[Lab20] Una libellula
Posted: Wed May 27, 2026 9:00 am
«…Sette e otto. Da capo! Testa alta, collo lungo, schiena dritta... E uno, due… Camille, chiudi bene quel tendu. Potrebbe passarti una carrozza tra le gambe!»
Leggo la delusione negli occhi della prima ballerina e le occhiate d’intesa che si scambiano le sue compagne.
Se sono severa è per il suo bene. Lo capirà.
Alzo lo sguardo verso il calendario. È il 4 maggio. Il ricordo di quel giorno è come una stilettata.
Che strana la vita. Fino a pochi anni fa detestavo i metodi di Madame Suchard, la mia insegnante. Così severa, così dura. Virginie… detestavo anche lei. Precisa, puntuale, magrissima: perfetta. La prescelta, la migliore étoile che la Suchard avesse mai “scoperto”, di certo destinata a una carriera sfolgorante. Al contrario io, Ninì, “con quel nome da ballerina di cabaret ”, come Madame non perdeva l’occasione di sottolineare, ero destinata a fare da riserva e comportarmi da buona amica con lei. Insomma, dovevo ritenermi fortunata e fare buon viso a cattiva sorte.
Eppure, non perdevo una lezione. Fatica, sudore e fame. Tanta fame alla quale non ci si abitua mai abbastanza. E non parlo del desiderio di successo: la fama dà assuefazione, ne vuoi sempre di più. Ma quella non ti riempie lo stomaco.
Eppure, nessuna ragazza della compagnia, Virginie inclusa, eseguiva dei fouettes impeccabili come i miei.
Che sciocca ero.
Il cartellone fuori dal teatro annunciava “Il Lago dei Cigni” con Virginie Joliot, la libellula. Trecentoventi giorni di allenamento per l’esibizione più importante.
Trentasei ore prima del debutto.
Ventiquattr’ore di meritato riposo.
Nello spogliatoio, Virginie mimò una pirouette e mi venne incontro cinguettando.
“Ninì, Maman mi ha chiesto di aiutarla ad allestire il banco al Bazar de la Charité. Pensa, si chiamerà il “Leone d’oro”, come nel Medioevo. Perché non vieni con me? Sarà divertente!”
Trattenni a fatica uno sbadiglio mentre continuavo a massaggiarmi i piedi.
“No. Non se ne parla proprio. Voglio dormire tutto il giorno.”
“Dai, non fare la pigra. Maman mi ha detto che ci sarà anche il cinematografo!”
“Sei sicura che Madame approverebbe? Mancano pochi giorni alla prima.”
“Lo sai com’è fatta Maman… le basterà una parola per zittirla. In fondo, perché mai dovrebbe impedire a due giovani ragazze di fare della beneficenza? La Suchard non ci dirà niente, vedrai. Stai tranquilla.”
Virginie: Odette, Odile. Odiosa. Ricca, sorridente, bellissima. Una libellula. Avevano ragione a chiamarla così.
Cedetti di fronte a quelle argomentazioni.
Virginie non aveva mentito: tutto l’ambiente alimentava l’illusione d’essere catapultati all’improvviso in un’altra epoca. Le pareti del salone che ospitava la fiera erano interamente coperte d’edera e il pavimento, verniciato trompe-l’oeil, simulava mattoni usurati dal tempo e anneriti dal fumo dei camini. L’unica concessione alla modernità era la saletta allestita per le proiezioni del cinematografo, ma era nascosta da una tenda pesante. C’era una fila di persone in attesa e si sentivano gli schiamazzi e gridolini di meraviglia dal pubblico che già l’affollava.
I banchi, allestiti con cura dalle dame più in vista della città, recavano delle insegne suggestive. In quello denominato “Il gatto con gli stivali” erano esposte scarpe e borse di ogni foggia, probabilmente indossate una sola volta e dimenticate. Nella “Taverna del Lupo” c’erano articoli da fumo: accendini preziosi, vecchie pipe, scatole di sigari esotiche e orologi a cipolla che strizzavano l’occhio a possibili clienti maschi. Sopra il banco de “La loggia degli scarlatti” facevano bella mostra di sé rotoli di sete orientali multicolori. Presso “Il Leone d’oro”, allestito dalla baronessa Joliot, la madre di Virginie, rilucevano bijoux di ogni tipo e per ogni occasione.
Ci fu assegnato il compito, piuttosto piacevole e assai poco faticoso, d’indossare qualche gioiello e sorridere alle possibili acquirenti.
Virginie mi superò anche in quello: dove io faticavo a racimolare qualche franco per una spilla, lei riusciva a incassarne decine per una collana.
Decisi d’indossare un braccialetto che riluceva come un faro nel buio. Virginie spalancò gli occhi: “Per quello dovrai ottenere almeno cinquanta franchi!”
Feci spallucce. Mi avvicinai a una finestra per far risaltare al massimo lo splendore di quell’oggetto e attesi. In breve, fui circondata da una nuvola di “gazze ladre” che si contendevano l’acquisto. Chi offriva trenta franchi, chi pregava con lo sguardo implorante il proprio compagno. Non avevo alcuna intenzione di cedere: non lo avrei venduto per meno di sessanta franchi.
Virginie osservava con aria beffarda i miei tentativi.
Mi raggelai quando si avvicinò nientemeno che Madame Suchard. Con un cenno della mano, mi invitò a porgerle il polso e mostrarle il gioiello. Esaminò con attenzione ogni pietra, poi, sollevato lo sguardo, mi disse col medesimo tono che usava per correggermi negli esercizi alla sbarra: «Vorrei vederlo indossato da Virginie.»
Eseguii l’ordine senza fiatare.
La Suchard le offrì settantacinque franchi. Settantacinque maledetti franchi. Fu quello il prezzo del mio odio. Lo sentivo montare nei pensieri e, prima di rendermene conto, allungai una gamba proprio nel momento in cui la mia rivale mi passava davanti per servire l’ennesima cliente.
Se chiudo gli occhi, posso sentire ancora le sue urla di dolore mentre rovinava a terra.
Odette. Odile. “Il Lago dei cigni”.
Trentadue complicati fouettes.
Non sarei più stata la riserva.
A questo pensavo, incurante della sofferenza che avevo inflitto alla mia amica.
All’improvviso, lessi il terrore nello sguardo della gente e, in quell’istante, mi resi conto di essere finita all’inferno.
Dalla sala del cinematografo provenivano grida strazianti mentre un fumo denso e acre s’infiltrava nel salone, lingue di fuoco affamate divoravano ogni cosa al loro passaggio. Non riuscivo a respirare e cercai di farmi largo tra la folla che pareva impazzita. Le porte non si aprivano, i piedi calpestavano corpi e macerie incadescenti. L’istinto mi diceva di correre e salvarmi, ma un peso dentro di me non mi faceva procedere. Virginie…
Tornai indietro nonostante la tosse mi squarciasse i polmoni e riuscissi a malapena a capire dov’ero. Poi, riconobbi sua madre: la baronessa stava sdraiata per terra con gli occhi sbarrati e un orribile ghigno le deturpava il volto. Nessun segno di vita. Accanto a lei Virginie, sepolta sotto l’insegna del “Leone d’oro”, pareva una bambola di pezza. Mi chinai per soccorrerla. Mi sorrise prima di chiudere gli occhi. Per sempre.
Gelo. Un freddo così intenso non l’avevo mai provato.
Mi accasciai sopra il suo corpo esanime e persi i sensi.
Quando mi ripresi, Madame Suchard sedeva accanto al mio capezzale. Il mio destino era segnato: ustioni su buona parte delle braccia e delle gambe. Non
sarei più stata in grado neppure di ballare il can can.
Madame pareva indovinare i miei pensieri e mi accarezzava piano la fronte. Aveva le mani morbide. Mi aveva salvata lei.
“Ninì, quando starai meglio, che ne diresti di aiutarmi a insegnare?” mi disse sottovoce.
Non riuscii a emettere una sillaba, ma lei insisté: “Pensaci, io ti aspetterò.”
«Lo sguardo! Ma si può sapere dove guardate? E stendete quelle punte!»
Madame Suchard sta ferma sulla soglia. «Si direbbe che l’allieva abbia superato l’insegnante…» dice con una nota d’orgoglio. «Sbrigati, Ninì, o faremo tardi alla commemorazione.»
Sospiro. Sono già trascorsi dieci anni da quell’incendio, ma non sono le cicatrici a bruciare ancora.
«Ragazze, potete andare.»
L’aria primaverile non riesce a cancellare la tristezza dai volti dei presenti.
Stringo forte tra le mani un mazzo di rose. Hanno un buon profumo e un colore delicato che ricorda l’alba. Una libellula si posa leggiadra sopra un petalo.
Spero ti piacciano, Virginie.
Leggo la delusione negli occhi della prima ballerina e le occhiate d’intesa che si scambiano le sue compagne.
Se sono severa è per il suo bene. Lo capirà.
Alzo lo sguardo verso il calendario. È il 4 maggio. Il ricordo di quel giorno è come una stilettata.
Che strana la vita. Fino a pochi anni fa detestavo i metodi di Madame Suchard, la mia insegnante. Così severa, così dura. Virginie… detestavo anche lei. Precisa, puntuale, magrissima: perfetta. La prescelta, la migliore étoile che la Suchard avesse mai “scoperto”, di certo destinata a una carriera sfolgorante. Al contrario io, Ninì, “con quel nome da ballerina di cabaret ”, come Madame non perdeva l’occasione di sottolineare, ero destinata a fare da riserva e comportarmi da buona amica con lei. Insomma, dovevo ritenermi fortunata e fare buon viso a cattiva sorte.
Eppure, non perdevo una lezione. Fatica, sudore e fame. Tanta fame alla quale non ci si abitua mai abbastanza. E non parlo del desiderio di successo: la fama dà assuefazione, ne vuoi sempre di più. Ma quella non ti riempie lo stomaco.
Eppure, nessuna ragazza della compagnia, Virginie inclusa, eseguiva dei fouettes impeccabili come i miei.
Che sciocca ero.
Il cartellone fuori dal teatro annunciava “Il Lago dei Cigni” con Virginie Joliot, la libellula. Trecentoventi giorni di allenamento per l’esibizione più importante.
Trentasei ore prima del debutto.
Ventiquattr’ore di meritato riposo.
Nello spogliatoio, Virginie mimò una pirouette e mi venne incontro cinguettando.
“Ninì, Maman mi ha chiesto di aiutarla ad allestire il banco al Bazar de la Charité. Pensa, si chiamerà il “Leone d’oro”, come nel Medioevo. Perché non vieni con me? Sarà divertente!”
Trattenni a fatica uno sbadiglio mentre continuavo a massaggiarmi i piedi.
“No. Non se ne parla proprio. Voglio dormire tutto il giorno.”
“Dai, non fare la pigra. Maman mi ha detto che ci sarà anche il cinematografo!”
“Sei sicura che Madame approverebbe? Mancano pochi giorni alla prima.”
“Lo sai com’è fatta Maman… le basterà una parola per zittirla. In fondo, perché mai dovrebbe impedire a due giovani ragazze di fare della beneficenza? La Suchard non ci dirà niente, vedrai. Stai tranquilla.”
Virginie: Odette, Odile. Odiosa. Ricca, sorridente, bellissima. Una libellula. Avevano ragione a chiamarla così.
Cedetti di fronte a quelle argomentazioni.
Virginie non aveva mentito: tutto l’ambiente alimentava l’illusione d’essere catapultati all’improvviso in un’altra epoca. Le pareti del salone che ospitava la fiera erano interamente coperte d’edera e il pavimento, verniciato trompe-l’oeil, simulava mattoni usurati dal tempo e anneriti dal fumo dei camini. L’unica concessione alla modernità era la saletta allestita per le proiezioni del cinematografo, ma era nascosta da una tenda pesante. C’era una fila di persone in attesa e si sentivano gli schiamazzi e gridolini di meraviglia dal pubblico che già l’affollava.
I banchi, allestiti con cura dalle dame più in vista della città, recavano delle insegne suggestive. In quello denominato “Il gatto con gli stivali” erano esposte scarpe e borse di ogni foggia, probabilmente indossate una sola volta e dimenticate. Nella “Taverna del Lupo” c’erano articoli da fumo: accendini preziosi, vecchie pipe, scatole di sigari esotiche e orologi a cipolla che strizzavano l’occhio a possibili clienti maschi. Sopra il banco de “La loggia degli scarlatti” facevano bella mostra di sé rotoli di sete orientali multicolori. Presso “Il Leone d’oro”, allestito dalla baronessa Joliot, la madre di Virginie, rilucevano bijoux di ogni tipo e per ogni occasione.
Ci fu assegnato il compito, piuttosto piacevole e assai poco faticoso, d’indossare qualche gioiello e sorridere alle possibili acquirenti.
Virginie mi superò anche in quello: dove io faticavo a racimolare qualche franco per una spilla, lei riusciva a incassarne decine per una collana.
Decisi d’indossare un braccialetto che riluceva come un faro nel buio. Virginie spalancò gli occhi: “Per quello dovrai ottenere almeno cinquanta franchi!”
Feci spallucce. Mi avvicinai a una finestra per far risaltare al massimo lo splendore di quell’oggetto e attesi. In breve, fui circondata da una nuvola di “gazze ladre” che si contendevano l’acquisto. Chi offriva trenta franchi, chi pregava con lo sguardo implorante il proprio compagno. Non avevo alcuna intenzione di cedere: non lo avrei venduto per meno di sessanta franchi.
Virginie osservava con aria beffarda i miei tentativi.
Mi raggelai quando si avvicinò nientemeno che Madame Suchard. Con un cenno della mano, mi invitò a porgerle il polso e mostrarle il gioiello. Esaminò con attenzione ogni pietra, poi, sollevato lo sguardo, mi disse col medesimo tono che usava per correggermi negli esercizi alla sbarra: «Vorrei vederlo indossato da Virginie.»
Eseguii l’ordine senza fiatare.
La Suchard le offrì settantacinque franchi. Settantacinque maledetti franchi. Fu quello il prezzo del mio odio. Lo sentivo montare nei pensieri e, prima di rendermene conto, allungai una gamba proprio nel momento in cui la mia rivale mi passava davanti per servire l’ennesima cliente.
Se chiudo gli occhi, posso sentire ancora le sue urla di dolore mentre rovinava a terra.
Odette. Odile. “Il Lago dei cigni”.
Trentadue complicati fouettes.
Non sarei più stata la riserva.
A questo pensavo, incurante della sofferenza che avevo inflitto alla mia amica.
All’improvviso, lessi il terrore nello sguardo della gente e, in quell’istante, mi resi conto di essere finita all’inferno.
Dalla sala del cinematografo provenivano grida strazianti mentre un fumo denso e acre s’infiltrava nel salone, lingue di fuoco affamate divoravano ogni cosa al loro passaggio. Non riuscivo a respirare e cercai di farmi largo tra la folla che pareva impazzita. Le porte non si aprivano, i piedi calpestavano corpi e macerie incadescenti. L’istinto mi diceva di correre e salvarmi, ma un peso dentro di me non mi faceva procedere. Virginie…
Tornai indietro nonostante la tosse mi squarciasse i polmoni e riuscissi a malapena a capire dov’ero. Poi, riconobbi sua madre: la baronessa stava sdraiata per terra con gli occhi sbarrati e un orribile ghigno le deturpava il volto. Nessun segno di vita. Accanto a lei Virginie, sepolta sotto l’insegna del “Leone d’oro”, pareva una bambola di pezza. Mi chinai per soccorrerla. Mi sorrise prima di chiudere gli occhi. Per sempre.
Gelo. Un freddo così intenso non l’avevo mai provato.
Mi accasciai sopra il suo corpo esanime e persi i sensi.
Quando mi ripresi, Madame Suchard sedeva accanto al mio capezzale. Il mio destino era segnato: ustioni su buona parte delle braccia e delle gambe. Non
sarei più stata in grado neppure di ballare il can can.
Madame pareva indovinare i miei pensieri e mi accarezzava piano la fronte. Aveva le mani morbide. Mi aveva salvata lei.
“Ninì, quando starai meglio, che ne diresti di aiutarmi a insegnare?” mi disse sottovoce.
Non riuscii a emettere una sillaba, ma lei insisté: “Pensaci, io ti aspetterò.”
«Lo sguardo! Ma si può sapere dove guardate? E stendete quelle punte!»
Madame Suchard sta ferma sulla soglia. «Si direbbe che l’allieva abbia superato l’insegnante…» dice con una nota d’orgoglio. «Sbrigati, Ninì, o faremo tardi alla commemorazione.»
Sospiro. Sono già trascorsi dieci anni da quell’incendio, ma non sono le cicatrici a bruciare ancora.
«Ragazze, potete andare.»
L’aria primaverile non riesce a cancellare la tristezza dai volti dei presenti.
Stringo forte tra le mani un mazzo di rose. Hanno un buon profumo e un colore delicato che ricorda l’alba. Una libellula si posa leggiadra sopra un petalo.
Spero ti piacciano, Virginie.