardò Davit: zoppicava, si teneva il fianco, la macchia di sangue sulla camicia si allargava.
Intorno c'erano scheletri di edifici. Muri storti che oscillavano nel fumo nero. Il cielo si vedeva a scampoli e le sembrò troppo chiaro.
Kesra era scomparsa. La loro città bianca, poggiata sulla loro terra, era stata martoriata fino alle ossa. Da mesi, ormai, gli attacchi non si fermavano, ma quel giorno no! Non quel giorno. Nessuno si aspettava che avrebbero bombardato durante la vigilia di Natale. Mira pensò che l'avevano fatto proprio per quello. In un moto di rabbia si alzò. Non sentiva più nemmeno il dolore, cercò di orientarsi:
«Da questa parte,» disse.
Presero a camminare, lenti ma decisi. Il fumo si muoveva in banchi densi, nascondeva e rivelava. A volte una raffica squarciava la nebbia scura  e vedevano: un'auto capovolta, un letto in mezzo alla strada, un uomo seduto su un gradino che non portava più da nessuna parte.
«Non guardare,» disse Mira quando Davit rallentò.
«Ma è...»
«Non guardare.»
L'aria friggeva. Il calore degli incendi arrivava a ondate, così intenso che Mira sentì i peli delle braccia strinarsi. Davit si tolse la giacca, gliela mise sulle spalle e si coprì la bocca con una manica.
Poi, attraverso il fumo, apparve il campanile.
Emerse come un faro, la croce bianca in cima ancora intatta. Mira sentì qualcosa allentarsi nel petto.
Il cancello sul retro della chiesa era aperto, e fu come attraversare un velo.
Il giardino era vivo. Il cedro gigantesco si ergeva al centro, venti metri di verde che non avevano senso, non in mezzo a quello sfacelo. 
I vialetti di pietra intatti. Aiuole con fiori, ciclamini rosa, narcisi bianchi… E in fondo, una fontana che gorgogliava.
Mira si avvicinò come ipnotizzata. Si inginocchiò, si lavò il viso, aveva sete, il primo sorso le andò di traverso. Tossì, riprovò, l'acqua era fredda. Pulita. Davit fece la stessa cosa in silenzio, poi si voltò a guardare la vegetazione ordinata, illesa.
«Come è possibile?» disse ad alta voce.
«Pozzo artesiano. Scavato durante la costruzione della basilica, nel 1890. L'acqua qui non finisce mai.»
Un prete li osservava dall'ingresso laterale. Appoggiato al bastone.
«Padre Grevory,» disse Davit.
Il vecchio si avvicinò lentamente. Aveva settant'anni, ma lo sguardo era vigile, da rgazzo.
Guardò Mira, poi Davit, si soffermò sui loro abiti: camicia bianca macchiata di sangue. Vestito bianco di Mira strappato all'orlo.
«Dovevate sposarvi stamattina,» disse. Non era una domanda.
«Sì.»
Padre Grevory annuì.
Un grido dalla strada. Poi altri. Voci.
«Stanno arrivando,» disse il prete. «I feriti. Abbiamo trasformato la chiesa in ospedale. I medici sono già dentro. Avete forza per aiutare?»
Mira si alzò. La caviglia le faceva male. Guardò Davit, lui la guardò.
Annuirono insieme.
«Bene.» Padre Grevory sollevò il bastone. «Andiamo. E a mezzanotte, durante la messa di Natale, vi sposo.»
L'interno della chiesa era irriconoscibile.
Panche accatastate contro i muri. Corpi sul pavimento che riempivano la navata. Le vetrate filtravano la luce in rosso, blu profondo, oro. 
Sull'altare un medico stava chino su un bambino, le mani coperte di sangue fino ai gomiti.
Mira si rimboccò le maniche. l’infermiera che era in lei tornò: rosso per i critici, giallo per gli urgenti, verde per i lievi. Le sue mani si muovevano da sole. Fasciò, disinfettò, sussurrò parole di conforto. 
Davit trasportava acqua e cibo. La camicia fradicia, il viso una maschera di concentrazione. Ogni tanto i loro sguardi si incrociavano attraverso la chiesa.
Verso sera i feriti smisero di arrivare. Aumentarono i morti.
Li portavano nel giardino coperti da lenzuola bianche: file ordinate che crescevano come un campo di neve sotto il cedro.
Mira uscì. Si appoggiò al tronco. Le gambe non la reggevano più. Scivolò a terra. Davit si lasciò cadere accanto a lei.
«Mio padre mi raccontava storie,» disse lui. Fissava le lenzuola bianche. «Di quando anche loro resistevano. Pensavo fossero solo storie.»
«Non erano solo storie,» disse Mira. «Erano istruzioni.»
Davit la guardò.
«Ci stavano insegnando a sopravvivere. A non dimenticare.» Mira chiuse gli occhi. «Ogni persona che aiuta, che porta acqua, che fascia una ferita, sta resistendo. La nostra arma è continuare a vivere e a restare.»
Dalla chiesa: un canto. Qualcuno pregava. Voci che si alzavano.
Davit prese la mano di Mira. «Tra poche ore ci sposiamo.»
«Sì.»
«In mezzo a tutto questo.»
«Proprio per questo.» Mira guardò il cielo. Le stelle erano così chiare senza le luci della città e la luna era al massimo splendore.
Padre Grevory apparve sulla soglia. «È quasi ora,» disse. «Preparatevi.»
Mira stava ancora lavando le mani. L'acqua fredda le bruciava i tagli. Padre Grevory le toccò la spalla. «È mezzanotte. Venite.»
Non c'era tempo per cambiarsi. Non c'erano abiti puliti. Non c'erano fiori. Mira guardò il suo vestito strappato, le macchie scure. Guardò Davit, la camicia diventata un mosaico di sudore e polvere.
«Così va bene,» disse il prete. «Dio vi vede come siete. E siete belli.»
Qualcuno aveva acceso altre candele. La chiesa si riempì di una luce soffusa. I feriti che potevano muoversi si erano radunati. Quelli che non potevano alzarsi rimasero sui materassi, con la testa rivolta all'altare.
Un pompiere mise due rami di cedro legati con spago nelle mani di Mira. L'odore del cedro era così buono e pulito che le fece male.
Davit le prese l'altra mano. Le sue dita erano fredde, ruvide, ma la stretta era salda.
Iniziarono a camminare verso l'altare.
Non c'era musica. Solo silenzio. il respiro affannoso dei feriti e il fruscio del vento che entrava dalle vetrate rotte.
Poi qualcuno iniziò a cantare:
«Ti lodiamo, Signore, in mezzo alle tenebre...»
Altri si unirono. Voci rotte, stonate, sincere. Un coro di sopravvissuti.
Padre Grevory li aspettava davanti all'altare. Dietro di lui, il crocifisso intatto. Una vetrata con un buco a forma di stella dove un proiettile era passato senza esplodere.
«Fratelli e sorelle,» iniziò il prete. «Questa notte celebriamo due miracoli. Il primo: la nascita di Nostro Signore. Il secondo: la nascita di una famiglia in mezzo alla guerra.»
Le lacrime scesero. Calde. Mira non le asciugò.
«Davit e Mira dovevate sposarvi stamattina,» continuò Padre Grevory. «Ma stamattina il mondo è crollato. Eppure siete qui. Ancora in piedi. Ancora vivi. Ancora pronti a dirvi sì.»
Aprì il libro delle preghiere.
«Davit, prendi Mira come tua sposa? In ricchezza e in povertà? In salute e in malattia?»
Davit la guardò. Gli occhi rossi, gonfi di stanchezza e dolore. 
«Sì,» disse. «La prendo.»
Strinse più forte la mano di Mira. «Sì. Soprattutto oggi.»
Un mormorio attraversò la chiesa.
«Mira,» disse Padre Grevory. «Prendi Davit come tuo sposo? In ricchezza e in povertà? In salute e in malattia?»
Mira guardò l'uomo a fianco a lei. Quello che aveva tirato fuori dalle macerie. Quello che aveva trasportato acqua per ore. Vide tutto quello che era stato e tutto quello che poteva diventare. Vide il futuro incerto, pericoloso, impossibile.
«Sì,» disse. «Lo prendo.»
Respirò profondo. Sentì l'odore del cedro, dei disinfettanti, del fumo. Sentì il peso di tutte le persone nella chiesa, di tutti i morti nel giardino.
«Sì,» disse piano guardando il suo sposo. «Per ricordare. Per resistere. Per non dimenticare.»
Padre Grevory chiuse il libro. «Non ho anelli da darvi. Ma ho questo.»
Prese due pezzi di spago bianco. Li annodò intorno ai loro polsi. Il primo nodo si sciolse, lui lo rifece più stretto.
«Lo spago si rompe facilmente,» disse. «Ma se intrecciato diventa corda. E la corda resiste.» Mise le sue mani sopra le loro. «Davit e Mira, vi dichiaro marito e moglie. Quello che Dio ha unito, nessun uomo separi. Nessuna bomba e nessuna guerra separi.»
Qualcuno applaudì. Altri piansero. Alcuni pregarono.
Qualcuno bestemmiò, una voce tagliò il silenzio. « Dov'era Cristo stamattina?» urlò qualcuno dal fondo.
Nessuno rispose. Ma Mira sentì la domanda risuonare nella mente di tutti. Nei feriti sui materassi che stringevano le coperte. Nei volontari che avevano scavato tra le macerie. In Padre Grevory che abbassò gli occhi per un istante prima di continuare. Anche lei se lo era chiesto, anche Davit. Tutti si portavano dietro quella domanda come una ferita aperta.
Il silenzio durò. Pesante. Pieno di tutto quello che nessuno osava dire.
Davit si chinò e baciò Mira. Fu un bacio breve. Ma così pieno di significato che Mira sentì qualcosa incrinarsi e guarire dentro di lei.
Padre Grevory sollevò le braccia. «Ora celebriamo la messa. Per i vivi e per i morti. Per quelli che resistono e per quelli che hanno resistito. Per la memoria che ci salverà.»
La chiesa rispose: «Amen.»
Uscirono nella notte. Attraversarono il giardino e superarono il cancello.
Mira si strinse nella giacca di Davit. Lo spago bianco intorno ai loro polsi brillava nella luce della luna.
«Dove stiamo andando?» chiese Mira.
Davit non rispose. Iniziò solo a camminare nella direzione da cui erano venuti.
La caviglia gonfia pulsava dentro la scarpa. Davit zoppicava, si teneva il fianco. Ma continuarono, uno accanto all'altra.
Ci volle diverso tempo. I piedi di Mira bruciavano, aveva la gola secca, erano tutti e due stanchi e provati quando trovarono quello che restava della loro casa.
Davit si fermò. Mira sentì le sue dita stringersi intorno alle sue, non dissero nulla.
Poi Mira vide l'angolo di pietra che prima reggeva il portone. La scritta che suo nonno aveva inciso nel 1952: In questa casa abita la speranza. Le lettere ancora leggibili. Il resto sepolto sotto le macerie.
Lì sotto c'erano tutti. Zia Tamara, sua madre, la madre di Davit, suo padre, gli zii, i cugini, gli amici. Trentadue persone.
Davit si inginocchiò. Mira fece lo stesso.
Per un lungo momento guardarono solo le macerie. Travi spezzate, pezzi di mobili e qualcosa che brillava sotto la polvere: briciole di un passato ormai perso.
«Dovrei pregare,» disse Davit. La era voce atona, svuotata. «Dovrei perdonare. Cristo direbbe che devo amare anche i miei nemici.»
Mira attese.
«Ma io voglio che brucino!» Le parole uscirono rotte. «Voglio che soffrano. Non quanto noi. Di più. Molto di più. Voglio che paghino per ogni anima, per ogni guerra, per ogni assassinio.»
Chiuse gli occhi. «E mi sento in colpa. Per volere queste cose. Per non riuscire a perdonare.»
Mira gli prese la mano. Lo spago bianco legava ancora i loro polsi.
«Anch'io,» disse piano. «Anch'io voglio che paghino. Ogni giorno li immagino mentre perdono tutto. E poi mi ricordo di Cristo e mi sento spezzata. Come se non potessi essere entrambe le cose: credente e vendicativa.»
«Non so se si può,» disse Davit.
«Forse no. Forse siamo solo umani.» Mira guardò le rovine. «Forse Cristo capisce, sa che quando ti uccidono la famiglia, il perdono non arriva subito. O forse non arriva mai.»
«Mio padre diceva che la fede è una lotta,» disse Davit. «Non un regalo. Diceva che ogni giorno devi scegliere di credere. Anche quando non ha senso.»
«Tuo padre era un uomo saggio.»
Davit annuì. Poi giunse le mani. Mira lo imitò.
Non sapeva cosa pregare. Non sapeva se voleva pregare, ma chiuse gli occhi.
«Signore,» iniziò Davit. La voce incerta. «Non so se mi ascolti. Non so se dovrei chiederti di ascoltarmi, visto quello che ho nel cuore. Ma sono qui. Siamo qui. E ti chiediamo di prenderti cura di loro. Non meritavano di morire così.»
Si fermò. Respirò.
«E ti chiediamo anche di aiutarci. Non a perdonare. Non ancora. Ma a resistere. A non diventare come loro. A ricordare che ogni vita è resistenza. Che ogni giorno in cui ci svegliamo vivi è una vittoria.»
Mira aprì gli occhi. Guardò Davit.
«Non chiedo vendetta,» disse lei. «O forse sì. Non lo so. Ma chiedo memoria. Che nessuno dimentichi. Che la storia ricordi che la nostra vita è l'unica arma che abbiamo.»
«E chiedo forza,» aggiunse Davit. «Per resistere un altro giorno. E poi un altro. E poi un altro ancora.»
Rimasero in silenzio. Il vento tiepido soffiava tra le macerie, ne usciva un suono basso, lugubre. Sembrava un canto funebre che la città recitava a se stessa.
Davit si alzò. Lo spago bianco si tirò, tenendo unite le loro mani, lui tese l’altra mano per aiutare Mira. 
«Torniamo,» disse. « Ci saranno altri che avranno bisogno di noi.»
Mira si appoggiò a lui. La caviglia faceva male ad ogni passo. Le gambe tremavano. Ma mise un piede davanti all'altro.
La temperatura era mite e allungarono la passeggiata. Rientrarono camminando senza fretta, come una qualsiasi coppia di ritorno da una piacevole serata.
 Questo racconto lo dedico a Marianna, mia suocera. Lei si sposò la notte del 25 dicembre in una chiesetta di un paesino abbruzzese nel 1943. Nonstante tutto.

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Thu Jan 01, 2026 5:10 pm
by NanoVetricida
Ciao @Albascura
Un racconto profondo e attuale che diventa ancora più bello se si considera il modo in cui lo hai agganciato alla traccia del contest. Maestria. 
Viviamo tempi duri, vediamo immagini terribili alla televisione, ma non riusciamo veramente a immedesimarci nell'incubo che tante persone stanno vivendo proprio in questo momento. 
Con questo racconto sei riuscita a trasportare il lettore nell'orrore della guerra in un paio di righe. L'idea di un matrimonio saltato a causa dei bombardamenti è potente. Come la costruzione del racconto: che parte già dal fatto compiuto per srotolarsi nel cuore della storia in maniera capillare. Questo ti riesce perché sei maledettamente brava: sei partita dal punto giusto, per arrivare allo snodo spirituale, al dilemma etico, seguendo un climax lento e inesorabile. Hai trattato cinque o sei argomenti contemporaneamente, uno più complicato dell'altro, senza mai risultare pesante. Sfiorando il tema, dando una tua visione, senza scivolare nello stucchevole o nel paternalistico. La chiosa della traccia diventa perfetta, sembra scritta apposta. 
Meraviglioso, infine, il senso del racconto: la coppia che decide di sposarsi nonostante la carneficina. Risposta positiva a un evento tragico: un inno alla vita che andrebbe seguito anche nelle piccole scelte di tutti i giorni. L'unico modo di prendere seriamente la vita. 
Come al solito, i miei complimenti.  

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Fri Jan 02, 2026 5:47 pm
by Ro...se
Accidenti @Albascura
Ho letto le istruzioni con l'indicazione  che sono di aiuto più i commenti con i suggerimenti che i complimenti. Ma io posso solo farti i complimenti. Natale è anche quello che hai descritto, non solo panettone e spumante. Bravissima.

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Fri Jan 02, 2026 7:31 pm
by bestseller2020
ciao @Albascura 
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 amLe campane della chiesa suonarono le dodici. Lente. Insistenti.
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 amDovevate sposarvi stamattina,» disse. Non era una domanda.
Gli orari non coincidono: Le bombe cadono prima delle dodici, infatti ancora gli intonaci cadono e la polvere è alta. A quell'ora non dovevano già essere sposati?

Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 am
Mira si buttò sul cumulo. Le unghie si spezzarono sul legno, cercò di tirare via una tavola. La strattonò fino a che cedette. Tolse un pezzo di sedia, una foto in una cornice rotta, pezzi di muro finché il braccio di Davit spuntò fuori.
Lei lo afferrò, tirò. Davit emerse dal cumulo come un annegato dall'acqua, il viso coperto di polvere bianca, sangue che gli colava dall'orecchio sinistro. Gli occhi vitrei, le pupille dilatate.
Questo passo andrebbe aggiustato. Lei sposterebbe macigni, a questo punto, dato che i pezzi di muro sono pesanti e non di certo alla portata di una donna. Ma addirittura lei lo estrae dalle macerie con la forza della mano? Uno che sta sotto le macerie in quel modo è di certo parecchio malridotto.
E la stessa opera di chi pare essere una infermiera, a questo punto, pare proprio fuori luogo. Bisogna spalare, scavare sino a liberare il corpo, e assicurarsi di eventuali fratture, che a ben vedere, ne avrebbe dovuto avere parecchie. Il seppellimento da macerie è terribile e a volte non lascia scampo.
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 amKesra era scomparsa. La loro città bianca, poggiata sulla loro terra, era stata martoriata fino alle ossa. Da mesi, ormai, gli attacchi non si fermavano, ma quel giorno no! Non quel giorno. Nessuno si aspettava che avrebbero bombardato durante la vigilia di Natale. Mira pensò che l'avevano fatto proprio per quello. 
Sono perplesso. Kesra è una città tunisina di origini berbere. Il 99% sono mussulmani e solo una piccolissima parte è cristiana. Mi risulta non vi sia, ne mai vi siano state guerre di religione tra mussulmani e cristiani. Quindi stai descrivendo un fatto che non ha basi storiche, attinenza alla realtà. Poi, se volevi descrivere una storia del genere, secondo il sottotitolo da te usato" Una storia a volte vera" avresti dovuto usare nomi di fantasia e lasciare le questioni religiose. Per queste ci vuole la massima precisione.

Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 am«Davit, prendi Mira come tua sposa? In ricchezza e in povertà? In salute e in malattia?»
Che rito è questo? cattolico non di certo, neppure ortodosso. Eppure, i nomi di Dakit e Mira potrebbero essere di quelli slavi ortodossi. Anche il prete ha un nome sul genere. A questo punto, perché Kesra e non Saraievo, Mostar, ect.. Te ne sei andata in Tunisia.. invece
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 am
Poi Mira vide l'angolo di pietra che prima reggeva il portone. La scritta che suo nonno aveva inciso nel 1952: In questa casa abita la speranza. Le lettere ancora leggibili. Il resto sepolto sotto le macerie.
Lì sotto c'erano tutti. Zia Tamara, sua madre, la madre di Davit, suo padre, gli zii, i cugini, gli amici. Trentadue persone.
Davit si inginocchiò. Mira fece lo stesso.
Insomma, invece di soccorrere i propri cari, va a sposarsi dando per scontato che siano tutti morti. Eppure, da infermiera, dovrebbe sapere che sotto le macerie, se si scava, si possono trovare superstiti. L'unico pompiere sta facendo il chierichetto; non vi sono soccorritori per le strade: boh! Sin dalle prima righe, Mira dà il padre per morto, e senza poterlo neanche vedere, dato che secondo il suo occhio, sarebbe a un metro sotto le macerie..  Vi è tanto da sistemare, cara Alba. Ma la cosa che mi appare evidente è che il racconto, a parte le questioni che ho messo, è improntato alla esaltazione della figura di lei, che appare una via di mezzo tra Giovanna d'Arco e Wonder woman.
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 amE ti chiediamo anche di aiutarci. Non a perdonare. Non ancora. Ma a resistere. A non diventare come loro. A ricordare che ogni vita è resistenza. Che ogni giorno in cui ci svegliamo vivi è una vittoria.»
Come chi? A chi si riferisce? Ai cattivi? Allora loro sono i buoni? I mussulmani sono i cattivi e i cristiani le eterne vittime.. Ma che bella scena natalizia.
A questo punto, mi domando se questa sia la tua idea di "immersione emotiva" . Anche perché, così fosse, ne dovremmo parlare seriamente.. Ciao. Spero di esserti stato di aiuto.

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Fri Jan 02, 2026 8:11 pm
by Albascura
bestseller2020 wrote: Fri Jan 02, 2026 7:31 pmCome chi? A chi si riferisce? Ai cattivi? Allora loro sono i buoni? I mussulmani sono i cattivi e i cristiani le eterne vittime.. Ma che bella scena natalizia.
A questo punto, mi domando se questa sia la tua idea di "immersione emotiva" . Anche perché, così fosse, ne dovremmo parlare seriamente.. Ciao. Spero di esserti stato di aiuto.
Ci credi che il nome della città l'ho inventato? Che Mira, Davit, Grevory anche?  Ho lasciato zia Tamara perche per me è una citazione alla dedica che ho messo nello spoiler. La città non doveva esistere veramente. Un nome inventato, una città immaginaria del mediterraneo, una storia simile a quella di mia suocera, tutto qua! Ma io non posso conoscere tutti i nomi delle città del mondo, avrei dovtuto fare una ricerca, diamine!  Nacchio c'entra la religione dei nemici? Io non nomino i musulmani. Il nemico è il nemico punto.  Mi spiace che tu ti sia incartato per colpa mia, per il nome della città. Chiedo perdono per non aver controllato se Kesra esisteva.
Tu sei sempre molto utile @bestseller2020 

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Fri Jan 02, 2026 9:18 pm
by Albascura
viewtopic.php?p=84215#p84215
@Sira  qui c'è il mio commento per partecipare.

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Sat Jan 03, 2026 10:10 am
by bestseller2020
Ecco, vedi cara @Albascura come un piccolo dettaglio può scatenare le incomprensioni?  :D Però devo anche aggiungere che non identificare i nemici nel confronto, nel conflitto, e aggiungendo elementi di tipo religioso, si rischia questo, e poi, come sai, io sono molto attento ai fatti storico/sociali.
Grazie per la pacata risposta.. a presto <3

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Sat Jan 03, 2026 1:55 pm
by Albascura
bestseller2020 wrote: Sat Jan 03, 2026 10:10 amPerò devo anche aggiungere che non identificare i nemici nel confronto, nel conflitto, e aggiungendo elementi di tipo religioso, si rischia questo,
Si, forse hai ragione. Ma il Natale è il Natale, e il nemico il lettore lo può impersonare come vuole in qualsiasi epoca, In qualsiasi continente o regione. 
Penso che il nemico potrebbe essere chiunque, e non faccio fatica a immaginare nè un nemico, nè una diversa religione. La stessa storia potrebbe accadere durante qualsiasi altra festa religiosa. Volevo rendere Mira e Davit universali. 

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Sat Jan 03, 2026 2:06 pm
by NanoVetricida
Ciao @bestseller2020
anche io avevo googlato Kesra... però, dai, leggendo il testo si capisce facilmente che il nome della città sia inventato 
capisco il voler essere precisi, capisco il voler essere verosimili, ma se uno legge con la lente d'ingrandimento e l'enciclopedia accanto al computer pone l'attenzione solo sugli aspetti formali del testo, perdendosi del tutto quello che l'autore vuole comunicare

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Sat Jan 03, 2026 2:42 pm
by Adel J. Pellitteri
@Albascura, il racconto mette in evidenza il valore della resilienza. Continuare a lottare, cercare la vita dove impera la tragedia non è insensibilità verso i morti, ma rispetto per la vita stessa. Il personaggio di Mira è sicuramente il fulcro della narrazione. Donna forte e lucida. Ciò che è  emerge dai fatti dal come si comporta. Anche Davit è ben descritto nella sua fragilità, lui starebbe lì a cercare i morti mentre Mira lo "costringe" a pensare alla vita. Gli ricorda il matrimonio, come un futuro ancora possibile. 
Non da meno Padre Grevory, concreto e fattivo. 
Le tue descrizioni coinvolgono molto il corpo, ci mostri la polvere, ci fai sentire il sangue caldo, l'odore di cedro, l'acqua fredda. Sono accorgimenti che "toccano" fisicamente il lettore. 
Nonostante la trama sia emozionante, l'esito non è quello di commuovere, ma lasciare una speranza. 
Le contraddizioni: la fede e la vendetta, pregare senza perdonare, evidenziano la natura umana e i suoi limiti; ed è uno dei momenti più importanti del testo.
Molto simbolico lo spago che intrecciato si rafforza.

Ci sono tre refusi che non ho segnato durante la lettura e adesso non riesco a ritrovarli, uno era la parola rgazzo,  gli altri due non li ricordo. 
Tutto il racconto è denso e maturo. La frase di Marcello si innesta perfettamente lasciando a chi legge una sensazione di resistenza silenziosa.
Davvero un ottimo lavoro. Complimenti

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Sat Jan 03, 2026 2:54 pm
by Adel J. Pellitteri
Dimenticavo: la formula del matrimonio è errata. Quella corretta è: Vuoi tu... prendere...?
Risposta: Sì, lo voglio.
😘

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Sat Jan 03, 2026 3:54 pm
by bestseller2020
ciao @NanoVetricida 
NanoVetricida wrote: Sat Jan 03, 2026 2:06 pmma se uno legge con la lente d'ingrandimento e l'enciclopedia accanto al computer pone l'attenzione solo sugli aspetti formali del testo, perdendosi del tutto quello che l'autore vuole comunicare
Ma certo, come dire di no! Ma vedi, se incontri il lettore che non ha contezza di certi argomenti, la cosa passa liscia. Ma se incontri un lettore come il sottoscritto.. beh! Non si può rimanere muti. Poi, come già chiarito con @Albascura, quando si combinano elementi religiosi, guerre, località ben precise, la reazione è ben giustificata. Come detto dalla stessa Alba, non è andata a sincerarsi del nome della città, pensando fosse di fantasia, come i nomi di Davit e Mira, che anch'essi, invece, sono nomi reali in paesi slavi, ortodossi. Ecco gli elementi che hanno contribuito alla creazione di questo mio commento. Credo che la segnalazione sia giusta, in quanto, come già detto ad Alba, bisogna stare attenti a non creare suscettibilità a chi è particolarmente attento a certe questioni. Grazie per il tuo intervento e un saluto a tutti e due.

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Sat Jan 03, 2026 5:37 pm
by Poeta Zaza
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 am
L'addestramento al pronto soccorso prese il controllo sopravvento: sangue nell'orecchio, commozione cerebrale, forse. Tastò il polso, forte, regolare, ora dovevano uscire al più presto.
preferibile
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 am
«È sotto un metro di cemento! La voce uscì più dura di quanto volesse, le parole le bruciarono la gola.
«Davit, ho controllato. Non c'è più nessuno da salvare. Se rimaniamo qui, tra poco moriremo anche noi.»
«Non posso lasciarli.»
«Puoi.» Mira stringeva ancora il suo viso. «Devi. Dobbiamo uscire.»
Davit si piegò. Le spalle tremavano.
«Possiamo ancora sposarci,» disse Mira. «Oggi. Come avevamo promesso, anche se il mondo è finito.»
Lui la guardò. Il sangue gli colava sul collo della camicia bianca. Gli occhi pieni di qualcosa che Mira non riusciva a decifrare.
«Adesso?» sussurrò. «Vuoi sposarmi adesso?»
«Voglio uscire viva.» Mira tirò la sua mano verso l'apertura. «E voglio che tu esca vivo. Il resto viene dopo, ma prima ci muoviamo.»
Davit non si mosse. Restò lì, sospeso tra lei e il voler cercare il punto dove giaceva suo padre sotto le macerie.
«Scegli,» disse Mira. «Adesso.»
Un rombo profondo. Sopra le loro teste. 
Davit si mosse.
In questi periodi, sei stata capace di caratterizzare la forza di volontà e il carisma della protagonista: è lei, come tante donne, a trascinare il suo uomo
ad affrontare e superare un'emergenza straordinaria nelle loro vite. 
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 am
«Scegli,» disse Mira. «Adesso.»
Un rombo profondo. Sopra le loro teste. 
Davit si mosse.
Il boato li inseguì. Si catapultarono fuori, rotolarono sulla strada insieme a macerie e vetri rotti. Una scheggia tagliò la guancia di Mira. Sentì il sangue colare, si pulì con un lembo del suo abito da sposa.
Si tirò su. La caviglia le facava male, un dolore acuto la costrinse a sedersi di nuovo a terra.
Guardò Davit: zoppicava, si teneva il fianco, la macchia di sangue sulla camicia si allargava.
Intorno c'erano scheletri di edifici. Muri storti che oscillavano nel fumo nero. Il cielo si vedeva a scampoli e le sembrò troppo chiaro.
Kesra era scomparsa. La loro città bianca, poggiata sulla loro terra, era stata martoriata fino alle ossa. Da mesi, ormai, gli attacchi non si fermavano, ma quel giorno no! Non quel giorno. Nessuno si aspettava che avrebbero bombardato durante la vigilia di Natale. Mira pensò che l'avevano fatto proprio per quello. In un moto di rabbia si alzò. Non sentiva più nemmeno il dolore, cercò di orientarsi:
Anche queste immagini sulla fine della loro città sono scritte con maestria: chapeau!
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 amAveva settant'anni, ma lo sguardo era vigile, da rgazzo.
piccolo refuso
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 amMira guardò le rovine. «Forse Cristo capisce, sa che virgola quando ti uccidono la famiglia, il perdono non arriva subito. O forse non arriva mai.»
manca la virgola di apertura inciso
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 am
«Signore,» iniziò Davit. La voce incerta. «Non so se mi ascolti. Non so se dovrei chiederti di ascoltarmi, visto quello che ho nel cuore. Ma sono qui. Siamo qui. E ti chiediamo di prenderti cura di loro. Non meritavano di morire così.»
Si fermò. Respirò.
«E ti chiediamo anche di aiutarci. Non a perdonare. Non ancora. Ma a resistere. A non diventare come loro. A ricordare che ogni vita è resistenza. Che ogni giorno in cui ci svegliamo vivi è una vittoria.»
Mira aprì gli occhi. Guardò Davit.
«Non chiedo vendetta,» disse lei. «O forse sì. Non lo so. Ma chiedo memoria. Che nessuno dimentichi. Che la storia ricordi che la nostra vita è l'unica arma che abbiamo.»
«E chiedo forza,» aggiunse Davit. «Per resistere un altro giorno. E poi un altro. E poi un altro ancora.»
Rimasero in silenzio. Il vento tiepido soffiava tra le macerie, ne usciva un suono basso, lugubre. Sembrava un canto funebre che la città recitava a se stessa.
Davit si alzò. Lo spago bianco si tirò, tenendo unite le loro mani, lui tese l’altra mano per aiutare Mira. 
«Torniamo,» disse. « Ci saranno altri che avranno bisogno di noi.»
Mira si appoggiò a lui. La caviglia faceva male ad ogni passo. Le gambe tremavano. Ma mise un piede davanti all'altro.
La temperatura era mite e allungarono la passeggiata. Rientrarono camminando senza fretta, come una qualsiasi coppia di ritorno da una piacevole serata.
Un racconto scritto con maestria, che coinvolge il lettore nel profondo. Bravissima, @Albascura   (y)

Un unico appunto sull'inserimento della traccia: non lo trovo armonico e naturale. Parlare di "come una qualsiasi coppia di ritorno da una piacevole serata" mi sembra del tutto non consono alla loro situazione. Diciamo che è un inserimento "forzoso".  :)

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Sat Jan 03, 2026 7:06 pm
by Albascura
Poeta Zaza wrote: Sat Jan 03, 2026 5:37 pmDiciamo che è un inserimento "forzoso"
Ci avevo pensato anche io. Ma era quello che volevo rappresentare. La forza della vita a dispetto della guerra… e alla fine ho deciso che non era poi male anche se strano.

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Sun Jan 04, 2026 2:12 pm
by Kasimiro
Ciao @Albascura è sempre un piacere leggerti
Un racconto che non aggiunge molto al dramma della guerra. Le descrizioni che fai purtroppo uno se le è già immaginate, viste, lette, ascoltate, sognate. Per non parlare di chi le ha vissute. La tua capacità descrittiva rimane comunque notevole. Un punto fondamentale su cui verte il racconto, mi pare sia la forte fede religiosa che attraversa i personaggi. E attraverso questa si cerca di dare un senso e un valore a ogni gesto, nel dolore e nella sofferenza. Mi è piaciuta la descrizione delle aiuole intatte con le piante fiorite all'interno dei cortili della chiesa, in contrasto con la distruzione e le macerie al di fuori. Come se un miracolo avesse risparmiato quegli spazi. Un miracolo che però non si è realizzato con l'uomo. E questo fa venire ancora più rabbia. Lo manifesti attraverso la bestemmia che scaturisce durante la funzione. Questa forte fede viene fuori soprattutto nel portare a termine il sacramento del matrimonio. Un momento considerato di festa e come banalmente s dice “il giorno più bello”. Un legame unito finché “morte non ci separi...”
Questo mi ha fatto specie. Perché con tutta la famiglia appena morta sotto le macerie, portare avanti questa promessa è segno di una fede smisurata. Beato chi ce là.

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Sun Jan 04, 2026 3:45 pm
by Modea72
Gran bel racconto @Albascura, complimenti 
Testo scorrevole, hai davvero una bella penna, trama tristemente attuale.
La resistenza e la resilienza di un popolo cattolico, che potrebbe essere di qualsiasi altro credo, luogo, colore.
Non bombarderanno la vigilia..  e invece si bombardano anche gli ospedali, le distribuzioni di aiuti.
Difficile farti le pulci.
Albascura wrote: Thu Jan 01, 2026 12:16 amLa voce veniva da sotto un mobile spaccato, intonaco e mattoni.
È vero che riesce a togliere qualcosa prima di vedere il braccio, ma, pur essendo certa che in determinate situazioni accediamo a potenzialità normalmente solite, ho ritenuto poco credibile che riuscisse a tirarlo fuori tirandolo dal braccio.
La parte finale con gli interrogativi di fede, il desiderio di memoria, hanno per me un po' attutito l'intensità del racconto, risultando didascalici.
Piaciuto moltissimo come hai integrato la traccia.
Ancora complimenti. 

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Tue Jan 06, 2026 4:46 pm
by Alberto Tosciri
Ciao @Albascura

Mi piacciono i racconti di vita vissuta, specie degli anni dell’ultima guerra, di quella guerra dove c’erano i nostri genitori, che soffrirono, dove pur nella tragedia si poteva sperare in tempi migliori, come anche ci furono, con in seguito la ricostruzione e il miracolo economico, almeno fino allo sfacelo del 1968 che purtroppo ha devastato tutto e continua a insistere ai giorni nostri, non ancora sazio di aver rovinato l’esistenza e il futuro di milioni di uomini e donne.
So che non la penserai così, ma ti prego di non arrabbiarti. Io non posso pensare diversamente.
Il racconto, dicevo, mi piace. È potente e maturo, costruito con una prosa densa ma controllata, capace di tenere insieme tragedia collettiva e intimità emotiva senza mai scivolare nel patetico. Cosa molto importante.
 L’incipit è molto efficace: sensoriale, immediato, ti getta dentro le macerie insieme a Mira. La tensione non cala quasi mai, grazie a una buona alternanza tra azione, dialogo e momenti di sospensione simbolica (le campane, il giardino intatto, il cedro, lo spago del sacerdote, usato come anello nuziale).
Il cuore del testo sta nel contrasto tra distruzione e resistenza: la chiesa usata anche come luogo di cura della gente, il matrimonio come atto politico e umano prima ancora che religioso, la fede mostrata non come certezza ma come conflitto. Particolarmente riusciti sono i dialoghi finali sulla vendetta, il perdono e la memoria: risultano autentici e danno spessore morale, molto umano, ai personaggi.
Voglio dire che non sono dialoghi ideologici, anche questo molto importante, io non sempre ci riesco, ma molto umani.
Dal punto di vista stilistico, a tratti l’intensità emotiva è così alta che rischia una leggera ridondanza (alcune immagini e concetti vengono ribaditi più volte, ma non sono errori, sono scelte), ma nel complesso la coerenza tematica e la forza delle immagini tengono saldo il testo.
È una storia che colpisce, resta addosso e invita a riflettere: non offre consolazioni facili, ma afferma con decisione che vivere, ricordare e aiutare gli altri può essere una forma radicale di resistenza.

Re: [CN25] Notte di Natale a Kesra — Una storia a volte vera

Posted: Wed Jan 07, 2026 4:18 pm
by sefora2
Credo sia l'ultimo commento, provo a dettagliare qualcosa . Negli altri, per mancanza di tempo e ancor più a causa un certo imbarazzo (utente d'antan e poco partecipe!),  sono stata abbastanza superficiale.
Mi scuso  in anticipo con Albascura che, casualmente, ne fa per così dire le spese: in precedenti occasioni ho gradito e  apprezzato i suoi lavori .

Vista la situazione politica, il tema è di triste attualità e suscita senz'altro empatia. Il taglio religioso, com'è logico, riesce più convincente per il lettori credenti. 
Narrazione e scrittura, nell'insieme efficaci ma talvolta ridondanti, potevano giovarsi di qualche "asciugatura". 

A parte il nome della città (dimenticanza veniale), trovo poco convincenti alcuni passaggi, in parte segnalati, e la sequenza narrativa poco equilibrata. 
La certezza  che non ci siano altri sopravvissuti: i due neppure provano a scavare, chiamare ecc.,  lei  trascina via il compagno (meno male visto che il bombardamento poi prosegue), ma  ancor prima "fissa" il matrimonio. 
Pur assai malconci  si danno a  curare i feriti, le salme  arrivano numerose. 
La tragedia "tracima" nella chiesa, tuttavia gli spazi che la descrivono sono minimi rispetto agli sguardi dei due, la cerimonia nuziale, le riflessioni etiche successive. 
E il finale obbligato non si lega a quanto lo precede. 
Più che sofferenti, stanchi morti, ma pronti comunque a riprendere l'assistenza ai feriti in chiesa, sarebbero una qualsiasi coppia che allunga la passeggiata e rientra senza fretta?!
«Torniamo,» disse. « Ci saranno altri che avranno bisogno di noi.» Mira si appoggiò a lui. La caviglia faceva male ad ogni passo. Le gambe tremavano. Ma mise un piede davanti all'altro. La temperatura era mite e allungarono la passeggiata. Rientrarono camminando senza fretta, come una qualsiasi coppia di ritorno da una piacevole serata wrote: