[Lab20] L'atavica rivalità tra Pontano e Pontanello
Posted: Sun May 24, 2026 5:22 pm
La stava deliberatamente ignorando.
Ogni mattina, bastava che aprisse di un centimetro il balcone della cucina e, per un tacito accordo che andava avanti ormai da una decina d’anni, l’agile Noè, in due falcate, risaliva il tetto della rimessa al piano di sotto, si infilava in una strettissima ringhiera e con due rapidi miagolii pretendeva la razione quotidiana di croccantini Friskies, gatto sterilizzato salmone e verdure. Altre qualità le lasciava nella ciotola ad attirare le formiche.
Ogni mattina, bastava che aprisse di un centimetro il balcone della cucina e, per un tacito accordo che andava avanti ormai da una decina d’anni, l’agile Noè, in due falcate, risaliva il tetto della rimessa al piano di sotto, si infilava in una strettissima ringhiera e con due rapidi miagolii pretendeva la razione quotidiana di croccantini Friskies, gatto sterilizzato salmone e verdure. Altre qualità le lasciava nella ciotola ad attirare le formiche.
Nonna Rosetta non poteva saltare un giorno, anche con la pioggia, anche con la febbre. Se ritardava di un solo minuto, Noè era capace di piazzarsi fuori la finestra e cantarle tutti i successi della musica leggera italiana dagli anni ’50 a oggi, fino al momento in cui non si fosse decisa a dargli ciò che gli era dovuto.
“Quel dannato gatto mi tiene in vita” soleva ripetere nonna Rosetta, che ormai andava per la novantina e, oltre a occuparsi di quel demonio nero come la pece e preparare il ragù per il consueto pranzo di famiglia della domenica, non aveva tanto altro da fare.
Quel giorno, però, Noè le dava le spalle. Si era seduto sul tetto della rimessa con il suo portamento elegante, con lo sguardo fisso verso l’orizzonte e le orecchie tirate all’indietro, refrattarie agli insistenti richiami di nonna Rosetta. La lunga coda nera si agitava in scatti nervosi, a destra e a sinistra, come il pendolo di un orologio a cucù.
“Oh, al diavolo, bestiaccia - ruggì nonna Rosa. - Oggi è domenica, ho cose più importanti di cui occuparmi che perdere tempo con i tuoi stupidi giochetti.”
-
La piccola Adele aveva cinque anni. L’età in cui si diventa grandi, si impara a parlare e si diventa lepponsabili.
Tuttavia, nonostante fosse ormai quasi una donna fatta e finita, a stento riusciva a trattenere le lacrime. Il giorno prima, papà le aveva giurato che avrebbero fatto cavalluccio e adesso, invece, sosteneva che erano in ritardo mostruoso, che la mamma si era persa al centro commerciale e che non aveva tempo per il cavalluccio.
“Però, ieri hai giurato” gli fece notare Adele che per la prima volta scopriva l’inaffidabilità di una promessa.
“Adele, ti prego. Lo facciamo quando torniamo. Guarda, hai messo la maglia al rovescio. Cambiati, dobbiamo mettere le scarpine e poi bisogna scappare. Siamo in ritardo e dobbiamo fare il giro del mondo per andare a recuperare la mamma.”
“Però, quando torniamo facciamo il cavalluccio?”
“Sissignora, facciamo il cavalluccio. Adesso sbrigati, dobbiamo andare da nonna! Lo sai che si dispiace quando facciamo tardi.”
“La nonna lo sa fare il cavalluccio?”
“Basta! Mettiti la maglia dritta e usciamo. Sennò niente cavalluccio per due settimane.”
La piccola Adele cercò di immaginare la sua vita senza cavalluccio: non aveva ancora la perfetta cognizione di cosa significassero due settimane, ma le apparve una minaccia piuttosto seria.
“Papà?”
“Adele, mi stai facendo arrabbiare. Sei grande adesso, metti la maglia…”
L’uomo si interruppe, aveva notato negli occhi della figlia un’espressione mai registrata prima. Con il suo piccolo ditino indicava perplessa il lampadario.
“Guarda, sta facendo il cavalluccio.”
-
Fabrizio Caduco non ce la faceva più. Aveva quarantasei anni e faceva un concorso all’anno, ormai li passava senza nemmeno leggere le domande. Bastavano le risposte, erano sempre poste nella stessa maniera. Solo un idiota avrebbe potuto sbagliarle. Era questione di musicalità: quando c’era scritto sempre e mai erano sbagliate. E poi la risposta giusta era sempre la C. Girava l’Italia in cerca di un qualsiasi posto che lo avvicinasse a casa. Di cento chilometri alla volta c’era quasi riuscito, ma adesso era rimasto intrappolato in quel paesino di ottocento anime troppo a lungo. In quel luogo dimenticato da Dio, l’ignoranza e l’approssimazione regnavano sovrane: il sindaco era un macellaio, ma non in senso metaforico, era proprio il macellaio di Pontano, e ogni domenica faceva il giro del paese con un tanfo di carne macinata che non gli si staccava di dosso nemmeno dopo dieci docce.
Fabrizio Caduco doveva scappare. Il sindaco era brutale, lo obbligava a fare cose che non stavano né in cielo né in terra. Aveva una visione medievale della pubblica amministrazione: l’importante non era tanto il benessere della comunità, quanto il malessere del comune confinante. Un odio viscerale, quasi razziale, nei confronti dei vicini di casa di Pontanello. Un livore diffuso in tutto il paese e abbondantemente corrisposto.
Lui veniva dal mondo esterno: il forestiero, lo chiamavano i paesani. Trovava quella rivalità comica, gli abitanti di Pontano erano davvero convinti che quelli di Pontanello fossero geneticamente inferiori, degli zotici che si sposavano tra cugini e che facevano all’amore con le mucche. Ogni volta che si affrontavano le rispettive squadre di calcio, in un campionato di Seconda Categoria che aveva del tenero più che del tecnico, erano botte da orbi.
E intanto il paese crollava a pezzi, Fabrizio Caduco era lì da due anni. Era stato assunto pochi giorni dopo l’ultimo terremoto. Il ministero mandava PEC ogni settimana, lui era riuscito a portare una ventata di buona amministrazione: aveva dotato di una verifica sismica gran parte degli edifici pubblici, facendo notte e lavorando anche nei weekend, senza mai ricevere un euro di straordinari.
Il comune di Pontano aveva partecipato a tutti i bandi. Grazie ai progetti del geometra Caduco, il paese era stato investito di una pioggia di milioni che il macell… il sindaco utilizzava per vantarsi con i cittadini, mentre affettava un quarto di manzo e dava un paio di cervellatine in omaggio, in attesa delle prossime elezioni.
Eppure, nonostante Fabrizio Caduco si aspettasse la cittadinanza onoraria e una statua d’oro al centro della piazza, il sindaco sembrava addirittura infastidito quando il geometra si permetteva di disturbarlo.
“Geometra, si deve comprare un cappotto nuovo. Con questo piumino rosso ci fa fare brutta figura.”
“D’accordo, sindaco. Però le stavo dicendo che le abitazioni di via della Serra sono a rischio, la scuola è a settecento metri ed è stata interdetta, è ovvio che anche le case in fondo alla provinciale…”
“Geometra, quelle abitazioni sono già a Pontanello, è un problema loro.”
“Ho capito, sindaco. Ma il rischio sismico è elevato. Ci vive la gente, lì dentro.”
“Se la piangessero quei bifolchi, se riescono a staccarsi per un attimo dalle loro vacche” grugnì il sindaco, molto divertito dalla sua stessa battuta.
Fabrizio Caduco aveva provato a mettersi in contatto con l’ufficio tecnico di Pontanello e vi si era persino recato di persona. Ma al telefono suonava sempre la Primavera di Vivaldi e il comune era presidiato da un vecchio guardiano che gridava e minacciava chiunque volesse avvicinarsi. In quel momento Fabrizio Caduco si domandò se il razzismo territoriale nei confronti di quel paesino non fosse, tutto sommato, giustificato.
“È solo questione di tempo.”
“È sempre una questione di tempo, geometra.”
“Sindaco, quella casa crollerà da un momento all’altro.”
“Ma se ha resistito a cinque terremoti solo da quando io sono sindaco.”
“Non è così, l’usura…”
“E poi - lo interruppe il sindaco, - in quella casa ci abita una vecchia che avrà novanta anni, è una scommessa. Magari domani tira le cuoia, e noi ci giochiamo un finanziamento per una casa abbandonata.”
“Ma sindaco…”
“Niente ma! Glielo ripeto per l’ennesima volta: quella strada è nella zona di Pontanello, adesso che facciamo? Pure i piaceri a quelle scimmie comuniste? Lei non comprende il concetto di politica.”
Caduco non riusciva a staccare gli occhi dalla macchiolina rossa sul colletto del sindaco.
-
“È stata solo una piccola scossetta, niente di grave.”
“Che vuol dire scossetta?” la piccola Adele non riusciva a capire se le convenisse mettersi a piangere oppure no. L’abbraccio del padre un po’ la rassicurava e un po’ le suggeriva che era accaduto qualcosa di brutto.
“È solo il terremoto, la terra trema ogni tanto.”
“Trema?” domandò, battendo i piedi sul pavimento, come per accertarsi che fosse ancora stabile. Adele voleva capirne di più: durante i suoi cinque anni di vita aveva già assistito a due terremoti, anche se non ne aveva mai avuto una reale consapevolezza.
“Non succede niente quando la scossa è così piccola: i lampadari fanno un po’ di cavalluccio e poi torna tutto alla normalità. Non ti devi preoccupare. Adesso andiamo, che la mamma sarà nervosa.”
“E quando non è così piccola?”
Il padre le rivolse un sorriso e la trascinò per mano.
-
“Ma che fai? Sei impazzito?”
“Che è successo, sindaco?”
“Non hai visto che un gatto nero ha appena attraversato la strada?”
“E che avrei dovuto fare? È l’unica strada che porta in paese.”
“Avresti almeno potuto fermarti, far passare un po’ di tempo.”
“Siamo già in ritardo, sindaco. Non crederà davvero a queste sciocchezze?”
Il sindaco non rispose, si limitò a toccare ferro, grattarsi i genitali e fare il segno delle corna. Guardò con severità l’uomo alla guida della Mercedes che lo stava riportando a Pontano.
“Se succede qualcosa è colpa tua, però.”
“Certo, mi assumo io tutte le resp…”
Un tremendo frastuono coprì le sue parole. Il sindaco vide le labbra muoversi a vuoto nello specchietto retrovisore.
“Cosa è stato?” domandò l’uomo, rivolgendo uno sguardo preoccupato al sindaco.
“Il gatto nero, che domande.”
-
La piccola Adele non capiva.
Il palazzo della nonna non c’era più. Com’era possibile? C’era un sacco di gente, papà piangeva, era arrivata anche la mamma che provava a consolarlo.
C’era anche il sindaco che gridava come un pazzo e indicava un uomo con un giubbotto rosso. Anche quell’uomo piangeva.
“Ecco cosa succede quando viene la gente da fuori. Tutta colpa dei forestieri. Questa casa è nella zona di Pontanello: il regno dei comunisti, che vi aspettavate? Quando ci si disinteressa del bene dei cittadini…”
In fondo alla strada un gatto nero si leccava una zampa.
La piccola Adele non capiva, nessuno rispondeva alle sue domande.
Ma nel suo piccolo cuoricino di bimba era sicura che quel giorno non avrebbero fatto cavalluccio.