[Lab 20] Cambia il tuo temporale
Posted: Sun Jun 07, 2026 12:54 pm
Richy era nel traffico, nella calura estiva, da quella mattina.
Era solito adagiarsi negli ingorghi senza fretta, con la disciplina indotta dall’abitudine, quella che stempera l’insofferenza, anche la più lecita.
Ora era diverso, doveva raggiungere ponte San Carlo entro pochi minuti, era questione di vita o di morte. Della sua o del suo amico Simone, e siccome era il suo migliore amico, si trattava della stessa vita.
Sapeva che poteva essere solo a ponte San Carlo, non si era dovuto sforzare di chiedere, quando Bea lo aveva chiamato. Era sconvolta, non si capiva esattamente per quale dei tanti motivi, ma lo era.
Forse perché dopo un anno di matrimonio non capiva ancora tante parti del temperamento di Simone, forse perché questa volta lo aveva colto in fragrante con un messaggio a “una di quelle”, forse perché lui se n’era andato dicendole che si sarebbe buttato di sotto, per farla finita.
Richy l’aveva lasciata strillare dall’atra parte della linea, poi con un “ci penso io” aveva chiuso.
In realtà, era sconvolta perché quella fuga verso il baratro di Simone era un modo per allontanarsi dal suo controllo.
Erano già passati dieci minuti dalla telefonata, ma aveva percorso solo qualche centinaio di metri. Quanto mancava ancora al ponte? Un quarto d’ora, se qualche altro tir non si fosse meso di traverso.
Intanto il suo pensiero correva in avanti, sorpassava sulla destra come un pirata e si fiondava verso l’amico. Voleva davvero farla finita? Buttarsi da un ponte, dal loro ponte?
Lì avevano bigiato alle superiori, vent’anni prima. Poi era diventato il luogo dove bigiare dalle relazioni opprimenti, dalle famiglie, dal capo stronzo, dal destino avverso. Sempre assieme, birretta in mano e gambe a penzoloni.
Suonò con insistenza il clacson, come mai faceva, per spronare quel SUV a muovere il sederone dalla carreggiata e lasciarlo passare. Niente. Suonò ancora.
Ecco, finalmente. Un muretto sfrisò il paraurti, ma era riuscito a passare.
Il furgoncino schizzò sulla via secondaria, facendo il giro dell’isolato. Aspettami amico, sto arrivando, non fare stronzate.
Sentì un tuono in lontananza, un temporale estivo in arrivo. Gli riportò alla mente quello che un anno prima aveva interrotto il matrimonio di Simone.
...
Il boato del tuono si era propagato nella valle, proprio al calar della sera. Villa Costanza stava sulla pendice coperta di vigneti.
La pioggia ancora non si manifestava, ma finalmente un po’ di frescura alleviava la pesantezza di quell’intero giorno rovente, che stordiva gli intenti, solleticava l’arsura e dissuadeva persino dall’ubriacarsi. Quando mai ad un matrimonio? Eppure, era andata così. Giochi aperitivo, banchetto da sei portate, karaoke, foto di gruppo e chi più ne ha più ne metta.
Con Richy c’erano la moglie Dalia e il loro piccolo Gianni, detto Nino. Erano una famigliola felice, ad un tavolo di amici lieti, in un salone di conoscenti gaudenti. Eppure, in tanti erano ancora stucchevolmente sobri.
Il temporale in arrivo e l’apertura del dancefloor avevano reso le cose più interessanti. A Richy piaceva dimenarsi in pista e il piccolo Nino era stato il suo compagno di ballo, inesauribile, curioso come solo un bimbo di quattro anni sa essere.
E sulla pista da ballo c’era anche lei: era una palla di energia, ogni volta che si lasciava attraversare dall’onda sonora. Richy l’aveva già notata nel pomeriggio.
Era l’unica tra le invitate che lo solleticasse. Oltre alla sua Dalia, naturalmente.
Anche la ragazza lo aveva notato. Si erano scambiati sguardi, cenni di saluto e intesa, mantenendo le distanze di sicurezza.
La accompagnava un pesce lesso con i baffi alla Magnum P.I., che ora se ne stava a bordopista, a guardarla mentre lei si scatenava. Tra un volteggio e l’altro con Nino, Richy la osservava.
All’ora del taglio della torta, era arrivata anche la pioggia, la grandine, i lampi, il vento e le imprecazioni. Si era interrotto il flusso dei festeggiamenti, mentre camerieri, animatori e musicisti salvavano il salvabile dall'abbondante sfogo della natura. Gli sposi ed il resto dei presenti ne aveva approfittato per “prendersi una pausa”.
Richy aveva mollato tutti e si era arrampicato sulla rampa delle scale sul retro, per godersi il fresco autentico del temporale estivo e della solitudine.
Una voce che non conosceva lo aveva raggiunto “Anche tu in fuga?”.
“Da cosa?” ribatté prontamente Richy. “Dal chiasso laggiù” disse la ragazza misteriosa. “Ma tu non fuggi da quello” sentenziò lui.
La osservò ancora: era minuta, uno scricciolo. Un abito violaceo le fasciava i fianchi, ma le stava morbido sul collo e lasciava le spalle scoperte. Il viso spigoloso, lo sguardo ancor di più, sotto l’acconciatura dal chignon corvino.
“Serena, la cognata di Bea” si presentò lei, tendendogli la mano col dorso sollevato, come si usava due secoli prima. Piacere, avrebbe voluto dire Richy, convenevolmente.
Invece gli uscì “E se ci fossimo venuti da single, a questo matrimonio?”.
Le gote di lei si tinsero appena, ma l’espressione era divertita “Sei uno che tocca gli argomenti con discrezione!”
“Per niente” ammise lui.
“Ma non ho dubbi, tanto meno ne svelano i tuoi occhi”.
Serena distolse quello sguardo affilato, solo per un attimo, per istinto di autoprotezione. Ma fu solo un attimo.
Portò la cannuccia del mojito alle labbra, sorbendo le ultime gocce tra i cubetti ghiacciati.
Morsicò il tubetto di plastica, poi tentò di divagare “Tuo figlio è fantastico”
“Come sua madre. Dopo tanti anni che la conosco, sono ancora pazzo di lei”
Serena non rispose, cogliendo la provocazione.
Richy ammise “E Dalia è pazza di nostro figlio, nient’altro”
Un giro di parole come quello non gli era mai venuto prima, per descrivere la tensostruttura delle loro relazioni.
“Tu, che mi dici del baffone?”
“Giulio? Un ragazzo solare, senza paranoie, sempre a caccia di un sorriso, specialmente i miei”
“Capisco. Il fratello della sposa, giusto?”, lei annuì.
“Mi pare un tipo indeciso, giusto?”
“Decisamente indeciso” annuì di nuovo Serena.
Richy finse di capire a cosa si stesse riferendo, ma non lo conosceva.
In fondo chi era lui per giudicarlo? Forse si erano appena conosciuti, forse c’era dell’altro che lo bloccava. Era giovane, molto più giovane di lui.
“Dargli un attimo, imparerà a conoscerti e acquisterà sicurezza”
“Ache tu hai dato un attimo a tua moglie?”
“Lei mi ha dato anni. Io ora sto aspettando che qualcosa si trasformi. Lo sai com’è, il tempo cambia le cose”
“No, solo le cose che fai cambiano il tuo tempo”
Richy ammutolì, a quelle parole. Non avevano solo colpito il bersaglio, vi avevano scavato dentro.
Il suo sguardo si perse altrove.
Poi tornò fisso in quello di Serena. Restarono in silenzio, l’aria temporalesca tesa tra loro come una ragnatela.
“Vieni, ti porto a ballare”
“Non credo sia opportuno”
“Opportunamente inopportuno”
“Davvero?”
“Davvero”
Richy mollò la presa dal corrimano della scala, a cui si era sostenuto sino a quel momento, come fosse il bordo di una piscina. Si immerse nella pioggia fitta della tempesta, allontanandosi senza guardare indietro.
Lei strinse ancor più forte lo stesso corrimano. Voltandosi, vide due archi multicolore che già si stagliavano nel cielo plumbeo.
...
Aveva piantato il furgoncino a pochi metri dall’accesso al ponte e, fiondandosi fuori, la portiera era rimasta aperta.
Simone era già oltre la balaustra, sul ponte storico più alto della città. Allungava un piede nel vuoto, poi lo ritraeva, ripetutamente, come fosse a scuola di ballo. Però le due mani erano salde sulla ringhiera metallica e sbiancate dalla tensione.
Buon segno, pensò Richy avvicinandosi.
Non era certo una grande idea coglierlo di sorpresa, quindi si annunciò da una certa distanza “Simo, sono io”.
Lui annuì, aveva sentito. Ma non rispose, sguardo fisso verso il fiume.
“Che ti prende? Un colpo di calore? Guarda che l'acqua è gelida” provò a stemperare.
Ancora nessuna risposta.
“Sai che non sono un granché a far monologhi, dammi un segno”.
Niente.
Lasciò passare un paio di minuti, la sua presenza bastava.
“Non ne posso più di questa situazione, mi sono ficcato in un bel casino stavolta” sbottò Simone.
“Allora fai sul serio”
“Certo”
“Hai litigato con Bea?”
“Non ancora, ma presto salterà tutto fuori. E io non posso...” singhiozzò e tirò su col naso.
Richy sentì in sé lo smarrimento dell’amico, visceralmente.
Bea era possessiva, ma sin dall’inizio della loro relazione aveva il ruolo della vittima. Le piaceva, lo cavalcava, si proclamava la persona sfortunata cui il passato aveva riservato solo batoste.
Poi era arrivato Simone, il suo appiglio, l’unico in grado di permetterle di nuovo di fidarsi di qualcuno.
E Simone ne era fiero, si sentiva il porto sicuro in cui lei era approdata. Anche Richy era fiero dell’amico, come non esserlo?
Se si fosse fatto il mero computo di tutte le ragazze con cui era stato, lo si sarebbe potuto definire un latin lover. Ma non era un Casanova interessato alla bellezza o al fascino.
Tutte le donne della sua vita adulta avevano qualcosa di rotto, di cui lui si prendeva immancabilmente cura. Il suo cuore d’oro le attirava come il miele. Bulimiche, insicure, balbuzienti, orfane, iperattive croniche, alcolizzate. Non le compativa, le amava.
Per almeno un paio d’anni.
Poi arrivava un nuovo interesse, una nuova donna a cui lui non poteva resistere. E la sua missione ricominciava.
Con Bea aveva pensato fosse diverso. Stavano assieme da più di cinque anni e si erano sposati l’anno prima.
“Cosa mai avrai combinato che la tua cara mogliettina non possa accettare? Ti sei forse giocato la casa a poker?” provò di nuovo la via dell’ironia.
Simone scosse il capo.
“Hai una relazione omosessuale”.
Simone negò di nuovo, come fosse un’opzione plausibile, ma non pertinente.
“Hai comprato un kit da barbecue da diecimila euro”
Negò ancora, ma questa volta l’espressione divenne un po’ meno cupa.
Ricky ci stava riuscendo.
“Hai tentato di avvelenarla”
“No”
“Vai in trasferta per sei mesi e ti sei scordato di dirglielo”
“No”
Che altro poteva averlo ridotto in quello stato? Richy cercò gli occhi dell’amico, umidi.
Stava per cedere.
“Ho perso il cane al supermercato” urlò, all’improvviso, Simone.
Un tuono tese l’aria intorno a loro, controcanto dell’ammissione di colpa. Ancora non pioveva.
“Hai perso il cane?”
“Sì, la cagnetta di Bea! Lo sai quanto sono legate... Io amo Bea, ne sono sicuro, ma non posso tornare da lei e dirle in faccia una cosa del genere”
Richy non credeva alle proprie orecchie, stava davvero pensando al suicidio per una stronzata del genere?
“Non c’è via di ritorno” insistette Simone “Forse, inconsciamente, l’ho pure persa apposta! Prendermela con un cagnolino per fare dispetto a mia moglie, sono diventata una così brutta persona?”
Richy lo conosceva, ma non riusciva proprio a capirlo, era di indole troppo diversa.
Non sarebbe mai stato con una donna come Bea, capace di frustrarti fino a renderti la versione peggiore di te.
Lui per anni aveva avuto la tentazione di tradire sua moglie, senza sapere il perché. Poi qualcosa era cambiato.
“La relazione con tua moglie la accetti com’è o la cambi. Rimuginare su quel che non funziona ti fa solo soffrire ancora ed ancora”.
“Io non mi voglio accontentare, come hai fatto tu con Dalia”.
“Ho scelto di accettare la nostra relazione a senso unico per quella che era, senza frustrazioni. Non mi sono accontentato”
Questo lo portò a ripensare alle molte scelte che aveva preso nell’ultimo anno, tante consapevolezze e accettazioni, qualche azione concreta.
Era stato per anni un avvocato in uno studio, dedicava anima e corpo a ogni causa. Il fine ultimo del lavoro era motivante: erano specializzati in violenza sulle donne.
In tanti anni era sempre rimasto nelle retrovie, preparava le cause, ma quasi mai gli consentivano di rappresentarle in tribunale. Ore, giorni e anni dedicati allo studio legale, con la promessa perenne di essere un “quasi socio”, un “quasi dirigente”, un “quasi membro del consiglio”. Rimandi su rimandi, tempo al tempo.
“Sei venuto col furgoncino giallo?” chiese Simone, notandolo solo ora, parcheggiato alla bell’e meglio all’estremità del ponte. “Non ti sei stancato di questo lavoro? Sei un avvocato, pensavo che questa storia del carro attrezzi, fosse solo uno sfogo passeggero”.
“Non proprio, è mio e me lo tengo” tagliò corto Richy.
Non era quello il momento di ripetere all’amico quanto fosse soddisfacente fare quello che aveva sognato quando era un bambino, farlo quando voleva lui, avere tempo per la propria famiglia, poter premiare sé stesso quando si sentiva meritevole. Un'altra scelta drastica e consapevole di quell’ultimo anno.
“Sentimi bene” Richy tentò di essere autoritario come non lo era mai stato col suo migliore amico “Ora falla finita, scendi da lì e andiamo a cercare questa cagnetta dispersa”.
Nessuna reazione, Simone era come di marmo e guardava giù.
“Smettila, dai” insistette Richy e allungò una mano sul suo avambraccio, sempre ancorato alla ringhiera. Appena sentì quel contatto, Simone mollò la presa e ritrasse l’arto come un animale ferito.
Perse l’equilibrio.
Il tempo di far venire mezzo infarto a Richy, poi lo riprese.
“Non mi toccare” lo ammonì, “Non c’è più niente da cercare ormai, ho già trovato la cagnetta: è solo un mucchio di carne e peli, sull’asfalto del parcheggio”.
Ecco perché si sentiva così in colpa!
Ma non era comunque una colpa proporzionata alla reazione suicida. O almeno, secondo la percezione di Richy.
Voleva comunque che lo sentisse vicino, quindi propose “Andiamo insieme da Bea e glielo diciamo, sono con te amico. Capirà che è stato un incidente”
“No, no, non dirle niente! Ti prego! Ti prego”
Quello era terrore, della reazione di lei. O di altro.
“Ok, ok. Starò muto come un pesce. Vieni da questa parte e troveremo una soluzione”.
“Te l’ho già detto, non c’è una soluzione, cazzo!”
Allungò di nuovo la mano verso l’amico, temendo che quella crisi di nervi innescasse un gesto inconsulto.
“Se lo viene a sapere... se solo sospetta che sono stato io...”
Quando la mano di Richy toccò il braccio di Simone, un sussulto incontrollato lo portò di nuovo a ritrarlo. Lo prese con l’altra mano e lo massaggiò come se il contatto gli avesse fatto male.
Iniziò a piangere, rigagnoli salati, densi come un incubo.
Quella era paura, paura fisica, animale.
L’aveva già vista negli occhi delle sue ex clienti.
“Stai male per la cagnetta o c’è dell’altro? Puoi dirmelo, non ti giudicherò”
Ma Simone piangeva e negava.
Ok, approccio diretto: “Quella stronza ti picchia, vero?”
Simone si strinse ancora l’avambraccio e distolse lo sguardo, muto.
Il silenzio che confermava i suoi sospetti.
“Fottuta stronza, la dobbiamo fermare, non po’ continuare così! È lei che ti ha portato su questo ponte”
“Non posso. Io sono innamorato e lei ha bisogno di me, non ha nessun’altro con cui sfogarsi”. Tipica distorsione della vittima, pensò Richy.
“Forse quando starà meglio, smetterà. Il tempo sistemerà la situazione” aggiunse speranzoso Simone.
“Col cazzo!” sentenziò Richy “In questi casi, nulla cambia fino a quando qualcuno si fa davvero molto male”
Ripensò a quella frase di Serena, che un anno prima gli aveva cambiato prospettive, e la ripropose all’amico “Non puoi aspettare, il tempo non cambia le cose, solo le cose che fai cambiano il tuo tempo”.
Sembrò colpire anche Simone, restituirgli un briciolo di lucidità.
“Dovrei denunciarla? È questo che mi consiglia il mio avvocato?”
Purtroppo, proprio da ex avvocato, sapeva quanto erano basse le probabilità di spuntarla in tribunale, in questo paradigma invertito.
Azione, a qualunque costo, così affrontava la vita ora.
“C’è un modo per fermarla e fargliela pagare” disse a bassa voce, questa volta tendendo una mano all’amico, invece di provare ad afferragliela.
“Tu conosci tutti i suoi movimenti, io ho un carro attrezzi e tanti agganci. Troveremo il modo di spaventarla a morte, come lei non ha mai fatto e non farà mai più in futuro”.
Simone lo squadrò, visibilmente perplesso riguardo a quella bozza di piano strampalato.
Ma era un piano, l’unico che aveva.
Allungò la mano verso quella di Richy.
Era solito adagiarsi negli ingorghi senza fretta, con la disciplina indotta dall’abitudine, quella che stempera l’insofferenza, anche la più lecita.
Ora era diverso, doveva raggiungere ponte San Carlo entro pochi minuti, era questione di vita o di morte. Della sua o del suo amico Simone, e siccome era il suo migliore amico, si trattava della stessa vita.
Sapeva che poteva essere solo a ponte San Carlo, non si era dovuto sforzare di chiedere, quando Bea lo aveva chiamato. Era sconvolta, non si capiva esattamente per quale dei tanti motivi, ma lo era.
Forse perché dopo un anno di matrimonio non capiva ancora tante parti del temperamento di Simone, forse perché questa volta lo aveva colto in fragrante con un messaggio a “una di quelle”, forse perché lui se n’era andato dicendole che si sarebbe buttato di sotto, per farla finita.
Richy l’aveva lasciata strillare dall’atra parte della linea, poi con un “ci penso io” aveva chiuso.
In realtà, era sconvolta perché quella fuga verso il baratro di Simone era un modo per allontanarsi dal suo controllo.
Erano già passati dieci minuti dalla telefonata, ma aveva percorso solo qualche centinaio di metri. Quanto mancava ancora al ponte? Un quarto d’ora, se qualche altro tir non si fosse meso di traverso.
Intanto il suo pensiero correva in avanti, sorpassava sulla destra come un pirata e si fiondava verso l’amico. Voleva davvero farla finita? Buttarsi da un ponte, dal loro ponte?
Lì avevano bigiato alle superiori, vent’anni prima. Poi era diventato il luogo dove bigiare dalle relazioni opprimenti, dalle famiglie, dal capo stronzo, dal destino avverso. Sempre assieme, birretta in mano e gambe a penzoloni.
Suonò con insistenza il clacson, come mai faceva, per spronare quel SUV a muovere il sederone dalla carreggiata e lasciarlo passare. Niente. Suonò ancora.
Ecco, finalmente. Un muretto sfrisò il paraurti, ma era riuscito a passare.
Il furgoncino schizzò sulla via secondaria, facendo il giro dell’isolato. Aspettami amico, sto arrivando, non fare stronzate.
Sentì un tuono in lontananza, un temporale estivo in arrivo. Gli riportò alla mente quello che un anno prima aveva interrotto il matrimonio di Simone.
...
Il boato del tuono si era propagato nella valle, proprio al calar della sera. Villa Costanza stava sulla pendice coperta di vigneti.
La pioggia ancora non si manifestava, ma finalmente un po’ di frescura alleviava la pesantezza di quell’intero giorno rovente, che stordiva gli intenti, solleticava l’arsura e dissuadeva persino dall’ubriacarsi. Quando mai ad un matrimonio? Eppure, era andata così. Giochi aperitivo, banchetto da sei portate, karaoke, foto di gruppo e chi più ne ha più ne metta.
Con Richy c’erano la moglie Dalia e il loro piccolo Gianni, detto Nino. Erano una famigliola felice, ad un tavolo di amici lieti, in un salone di conoscenti gaudenti. Eppure, in tanti erano ancora stucchevolmente sobri.
Il temporale in arrivo e l’apertura del dancefloor avevano reso le cose più interessanti. A Richy piaceva dimenarsi in pista e il piccolo Nino era stato il suo compagno di ballo, inesauribile, curioso come solo un bimbo di quattro anni sa essere.
E sulla pista da ballo c’era anche lei: era una palla di energia, ogni volta che si lasciava attraversare dall’onda sonora. Richy l’aveva già notata nel pomeriggio.
Era l’unica tra le invitate che lo solleticasse. Oltre alla sua Dalia, naturalmente.
Anche la ragazza lo aveva notato. Si erano scambiati sguardi, cenni di saluto e intesa, mantenendo le distanze di sicurezza.
La accompagnava un pesce lesso con i baffi alla Magnum P.I., che ora se ne stava a bordopista, a guardarla mentre lei si scatenava. Tra un volteggio e l’altro con Nino, Richy la osservava.
All’ora del taglio della torta, era arrivata anche la pioggia, la grandine, i lampi, il vento e le imprecazioni. Si era interrotto il flusso dei festeggiamenti, mentre camerieri, animatori e musicisti salvavano il salvabile dall'abbondante sfogo della natura. Gli sposi ed il resto dei presenti ne aveva approfittato per “prendersi una pausa”.
Richy aveva mollato tutti e si era arrampicato sulla rampa delle scale sul retro, per godersi il fresco autentico del temporale estivo e della solitudine.
Una voce che non conosceva lo aveva raggiunto “Anche tu in fuga?”.
“Da cosa?” ribatté prontamente Richy. “Dal chiasso laggiù” disse la ragazza misteriosa. “Ma tu non fuggi da quello” sentenziò lui.
La osservò ancora: era minuta, uno scricciolo. Un abito violaceo le fasciava i fianchi, ma le stava morbido sul collo e lasciava le spalle scoperte. Il viso spigoloso, lo sguardo ancor di più, sotto l’acconciatura dal chignon corvino.
“Serena, la cognata di Bea” si presentò lei, tendendogli la mano col dorso sollevato, come si usava due secoli prima. Piacere, avrebbe voluto dire Richy, convenevolmente.
Invece gli uscì “E se ci fossimo venuti da single, a questo matrimonio?”.
Le gote di lei si tinsero appena, ma l’espressione era divertita “Sei uno che tocca gli argomenti con discrezione!”
“Per niente” ammise lui.
“Ma non ho dubbi, tanto meno ne svelano i tuoi occhi”.
Serena distolse quello sguardo affilato, solo per un attimo, per istinto di autoprotezione. Ma fu solo un attimo.
Portò la cannuccia del mojito alle labbra, sorbendo le ultime gocce tra i cubetti ghiacciati.
Morsicò il tubetto di plastica, poi tentò di divagare “Tuo figlio è fantastico”
“Come sua madre. Dopo tanti anni che la conosco, sono ancora pazzo di lei”
Serena non rispose, cogliendo la provocazione.
Richy ammise “E Dalia è pazza di nostro figlio, nient’altro”
Un giro di parole come quello non gli era mai venuto prima, per descrivere la tensostruttura delle loro relazioni.
“Tu, che mi dici del baffone?”
“Giulio? Un ragazzo solare, senza paranoie, sempre a caccia di un sorriso, specialmente i miei”
“Capisco. Il fratello della sposa, giusto?”, lei annuì.
“Mi pare un tipo indeciso, giusto?”
“Decisamente indeciso” annuì di nuovo Serena.
Richy finse di capire a cosa si stesse riferendo, ma non lo conosceva.
In fondo chi era lui per giudicarlo? Forse si erano appena conosciuti, forse c’era dell’altro che lo bloccava. Era giovane, molto più giovane di lui.
“Dargli un attimo, imparerà a conoscerti e acquisterà sicurezza”
“Ache tu hai dato un attimo a tua moglie?”
“Lei mi ha dato anni. Io ora sto aspettando che qualcosa si trasformi. Lo sai com’è, il tempo cambia le cose”
“No, solo le cose che fai cambiano il tuo tempo”
Richy ammutolì, a quelle parole. Non avevano solo colpito il bersaglio, vi avevano scavato dentro.
Il suo sguardo si perse altrove.
Poi tornò fisso in quello di Serena. Restarono in silenzio, l’aria temporalesca tesa tra loro come una ragnatela.
“Vieni, ti porto a ballare”
“Non credo sia opportuno”
“Opportunamente inopportuno”
“Davvero?”
“Davvero”
Richy mollò la presa dal corrimano della scala, a cui si era sostenuto sino a quel momento, come fosse il bordo di una piscina. Si immerse nella pioggia fitta della tempesta, allontanandosi senza guardare indietro.
Lei strinse ancor più forte lo stesso corrimano. Voltandosi, vide due archi multicolore che già si stagliavano nel cielo plumbeo.
...
Aveva piantato il furgoncino a pochi metri dall’accesso al ponte e, fiondandosi fuori, la portiera era rimasta aperta.
Simone era già oltre la balaustra, sul ponte storico più alto della città. Allungava un piede nel vuoto, poi lo ritraeva, ripetutamente, come fosse a scuola di ballo. Però le due mani erano salde sulla ringhiera metallica e sbiancate dalla tensione.
Buon segno, pensò Richy avvicinandosi.
Non era certo una grande idea coglierlo di sorpresa, quindi si annunciò da una certa distanza “Simo, sono io”.
Lui annuì, aveva sentito. Ma non rispose, sguardo fisso verso il fiume.
“Che ti prende? Un colpo di calore? Guarda che l'acqua è gelida” provò a stemperare.
Ancora nessuna risposta.
“Sai che non sono un granché a far monologhi, dammi un segno”.
Niente.
Lasciò passare un paio di minuti, la sua presenza bastava.
“Non ne posso più di questa situazione, mi sono ficcato in un bel casino stavolta” sbottò Simone.
“Allora fai sul serio”
“Certo”
“Hai litigato con Bea?”
“Non ancora, ma presto salterà tutto fuori. E io non posso...” singhiozzò e tirò su col naso.
Richy sentì in sé lo smarrimento dell’amico, visceralmente.
Bea era possessiva, ma sin dall’inizio della loro relazione aveva il ruolo della vittima. Le piaceva, lo cavalcava, si proclamava la persona sfortunata cui il passato aveva riservato solo batoste.
Poi era arrivato Simone, il suo appiglio, l’unico in grado di permetterle di nuovo di fidarsi di qualcuno.
E Simone ne era fiero, si sentiva il porto sicuro in cui lei era approdata. Anche Richy era fiero dell’amico, come non esserlo?
Se si fosse fatto il mero computo di tutte le ragazze con cui era stato, lo si sarebbe potuto definire un latin lover. Ma non era un Casanova interessato alla bellezza o al fascino.
Tutte le donne della sua vita adulta avevano qualcosa di rotto, di cui lui si prendeva immancabilmente cura. Il suo cuore d’oro le attirava come il miele. Bulimiche, insicure, balbuzienti, orfane, iperattive croniche, alcolizzate. Non le compativa, le amava.
Per almeno un paio d’anni.
Poi arrivava un nuovo interesse, una nuova donna a cui lui non poteva resistere. E la sua missione ricominciava.
Con Bea aveva pensato fosse diverso. Stavano assieme da più di cinque anni e si erano sposati l’anno prima.
“Cosa mai avrai combinato che la tua cara mogliettina non possa accettare? Ti sei forse giocato la casa a poker?” provò di nuovo la via dell’ironia.
Simone scosse il capo.
“Hai una relazione omosessuale”.
Simone negò di nuovo, come fosse un’opzione plausibile, ma non pertinente.
“Hai comprato un kit da barbecue da diecimila euro”
Negò ancora, ma questa volta l’espressione divenne un po’ meno cupa.
Ricky ci stava riuscendo.
“Hai tentato di avvelenarla”
“No”
“Vai in trasferta per sei mesi e ti sei scordato di dirglielo”
“No”
Che altro poteva averlo ridotto in quello stato? Richy cercò gli occhi dell’amico, umidi.
Stava per cedere.
“Ho perso il cane al supermercato” urlò, all’improvviso, Simone.
Un tuono tese l’aria intorno a loro, controcanto dell’ammissione di colpa. Ancora non pioveva.
“Hai perso il cane?”
“Sì, la cagnetta di Bea! Lo sai quanto sono legate... Io amo Bea, ne sono sicuro, ma non posso tornare da lei e dirle in faccia una cosa del genere”
Richy non credeva alle proprie orecchie, stava davvero pensando al suicidio per una stronzata del genere?
“Non c’è via di ritorno” insistette Simone “Forse, inconsciamente, l’ho pure persa apposta! Prendermela con un cagnolino per fare dispetto a mia moglie, sono diventata una così brutta persona?”
Richy lo conosceva, ma non riusciva proprio a capirlo, era di indole troppo diversa.
Non sarebbe mai stato con una donna come Bea, capace di frustrarti fino a renderti la versione peggiore di te.
Lui per anni aveva avuto la tentazione di tradire sua moglie, senza sapere il perché. Poi qualcosa era cambiato.
“La relazione con tua moglie la accetti com’è o la cambi. Rimuginare su quel che non funziona ti fa solo soffrire ancora ed ancora”.
“Io non mi voglio accontentare, come hai fatto tu con Dalia”.
“Ho scelto di accettare la nostra relazione a senso unico per quella che era, senza frustrazioni. Non mi sono accontentato”
Questo lo portò a ripensare alle molte scelte che aveva preso nell’ultimo anno, tante consapevolezze e accettazioni, qualche azione concreta.
Era stato per anni un avvocato in uno studio, dedicava anima e corpo a ogni causa. Il fine ultimo del lavoro era motivante: erano specializzati in violenza sulle donne.
In tanti anni era sempre rimasto nelle retrovie, preparava le cause, ma quasi mai gli consentivano di rappresentarle in tribunale. Ore, giorni e anni dedicati allo studio legale, con la promessa perenne di essere un “quasi socio”, un “quasi dirigente”, un “quasi membro del consiglio”. Rimandi su rimandi, tempo al tempo.
“Sei venuto col furgoncino giallo?” chiese Simone, notandolo solo ora, parcheggiato alla bell’e meglio all’estremità del ponte. “Non ti sei stancato di questo lavoro? Sei un avvocato, pensavo che questa storia del carro attrezzi, fosse solo uno sfogo passeggero”.
“Non proprio, è mio e me lo tengo” tagliò corto Richy.
Non era quello il momento di ripetere all’amico quanto fosse soddisfacente fare quello che aveva sognato quando era un bambino, farlo quando voleva lui, avere tempo per la propria famiglia, poter premiare sé stesso quando si sentiva meritevole. Un'altra scelta drastica e consapevole di quell’ultimo anno.
“Sentimi bene” Richy tentò di essere autoritario come non lo era mai stato col suo migliore amico “Ora falla finita, scendi da lì e andiamo a cercare questa cagnetta dispersa”.
Nessuna reazione, Simone era come di marmo e guardava giù.
“Smettila, dai” insistette Richy e allungò una mano sul suo avambraccio, sempre ancorato alla ringhiera. Appena sentì quel contatto, Simone mollò la presa e ritrasse l’arto come un animale ferito.
Perse l’equilibrio.
Il tempo di far venire mezzo infarto a Richy, poi lo riprese.
“Non mi toccare” lo ammonì, “Non c’è più niente da cercare ormai, ho già trovato la cagnetta: è solo un mucchio di carne e peli, sull’asfalto del parcheggio”.
Ecco perché si sentiva così in colpa!
Ma non era comunque una colpa proporzionata alla reazione suicida. O almeno, secondo la percezione di Richy.
Voleva comunque che lo sentisse vicino, quindi propose “Andiamo insieme da Bea e glielo diciamo, sono con te amico. Capirà che è stato un incidente”
“No, no, non dirle niente! Ti prego! Ti prego”
Quello era terrore, della reazione di lei. O di altro.
“Ok, ok. Starò muto come un pesce. Vieni da questa parte e troveremo una soluzione”.
“Te l’ho già detto, non c’è una soluzione, cazzo!”
Allungò di nuovo la mano verso l’amico, temendo che quella crisi di nervi innescasse un gesto inconsulto.
“Se lo viene a sapere... se solo sospetta che sono stato io...”
Quando la mano di Richy toccò il braccio di Simone, un sussulto incontrollato lo portò di nuovo a ritrarlo. Lo prese con l’altra mano e lo massaggiò come se il contatto gli avesse fatto male.
Iniziò a piangere, rigagnoli salati, densi come un incubo.
Quella era paura, paura fisica, animale.
L’aveva già vista negli occhi delle sue ex clienti.
“Stai male per la cagnetta o c’è dell’altro? Puoi dirmelo, non ti giudicherò”
Ma Simone piangeva e negava.
Ok, approccio diretto: “Quella stronza ti picchia, vero?”
Simone si strinse ancora l’avambraccio e distolse lo sguardo, muto.
Il silenzio che confermava i suoi sospetti.
“Fottuta stronza, la dobbiamo fermare, non po’ continuare così! È lei che ti ha portato su questo ponte”
“Non posso. Io sono innamorato e lei ha bisogno di me, non ha nessun’altro con cui sfogarsi”. Tipica distorsione della vittima, pensò Richy.
“Forse quando starà meglio, smetterà. Il tempo sistemerà la situazione” aggiunse speranzoso Simone.
“Col cazzo!” sentenziò Richy “In questi casi, nulla cambia fino a quando qualcuno si fa davvero molto male”
Ripensò a quella frase di Serena, che un anno prima gli aveva cambiato prospettive, e la ripropose all’amico “Non puoi aspettare, il tempo non cambia le cose, solo le cose che fai cambiano il tuo tempo”.
Sembrò colpire anche Simone, restituirgli un briciolo di lucidità.
“Dovrei denunciarla? È questo che mi consiglia il mio avvocato?”
Purtroppo, proprio da ex avvocato, sapeva quanto erano basse le probabilità di spuntarla in tribunale, in questo paradigma invertito.
Azione, a qualunque costo, così affrontava la vita ora.
“C’è un modo per fermarla e fargliela pagare” disse a bassa voce, questa volta tendendo una mano all’amico, invece di provare ad afferragliela.
“Tu conosci tutti i suoi movimenti, io ho un carro attrezzi e tanti agganci. Troveremo il modo di spaventarla a morte, come lei non ha mai fatto e non farà mai più in futuro”.
Simone lo squadrò, visibilmente perplesso riguardo a quella bozza di piano strampalato.
Ma era un piano, l’unico che aveva.
Allungò la mano verso quella di Richy.