[Lab20] Tale padre
Posted: Sun Jun 07, 2026 3:30 pm
«Che cosa hai fatto? Sei completamente ammattito?»
La fronte rugosa di Plozio Pegaso era carica di polvere e i suoi polsi grondavano di sudore. Fuori, la luce tarda del crepuscolo estivo ancora imbiondiva l’orizzonte, ma dentro la stanza non vi era altro che buio mortifero. Il corpo del giovane, esanime e svestito, giaceva sul letto e il suo sangue già lordava i tessuti; vicino a lui, il senatore Atilio Sabino stava immobile con gli occhi talmente spalancati che l’oscurità non riusciva a celarne la sclera, un coltello ad affilarne la sagoma, una toga ad ammorbidirla.
«Erano nel mio letto» disse Sabino, succhiandosi il labbro inferiore come se fosse ambrosia. «Lei doveva essere a un altro banchetto. Mia figlia doveva essere a un altro banchetto, non in casa mia. Sono entrato e li ho visti insieme, mia figlia insieme a un uomo. E quell’uomo, quell’uomo non era suo marito», scivolava sulle parole, fattesi improvvisamente ripide e bagnate.
«La ragazza dov’è adesso?» chiese Pegaso.
«Fuggita. Un po’ scossa, forse un pelo ammaccata ma l’ho lasciata andare. Io ho fatto bene. Vero che ho fatto bene? Ho agito con onore?»
«Certo che no, sciocco: ti sei reso colpevole di omicidio.»
«Omicidio? Ma questa è casa mia, loro erano fedifraghi e io sono il padre di lei, la mia causa è giusta.»
«Hanno infranto la legge, ma tu non hai più potestà su tua figlia da quando l’hai data in sposa, e il morto è cittadino di rango senatorio. Sei colpevole.»
«No, no no. Non può accadere, non deve accadere, sarebbe la mia fine. Aiutami a nascondere il cadavere, sarà come se nulla fosse successo». Mentre lo diceva, Sabino già si piegava sopra la salma.
«Nasconderlo? È un Valerio, del ramo dei Proculi, che tutti sanno avere simpatie verso tua figlia e che è stato visto per l’ultima volta questa sera a un tuo convivio. La gente farà domande, credimi.»
Silenzio. Silenzio d’incertezza, di attesa, di paura; silenzio che restituisce il prestigio alle parole.
Poi di nuovo parlò Pegaso, guardando nel vuoto e sorridendo a sé stesso: «La ragazza è fuggita, hai detto. Se li avessi uccisi entrambi però potremmo invocare la Legge Giulia al processo, nel qual caso avresti agito entro i tuoi diritti di padre e il fatto non costituirebbe reato. Certo, sarebbe un bel rischio, eppure se riuscissimo a trovare un fanciullo liberto capace di stare al gioco avremmo persino la Legge Scantinia su cui appoggiarci. E loro non potrebbero neppure appellarsi alla Legge Licinia visto che…»
«Smettila!» lo interruppe Sabino «lo sai che non ci capisco nulla dei tuoi discorsi da avvocato».
«Nessuno si accorgerà dell’assenza di questo sventurato prima di domani mattina, poi sarà troppo tardi per nasconderlo. Per come la vedo, se vuoi scampare alla condanna, hai tempo fino a domani all’ora quarta per trovare tua figlia e ucciderla.»
«Liscio come lo sciroppo di mele. Te l’avevo detto che il vecchio ci sarebbe cascato, ora non dobbiamo far altro che attendere che la rovina lo colga.»
Seduta sopra uno sgabello dai piedi di leone gesticolava Atilia Verula, compiaciuta della propria sagacia e convinta di avere finalmente messo nel sacco l’anziano padre. Una sola stanza illuminata in tutta la villa, mentre fuori il cuore della notte pulsava vigoroso.
«Fino ad ora tutto è andato come doveva andare, ma adesso stiamo attenti a non perdere di vista l’obiettivo. Un’accusa di omicidio gli varrà una multa quantomai salata e sarà sufficiente a fargli saltare la nomina a console per il prossimo anno, ma non basta: deve sparire, oppure non potrai ereditarne il patrimonio. Siamo sicuri che non cercherà di coprire l’accaduto corrompendo qualche funzionario?» disse in penombra il marito di Verula, mentre sorseggiava vino d’assenzio.
«Tu non ti preoccupare: non è più come quando c’era quel pidocchio di Vespasiano, che forzava tutti i burocrati ad accettare bustarelle per riempire il tesoro. Tito è il più integerrimo dei virtuosi e Domiziano Cesare è amico fraterno dello zio del morto. Il vecchio non riuscirà a pagarsi la salvezza questa volta». Sguardo perduto nella tenebra «neppure Pegaso potrà salvarlo».
«Neppure chi potrà salvarlo?» disse il marito strozzandosi in una risata che poco si addiceva al contesto.
«Plozio Pegaso, sapiente avvocato e giureconsulto, da sempre consiglia Sabino in materie legali.»
«È il nome più cretino che abbia mai udito in vita mia.»
«Suo padre era un ammiraglio, che ha voluto chiamare i propri figli come due delle navi che comandava: Pegaso e Grifone. Ma questo non ha importanza adesso. Meglio che mi prepari: farò visita a mio padre alle prime luci dell’alba.»
«Percorrere le vie di Roma a notte fonda? Saresti assai più al sicuro attraversando un campo di battaglia. Ma poi, per quale ragione vuoi andare da lui?»
Verula tornò a guardare il marito, come se si fosse appena accorta di non essere sola: «Perché se gli dovesse passare per la testa di cambiare il testamento, o di stracciarlo, avrei diritto alla sola quarta parte delle sue ricchezze, bene che mi vada. Per ora, invece, sono ancora l’unica erede, la pupilla, la “figlia dilettissima” ed è fondamentale che lo rimanga, anche se questo significa prostrarmi ai suoi piedi simulando costernazione».
«Ma non mi hai appena detto che si serve dei pareri di un avvocato?»
«Si, forse, e allora?»
«E allora se Sabino ti ammazza e ti mette di fianco al tizio trucidato, fingendo di avervi colpiti nello stesso momento, può invocare la Legge Giulia e passarla liscia in sede processuale. Andando là ora gli faciliti il compito.»
Fu il turno di Verula di ridere: «Davvero la tua paranoia non conosce confini: nessuno si avvale più di quella legge da…decenni, per quanto ne so, dai tempi del Divo Claudio, e anche prima era oggetto di ridicolo. Per giunta, conosci mio padre: non oserebbe mai torcermi un capello».
«Non sai di cosa sono capaci i disperati. Non andare! Ma se proprio devi, porta con te qualcosa di appuntito.»
«I vigiles notturni confiscano le armi che trovano perquisendo i passanti. Uno dei servi della villa potrebbe vedermelo addosso.»
«Fasciati un braccio, dicendo di esserti ferita nella colluttazione, e nascondici dentro un pugnale. Sei arrivata fino a qui, non rovinare tutto.»
apprendo con letizia, mio buon amico, del tuo rientro in Italia scevro di difficoltà e mi rallegro che tu abbia trovato una casa integra e accogliente ad aspettarti, malgrado i tumulti degli ultimi anni. Spero mi farai presto visita qui a Roma, giacché anelo di udire di persona le storie del tuo soggiorno in Egitto e in Siria.
Purtroppo, la mia villa non è stata risparmiata dalle devastazioni dell’ultima guerra intestina e molto lavoro dovrà esserle dedicato per riportarla agli antichi fasti. Prego affinché la venuta di Vespasiano porti infine un poco di sollievo a questa città martoriata da lotte e disastri.
La Fortuna ha tuttavia fatto sì che il portico della domus in cui risiedo restasse perfettamente integro, così che possa trascorrervi qualche ora in serenità insieme a mia figlia, la quale, malgrado i soli sei anni di età, è una bambinetta assai curiosa e perspicace. Quando non è alle prese con gli infantili passatempi, mi siede accanto e mi chiede di leggerle ciò su cui sto lavorando; ascolta sempre con attenzione anche se, sospetto, non comprenda gran parte di quel che dico.
Spesso si aggira per il loggiato ammirandone gli affreschi e, per ragioni chiare a lei sola, riesce a vedere il sottoscritto in ognuno degli eroi raffigurati: ai suoi occhi, io sono colui che cacciò il re Tarquinio da Roma, che liberò Io dalle grinfie di Argo Panopte e che diede la morte al Minotauro. Di quando in quando tento di correggerla, ma ella respinge le mie spiegazioni dicendo di essere “verula”, sincera e portatrice di verità. Illogica saggezza bambinesca.
È ben opportuno godersi simili giornate di simili anni, vecchio mio, poiché verrà un tempo in cui né io né lei saremo più le persone che siamo oggi: io perderò la tenerezza verso quella leggiadra creaturina e la forza d’animo che mi accomuna ai grandi eroi della mitologia; mentre il mondo renderà lei sempre meno innocente, meno saggia e meno onesta.
Mi impegno a serbare nell’animo questi momenti felici, di modo che non divengano oscuri ricordi di cui nessuno avrà più memoria. Stammi bene.
Seduta su un gradino, una sagoma morbida e affilata attendeva qualcosa che forse era già avvenuta o avrebbe potuto non avvenire mai. A un tratto, le si avvicinò una figura femminile, che portava un’ingombrante fasciatura al braccio sinistro. Subito la sagoma nascose la sua parte affilata.
«Figlia mia dilettissima! Come sono felice di vederti.»
La fronte rugosa di Plozio Pegaso era carica di polvere e i suoi polsi grondavano di sudore. Fuori, la luce tarda del crepuscolo estivo ancora imbiondiva l’orizzonte, ma dentro la stanza non vi era altro che buio mortifero. Il corpo del giovane, esanime e svestito, giaceva sul letto e il suo sangue già lordava i tessuti; vicino a lui, il senatore Atilio Sabino stava immobile con gli occhi talmente spalancati che l’oscurità non riusciva a celarne la sclera, un coltello ad affilarne la sagoma, una toga ad ammorbidirla.
«Erano nel mio letto» disse Sabino, succhiandosi il labbro inferiore come se fosse ambrosia. «Lei doveva essere a un altro banchetto. Mia figlia doveva essere a un altro banchetto, non in casa mia. Sono entrato e li ho visti insieme, mia figlia insieme a un uomo. E quell’uomo, quell’uomo non era suo marito», scivolava sulle parole, fattesi improvvisamente ripide e bagnate.
«La ragazza dov’è adesso?» chiese Pegaso.
«Fuggita. Un po’ scossa, forse un pelo ammaccata ma l’ho lasciata andare. Io ho fatto bene. Vero che ho fatto bene? Ho agito con onore?»
«Certo che no, sciocco: ti sei reso colpevole di omicidio.»
«Omicidio? Ma questa è casa mia, loro erano fedifraghi e io sono il padre di lei, la mia causa è giusta.»
«Hanno infranto la legge, ma tu non hai più potestà su tua figlia da quando l’hai data in sposa, e il morto è cittadino di rango senatorio. Sei colpevole.»
«No, no no. Non può accadere, non deve accadere, sarebbe la mia fine. Aiutami a nascondere il cadavere, sarà come se nulla fosse successo». Mentre lo diceva, Sabino già si piegava sopra la salma.
«Nasconderlo? È un Valerio, del ramo dei Proculi, che tutti sanno avere simpatie verso tua figlia e che è stato visto per l’ultima volta questa sera a un tuo convivio. La gente farà domande, credimi.»
Silenzio. Silenzio d’incertezza, di attesa, di paura; silenzio che restituisce il prestigio alle parole.
Poi di nuovo parlò Pegaso, guardando nel vuoto e sorridendo a sé stesso: «La ragazza è fuggita, hai detto. Se li avessi uccisi entrambi però potremmo invocare la Legge Giulia al processo, nel qual caso avresti agito entro i tuoi diritti di padre e il fatto non costituirebbe reato. Certo, sarebbe un bel rischio, eppure se riuscissimo a trovare un fanciullo liberto capace di stare al gioco avremmo persino la Legge Scantinia su cui appoggiarci. E loro non potrebbero neppure appellarsi alla Legge Licinia visto che…»
«Smettila!» lo interruppe Sabino «lo sai che non ci capisco nulla dei tuoi discorsi da avvocato».
«Nessuno si accorgerà dell’assenza di questo sventurato prima di domani mattina, poi sarà troppo tardi per nasconderlo. Per come la vedo, se vuoi scampare alla condanna, hai tempo fino a domani all’ora quarta per trovare tua figlia e ucciderla.»
«Liscio come lo sciroppo di mele. Te l’avevo detto che il vecchio ci sarebbe cascato, ora non dobbiamo far altro che attendere che la rovina lo colga.»
Seduta sopra uno sgabello dai piedi di leone gesticolava Atilia Verula, compiaciuta della propria sagacia e convinta di avere finalmente messo nel sacco l’anziano padre. Una sola stanza illuminata in tutta la villa, mentre fuori il cuore della notte pulsava vigoroso.
«Fino ad ora tutto è andato come doveva andare, ma adesso stiamo attenti a non perdere di vista l’obiettivo. Un’accusa di omicidio gli varrà una multa quantomai salata e sarà sufficiente a fargli saltare la nomina a console per il prossimo anno, ma non basta: deve sparire, oppure non potrai ereditarne il patrimonio. Siamo sicuri che non cercherà di coprire l’accaduto corrompendo qualche funzionario?» disse in penombra il marito di Verula, mentre sorseggiava vino d’assenzio.
«Tu non ti preoccupare: non è più come quando c’era quel pidocchio di Vespasiano, che forzava tutti i burocrati ad accettare bustarelle per riempire il tesoro. Tito è il più integerrimo dei virtuosi e Domiziano Cesare è amico fraterno dello zio del morto. Il vecchio non riuscirà a pagarsi la salvezza questa volta». Sguardo perduto nella tenebra «neppure Pegaso potrà salvarlo».
«Neppure chi potrà salvarlo?» disse il marito strozzandosi in una risata che poco si addiceva al contesto.
«Plozio Pegaso, sapiente avvocato e giureconsulto, da sempre consiglia Sabino in materie legali.»
«È il nome più cretino che abbia mai udito in vita mia.»
«Suo padre era un ammiraglio, che ha voluto chiamare i propri figli come due delle navi che comandava: Pegaso e Grifone. Ma questo non ha importanza adesso. Meglio che mi prepari: farò visita a mio padre alle prime luci dell’alba.»
«Percorrere le vie di Roma a notte fonda? Saresti assai più al sicuro attraversando un campo di battaglia. Ma poi, per quale ragione vuoi andare da lui?»
Verula tornò a guardare il marito, come se si fosse appena accorta di non essere sola: «Perché se gli dovesse passare per la testa di cambiare il testamento, o di stracciarlo, avrei diritto alla sola quarta parte delle sue ricchezze, bene che mi vada. Per ora, invece, sono ancora l’unica erede, la pupilla, la “figlia dilettissima” ed è fondamentale che lo rimanga, anche se questo significa prostrarmi ai suoi piedi simulando costernazione».
«Ma non mi hai appena detto che si serve dei pareri di un avvocato?»
«Si, forse, e allora?»
«E allora se Sabino ti ammazza e ti mette di fianco al tizio trucidato, fingendo di avervi colpiti nello stesso momento, può invocare la Legge Giulia e passarla liscia in sede processuale. Andando là ora gli faciliti il compito.»
Fu il turno di Verula di ridere: «Davvero la tua paranoia non conosce confini: nessuno si avvale più di quella legge da…decenni, per quanto ne so, dai tempi del Divo Claudio, e anche prima era oggetto di ridicolo. Per giunta, conosci mio padre: non oserebbe mai torcermi un capello».
«Non sai di cosa sono capaci i disperati. Non andare! Ma se proprio devi, porta con te qualcosa di appuntito.»
«I vigiles notturni confiscano le armi che trovano perquisendo i passanti. Uno dei servi della villa potrebbe vedermelo addosso.»
«Fasciati un braccio, dicendo di esserti ferita nella colluttazione, e nascondici dentro un pugnale. Sei arrivata fino a qui, non rovinare tutto.»
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Atilio Sabino saluta il suo Plozio Pegaso,apprendo con letizia, mio buon amico, del tuo rientro in Italia scevro di difficoltà e mi rallegro che tu abbia trovato una casa integra e accogliente ad aspettarti, malgrado i tumulti degli ultimi anni. Spero mi farai presto visita qui a Roma, giacché anelo di udire di persona le storie del tuo soggiorno in Egitto e in Siria.
Purtroppo, la mia villa non è stata risparmiata dalle devastazioni dell’ultima guerra intestina e molto lavoro dovrà esserle dedicato per riportarla agli antichi fasti. Prego affinché la venuta di Vespasiano porti infine un poco di sollievo a questa città martoriata da lotte e disastri.
La Fortuna ha tuttavia fatto sì che il portico della domus in cui risiedo restasse perfettamente integro, così che possa trascorrervi qualche ora in serenità insieme a mia figlia, la quale, malgrado i soli sei anni di età, è una bambinetta assai curiosa e perspicace. Quando non è alle prese con gli infantili passatempi, mi siede accanto e mi chiede di leggerle ciò su cui sto lavorando; ascolta sempre con attenzione anche se, sospetto, non comprenda gran parte di quel che dico.
Spesso si aggira per il loggiato ammirandone gli affreschi e, per ragioni chiare a lei sola, riesce a vedere il sottoscritto in ognuno degli eroi raffigurati: ai suoi occhi, io sono colui che cacciò il re Tarquinio da Roma, che liberò Io dalle grinfie di Argo Panopte e che diede la morte al Minotauro. Di quando in quando tento di correggerla, ma ella respinge le mie spiegazioni dicendo di essere “verula”, sincera e portatrice di verità. Illogica saggezza bambinesca.
È ben opportuno godersi simili giornate di simili anni, vecchio mio, poiché verrà un tempo in cui né io né lei saremo più le persone che siamo oggi: io perderò la tenerezza verso quella leggiadra creaturina e la forza d’animo che mi accomuna ai grandi eroi della mitologia; mentre il mondo renderà lei sempre meno innocente, meno saggia e meno onesta.
Mi impegno a serbare nell’animo questi momenti felici, di modo che non divengano oscuri ricordi di cui nessuno avrà più memoria. Stammi bene.
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Le stelle si dileguavano mentre l’alba sporcava il levante. Il portico cingeva un giardino che si ribellava al calore della pietra, colonne dai capitelli d’arte dorica scandivano lo spazio e da un muro antistante si delineava la testa mozzata di un Minotauro.Seduta su un gradino, una sagoma morbida e affilata attendeva qualcosa che forse era già avvenuta o avrebbe potuto non avvenire mai. A un tratto, le si avvicinò una figura femminile, che portava un’ingombrante fasciatura al braccio sinistro. Subito la sagoma nascose la sua parte affilata.
«Figlia mia dilettissima! Come sono felice di vederti.»