[Lab20] L'orologio a cucù del nonno
Posted: Thu Jun 04, 2026 11:53 pm
Lab20: Il tempo
Si ripromette sempre di portarlo da qualcuno a fargli dare una mano di vernice, ma non lo fa mai. In mani estranee può rompersi, e lei non se la sente di correre questo rischio.
Le pareti della casetta sono piene di rampicanti, e attorno ci sono dei cespugli.
La cosa più particolare dell’orologio a cucù è che fa un suono diverso ad ogni ora, e dalle tre finestrelle della casetta escono diversi personaggi. Le giornate preferite di Ada sono quelle in cui può stare a casa e godersi tutte le ore.
Come questa domenica.
La spesa l’ha fatta il giorno prima, e fa troppo caldo per uscire, anche solo per una passeggiata. Si è svegliata più tardi del solito: è andata a dormire alle tre, quando Nino è tornato a casa. È rimasta ad aspettarlo seduta sul divano, dopo aver ricevuto almeno quattro o cinque messaggi che dicevano torno tra mezz’ora. Di mezz’ora in mezz’ora, la notte si è consumata.
Quando è tornato, però, era così allegro che Ada ha lasciato perdere il discorso che si era preparata sulle responsabilità e i pericoli. Lui le ha chiesto un panino, aveva fame. E lei gliel’ha fatto, cotto e mozzarella. Non le ha offerto neanche un pezzo.
L’orologio suona le dieci mentre lei spalma la marmellata sulla fetta biscottata.
Dalla finestra esce il nonno, con un cucù che tuona come faceva la sua voce. Ha qualcosa in mano che può essere un martello come uno scalpello — Ada non ne è mai stata sicura, e non gliel’ha mai chiesto. Metà faccia è bianca, per la barba, e la stazza lo fa sembrare imponente. Da piccolo, Nino si spaventava e piangeva ogni volta che usciva la figura del nonno.
“Sembra lui quando ha fame, si arrabbia” rise la nonna.
Una domenica calda di tanti anni prima, Ada saltellava attorno al tavolo della cucina. Anche se era ora di colazione, la nonna stava già preparando il pranzo. “Che mangiamo?”
“Ragù.”
“Ti posso aiutare?”
“No! Ti fai male.” La nonna alzò il coltello per mostrarle quanto era affilato. “Se vuoi siediti e guardami.”
Ada ubbidì. La nonna, mentre pelava le carote e le tagliava assieme al sedano e la cipolla, prese a raccontarle di quanto erano maleducati i nipoti delle sue amiche, che andavano a trovarle solo per avere qualche giocattolo nuovo. “Si lamentano sempre! Ogni tanto mi dicono, tu non dici mai niente! E io rispondo: cosa devo dire? Ada è un angioletto, la bambina più brava del mondo.” Ada, come ogni volta, rise ai complimenti.
Col senno di poi forse lo diceva per dire, ma la fa ancora sorridere. Apre il frigo e tira fuori gli ingredienti per il ragù. Sta ancora attenta a non farsi male con il coltello.
Alle dodici, mentre Ada intinge il pane nell’olio che è salito in superficie, la nonna sbuca a segnare l’ora. Ha davanti un classico pentolone delle fiabe, quello delle streghe. Un’altra cosa che Ada non è mai riuscita a capire: forse il nonno voleva trasmettere la passione della nonna per la cucina, ma non sapeva come scolpire un fornello.
Sente i piedi nudi di Nino in corridoio: si è svegliato adesso, sta andando in bagno.
Ada insisteva sempre per fare la scarpetta, a prescindere dal menu: poteva essere il sugo così come il condimento dell’insalata. Si chiama scarpetta quando la fai prima ancora di mangiare, e non dopo? Se l’è sempre chiesto.
La nonna la faceva contenta, anche se si lamentava. “Così ti rovini la fame,” diceva.
Il pane a casa loro era sempre buonissimo, croccante, quello con la crosta bruciata e la mollica molle; il nonno lo andava a comprare tutti i giorni, d’altronde era lui che ogni giorno lo finiva, Ada aveva preso la passione da lui.
Quel giorno, però, era quasi ora di pranzo e lui non era ancora rientrato, con il pane e il latte e l’uovo Kinder per Ada. Doveva essersi fermato a parlare in piazza con gli amici, che magari l’avevano anche convinto a farsi un bicchiere con loro. La pensione è una maledizione per gli uomini, diceva sempre la nonna, li trasforma in dei perditempo.
Ma le braciole erano quasi pronte e Ada pretendeva la scarpetta. Era uno spreco assurdo non farla, e nel piatto non era la stessa cosa. Doveva essere direttamente nella pentola, in piedi, col vapore in faccia.
“E mò come facciamo,” sospirò la nonna. Frugò nei cassetti: pane imbustato non ce n’era, non si usava, e i cracker semmai si trovavano a casa di Ada, per la dieta di mamma o da portare a scuola. Che poi arrivavano tutti frantumati.
Qualcosa trovò: un pacco di Oro Saiwa.
La nonna guardò Ada. Ada guardò lei, sbalordita. “Ma non sono dolci?”
“Non tanto. È buono, tieni.”
Era buono davvero. O almeno, così Ada si ricorda. La nonna odiava sentirla raccontare questa storia. Non farei mai una cosa del genere, diceva, scuotendo la testa. Fino alla tomba, ha negato. Eppure…
Comunque, non ha mai riprovato a pucciare un biscotto nel sugo da sola, e non ha intenzione di farlo. C’è il pericolo di rovinare il ricordo, se poi le fa schifo.
Nino sbuca dalla porta della cucina. “Che stai a fa’?”
“Ragù.”
“Mm. Bono.” Si avvicina alla pentola, il suo stomaco brontola. Apre il cassetto delle posate e pesca un cucchiaio.
“Fermo! Scotta!”
Ma lui assaggia lo stesso, poi tira fuori la lingua ed esclama: “Ah! Bollente!”
“Te l’avevo detto!”
“Dici sempre la stessa cosa, te ne accorgi mai? Ogni volta che succede qualcosa è sempre te l’avevo detto…”
“Questo dice più di te che di me.” Se tanto le dà tanto, se Nino l’ascoltasse, per sua stessa ammissione, si risparmierebbe un sacco di errori.
La guarda, truce. Quando ha smesso di essere il bambino affettuoso che la chiamava per qualsiasi cosa? Quando è diventato questa strana creatura che non fa altro che mangiare, dormire e risponderle male?
Il contatto visivo dura poco, comunque, perché Nino tira fuori il telefono e lascia la stanza.
Alle due dalla terza finestra dell’orologio a cucù esce la piccola Ada, con i codini gialli e il grembiule rosa delle elementari. La grande Ada chiama Nino, è pronto il pranzo. Non ottiene risposta, e deve chiamarlo altre due volte prima di risentire i suoi passi. Piedi nudi, ancora: eppure ne ha, di ciabatte.
Il nonno si addormentava sempre sul divano mentre la nonna lavava i piatti.
Ada si arrampicò sia sul divano che sul nonno. Le piaceva vedere quanto rumore poteva fare prima di svegliarlo — tanto non si svegliava mai.
Chissà cosa sognava, il nonno. Ada sognava di rimanere sempre lì, di non tornare mai a casa sua. Forse anche il nonno sognava di farla restare.
Appoggiò la testa sulla spalla del nonno, che russava piano. Odorava di legna, ma sotto puzzava un po’ di galline e pollaio, un odore che ad Ada faceva storcere il naso ma che trovava confortante. Si mise le braccia del nonno attorno, per farsi abbracciare, e chiuse gli occhi.
Quel giorno in particolare lo sentì stringerla, forse si era svegliato.
Nino non fa commenti sul ragù, solo grugniti che Ada presume siano di piacere.
“Ti sei divertito ieri sera?”
Lui assottiglia gli occhi, forse si chiede se è una domanda a trabocchetto. “Sì, normale.”
Silenzio. “Hai fatto i compiti per domani?”
Nino sbuffa. “Che palle ma’, ma mentre mangiamo, pure?”
“Quindi no.”
“Sì, li ho fatti.”
“Davvero? Quando?”
“Ieri.”
È una bugia. “Nino.”
“Che voi?”
“Voglio controllare.”
“Madonna, che palle! Me stai col fiato sul collo! Non te sopporto più, non ce la posso fare!”
“Mi sembra un po’ esagerato.”
Ma Nino ormai è esagerato in qualsiasi cosa. Butta la forchetta nel piatto: “M’hai fatto passa’ la voglia.”
Ada guarda il ragù, abbandonato a metà. Cerca di ricordarsi se lei ha mai lasciato nel piatto il cibo che sua nonna le aveva preparato per ore: no, non crede, neanche quando aveva l’età di Nino.
“Che dici? Devi mangiare, non hai fatto neanche colazione.”
“Me tratti come un bambino, come se c’avessi sei anni.”
“Scusa. Va bene, se dici che li hai fatti mi fido. Mangia, però.”
Rimette la testa nel piatto. Appena finito si alza, se ne va. Quando si chiude in stanza sbatte la porta. Ada si siede sul divano, accende la televisione, si addormenta.
Suonano le quattro, la sveglia la piccola volpe arancione del cucù. Insieme a suo figlio, che si è cambiato dal pigiama — almeno — e la sta guardando male. Che novità. “Scusa, ma’, devo gioca’ alla play.”
Deve, proprio, come se gliel’avesse ordinato il medico. Ada si alza e inizia a mettere in ordine.
Erano nati dei pulcini. Il nonno diceva di non disturbarli, ma Ada andava comunque a guardare, ogni giorno, dopo il pisolino e prima che la moka brontolasse dando inizio alla merenda.
Guendalina era una gallina rossa e cicciotta. Se stava nel pollaio, i pulcini potevi trovarli con lei, alcuni sotto le ali, altri completamente schiacciati. Ada non capiva come facevano a non morire soffocati.
Oltre che grossa era anche scontrosa; beccava tutti. Ma non Ada, forse perché era gentile, o forse perché non prendeva mai le uova. Lo lasciava fare al nonno, le faceva un po’ schifo, sapendo da dove uscivano.
I pulcini erano gialli e caldi. Le zampette sottili e gli occhi piccoli e neri parevano incollati, come quelli dei pupazzetti di Pasqua. Qualcuno sarebbe diventato rosso come la mamma, qualcuno bianco come il gallo, l’unico padre possibile. Se femmine, avrebbero fatto le uova anche loro. Se maschi, il nonno li avrebbe mandati in un altro pollaio. Ce ne può stare uno solo, diceva; secondo Ada non c’erano abbastanza pollai nel mondo. Meglio restare pulcini per sempre, pensava, senza doveri.
Nino le rompe i timpani per quanto urla. È impossibile starci nella stessa stanza quando gioca. Ada si chiede dove ha sbagliato, da qualche parte deve averlo fatto. Infila i piatti nella lavastoviglie. Ripensa a ieri sera, al fatto che stamattina l’ha trattata come una serva, ai compiti non fatti. L’anno scorso, quando era stato rimandato, le aveva promesso che non sarebbe più successo, che si sarebbe impegnato. Eccolo l’impegno, mentre rischia di farsi bussare dai vicini che chiedono di fare meno casino. Tanto ci parla lei, mica lui.
Le cuffie costose finiscono per terra mentre agita la testa.
“Nino!”
Lui alza la testa. Dietro agli occhi non c’è niente, è completamente assuefatto. “Eh, ma’!”
“Ti vuoi dare una calmata?”
“Ma’, non capisci.” Si rimette le cuffie. “È importante!”
Importante. Dovrebbero essere importanti altre cose, pensa Ada. Cosa farebbe suo nonno al posto suo? Con lei è sempre stato dolce, ma Ada non ha mai dato problemi, si è sempre fidata delle sue regole, delle sue direzioni. Era un tipo deciso, quando c’era bisogno di esserlo.
Fa una cosa che non ha mai fatto, si avvicina alla console e la stacca dalla presa. La TV si spegne.
Nino la guarda con gli occhi spalancati, lei incrocia le braccia vittoriosa. “Adesso magari mi ascolti quando ti parlo.”
“Sei impazzita?”
“No, tu sei impazzito.”
Nino si alza, le va incontro, fa per superarla. Ada gli si para davanti. “Riattacca!”
“Prima fammi vedere i compiti. Altrimenti puoi scordarti la play e ritirarti alle tre del mattino!”
Ricominciano, come a pranzo, anche se la litania è un po’ diversa: “M’hai rotto! Stavo a gioca’, m’hai fatto perdere! Che cazzo!”
“Non mi interessa nulla!”
Suo figlio è insolente, ma non arriverebbe a toccarla o a strapparle qualcosa di mano. Invece si leva le cuffie dal collo e le sbatte sul divano, poi sbatte anche i piedi mentre gira a vuoto tra il divano e la cucina, sbraitando. Ada sbraita di rimando, coprono urla con urla.
Il cucù segna le sei: esce Guendalina, tutta dipinta di rosso.
“M’ha rotto il cazzo pure ‘sto coso! Ma da dove se spegne?”
È un attimo. Nino lo prende con troppa foga, gli casca dalle mani. Finisce a terra con il crocchiare mozzato di Guendalina.
“Cazzo.”
Ada guarda l’orologio a cucù del nonno sul pavimento. Due tegole del tetto sono saltate via. Ada aspetta invano che Guendalina rientri dalla finestra.
“Cazzo, ma’, non volevo. È caduto.”
“Vattene in camera.”
“Ma’, non l’ho fatto apposta!”
“Nino, te ne devi andare.”
Almeno ora fa come dice. Ada raccoglie l’orologio, l’appoggia sul tavolo. Cerca di ricordarsi qualcosa delle sei, riprendere il gioco.
“Ada! C’è papà!”
“Noooooo, papà no!”
“Devi andare a casa, dai. Posa la bici, che sta al cancello.”
“Ma io voglio rimanere qui con voi.”
Il grembiule della nonna dove faceva scomparire la faccia. Lei che le accarezzava i capelli. Il nonno che l’accompagnava alla macchina.
Papà sempre arrabbiato perché Ada si sporcava troppo a casa dei nonni. Né lui né mamma volevano ascoltare le sue storie, quello che aveva imparato quel giorno. Tutti i giorni dai nonni imparava qualcosa.
No, delle sei non vuole ricordare niente.
“Ma’.”
“Ancora?”
Nino ha il cellulare in mano. Si siede con lei, glielo fa vedere. “Ho trovato ‘st’orologiaio super figo. Fa tutte riparazioni de robe vintage. Scommetto che ‘n mano a lui torna come nuovo.”
“Nino…”
“Lo pago io, coi soldi miei. Te giuro.”
“Non fa niente.”
“Sì, fa. Daje, me dispiace, lo so che te piaceva. Sequestramela lo stesso la play.”
Ada guarda la tv spenta. “Guarda che io cerco solo di aiutarti. Non mi piace che sei così arrabbiato. Non ti fa bene. Puoi anche dire che sono pesante.”
Ma Nino alza le spalle e non dice niente. Insieme guardano l’orologio rotto, in silenzio, finché lui chiede: “Ma perché ce sta ‘na gallina?”
“Si chiamava Guendalina.”
“Guendalina? Ma era ‘na gallina vera?”
Per una volta, Nino ascolta qualche storia vecchia che Ada pensava non gli interessasse. Dopo, è lei ad ascoltare qualche storia, nuova, che Nino pensava non le interessasse.
L’orologio a cucù del nonno è rotto, ma per adesso può rimanerci.
L'orologio a cucù del nonno
L’orologio a cucù del nonno non è chissà che: Ada ne ha visti di più elaborati, negli anni, nei negozi dell’usato o online. Ha una classica casetta, con il tetto spiovente, le tegole dipinte di rosso — una volta vivace, adesso più sbiadito.
Si ripromette sempre di portarlo da qualcuno a fargli dare una mano di vernice, ma non lo fa mai. In mani estranee può rompersi, e lei non se la sente di correre questo rischio.
Le pareti della casetta sono piene di rampicanti, e attorno ci sono dei cespugli.
La cosa più particolare dell’orologio a cucù è che fa un suono diverso ad ogni ora, e dalle tre finestrelle della casetta escono diversi personaggi. Le giornate preferite di Ada sono quelle in cui può stare a casa e godersi tutte le ore.
Come questa domenica.
La spesa l’ha fatta il giorno prima, e fa troppo caldo per uscire, anche solo per una passeggiata. Si è svegliata più tardi del solito: è andata a dormire alle tre, quando Nino è tornato a casa. È rimasta ad aspettarlo seduta sul divano, dopo aver ricevuto almeno quattro o cinque messaggi che dicevano torno tra mezz’ora. Di mezz’ora in mezz’ora, la notte si è consumata.
Quando è tornato, però, era così allegro che Ada ha lasciato perdere il discorso che si era preparata sulle responsabilità e i pericoli. Lui le ha chiesto un panino, aveva fame. E lei gliel’ha fatto, cotto e mozzarella. Non le ha offerto neanche un pezzo.
L’orologio suona le dieci mentre lei spalma la marmellata sulla fetta biscottata.
Dalla finestra esce il nonno, con un cucù che tuona come faceva la sua voce. Ha qualcosa in mano che può essere un martello come uno scalpello — Ada non ne è mai stata sicura, e non gliel’ha mai chiesto. Metà faccia è bianca, per la barba, e la stazza lo fa sembrare imponente. Da piccolo, Nino si spaventava e piangeva ogni volta che usciva la figura del nonno.
“Sembra lui quando ha fame, si arrabbia” rise la nonna.
Una domenica calda di tanti anni prima, Ada saltellava attorno al tavolo della cucina. Anche se era ora di colazione, la nonna stava già preparando il pranzo. “Che mangiamo?”
“Ragù.”
“Ti posso aiutare?”
“No! Ti fai male.” La nonna alzò il coltello per mostrarle quanto era affilato. “Se vuoi siediti e guardami.”
Ada ubbidì. La nonna, mentre pelava le carote e le tagliava assieme al sedano e la cipolla, prese a raccontarle di quanto erano maleducati i nipoti delle sue amiche, che andavano a trovarle solo per avere qualche giocattolo nuovo. “Si lamentano sempre! Ogni tanto mi dicono, tu non dici mai niente! E io rispondo: cosa devo dire? Ada è un angioletto, la bambina più brava del mondo.” Ada, come ogni volta, rise ai complimenti.
Col senno di poi forse lo diceva per dire, ma la fa ancora sorridere. Apre il frigo e tira fuori gli ingredienti per il ragù. Sta ancora attenta a non farsi male con il coltello.
Alle dodici, mentre Ada intinge il pane nell’olio che è salito in superficie, la nonna sbuca a segnare l’ora. Ha davanti un classico pentolone delle fiabe, quello delle streghe. Un’altra cosa che Ada non è mai riuscita a capire: forse il nonno voleva trasmettere la passione della nonna per la cucina, ma non sapeva come scolpire un fornello.
Sente i piedi nudi di Nino in corridoio: si è svegliato adesso, sta andando in bagno.
Ada insisteva sempre per fare la scarpetta, a prescindere dal menu: poteva essere il sugo così come il condimento dell’insalata. Si chiama scarpetta quando la fai prima ancora di mangiare, e non dopo? Se l’è sempre chiesto.
La nonna la faceva contenta, anche se si lamentava. “Così ti rovini la fame,” diceva.
Il pane a casa loro era sempre buonissimo, croccante, quello con la crosta bruciata e la mollica molle; il nonno lo andava a comprare tutti i giorni, d’altronde era lui che ogni giorno lo finiva, Ada aveva preso la passione da lui.
Quel giorno, però, era quasi ora di pranzo e lui non era ancora rientrato, con il pane e il latte e l’uovo Kinder per Ada. Doveva essersi fermato a parlare in piazza con gli amici, che magari l’avevano anche convinto a farsi un bicchiere con loro. La pensione è una maledizione per gli uomini, diceva sempre la nonna, li trasforma in dei perditempo.
Ma le braciole erano quasi pronte e Ada pretendeva la scarpetta. Era uno spreco assurdo non farla, e nel piatto non era la stessa cosa. Doveva essere direttamente nella pentola, in piedi, col vapore in faccia.
“E mò come facciamo,” sospirò la nonna. Frugò nei cassetti: pane imbustato non ce n’era, non si usava, e i cracker semmai si trovavano a casa di Ada, per la dieta di mamma o da portare a scuola. Che poi arrivavano tutti frantumati.
Qualcosa trovò: un pacco di Oro Saiwa.
La nonna guardò Ada. Ada guardò lei, sbalordita. “Ma non sono dolci?”
“Non tanto. È buono, tieni.”
Era buono davvero. O almeno, così Ada si ricorda. La nonna odiava sentirla raccontare questa storia. Non farei mai una cosa del genere, diceva, scuotendo la testa. Fino alla tomba, ha negato. Eppure…
Comunque, non ha mai riprovato a pucciare un biscotto nel sugo da sola, e non ha intenzione di farlo. C’è il pericolo di rovinare il ricordo, se poi le fa schifo.
Nino sbuca dalla porta della cucina. “Che stai a fa’?”
“Ragù.”
“Mm. Bono.” Si avvicina alla pentola, il suo stomaco brontola. Apre il cassetto delle posate e pesca un cucchiaio.
“Fermo! Scotta!”
Ma lui assaggia lo stesso, poi tira fuori la lingua ed esclama: “Ah! Bollente!”
“Te l’avevo detto!”
“Dici sempre la stessa cosa, te ne accorgi mai? Ogni volta che succede qualcosa è sempre te l’avevo detto…”
“Questo dice più di te che di me.” Se tanto le dà tanto, se Nino l’ascoltasse, per sua stessa ammissione, si risparmierebbe un sacco di errori.
La guarda, truce. Quando ha smesso di essere il bambino affettuoso che la chiamava per qualsiasi cosa? Quando è diventato questa strana creatura che non fa altro che mangiare, dormire e risponderle male?
Il contatto visivo dura poco, comunque, perché Nino tira fuori il telefono e lascia la stanza.
Alle due dalla terza finestra dell’orologio a cucù esce la piccola Ada, con i codini gialli e il grembiule rosa delle elementari. La grande Ada chiama Nino, è pronto il pranzo. Non ottiene risposta, e deve chiamarlo altre due volte prima di risentire i suoi passi. Piedi nudi, ancora: eppure ne ha, di ciabatte.
Il nonno si addormentava sempre sul divano mentre la nonna lavava i piatti.
Ada si arrampicò sia sul divano che sul nonno. Le piaceva vedere quanto rumore poteva fare prima di svegliarlo — tanto non si svegliava mai.
Chissà cosa sognava, il nonno. Ada sognava di rimanere sempre lì, di non tornare mai a casa sua. Forse anche il nonno sognava di farla restare.
Appoggiò la testa sulla spalla del nonno, che russava piano. Odorava di legna, ma sotto puzzava un po’ di galline e pollaio, un odore che ad Ada faceva storcere il naso ma che trovava confortante. Si mise le braccia del nonno attorno, per farsi abbracciare, e chiuse gli occhi.
Quel giorno in particolare lo sentì stringerla, forse si era svegliato.
Nino non fa commenti sul ragù, solo grugniti che Ada presume siano di piacere.
“Ti sei divertito ieri sera?”
Lui assottiglia gli occhi, forse si chiede se è una domanda a trabocchetto. “Sì, normale.”
Silenzio. “Hai fatto i compiti per domani?”
Nino sbuffa. “Che palle ma’, ma mentre mangiamo, pure?”
“Quindi no.”
“Sì, li ho fatti.”
“Davvero? Quando?”
“Ieri.”
È una bugia. “Nino.”
“Che voi?”
“Voglio controllare.”
“Madonna, che palle! Me stai col fiato sul collo! Non te sopporto più, non ce la posso fare!”
“Mi sembra un po’ esagerato.”
Ma Nino ormai è esagerato in qualsiasi cosa. Butta la forchetta nel piatto: “M’hai fatto passa’ la voglia.”
Ada guarda il ragù, abbandonato a metà. Cerca di ricordarsi se lei ha mai lasciato nel piatto il cibo che sua nonna le aveva preparato per ore: no, non crede, neanche quando aveva l’età di Nino.
“Che dici? Devi mangiare, non hai fatto neanche colazione.”
“Me tratti come un bambino, come se c’avessi sei anni.”
“Scusa. Va bene, se dici che li hai fatti mi fido. Mangia, però.”
Rimette la testa nel piatto. Appena finito si alza, se ne va. Quando si chiude in stanza sbatte la porta. Ada si siede sul divano, accende la televisione, si addormenta.
Suonano le quattro, la sveglia la piccola volpe arancione del cucù. Insieme a suo figlio, che si è cambiato dal pigiama — almeno — e la sta guardando male. Che novità. “Scusa, ma’, devo gioca’ alla play.”
Deve, proprio, come se gliel’avesse ordinato il medico. Ada si alza e inizia a mettere in ordine.
Erano nati dei pulcini. Il nonno diceva di non disturbarli, ma Ada andava comunque a guardare, ogni giorno, dopo il pisolino e prima che la moka brontolasse dando inizio alla merenda.
Guendalina era una gallina rossa e cicciotta. Se stava nel pollaio, i pulcini potevi trovarli con lei, alcuni sotto le ali, altri completamente schiacciati. Ada non capiva come facevano a non morire soffocati.
Oltre che grossa era anche scontrosa; beccava tutti. Ma non Ada, forse perché era gentile, o forse perché non prendeva mai le uova. Lo lasciava fare al nonno, le faceva un po’ schifo, sapendo da dove uscivano.
I pulcini erano gialli e caldi. Le zampette sottili e gli occhi piccoli e neri parevano incollati, come quelli dei pupazzetti di Pasqua. Qualcuno sarebbe diventato rosso come la mamma, qualcuno bianco come il gallo, l’unico padre possibile. Se femmine, avrebbero fatto le uova anche loro. Se maschi, il nonno li avrebbe mandati in un altro pollaio. Ce ne può stare uno solo, diceva; secondo Ada non c’erano abbastanza pollai nel mondo. Meglio restare pulcini per sempre, pensava, senza doveri.
Nino le rompe i timpani per quanto urla. È impossibile starci nella stessa stanza quando gioca. Ada si chiede dove ha sbagliato, da qualche parte deve averlo fatto. Infila i piatti nella lavastoviglie. Ripensa a ieri sera, al fatto che stamattina l’ha trattata come una serva, ai compiti non fatti. L’anno scorso, quando era stato rimandato, le aveva promesso che non sarebbe più successo, che si sarebbe impegnato. Eccolo l’impegno, mentre rischia di farsi bussare dai vicini che chiedono di fare meno casino. Tanto ci parla lei, mica lui.
Le cuffie costose finiscono per terra mentre agita la testa.
“Nino!”
Lui alza la testa. Dietro agli occhi non c’è niente, è completamente assuefatto. “Eh, ma’!”
“Ti vuoi dare una calmata?”
“Ma’, non capisci.” Si rimette le cuffie. “È importante!”
Importante. Dovrebbero essere importanti altre cose, pensa Ada. Cosa farebbe suo nonno al posto suo? Con lei è sempre stato dolce, ma Ada non ha mai dato problemi, si è sempre fidata delle sue regole, delle sue direzioni. Era un tipo deciso, quando c’era bisogno di esserlo.
Fa una cosa che non ha mai fatto, si avvicina alla console e la stacca dalla presa. La TV si spegne.
Nino la guarda con gli occhi spalancati, lei incrocia le braccia vittoriosa. “Adesso magari mi ascolti quando ti parlo.”
“Sei impazzita?”
“No, tu sei impazzito.”
Nino si alza, le va incontro, fa per superarla. Ada gli si para davanti. “Riattacca!”
“Prima fammi vedere i compiti. Altrimenti puoi scordarti la play e ritirarti alle tre del mattino!”
Ricominciano, come a pranzo, anche se la litania è un po’ diversa: “M’hai rotto! Stavo a gioca’, m’hai fatto perdere! Che cazzo!”
“Non mi interessa nulla!”
Suo figlio è insolente, ma non arriverebbe a toccarla o a strapparle qualcosa di mano. Invece si leva le cuffie dal collo e le sbatte sul divano, poi sbatte anche i piedi mentre gira a vuoto tra il divano e la cucina, sbraitando. Ada sbraita di rimando, coprono urla con urla.
Il cucù segna le sei: esce Guendalina, tutta dipinta di rosso.
“M’ha rotto il cazzo pure ‘sto coso! Ma da dove se spegne?”
È un attimo. Nino lo prende con troppa foga, gli casca dalle mani. Finisce a terra con il crocchiare mozzato di Guendalina.
“Cazzo.”
Ada guarda l’orologio a cucù del nonno sul pavimento. Due tegole del tetto sono saltate via. Ada aspetta invano che Guendalina rientri dalla finestra.
“Cazzo, ma’, non volevo. È caduto.”
“Vattene in camera.”
“Ma’, non l’ho fatto apposta!”
“Nino, te ne devi andare.”
Almeno ora fa come dice. Ada raccoglie l’orologio, l’appoggia sul tavolo. Cerca di ricordarsi qualcosa delle sei, riprendere il gioco.
“Ada! C’è papà!”
“Noooooo, papà no!”
“Devi andare a casa, dai. Posa la bici, che sta al cancello.”
“Ma io voglio rimanere qui con voi.”
Il grembiule della nonna dove faceva scomparire la faccia. Lei che le accarezzava i capelli. Il nonno che l’accompagnava alla macchina.
Papà sempre arrabbiato perché Ada si sporcava troppo a casa dei nonni. Né lui né mamma volevano ascoltare le sue storie, quello che aveva imparato quel giorno. Tutti i giorni dai nonni imparava qualcosa.
No, delle sei non vuole ricordare niente.
“Ma’.”
“Ancora?”
Nino ha il cellulare in mano. Si siede con lei, glielo fa vedere. “Ho trovato ‘st’orologiaio super figo. Fa tutte riparazioni de robe vintage. Scommetto che ‘n mano a lui torna come nuovo.”
“Nino…”
“Lo pago io, coi soldi miei. Te giuro.”
“Non fa niente.”
“Sì, fa. Daje, me dispiace, lo so che te piaceva. Sequestramela lo stesso la play.”
Ada guarda la tv spenta. “Guarda che io cerco solo di aiutarti. Non mi piace che sei così arrabbiato. Non ti fa bene. Puoi anche dire che sono pesante.”
Ma Nino alza le spalle e non dice niente. Insieme guardano l’orologio rotto, in silenzio, finché lui chiede: “Ma perché ce sta ‘na gallina?”
“Si chiamava Guendalina.”
“Guendalina? Ma era ‘na gallina vera?”
Per una volta, Nino ascolta qualche storia vecchia che Ada pensava non gli interessasse. Dopo, è lei ad ascoltare qualche storia, nuova, che Nino pensava non le interessasse.
L’orologio a cucù del nonno è rotto, ma per adesso può rimanerci.