In vita, in morte
Posted: Mon Jun 08, 2026 1:01 am
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La maggior parte delle persone evita i cimiteri. Non si può fargliene una colpa. Sono luoghi tristi. Luoghi dove il visitatore è costretto a confrontarsi col fatto che, un giorno, sarà sepolto insieme agli altri, ricordato solo da un’incisione su una pietra consumata e coperta di muschio.
Era trascorso così tanto tempo da sembrare un’altra vita, eppure Abraham aveva quel sentiero derelitto impresso in mente come fosse la via di casa. L’odore, soprattutto. Ogni medico ha dimestichezza con l’odore della morte. Ritornava sovente, vecchio e sacro, familiare come la visita di un amico. Faceva parte di lui. Quel sentore zuccherino che esalano i corpi prima che inizi il processo di decomposizione. Lo simulavano i fiori recisi, lasciati a seccare ai piedi delle lapidi annerite, come omaggio a chi non può vederli, né annusarli.
Sheridan lo aspettava nel piazzale alla fine del sentiero, spettinato, con la giacca sciatta aperta sul davanti. Aveva gli occhi velati di lacrime che non riuscivano a colare. Guardavano in basso, verso l’incisione nel marmo. Quando Abraham si fermò accanto a lui, non disse niente. Sistemò un mazzo di tulipani bianchi ai piedi dello scheletro di bronzo, assieme agli altri fiori.
Restarono fermi lì, senza dire una parola, per un tempo indefinito, finché Sheridan prese un respiro profondo. «Quelli della commissione vogliono vederci» annunciò.
Abraham sfilò coi denti una sigaretta dal pacchetto mezzo vuoto. «Non sono contenti, eh?» Disse accendendola.
«Credo vogliano interrompere il progetto.»
In circostanze ordinarie, Abraham si sarebbe infuriato, avrebbe inveito contro quei burocrati incravattati e le poco di buono delle loro madri. Quelle, tuttavia, non erano circostanze ordinarie. «Capisco» rispose.
Ci fu un altro lungo silenzio. Nella quiete spettrale, si sentiva il rumore della bocca di Sheridan che si apriva e chiudeva, provando a dire qualcosa e bloccandosi ogni volta.
Stanco dei suoi tentativi, fu Abraham a riprendere la conversazione. «Ti ricordi il signor Peterson?»
«L’ex generale col Parkinson?»
«Ricordi come faceva impazzire le infermiere?»
«Aveva un carattere difficile.»
«Non era questione di carattere. La malattia l’aveva reso depresso, irritabile, esigente. Una grottesca caricatura dell’uomo che era stato.» Abraham abbassò le palpebre. Un volto si materializzò nella memoria, ma non era quello del povero Peterson. «I parenti gli mentivano di continuo, dicendogli che lo trovavano meglio, che aveva una bella cera. Appena gli sbalzi d’umore sono peggiorati, hanno smesso di venire a fargli visita. Alla fine è morto da solo.»
Sheridan alzò gli occhi lucidi. Per quanto duro di comprendonio riuscisse a essere, Abraham era abbastanza sicuro che avesse capito cosa volesse dire con quell’aneddoto. «Smettila di guardarmi in quel modo» lo rimproverò.
«Abraham…» Mormorò lui. «Da quanto tempo siamo amici? Puoi lasciarti andare con me.»
Abraham prese un tiro dalla sigaretta, congedando la sua preoccupazione con un cenno della mano. «Non ce n’è bisogno» ribatté. «È così che vanno le cose.»
«Ma…»
«Ma cosa? Che dovrei fare? Mettermi a urlare e a maledire la sorte?» La voce era venuta fuori più aspra di quanto avesse voluto, così prese un’altra lunga boccata dalla sigaretta e rilassò le spalle. «Apprezzo la preoccupazione» continuò, con un tono più accomodante. «Ma non è necessaria. Ero a conoscenza dei rischi, e il progresso richiede sempre dei sacrifici. È così che vanno le cose.» Forzando un sorriso, diede una pacca sulla spalla di Sheridan. «Fammi un favore: precedimi da quei fantocci impomatati e dì loro che sarò lì tra poco.»
Dopo un ultimo, irritante sguardo di compassione, Sheridan se ne tornò indietro per il sentiero decrepito. Quando il rumore dei passi scomparve tra gli alberi, il silenzio si impose di nuovo su quell’angolo di cimitero. Abraham si chinò per raccogliere i mazzi di fiori abbandonati ai piedi dello scheletro di bronzo. Rose, garofani, ciclamini, tulipani, avevano tutti quel familiare, odioso sentore dolciastro. Sistemò quelli che poteva nei vasi fissati alla tomba, dispose gli altri in ordine sulla base di marmo.
Mentre proseguiva nel lavoro senza scopo, si muoveva sempre più lento e fiacco, come se fosse invecchiato di vent’anni in un minuto. Alla fine si fermò, restando impalato per Dio sa quanto tempo. Anche se non c’era nessuno che potesse sentirlo, portò una mano sulla bocca, per strozzare il rumore del pianto.