Page 1 of 1

Empresa de China

Posted: Fri Oct 23, 2026 12:21 pm
by Fukogama
Ciao,

sto provando a scrivere un articolo per una rivista che si occupa di wine, food and culture come vedete la bozza che ho preparato? (non voglio spingere troppo sull'aspeto wine e food e il box finale è solo una strizzata d'occhio ai lettori abutuali). 


“Empresa de China”: l’incredibile piano dei Conquistadores per invadere il Celeste Impero.
Nel 1576 il governatore delle Filippine scrisse a Filippo II che con poche migliaia di uomini si poteva conquistare l'impero più grande del mondo. Non era una sparata da taverna: il progetto sarebbe stato discusso per anni, messo per scritto e portato fino alla corte di Madrid.
 
Nel Cinquecento, Manila divenne un grande snodo che univa due mondi. Dai porti asiatici arrivavano sete, porcellane e spezie; dall'altra parte del Pacifico giungeva l'argento delle miniere americane, con cui i mercanti spagnoli pagavano le merci orientali. Un commercio ricchissimo, che per alcuni funzionari della Corona non rappresentò un punto d'arrivo, ma l'inizio di un'ambizione ancora più grande: conquistare la Cina.

Le imprese di Cortés e Pizarro
Per capire come gli spagnoli arrivarono a concepire la Empresa de China, bisogna tornare alla prima parte del XVI secolo.

Nel 1519 Hernán Cortés sbarcò in Messico con cinquecento uomini, meno di due anni dopo, aveva catturato Montezuma e Tenochtitlán, la grande capitale azteca, era caduta nelle sue mani. Nel 1532, sulle Ande, Francisco Pizarro incontrò l'imperatore inca Atahualpa con meno di duecento soldati. Anche in questo caso, la cattura del sovrano aprì la strada alla conquista di un impero immenso.

Due vicende in cui un pugno di uomini aveva avuto la meglio su popolazioni enormemente più numerose. La lezione, agli occhi dei conquistadores, appariva evidente: disciplina, coraggio, polvere da sparo e fede potevano compiere miracoli.

Se era stato possibile nelle Americhe, perché non ripetere l'impresa in Asia?

Gli spagnoli, che celebravano l'audacia dei conquistadores, dimenticavano le circostanze che avevano reso possibili le loro vittorie. Cortés aveva costruito alleanze con diverse popolazioni indigene, in particolare i Tlaxcaltechi, nemiche degli aztechi. Pizarro era arrivato in un impero inca lacerato da una feroce guerra civile. A tutto questo si aggiunse il vaiolo, che devastò le popolazioni amerinde.

Fu questa interpretazione selettiva del passato a trasformare successi straordinari nella premessa di un sogno ancora più grande.

Un avamposto alle porte dell'Asia

Nel 1565 Miguel López de Legazpi conquistò le Filippine per la Corona spagnola, ma le aspettative iniziali andarono deluse: l'oro era scarso, le spezie non abbondavano e l'arcipelago rischiava di essere una colonia con poco da offrire in cambio dei costi necessari a mantenerla.

La situazione cambiò con la fondazione di Manila nel 1571. La città si trasformò rapidamente in un emporio spagnolo alle porte dell'Asia dal momento che le Filippine divennero una tappa fondamentale della rotta commerciale, passata alla storia come il Galeone di Manila.

I galeoni salpavano da Acapulco ricolmi di argento, estratto dalle miniere del Nuovo Mondo, giunto a Manila, quel metallo prezioso veniva scambiato con i mercanti cinesi, che portavano nell'arcipelago ogni ben di Dio: sete pregiate, porcellane, spezie e avorio.

La rotta tra le Americhe e le Filippine offriva anche un vantaggio strategico: il Pacifico era meno esposto, rispetto all'Atlantico e all'oceano Indiano, alle incursioni dei corsari delle potenze rivali e la vastità dell'oceano rendeva poco probabili gli incontri con navi nemiche.

Un traffico sempre più florido che finì per alimentare ambizioni che andavano ben oltre il commercio. Perché limitarsi ad acquistare le merci della Cina, quando si poteva immaginare di conquistarla?

Come spesso accadeva, queste tentazioni venali vennero sostenute da una nobile causa: la fede.

Per i missionari spagnoli le Filippine erano la base ideale da cui portare il cristianesimo in Cina. Ma l'accesso al Celeste Impero era fortemente limitato dalle autorità Ming e la predicazione cristiana incontrava grossi ostacoli.

Alcuni arrivarono a sostenere che solo una guerra “giusta” potesse aprire la strada all'evangelizzazione.

Infine, nel 1580, Filippo II divenne re del Portogallo. L'unione delle due corone portò sotto il suo dominio gli interessi portoghesi in Asia, compresa Macao, importante centro commerciale alle porte della Cina.

Agli occhi dei fautori dell'impresa, sembrava che i tasselli stessero finalmente andando al loro posto: Manila come base di partenza, Macao come base d’appoggio e la Cina come obiettivo.

La Empresa de China

Nel 1586, un'assemblea di coloni riunita a Manila elaborò il progetto definitivo per la conquista della Cina. A sostenerlo era il gesuita Alonso Sánchez, che avrebbe portato la proposta fino in Europa, sottoponendola all'attenzione della Corona. Non si trattava di una semplice fantasia: il documento delineava una strategia, indicava le forze necessarie e individuava le basi da cui sarebbe partita l'invasione.

Il piano prevedeva circa dieci-dodicimila soldati spagnoli d'élite, i temibili tercios, da reclutare tra l’Europa e il vicereame del Messico. A loro si sarebbero aggiunti cinquemila guerrieri filippini, scelti tra le popolazioni alleate degli spagnoli. Infine, si pensò di assoldare persino alcune migliaia di samurai giapponesi, famosi in oriente per la loro abilità militare.

Tutta questa pianificazione si fondava, però, su informazioni vaghe e frammentarie: alcuni mercanti descrivevano la Cina come un paese popolato da sudditi miti, oppressi da un governo esoso e pronti ad accogliere gli europei come liberatori. Tuttavia, Alonso Sánchez e i suoi sostenitori ne dedussero che un attacco rapido al cuore del potere Ming avrebbe innescato il collasso dell’impero, proprio come accaduto in Messico e Perù.

A Manila, insomma, non si limitavano a sognare una nuova conquista: credevano di aver individuato la chiave per cambiare gli equilibri del mondo ancora una volta.

Il Celeste Impero
Sulla carta, il piano era audace, ma i suoi presupposti erano opinabili.

Un primo ostacolo era la scala dell'impresa. Alla fine del Cinquecento, la Cina contava oltre cento milioni di abitanti e si estendeva su spazi inimmaginabili. Anche conquistando alcune città e vincendo le prime battaglie, come avrebbero potuto poche migliaia di soldati controllare un impero di tali dimensioni?

Il secondo problema riguardava una supposta superiorità tecnologica. Nelle battaglie contro gli indios cannoni e moschetti avevano avuto un effetto psicologico devastante. Ma la polvere da sparo era stata inventata proprio in Cina e gli spagnoli non potevano certo aspettarsi di trovare un avversario impreparato ad affrontare scontri con armi da fuoco.

Il terzo problema era la logistica. Un esercito partito da Manila avrebbe dovuto operare lontano dalle proprie basi, mantenendo rotte marittime lunghissime e vulnerabili. Bastava perdere il controllo del mare per interrompere i rifornimenti e trasformare una campagna in un fallimento.

Un probabile disastro

Per capire quanto il progetto fosse velleitario, basta considera a ciò che accadde pochi anni dopo proprio in questo tearto.

Nel 1592 Toyotomi Hideyoshi, il daimyo che aveva riunificato il Giappone, invase la Corea con un esercito di oltre centocinquantamila uomini, composto da veterani dotati di migliaia di archibugi. L'obiettivo andava ben oltre la penisola: Hideyoshi aspirava a proseguire la sua avanzata verso la Manciuria.

In un primo momento, l'offensiva giapponese ebbe un successo travolgente e gran parte della Corea cadde rapidamente. Ma la campagna si trasformò presto in una guerra molto più difficile del previsto. La guerriglia coreana logorò gli invasori, mentre l'ammiraglio Yi Sun-sin attaccò le linee di rifornimento giapponesi sul mare. Infine, la dinastia Ming intervenne in sostegno della Corea, impegnando le forze giapponesi in un conflitto lungo e costoso.

La guerra si concluse nel 1598, dopo la morte di Hideyoshi, con il ritiro delle truppe giapponesi.

Un esercito agguerrito, dotato di armi da fuoco e molto più numeroso di quello pianificato dagli spagnoli, fu fermato dalla resistenza locale, dalle difficoltà dei rifornimenti e dalla capacità di reazione cinese.

Il verdetto è semplice. La Cina non era né Messico né il Perù.

I problemi di Filippo II

Quando Alonso Sánchez arrivò a Madrid per presentare il progetto, trovò un ambiente tutt'altro che favorevole. Nel Consiglio delle Indie non mancavano gli scettici: mantenere il controllo di un impero su cui non tramonta mai il sole assorbiva uomini e denaro e la Spagna era impegnata a difendere i propri interessi in Europa. Inoltre, i portoghesi, a Macao, avevano pochi motivi per entusiasmarsi: una guerra con la Cina avrebbe messo in pericolo una larga parte di quei commerci da cui traevano la loro prosperità.

Poi arrivò il 1588. L’Invencible Armada, la grande flotta inviata da Filippo II per invadere l'Inghilterra, fu distrutta negli scontri con gli inglesi e dalle tempeste.

Dopo quella sconfitta, l'idea di aprire un'altra campagna militare, dall'altra parte del mondo, apparve ancora meno sostenibile. Il progetto perse così ogni possibilità di realizzazione e rimase sepolto negli archivi di stato spagnoli, finché non fu riscoperto solo il secolo scorso.

La sua importanza, però, va oltre la mera curiosità: i suoi sostenitori avevano guardato alle conquiste americane come a un modello da ripetere, scambiando vittorie maturate in circostanze particolari come la prova di una superiorità delle armate spagnole.

È forse questa la lezione più interessante dell'Empresa de China. Quello che potrebbe essere derubricato come un bizzarro aneddoto storico ci mostra quanto possa essere pericoloso progettare una grande impresa in base a informazioni vaghe e incerte, oppure cercare un’interpretazione dei fatti distorta e favorevole alle proprie intenzioni.

E riflettendo su questa vicenda ci si può chiedere quante volte nella storia si sarebbero potuti evitare disastri se solo gli statisti avessero tenuto in maggior conto questa semplice lezione. 

aggiungere questo box all’articolo

Il Galeone di Manila non ha unito soltanto l'Asia e le Americhe attraverso il commercio, ma, secondo una tesi diffusa, ha anche innescato, quasi per caso, una vera e propria rivoluzione alcolica nel Nuovo Mondo, gettando le basi per la nascita del distillato più famoso del Messico.

• Immigrazione transpacifica: A bordo dei galeoni che viaggiavano verso Acapulco non c'erano solo merci, ma anche numerosi marinai filippini. Molti di loro si stabilirono sulla costa occidentale del Messico (nelle regioni di Colima e Jalisco), portando con sé le tradizioni della propria terra.

• L'alambicco Filippino: Tra queste tradizioni c'era la produzione del Vino de Cocos, un distillato ottenuto dalla linfa fermentata della palma da cocco. Per produrlo, i filippini costruivano un distillatore rudimentale usando tronchi d'albero cavi e recipienti di terracotta. Questo strumento, radicalmente diverso dagli alambicchi di rame europei, divenne noto in America come "Alambique Filipino".

• La scintilla che generò il Mezcal: Quando le autorità coloniali spagnole tentarono di vietare il vino di cocco per proteggere le importazioni di alcolici dalla Spagna, i produttori locali e i migranti asiatici aguzzarono l'ingegno. Presero l'alambicco filippino e lo usarono per distillare il succo fermentato di una pianta nativa messicana: l'agave.

Secondo questa ricostruzione, sarebbe dall'incontro tra una tecnologia asiatica (alambicco) e una materia prima abbondante in Mesoamerica (agave) che nacque il Mezcal ancestral e, più tardi, la sua variante più famosa, la Tequila. Ancora oggi, in alcune distillerie tradizionali del Messico occidentale, si usano alambicchi che ricordano quel primordiale modello asiatico, per dare vita a distillati artigianali dal gusto antico e complesso.