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Kiss, Martin [Testo editato da Alessandra Trinci]

Posted: Tue Jan 13, 2026 3:55 pm
by NanoVetricida
Avere il cancro fa schifo. Ma c’è una cosa che fa ancora più schifo: avere il cancro ed essere soli come un cane. E, se proprio volete saperlo, esiste qualcosa che fa ancora più schifo dello schifo. Avere il cancro ed essere soli come un cane a Natale.
Sono già due settimane che sono in ospedale, domani devono operarmi. Di nuovo.
I medici hanno detto che devo stare tranquilla, che ce la faremo. La prima volta mi hanno tenuta sotto i ferri otto ore. La seconda, quattro.
Ci sono complicazioni allo stomaco. Ma voglio fidarmi dei medici, ce la faremo. Non che abbia altra scelta.

Sono sempre stanca. Provo a leggere ma mi viene la nausea. Per disperazione, ho cominciato a fare una cosa che non avevo mai fatto in vita mia. Sto chattando con uno sconosciuto.
Di solito, non rispondo quando vengo contattata da una persona che non conosco. Ci ho anche provato un paio di volte, mi è parso così squallido che ho pensato: quale disperata si mette a chattare con uno sconosciuto su Internet? Che gusto ci prova la gente?
Devo essere messa proprio male: adesso scrivo a Martin ogni giorno.
È simpatico. Credo sia solo come me.
All’inizio gli ho detto che ero vent’anni più giovane. E venti chili più magra. Anche lui si è presentato come il sosia ufficiale di Sean Connery. Eppure, nonostante le evidenti menzogne, abbiamo legato subito.
Io credo che al mondo esistano le affinità. Persone che diventano amiche dopo un ciao. Magari basta aver letto gli stessi libri o amare la stessa musica, aver affrontato gli stessi problemi.
Da ragazza mi capitava spesso, adesso mi rendo conto che non provavo interesse per una persona da molto tempo.
Negli ultimi anni mi sono abbrutita.
Era un mondo cattivo e io mi ero del tutto arresa. Poi ho cominciato a stare male e il mondo mi è sembrato ancora più cattivo.

Forse sono diventata pazza, ma credo di provare affetto per Martin. So benissimo che potrebbe essere un ragazzino giapponese che non sa come passare il tempo. E so bene che in questo momento sono così vulnerabile che mi aggrapperei con ogni fibra del mio corpo al primo che mi rivolge un sorriso. Eppure, se mi è rimasta ancora la minima facoltà di intendere e di volere, credo che Martin esista davvero e che anche lui sia affezionato a me.
Ha detto di avere sessantaquattro anni e di essere vedovo. Chi mai fingerebbe una cosa del genere? Gli credo perché la seconda volta che abbiamo chattato ha subito gettato via la maschera. Ha detto: «Ieri mi sono divertito troppo, mi sento in colpa. Non assomiglio a Sean Connery nemmeno da lontano». Mi ha strappato un sorriso. Ha detto che i più garbati intravedevano una somiglianza con Alfred Hitchcock. Anche io gli ho detto che non ero una donna in carriera di trentotto anni. E gli ho anche detto che mi premeva mettere subito in chiaro una cosa: non ci saremmo mai incontrati.
Credevo che non mi avrebbe più contattata. Invece, ha accettato termini e condizioni.
Ormai non riusciamo a stare senza scriverci per più di due ore. È un modo tenero di passare il tempo. Se non avessi parlato con lui, credo che sarei impazzita. Gli infermieri sorridono quando mi vedono attaccata al cellulare, ma non dicono niente. Solo una volta, Anita, mentre mi cambiava i tubicini, mi ha detto che quando sono al cellulare sorrido sempre. Che sembro più giovane.
Un paio di giorni fa è crollato l’ultimo muro. Gli ho raccontato della malattia. Anche stavolta ho temuto che non lo avrei più sentito. Invece è rimasto. Non ha detto niente, non mi ha fatto domande. Ha continuato a giocare con me come se niente fosse. Se Anita mi avesse vista, si sarebbe preoccupata. Perché stavo piangendo.

Martin ha un modo delicato di corteggiarmi. È gentile, premuroso. Non mi ha mai dato fastidio. A volte ho la sensazione che parli con me per rievocare sua moglie. Non ho mai chiesto, lui non mi ha raccontato come è morta.
Dopo una settimana già mi chiamava amore, piccola licenza che gli ho permesso dopo un paio di rimostranze iniziali. Per lo più ci divertiamo a descrivere i momenti di una nostra vita insieme: cinema, ristoranti, cenette a lume di candela. Martin è bravo a scrivere: quando leggo i suoi messaggi mi sembra di vivere le storie che racconta.
«Amore, ci vediamo alle nove in punto»; «Per favore, non farmi aspettare un’ora sotto al palazzo»; «Sei bella anche senza trucco». È ironico, brillante. Resto affascinata dalla sua scrittura. Gliel’ho chiesto cento volte, lui ha sempre spergiurato di non aver mai scritto nemmeno una cartolina. A volte mi chiedo se non lo faccia per lavoro. Un professionista pagato dallo Stato per tirare su il morale a povere donne sole in ospedale.

Ci penso già da qualche giorno. Vorrei incontrarlo. Dopo quella volta non ne ha più parlato. Ha accettato i termini e si è attenuto al protocollo. Forse a lui sta bene lasciare il nostro rapporto dietro uno schermo. Forse non è stato del tutto sincero, magari è più vecchio di quanto mi ha detto. Forse anche lui, come me, si vergogna del suo aspetto. Ma a me davvero non importa, lo abbraccerei in qualunque forma si fosse presentato. Glielo chiederei io, sono passati i tempi in cui aspettavo di essere corteggiata.
Ma come posso chiedergli di incontrarlo se non ho nemmeno la certezza di uscire da questo maledetto ospedale? I medici mi hanno assicurato che l’intervento di domani è il più semplice, che presto tornerà tutto alla normalità. Ma che altro possono dirmi?
«Signora, noi ci proviamo: tentar non nuoce. Ma non si aspetti nulla, eh?»
So con precisione matematica che, se anche questa volta i medici troveranno una complicazione, non tornerò più a casa.
Martin ormai riesce a capire il mio umore a distanza. Riconosce quando sono arrabbiata o triste. È in grado di interpretare le mie emozioni dal modo in cui scrivo. Dai silenzi, dalle virgole. Con la sua solita gentilezza mi ha chiesto perché sia così turbata. Gliel’ho detto, gli ho raccontato che domani ho il terzo intervento. Nessun «vedrai, andrà tutto bene, se ti preoccupi è peggio». È rimasto in silenzio, come se fosse stato accanto a me, tenendomi la mano.

Sono spaventata, tra pochi minuti ho l’operazione. Ho un terribile presentimento. Le altre volte ero meno in ansia, ho accettato il mio destino senza battere ciglio. Stavolta mi sta prendendo il panico. Anita mi ha sorriso, ma era un sorriso incerto: ha detto che passa a prendermi tra poco. Ho fatto un lungo sospiro. Ho dato un’ultima occhiata al telefono, magari Martin mi ha scritto qualcosa. Impossibile, ci siamo già salutati. Gli ho detto che l’operazione sarebbe cominciata un’ora fa. Per un attimo mi sono sentita in colpa per avergli mentito, ormai con lui sono più sincera di come sia mai stata con nessun altro. Ma ho pensato che avevo bisogno di un po’ di tempo per me. Un attimo per prepararmi psicologicamente all’intervento.
Credo che abbia capito anche questo. Mi ha pregato di scrivergli appena potevo. Che avrebbe aspettato tutta la giornata con il telefono in mano. L’ho rassicurato, gli ho detto che sarebbe stato il mio primo pensiero appena fosse passato l’effetto dell’anestesia. Ma di non spaventarsi se gli fossi sembrata troppo disinibita. Mi ha mandato un cuoricino.

Ecco Anita, ha ancora quel sorriso obliquo. Si è portata dietro i due infermieri più grossi, per trasportarmi sul lettino. Siamo pronti, si torna sotto i ferri. Ho lanciato l’ultima occhiata al telefono. Lampeggiava…

Una sensazione di quiete si fece strada in lei, mentre leggeva il messaggio sul display del telefonino: «Amore, spero che non ti manchi ancora molto, ho preparato una cenetta che ti piacerà e noleggiato un bel film da vedere assieme. Kiss, Martin».
Il mondo non era poi così cattivo.


dedicato a Marcello 

Re: Kiss, Martin [Testo editato da Alessandra Trinci]

Posted: Wed Jan 14, 2026 11:21 am
by Pas
Molto bello. Mi è piaciuto un casino. 

Re: Kiss, Martin [Testo editato da Alessandra Trinci]

Posted: Wed Jan 14, 2026 4:50 pm
by NanoVetricida
Grazie per la lettura @Pas