[Lab20] Con le mani nella terra
Posted: Tue May 26, 2026 8:01 pm
Con le mani nella terra
La polvere leggera è fatta di frammenti di pelle e tessuti, porta con sé la voce che esce da quella finestra. Una donna alterna silenzi e rimproveri. Prima paziente: «Dai Fede, questa è la tesserina del pane, vedi? Metti quelle del pane in questa linea». Silenzio, un sospiro forte della donna, poi ancora: «No, Federico, quella è una mela, vedi? Guarda meglio! Il pane è questo! Le tessere hanno tutte la stessa immagine, cerca bene!»
Un’attesa. A voce più forte: «Ieri lo hai fatto! Non cambia nulla da ieri, dai Federico, il pane! Prendi le tessere uguali e attaccale al velcro!» Un rumore forte, un oggetto di cartone si schianta contro il muro. «No Federico, non si fa! Non ti devi permettere. No! Dove vai? Rimettiti seduto, non ti muovere! Dove vai?»
Non ho bisogno di vederlo per sapere che dietro al silenzio di lui ci sono appiccicati occhi smarriti in un altrove che non esiste, ma che conosco. Ci sono già passata, in altri che non mi toccavano con il peso di uno sguardo, ma volteggiavano dispersi, vuoti e assenti.
Io li riconosco.
Poi finalmente lei si sporge, il vetro che non trattiene la sua sagoma, ma la proietta come un'ombra su di me. Gli appoggia una mano sulla spalla e lui con un verso e un movimento veloce di schiena la scansa via. Si lascia guidare da lei e si spostano di nuovo all’interno, là dove non posso arrivare.
E poi un gran trambusto, le urla mischiate al rumore secco di oggetti lanciati sul pavimento.
Silenzio.
Ho raccolto molti silenzi così: sembravano vuoti, ma erano pieni di fatica. Un pianto irregolare, spasmodico, con contrazioni improvvise che arrivano dritte al cuore: «Calmati Federico, va tutto bene. Sdraiati pure se vuoi.» Appena si calma, con un sussurro che sento a malapena: «Vieni tesoro, andiamo fuori, facciamo due passi».
Sono echi lontani di un altro vissuto, là di fronte al fabbricato della scuola, in quella casetta abitata un tempo da urla e smarrimento. Sono sepolti, ma non persi. Riemergono spinti dalle radici, si muovono tra i granelli ruvidi della sabbia e si seccano nell’argilla. Ritornano sciolti nella pioggia e si appiccicano alle foglie marce distese.
Quel giorno un uomo faceva la sua diagnosi: «Signora, suo figlio non parla, non guarda, non reagisce. È evidente che qualcosa non va».
La donna si spegneva in un silenzio pesante che percepivo nel rimbombo dei passi.
Echi leggeri, come semi piumati di soffione che danzavano nell’aria turbinando, prima di cadere su di me.
«In questi casi», continuava il medico, «la causa è quasi sempre l’ambiente familiare. Un clima troppo freddo, poco affetto.»
Pausa breve.
«Lei, forse senza accorgersene, lo ha respinto».
Silenzio.
«Lo chiami pure come vuole, ma il termine che usiamo è madre frigorifero. È così che si formano questi bambini».
La stanza si riempiva di un pianto sommesso mentre un altro uomo alzava la voce: «Non si permetta, lei non sa nulla di noi, di mia moglie, come può dire una cosa così abominevole!»
E ancora il medico: «Capisco la vostra reazione, ma questa è scienza».
Le scarpe marroni della madre si impolverarono nella stradina mentre sfiorava la soglia. Quella mattina uscì di casa con passi nervosi e veloci che non ho mai più sentito. Camminava trascinando gambe pesanti che battevano forte nel selciato, come un capriccio inutile, rivolto a un destino che non ascolta, ma punisce.
Io sono qui.
Ora ne sento di nuovi, più vicini, e ogni pressione affonda un poco in me.
Lui apre il cancelletto dell’orto scolastico; Anna, l'educatrice, lo segue, fuori dalla rete verde, cercando di non sporcarsi le scarpe. Lui si piega piano, poi più in fretta, fino a inginocchiarsi. Le dita affondano, si aprono un varco tra radici e briciole scure. Non piange, non urla. Solo respira, come se l’aria passasse da me a lui.
La donna lo guarda, senza muoversi. Io sento: non mi graffia, non mi colpisce. Mi cerca. Lo sento. Il sole scalda la testa, l’aria lieve solletica la pelle, le auto in lontananza si accavallano alle voci dei ragazzi nelle aule.
Le sue mani sentono la consistenza friabile e la polvere entra sotto alle unghie. Poi tutto si ferma. Sento i suoi pensieri fatti di immagini che affondano nel mio silenzio; il battito della mia natura lo connette, e finalmente mi vede.
Lei passeggia avanti e indietro, poi si ferma.
La sua voce cade su un guscio di nocciola abbandonato, scivola tra le mie crepe mentre dice lenta: «È vuoto».
Sento la sua impazienza sospesa sopra di noi, lo sconforto di chi vede solo un involucro senza niente dentro. Poi, ecco il contatto viscerale: le dita di Federico tracciano un segno sulla mia pelle, lo approfondiscono, insistono. Io mi sposto piano, per lasciarglielo fare.
Le dita di Federico riaprono un solco che conosco. Un'altra storia che custodisco sotto la superficie.
Andrea lo tracciava nello stesso modo, anni fa, ma emetteva suoni forti ogni volta che una zolla ruvida gli graffiava i polpastrelli. Accanto, il padre con le dita nodose mormorava: «Senti, è dura… dobbiamo rompere le zolle per piantare i semi». Il padre scavava con lui. Ma nell’aria restava un vuoto, un posto accanto che nessuno occupava.
Anna continua a osservare il ragazzo attraverso la rete, lo ammonisce piano, temendo di scatenare l’ennesima crisi: «Perché non tocchi l’erba? Con la terra ti sporchi… poi cosa diciamo a tua mamma che ti vede così?» Federico la sente, ma il suono della voce si perde tra il rumore del terreno smosso. Scivola tra i polpastrelli e piccole stradine ondose si tracciano piano.
Lei emette un respiro lungo e rumoroso, di quelli che servono a trattenere la pazienza. Si sporge alla rete e lo guarda. Lo sento dal ferro che si sposta e mi occupa, dal peso dello sguardo che colpisce anche se non guardi.
Le linee seguono un ritmo, lo sguardo accompagna il tratto. È immerso, non sopraffatto. Federico continua, le dita seguono un ritmo che non si spezza. La donna resta ferma, trattiene le parole.
Anna finalmente capisce, si dirige al cancelletto ed entra nell’orto. Le sue ballerine di vernice nera si impolverano mentre mi calpestano, ma lei non ci fa caso; raggiunge il ragazzo in silenzio.
Si inginocchia piano, incollando i pantaloni neri allo strato zolloso, e avvicina le mani a quelle del ragazzo.
Raccoglie la terra e la lascia scivolare dalle mani socchiuse sopra i segni di Federico. Lui le unisce sotto le sue e raccoglie quel dono, protegge il tracciato. Lei sorride, i pezzi di smalto perla si incrostano mentre scava. Fa una piccola buca e poi vi infila il guscio vuoto, ricoprendolo. Federico continua a tracciare simboli di un linguaggio sconosciuto.
Non sta comunicando, si sta radicando. Io lo sento.
Anna si blocca: ricorda che ieri erano arrivate le piantine di lattuga per il progetto con le prime. Di corsa raggiunge il capanno a due passi ed emozionata ritorna con alcuni vasetti neri. Smuove la terra con la paletta, crea una piccola cavità proprio accanto al guscio e vi adagia la vita verde. Poi si china verso Federico e gli porge lo strumento.
Ho visto Andrea scavare con suo padre, e quel posto accanto rimasto vuoto per anni. La madre che se n'era andata non lo aveva abbandonato: aveva scelto di sparire, pur di sottrarlo a chi voleva chiuderlo dietro diagnosi e mura.
Ora custodisco anche Federico e Anna: non guarigione, ma radici. Non abbandono, ma incontro. Oggi le mani di Federico tracciano ancora. Anna le guarda.
Io custodisco radici e silenzi. Sono terra.
La polvere leggera è fatta di frammenti di pelle e tessuti, porta con sé la voce che esce da quella finestra. Una donna alterna silenzi e rimproveri. Prima paziente: «Dai Fede, questa è la tesserina del pane, vedi? Metti quelle del pane in questa linea». Silenzio, un sospiro forte della donna, poi ancora: «No, Federico, quella è una mela, vedi? Guarda meglio! Il pane è questo! Le tessere hanno tutte la stessa immagine, cerca bene!»
Un’attesa. A voce più forte: «Ieri lo hai fatto! Non cambia nulla da ieri, dai Federico, il pane! Prendi le tessere uguali e attaccale al velcro!» Un rumore forte, un oggetto di cartone si schianta contro il muro. «No Federico, non si fa! Non ti devi permettere. No! Dove vai? Rimettiti seduto, non ti muovere! Dove vai?»
Non ho bisogno di vederlo per sapere che dietro al silenzio di lui ci sono appiccicati occhi smarriti in un altrove che non esiste, ma che conosco. Ci sono già passata, in altri che non mi toccavano con il peso di uno sguardo, ma volteggiavano dispersi, vuoti e assenti.
Io li riconosco.
Poi finalmente lei si sporge, il vetro che non trattiene la sua sagoma, ma la proietta come un'ombra su di me. Gli appoggia una mano sulla spalla e lui con un verso e un movimento veloce di schiena la scansa via. Si lascia guidare da lei e si spostano di nuovo all’interno, là dove non posso arrivare.
E poi un gran trambusto, le urla mischiate al rumore secco di oggetti lanciati sul pavimento.
Silenzio.
Ho raccolto molti silenzi così: sembravano vuoti, ma erano pieni di fatica. Un pianto irregolare, spasmodico, con contrazioni improvvise che arrivano dritte al cuore: «Calmati Federico, va tutto bene. Sdraiati pure se vuoi.» Appena si calma, con un sussurro che sento a malapena: «Vieni tesoro, andiamo fuori, facciamo due passi».
Sono echi lontani di un altro vissuto, là di fronte al fabbricato della scuola, in quella casetta abitata un tempo da urla e smarrimento. Sono sepolti, ma non persi. Riemergono spinti dalle radici, si muovono tra i granelli ruvidi della sabbia e si seccano nell’argilla. Ritornano sciolti nella pioggia e si appiccicano alle foglie marce distese.
Quel giorno un uomo faceva la sua diagnosi: «Signora, suo figlio non parla, non guarda, non reagisce. È evidente che qualcosa non va».
La donna si spegneva in un silenzio pesante che percepivo nel rimbombo dei passi.
Echi leggeri, come semi piumati di soffione che danzavano nell’aria turbinando, prima di cadere su di me.
«In questi casi», continuava il medico, «la causa è quasi sempre l’ambiente familiare. Un clima troppo freddo, poco affetto.»
Pausa breve.
«Lei, forse senza accorgersene, lo ha respinto».
Silenzio.
«Lo chiami pure come vuole, ma il termine che usiamo è madre frigorifero. È così che si formano questi bambini».
La stanza si riempiva di un pianto sommesso mentre un altro uomo alzava la voce: «Non si permetta, lei non sa nulla di noi, di mia moglie, come può dire una cosa così abominevole!»
E ancora il medico: «Capisco la vostra reazione, ma questa è scienza».
Le scarpe marroni della madre si impolverarono nella stradina mentre sfiorava la soglia. Quella mattina uscì di casa con passi nervosi e veloci che non ho mai più sentito. Camminava trascinando gambe pesanti che battevano forte nel selciato, come un capriccio inutile, rivolto a un destino che non ascolta, ma punisce.
Io sono qui.
Ora ne sento di nuovi, più vicini, e ogni pressione affonda un poco in me.
Lui apre il cancelletto dell’orto scolastico; Anna, l'educatrice, lo segue, fuori dalla rete verde, cercando di non sporcarsi le scarpe. Lui si piega piano, poi più in fretta, fino a inginocchiarsi. Le dita affondano, si aprono un varco tra radici e briciole scure. Non piange, non urla. Solo respira, come se l’aria passasse da me a lui.
La donna lo guarda, senza muoversi. Io sento: non mi graffia, non mi colpisce. Mi cerca. Lo sento. Il sole scalda la testa, l’aria lieve solletica la pelle, le auto in lontananza si accavallano alle voci dei ragazzi nelle aule.
Le sue mani sentono la consistenza friabile e la polvere entra sotto alle unghie. Poi tutto si ferma. Sento i suoi pensieri fatti di immagini che affondano nel mio silenzio; il battito della mia natura lo connette, e finalmente mi vede.
Lei passeggia avanti e indietro, poi si ferma.
La sua voce cade su un guscio di nocciola abbandonato, scivola tra le mie crepe mentre dice lenta: «È vuoto».
Sento la sua impazienza sospesa sopra di noi, lo sconforto di chi vede solo un involucro senza niente dentro. Poi, ecco il contatto viscerale: le dita di Federico tracciano un segno sulla mia pelle, lo approfondiscono, insistono. Io mi sposto piano, per lasciarglielo fare.
Le dita di Federico riaprono un solco che conosco. Un'altra storia che custodisco sotto la superficie.
Andrea lo tracciava nello stesso modo, anni fa, ma emetteva suoni forti ogni volta che una zolla ruvida gli graffiava i polpastrelli. Accanto, il padre con le dita nodose mormorava: «Senti, è dura… dobbiamo rompere le zolle per piantare i semi». Il padre scavava con lui. Ma nell’aria restava un vuoto, un posto accanto che nessuno occupava.
Anna continua a osservare il ragazzo attraverso la rete, lo ammonisce piano, temendo di scatenare l’ennesima crisi: «Perché non tocchi l’erba? Con la terra ti sporchi… poi cosa diciamo a tua mamma che ti vede così?» Federico la sente, ma il suono della voce si perde tra il rumore del terreno smosso. Scivola tra i polpastrelli e piccole stradine ondose si tracciano piano.
Lei emette un respiro lungo e rumoroso, di quelli che servono a trattenere la pazienza. Si sporge alla rete e lo guarda. Lo sento dal ferro che si sposta e mi occupa, dal peso dello sguardo che colpisce anche se non guardi.
Le linee seguono un ritmo, lo sguardo accompagna il tratto. È immerso, non sopraffatto. Federico continua, le dita seguono un ritmo che non si spezza. La donna resta ferma, trattiene le parole.
Anna finalmente capisce, si dirige al cancelletto ed entra nell’orto. Le sue ballerine di vernice nera si impolverano mentre mi calpestano, ma lei non ci fa caso; raggiunge il ragazzo in silenzio.
Si inginocchia piano, incollando i pantaloni neri allo strato zolloso, e avvicina le mani a quelle del ragazzo.
Raccoglie la terra e la lascia scivolare dalle mani socchiuse sopra i segni di Federico. Lui le unisce sotto le sue e raccoglie quel dono, protegge il tracciato. Lei sorride, i pezzi di smalto perla si incrostano mentre scava. Fa una piccola buca e poi vi infila il guscio vuoto, ricoprendolo. Federico continua a tracciare simboli di un linguaggio sconosciuto.
Non sta comunicando, si sta radicando. Io lo sento.
Anna si blocca: ricorda che ieri erano arrivate le piantine di lattuga per il progetto con le prime. Di corsa raggiunge il capanno a due passi ed emozionata ritorna con alcuni vasetti neri. Smuove la terra con la paletta, crea una piccola cavità proprio accanto al guscio e vi adagia la vita verde. Poi si china verso Federico e gli porge lo strumento.
Ho visto Andrea scavare con suo padre, e quel posto accanto rimasto vuoto per anni. La madre che se n'era andata non lo aveva abbandonato: aveva scelto di sparire, pur di sottrarlo a chi voleva chiuderlo dietro diagnosi e mura.
Ora custodisco anche Federico e Anna: non guarigione, ma radici. Non abbandono, ma incontro. Oggi le mani di Federico tracciano ancora. Anna le guarda.
Io custodisco radici e silenzi. Sono terra.