[CN 25] Di pistacchi e di segreti
Posted: Fri Dec 26, 2025 5:38 pm
Incipit n. 11 Al risveglio, la prima sgradevole sensazione era stata quella della bocca impastata. Non appena aveva fatto l'atto di alzarsi, erano sopraggiunte le trafitture alle tempie: il vino e i liquori, a cui non era abituato, facevano sentire il loro effetto.
Al risveglio, la prima sgradevole sensazione era stata quella della bocca impastata. Non appena aveva fatto l'atto di alzarsi, erano sopraggiunte le trafitture alle tempie: il vino e i liquori, a cui non era abituato, facevano sentire il loro effetto. Decise di buttarsi sotto una doccia bollente, per lasciarsi scivolare via di dosso gli effluvi dell’alcol. Poi, un ultimo getto gelido: una stilettata di lucidità.
Al risveglio, la prima sgradevole sensazione era stata quella della bocca impastata. Non appena aveva fatto l'atto di alzarsi, erano sopraggiunte le trafitture alle tempie: il vino e i liquori, a cui non era abituato, facevano sentire il loro effetto. Decise di buttarsi sotto una doccia bollente, per lasciarsi scivolare via di dosso gli effluvi dell’alcol. Poi, un ultimo getto gelido: una stilettata di lucidità.
Non aveva dimenticato ciò che aveva capito il giorno prima: il demonio, mascherato da seme della pazzia, si era impossessato dell’anima di alcuni fedeli. E lui? Invece di vigilare aveva alzato il gomito: come aveva potuto?
Si asciugò i capelli con energia e si osservò allo specchio: una pettinata veloce, una sistemata alla barba. Controllò i denti uno a uno, facendo smorfie, e completò il rito con gargarismi al collutorio.
Tutta quella calma non era casuale: era il preludio di un agire futuro.
In canonica non c’era traccia di Donna Noemi. Doveva già essere andata per compere: erano giorni di festa, con il Natale alle porte.
Si cambiò e uscì diretto al Bar della Lisca, in quei giorni agghindato con luci, renne e pupazzi di neve.
“Padre!! Caffè? Oggi lo accompagno con i miei omini di pan di zenzero al pistacchio… ricetta di mia moglie, da non perdere!” lo accolse il barista, addentandone uno con entusiasmo.
Il profumo dei biscotti era dolciastro, più pungente del solito.
Don Gaetano lo zittì con un cenno secco. “Acqua minerale, caffè lungo, cornetto al cioccolato” disse indicando il croissant più grande della vetrina. “Piuttosto… se avessi una pastiglia per il mal di testa…”.
“Non si preoccupi, Padre! Penso a tutto io!”.
Si sedette fuori: l’inverno, per ora, era arrivato solo sul calendario. Si stropicciò il volto con le mani e tirò fuori la lingua, asciutta e allappata, come se avesse morso un caco acerbo. Inghiottì l’acqua tutta d’un fiato e ne ordinò un secondo bicchiere.
La pastiglia cominciava a fare effetto: portentoso prodigio chimico, capace di sciogliere i nodi del cervello come lacci di scarpe.
Al tavolino a fianco si sedette Frettùni, uomo all’altezza del suo soprannome. Lo salutò con una rapida stretta di mano. Ordinò un caffè e accettò il biscotto della casa.
Cominciava a rasserenarsi, Don Gaetano. Strofinò il crocifisso al collo e avvertì, nitida, la sensazione di un compito da portare a termine.
“Don Gaetano!” esclamò Donna Noemi alle sue spalle.
Il prete spostò la sedia per farla accomodare.
“Padre… io ancora non… ma ora? Che cosa dobbiamo fare ora?!”.
Lui le fece segno di abbassare la voce. Quello che avevano visto il giorno prima – strane esuberanze, piccole follie dei fedeli – andava affrontato con la calma dei virtuosi.
“Noemi, è il momento delle decisioni. Lo hai visto anche tu… è lapalissiano”.
Scandì bene l’ultima parola. Gli occhi di lei, neri come stelle spente, si persero affascinati. Il vecchio parroco si sentì ascoltato e potente.
“Lapalissiano” riprese con calma “vuol dire ovvio. Talmente ovvio da sembrare ridicolo”.
Fece una pausa.
“Viene dal nome di un generale francese: La Palice”.
Poi, compiaciuto: “Morì in battaglia. Sulla lapide scrissero: Se non fosse morto, desterebbe ancora invidia. Ma con la grafia dell’epoca qualcuno lesse: Se non fosse morto, sarebbe ancora in vita”.
Gli occhi della donna brillavano. Lui non capiva se fosse affascinata dalla cultura o se avrebbe ascoltato incantata anche i racconti di quando, da ragazzino, faceva esplodere le rane con le sigarette.
Mentre parlava, il bar si riempiva piano piano. La mattina della vigilia di Natale cominciava con la calma pigra degli eventi in attesa. Il barista correva avanti e indietro per soddisfare le ordinazioni, finché non si piantò davanti al loro tavolino, si tolse il grembiule e dichiarò ad alta voce: “Basta! Non mi è mai interessato il bar. Io voglio aprire una scuola di danza!”.
E iniziò a esibirsi in goffi passi di salsa fra i tavolini, facendo cadere tazzine, brioche e biscotti.
Donna Noemi si portò la mano alla bocca: “Ommioddio!”.
Per un attimo fu il caos.
Frettùni si alzò di scatto e, senza pensarci due volte, atterrò il barista con un ginocchio nello stomaco.
Don Gaetano si alzò, si schiarì la voce, ed esclamò: “Fermi tutti! È vero! È il demonio e io lo so. Ascoltatemi bene!”.
Tutti si voltarono. Lentamente si sfregò le ginocchia e, mentre lo faceva, notò che attorno a lui – dal bar agli avventori della strada – si era formato un capannello di devoti in attesa delle sue parole.
Il barista e Frettùni, seduti a terra, lo fissavano come gli altri, come se nulla fosse appena successo.
“Non sono sicuro che siate pronti a ricevere la verità… non credo che il vostro cuore sia abbastanza puro da comprendere certe…”.
“Eh no, così non vale!” sbottò qualcuno fra i presenti. “Cos’è che non saremmo in grado di capire?”.
“E va bene, ve lo dico” rispose il prete. “In fondo sono stato io a sbilanciarmi per primo. Stiamo correndo tutti il rischio di diventare pazzi. E la colpa è del…”.
Poco prima era arrivato il postino, in bicicletta. Ordinò qualcosa al barista e, nell’attesa, rubò un omino di pan di zenzero dal bancone. Non appena lo addentò, un lampo di strana euforia gli attraversò lo sguardo. All’improvviso si sbracciò come un forsennato, agitando lettere e cercando i destinatari.
La gente si distraeva per tutto quel movimento. Il prete rischiava di perdere il filo del discorso – proprio nel punto più importante.
“Io cerco Beatrice! Non c’è Beatrice?!” strillò il postino.
Beatrice era la figlia del panettiere.
“Chi se ne importa! La leggo lo stesso… sarà del solito Ivano!” disse, strappando il bordo della busta per estrarne il contenuto.
A terra cadde un braccialetto con quattro quadratini di legno: LOVE, un pensiero natalizio per la figlia del panettiere.
Mentre spiattellava a voce alta i piccoli segreti e i regali miserelli del giovane Ivano, lui, paonazzo dalla rabbia, alzò un pugno al cielo e urlò: “Zitto! Stai zittoo! Smettilaaa!”.
Ma il postino non si fermò e tirò fuori un’altra lettera: “E sentite un po’ qui cosa ha combinato il caro barista” disse, abbracciandolo come un fratello. “Si scrive da solo le lettere minatorie! Guardate!”.
Agitando il foglio di ritagli, rise di gusto:
“Sapete perché? Perché si spacca tutto alle corse dei cavalli! Così può giustificare le perdite… e non regalare nulla a Natale alla moglie!!”.
Don Gaetano era interdetto. Il cuore gli tamburellava nel petto; ogni parola urlata rimbalzava come un’eco di caos. “La situazione è peggiore di quanto immaginassi” mormorò, cercando di riprendere il controllo.
Cercò lo sguardo di Donna Noemi. Era l’unica che sembrava consapevole della follia che si era scatenata. Gli altri… erano tutti ammattiti.
Il prete li osservò uno per uno, controllò che il crocifisso fosse al suo posto e lo spinse verso il cuore, in cerca di protezione. Doveva intervenire.
Affidarsi soltanto alle proprie capacità sembrava l’unica strada. Sollevò gli occhi al cielo, sperando che da un momento all’altro una nuvola scaricasse acqua santa per sciogliere gli influssi negativi. Ma nulla accadde.
Nessuno gli dava più retta: la sua autorità era evaporata. Camminò fra i tavolini, e alcuni ragazzini, che fino a poco prima gareggiavano a chi mangiava più omini di pan di zenzero al pistacchio, lo seguirono, imitandolo, scimmiottandolo. Treni in corsa senza freni.
Per un momento dubitò che a impazzire non fosse il paese… ma lui.
Il volto di Donna Noemi era teso, impaurito, ma ancora fedele. Don Gaetano la prese per il polso e la trascinò con sé.
“Dobbiamo mettere fine a tutto questo… dobbiamo… dobbiamo…” balbettò, impotente.
Gli occhi di carbone della donna si inondarono d’acqua. Anche il prete era zuppo: per un attimo credette che la pioggia santa fosse arrivata… poi alzò lo sguardo e vide due marmocchi ridere a crepapelle, bocca verde di pistacchio e secchiello vuoto in mano: gliel’avevano rovesciato addosso.