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[Lab19] Su carru ’e Deus

Posted: Sat Jan 31, 2026 8:23 pm
by Alberto Tosciri
Su carru ‘e Deus
(Il carro di Dio)

1924. Sardegna Orientale, monti del Konkordias.
Caccia al latitante Maicu Brunu.

Non andava bene. Per niente bene.
Così pensava il carabiniere reale Nicola Tasceddu, sotto un sole che spaccava le pietre e il frinire assordante dei grilli. Guidava una squadriglia sui sentieri  impervi di quelle montagne, che conosceva bene.
Quasi tutti i carabinieri venivano dal Continente. Non erano abituati a quel caldo né alle asperità di quei luoghi. E di quella gente.  
Si inerpicavano a fatica con il fucile a tracolla; alcuni ansimavano, bevevano in continuazione dalla borraccia, sprecavano l’acqua bagnandosi il viso e la testa.
Uno di loro maledì quel luogo e chi c’era nato. Alcuni risero, ma non tutti. Un carabiniere sardo appena arruolato,  che si chiamava Gavino, si adombrò in volto.  Nicola  se ne accorse, lo conosceva appena, non era della sua stazione. Gli fece cenno di fare finta di nulla.
― Sì, però… ― sussurrò il giovane, avvicinandosi.
― Lascia perdere ― disse Nicola, poggiando le mani sulle pietre roventi, calde come la pelle di una donna, indicando in silenzio ai commilitoni i passaggi più pericolosi.
― Quanto manca? ― domandò sottovoce il capitano.
Era un uomo asciutto, con baffi curati e lo sguardo sempre in movimento. Parlava poco, ma osservava tutto, toccando spesso il cinturone, come per controllare la pistola.
― Poco, signor capitano. Poco ― rispose Nicola. Era stato distaccato d’ordine dalla sua stazione per fare da guida.
Tu conosci bene i posti, Nicò. Sarai molto utile ― gli aveva detto il suo maresciallo.
Nicola indicò un punto stretto del sentiero: ― State attenti qui.
Il capitano aveva indugiato sul nastrino della medaglia appuntata sul suo petto.
― Podgora, dunque,  ― gli aveva detto, senza guardarlo negli occhi.
― Sissignore.
― Allora sei uno che conosce il suo dovere.

Dopo ore di cammino, avvicinandosi al paese di  Maicu Brunu, Nicola sentiva crescere il disagio. Troppi occhi li avevano già visti sulla montagna. L’allarme doveva essere partito da tempo.  Non avrebbero  trovato Maicu Brunu in casa sua. Con cautela lo aveva fatto presente, ma il capitano aveva annuito senza fermarsi.
Giunsero al paese: costruzioni di pietra sparse, innervate alla montagna come un rosario di dolore. Circondarono la casa.
― Uscite con le mani in alto! ― gridò il capitano, con la pistola in mano.
Dopo un po’ uscì una vecchia vestita di nero, reggendosi a un bastone. Dietro di lei, le figlie con bambini in braccio e altri più grandicelli  aggrappati alle gonne. Altri vecchi, donne e bambini osservavano in silenzio dalla strada.
Il capitano si avvicinò a Nicola, senza alzare la voce.
― Diglielo.
― Che cosa, signor capitano?
― Che alzino le mani. Tutti.
Lo sguardo di Nicola scivolò sui bambini. Guardò il capitano.
― Tutti.
Nicola deglutì. Si rivolse alla gente:
Deppeis altziare as manus. Tottusu. Ponediose inelo... (Dovete alzare le mani. Tutti. Mettetevi da quella parte)
Le donne si disposero contro un muretto a secco. Aiutarono la vecchia, che tremava.  I bambini alzarono le mani.
Una ragazza aveva alzato solo una mano. Nell’altra teneva un neonato che piangeva, accecato dal sole. Il pianto rimbalzava tra le montagne come un lamento. I vecchi guardavano Nicola in silenzio.
Lui entrò nella casa. Una stanza sola, divisa in due livelli: uomini e animali. Un paio di capre belavano spaventate in un angolo.
Sul pavimento di terra battuta, forme di formaggio squarciate dalle baionette, ricotta rovesciata, pane carasau calpestato. La brocca rotta, acqua sparsa come sangue.
Nicola si chinò sul pane. Il sole illuminò la sua mano. Sentì una morsa stringergli lo stomaco. Conosceva la fame contadina. Ma questa non era carestia.  Non era giusto. Nemmeno in nome della legge.
Rivide la sua vita. Quando zappava la terra da ragazzo. Ci mise molto ad alzarsi in piedi. I suoi scarponi sembravano inchiodati. Sfilò il moschetto dalla spalla; l’otturatore gli parve durissimo mentre camerava il colpo in canna. In fondo, ci aveva creduto nella giustizia.
Gli altri carabinieri si voltarono.
― No. Non si fa così ― disse Nicola, calmo, triste, puntando il fucile in basso, all’altezza delle gambe.
Entrò il capitano.  ― Tasceddu! Giù il fucile! Subito! 
― Non si fa così ― ripeté Nicola, deluso.
Respirò. Il sole entrava da una piccola imposta. Polvere danzava nell’aria. Gli odori della sua infanzia lo avvolsero. Era tornato a casa. Socchiuse un attimo gli occhi, tutto gli girò intorno.
Un rumore arrivò secco. Qualcosa si spezzò nell’aria. Gli furono addosso.
― Miserabile! ― urlava il capitano.  ― Dalla loro parte, eh?  Ti sei reso conto di cosa hai fatto? Sei indegno di portare gli alamari!
― Mi hanno detto di portarli con onore, signor capitano! L’ho sempre fatto, in pace e in guerra! Ma qui non c’è onore, signor capitano! ― Nicola sputò a terra.
Il capitano lo prese a schiaffi, senza rabbia, con metodo.
― Ammanettatelo. Ferri di campagna. Stretti.
Gli tolsero la bandoliera. Il berretto  rotolò a terra. Uscirono. Una folata di vento caldo scompigliò i capelli di Nicola.
Gavino guardava smarrito.
La vecchia cadde in ginocchio, piangendo a mani giunte:

Pitzinnu meu ka a dommu ses torrau…
― Pitzinnu meu cantu t’es costau!
― Su mundu no este com’ente t’ante narau!

― Piccolo mio che sei tornato a casa…
― Piccolo mio quanto ti è costato!
― Il mondo non è come ti hanno detto!

I carabinieri scendevano dalla montagna in fila indiana, come una ferita nera nel granito dei costoni rocciosi.  Nicola camminava al centro, con le mani serrate dai ferri di campagna. Ogni passo era un tintinnio di catene che echeggiavano sulla montagna. In alto,  i campanacci delle capre nascoste rispondevano.
Nicola aveva le labbra riarse e spaccate. Non chiedeva acqua. E non gliene davano.
Quando iniziarono ad attraversare il Riu Mannu, il mondo mutò. I ciottoli bianchi del fiume in secca brillavano come ossa sotto il sole. All’improvviso, il frinire dei grilli si troncò, come se una mano invisibile avesse spaccato la terra.
Il capitano alzò una mano. Si fermarono. Nel silenzio assoluto, si sentiva solo il respiro affannato dei militari e il tintinnare della catena.
Dai canneti rinsecchiti intorno a loro e dal groviglio di lentischi emersero delle ombre, come se la macchia le stesse partorendo. Erano uomini fatti di velluto scuro e barbe incolte, fucili in mano.
― Chi siete? Disperdetevi! ― urlò il capitano. La sua voce, solitamente ferma, vibrò di una nota acuta, incrinata dal riverbero del sole sulle pietre. La mano sudata correva nervosa al calcio della pistola.

― Sono Maicu Brunu, signor capitano! Non toccate le armi! Non cerchiamo il vostro sangue!
L’eco  della voce del bandito rotolò sul greto. L’uomo si fece avanti. Aveva il volto segnato da rughe come terra riarsa.
― Sono stato quattro anni al fronte, signor capitano! I miei fratelli sono rimasti tutti  sul Piave! Ma i nostri nemici non erano gli austriaci. I nostri nemici sono quelli come voi, signor capitano!
Calò il silenzio. Solo il vento, uscendo dai canneti,  passava in mezzo agli uomini. I carabinieri abbassarono i fucili.
Gavino ansimava.
Maicu Brunu si  avvicinò a Nicola, che stava a capo chino. Lo fece bere dalla sua borraccia.
Il capitano guardò sbigottito. Aprì la bocca per gridare qualcosa, ma la voce non gli uscì.
Maicu Brunu vide il nastrino di Nicola.
― Tu sai... Quindi: vuoi andare al loro giudizio o venire con noi? Scegli subito. E per sempre.
Nicola fece qualche passo. Sollevò  in alto le mani incatenate. Urlò al cielo con tutte le sue forze. Lo sciolsero dalle catene.
Da sopra le montagne si sentì su carru ‘e Deus; il rumore di tuoni che si avvicinavano. Il carro di Dio.
Gavino si avvicinò. Gli scesero le lacrime.  Guardò Nicola, che gli fece un lieve cenno di no, con un sorriso triste. Gavino gli mise una mano sul braccio. Nicola lo respinse, spingendolo con delicatezza verso gli altri carabinieri. Poi si incamminò con i banditi, senza voltarsi, sparendo con loro oltre i canneti.
Su carru ‘e Deus  risuonò ancora sulle montagne, più vicino.
Qualcuno, lassù, aveva visto Nicola Tasceddu.

Re: [Lab19] Su carru ’e Deus

Posted: Sat Jan 31, 2026 8:34 pm
by Alberto Tosciri
Autocommento

Il racconto nasce da riflessioni storiche e morali sul primo dopoguerra e sul banditismo sardo, inteso non come mito romantico né come semplice criminalità, ma come esito di una frattura profonda tra promesse e realtà. 
La Prima guerra mondiale, evocata solo per cenni, è sullo sfondo come origine di illusioni, sacrifici e delusioni: uomini che hanno combattuto per uno Stato e che, tornati a casa, ne subiscono il volto più duro e distante.
Nicola Tasceddu è per me un personaggio diviso: carabiniere decorato sul Podgora, ma anche uomo della sua terra. Il conflitto non è tanto con Maicu Brunu, quanto interno, e si manifesta nel momento in cui la legge perde ogni relazione con l’onore e con la dignità delle persone.
La scelta finale di Nicola non è concepita come eroica, né come liberatoria. È una scelta necessaria, irreversibile, che comporta una perdita. In questo senso è importante il gesto con Gavino: Nicola rifiuta di trascinarlo con sé, perché sa che ogni scelta ha un costo e non vuole che un ragazzo lo paghi al posto suo. È una forma di responsabilità, non di distacco.

Ogni tanto uso il sardo, anche nei titoli, mi si perdoni: so che non è inglese, romanesco o napoletano. Qui c’è il dialetto del mio sconosciuto paese.
Nelle mie intenzioni, il canto/preghiera della vecchia può essere letto come un intervallo, qualcosa che richiama — molto alla lontana — qualcosa di un’antica tragedia.
Il finale resta volutamente sospeso: non c’è assoluzione né condanna.
Una mia domanda personale, forse, attraversa tutto il racconto: quando l’obbedienza smette di essere onore?
(Mi rendo conto della retorica di questa domanda, ai giorni d'oggi...)
Il riferimento a su carru ’e Deus, il carro di Dio, e all’ultima frase, allude a un giudizio che non è quello degli uomini o delle istituzioni, ma qualcosa di più antico e impersonale: la coscienza, la Storia, o lo sguardo della Terra stessa.

Ma per me, su carru ’e Deus rimanda anche all’infanzia: quando sentivo i tuoni in lontananza, i vecchi dicevano che era il rumore delle ruote del carro di Dio che stava scendendo sulla Terra. E come tale ne avevo timore. E, davvero, ancora adesso.

Re: [Lab19] Su carru ’e Deus

Posted: Mon Feb 02, 2026 1:33 pm
by Arturo Ligotti
Ho letto molti tuoi racconti, anche se non frequento CdM da molto, e ho trovato dei ricorsi non solo nella loro ambientazione, nei luoghi delle tue narrazioni, ma anche nei temi che tratti. In questo non sei molto diverso da me— è una mia impressione—  ma attenzione — lo ricordo più a me che a te — perché riproporre le medesime tematiche a lungo andare può renderti col lettore troppo prevedibile, seppure la ricorsività può essere funzionale alla creazione di raccolte di racconti omogenee. Il tuo racconto qui è un pezzo di narrativa storica che si inserisce nel solco della letteratura sarda "di frontiera". Hai saputo gestire con equilibrio il conflitto tra legge dello Stato e il codice d'onore pastorale, che mi pare siano dei temi ricorrenti nella tua narrativa.
Adoperi i sensi in modo magistrale. Il "sole che spacca le pietre", il "frinire assordante" e l'odore della casa d'infanzia creano un'immersione nell’ambiente sardo. Molto efficace la metafora del Riu Mannu con i ciottoli bianchi come ossa: anticipa visivamente la "morte" del Nicola carabiniere e la nascita del Nicola latitante. Il personaggio di Nicola è solido. Il richiamo alla Podgora e al passato da contadino nobilita la sua scelta: non tradisce per viltà, ma per un'etica che ritiene superiore. La scena del pane calpestato e della ricotta versata è il vero climax emotivo: descrive lo stupro della dignità domestica che un sardo dell'epoca poteva far fatica a tollerare. Il ritmo è serrato, quasi cinematografico e l'inserimento del sardo (con traduzione) non è un semplice vezzo folkloristico, ma dà voce all'anima della terra. A proposito, il canto della vecchia è struggente e la funzione mi è sembrata simile a quella del coro tragico greco che sancisce il destino dell'eroe. È senza dubbio il passaggio che più mi ha colpito.
D’altra parte, in alcuni punti, le descrizioni del Capitano (i baffi curati, la pistola) rischiano di sfociare nel cliché dell'antagonista rigido. Potresti renderlo ancora più interessante mostrandolo non solo come un uomo d'ordine, ma come un uomo profondamente smarrito in una terra che non capisce per sottolineare il distacco tra l’eroe e l’antagonista, tra la Sardegna e il continente, tra il mondo silvo pastorale e l’incombente modernità. L'apparizione di Maicu Brunu è ben orchestrata. Il riferimento ai fratelli morti sul Piave crea un ponte di dolore comune tra "guardie e ladri". Il finale aperto, con il rumore di Su carru ‘e Deus (il tuono), chiude il cerchio in modo epico e quasi mitologico. Ho gradito anche il simbolismo, le catene che tintinnano contro i campanacci delle capre e, ripeto, la tematica del contrasto tra la "giustizia"  dello Stato e la "giustizia" umana della comunità. A mio avviso potresti approfondire il rapporto tra Nicola e Gavino. Gavino rappresenta ciò che Nicola era poche ore prima; la sua mano respinta alla fine è un gesto di protezione (Nicola lo "salva" dal diventare un disertore come lui), ma un breve scambio di sguardi in più durante la salita avrebbe caricato ancora di più quel distacco finale.
Il racconto è quindi solidissimo, ma per passare secondo me ci sono alcuni punti di "attrito" narrativo su cui potresti lavorare. Il primo è la “resa” del Capitano. All’inizio descrivi l’ufficiale come un uomo d'azione, decorato e d'ordine. Tuttavia, nel finale, appare quasi passivo. Quando Maicu Brunu esce dai cespugli e "comanda" la scena, il capitano "apre la bocca ma la voce non gli esce. In questo modo l'antagonista diventa quasi una macchietta, un personaggio strumentale che serve unicamente per far risaltare l'eroe. Perché non provi a farlo reagire con la sua logica invece. Se l’antagonista è credibile, a maggior ragione lo è il protagonista.  Altro punto debole a mio avviso riguarda Nicola, il quale passa dall'essere un carabiniere pluridecorat a unirsi ai banditi in pochi minuti. Sebbene il pane calpestato sia la scintilla, il salto psicologico è enorme e lascia increduli. La sospensione dell’incredulità nel mio caso non ha funzionato proprio. Mancavano troppi passaggi. Capisco che i racconti di questi contest hanno sempre limiti stringenti di spazio, e quindi di tempo, ma avresti potuto inserire un piccolo "seme" di dubbio all'inizio della marcia. Magari Nicola guarda la sua divisa sporca di polvere e sente che quel panno grigio-verde sta diventando una pelle estranea. Rendi il suo conflitto d'identità un crescendo, e non un'esplosione improvvisa. E ancora, la figura di Gavino, un personaggio potenzialmente straordinario (il "doppio" giovane di Nicola), rimane un po' in ombra. Nel finale, quando Nicola lo respinge "verso gli altri", il gesto è bellissimo. Tuttavia, il dialogo interiore di Gavino manca. Un solo scambio di sguardi più intenso, in cui Nicola vede in Gavino la propria giovinezza perduta, renderebbe il sacrificio di Nicola (che sceglie la latitanza e quindi la morte o la prigione certa) ancora più tragico. Ho trovato poi alcuni cliché descrittivi in espressioni come "il sole che spaccava le pietre" o "occhi che lo guardavano in silenzio" efficaci ma molto comuni nella letteratura sarda (da Grazia Deledda a Salvatore Cambosu, che poi era lo zio della Deleddda, passando per Salvatore Satta).
La tua bravura non ha certo bisogno delle mie riflessioni, ma che vuoi: il gioco è questo.

Riflessione a latere dal tuo commento: quando l'obbedienza smette di essere onore. Onore è un termine desueto e sta a vedere in quale contesto si inquadra. Onore Formale (Militare/Istituzionale)che è l’adempimento del dovere e la fedeltà al giuramento prestato. Per un membro del Forze Armate, l’onore coincide con la disciplina e l’esecuzione degli ordini.  Come riportato dal Codice dell'Ordinamento Militare, esso si fonda sul prestigio dell'istituzione e sul rispetto delle gerarchie. Per un medico, piuttosto che per un avvocato o un operaio, l'onore è altra cosa seppur fondato sul nòmos e quindi questo tipo di onore lega chi oggi vive nel mondo. C'è poi un Onore Etico (Personale/Arcaico)che è il riconoscimento della dignità propria e altrui. Per Nicola, il tuo protagonista, l'onore è la coerenza con i propri valori morali e il rispetto per la propria terra. È il codice barbaricino ad esempio. Ma anche concezione è legata non al nòmos ma all'etica.
E infatti dall'interrogativo stesso che poni è chiaro che tu veda un sistema di riferimento che prescinde dall'obbedienza e dall'autorità, e quindi dal nòmos. L'interrogativo è antichissimo e riflette quello di Antigone, che è l'archetipo universale del conflitto tra il nòmos (la legge della città/Stato) e le leggi non scritte (la morale, la religione o il sangue).
E in effetti nel tuo racconto, il parallelo è perfetto: il Capitano è Creonte: rappresenta la legge formale, l'ordine e l'autorità dello Stato che non ammette eccezioni. Mentre Nicola è Antigone: sceglie di seguire una legge più antica e profonda (la pietà per il pane calpestato, il legame con la sua terra e la sua gente), anche a costo di diventare un fuorilegge e andare incontro alla rovina.
Il tuo Nicola compie un gesto "antigonico" quando decide che l'onore non sta nel codice militare, ma nel rispetto della dignità umana. Anche il riferimento finale a Su carru ‘e Deus (il giudizio divino o naturale) rafforza questa dimensione tragica: lo Stato lo condanna, ma una giustizia superiore lo osserva. Io, per mia indole, e per antica assuefazione a dinamiche professionali non sono antigonico. E sono abituato a far il nòmos all'etica. Altra osservazione, il nòmos si riveste di scientificità (Scienze Giuridiche) e ambisce a far parte di quella Technè che si è impadronita del mondo ed è oggi funzionale all'apparato tecnico scientifico che governa e controlla la società e come tale è dalla parte dell'attuale reggitore delle sorti del mondo. Mentre l'etica, associata a morali filosofie religioni, è da sempre perdente nella sfida con la Tecnica e in molti casi subordinata. Le due categorie di onore, a mio parere, possono certo convivere, ma prima o poi l'una metterà a tacere l'altra, le ragioni dell'una confliggeranno con quelle dell'altra e l'una sarà destinata a essere subordinata all'altra. Il tuo conflitto risiede in questa dicotomia. Ma è una guerra che l'onore guidato dall'etica ha già perso da un pezzo. Come anche il tuo racconto ben descrive.

Re: [Lab19] Su carru ’e Deus

Posted: Mon Feb 02, 2026 3:17 pm
by Didalinda
Ciao @Alberto Tosciri,
 il tuo racconto mi è piaciuto moltissimo.
Secondo me il cuore del testo non è tanto la scelta finale di Nicola, quanto il momento in cui la legge smette di coincidere con l’onore. Il conflitto vero non è tra carabinieri e banditi, ma tra obbedienza e responsabilità morale.

La cosa che funziona di più è come il disagio cresce poco alla volta, passando dal corpo: il caldo, la sete, il pane calpestato, i bambini con le mani alzate. Quando Nicola arriva al “no”, il lettore è già lì con lui, non sembra una svolta forzata.

Molto efficace anche il capitano: non è un cattivo urlante, ma l’incarnazione di un potere che agisce per automatismo. Proprio per questo fa più paura.
L’uso del sardo è misurato e potente, soprattutto nel finale, che chiude il racconto su un piano quasi mitico senza diventare retorico.

Se devo proprio cercare un punto discutibile, non riguarda il percorso che porta Nicola al “no”, che funziona benissimo, ma la resa di quell’istante: è molto netto rispetto alla finezza di tutto ciò che lo precede, e una micro-esitazione in più avrebbe potuto accentuarne il dolore.

Re: [Lab19] Su carru ’e Deus

Posted: Tue Feb 03, 2026 10:44 am
by Luquandus
Ciao @Alberto Tosciri credo tu abbia saputo cogliere appieno il momento storico descrivendo l'eterno baratro che divide la povera gente dal potere. Le mie origini calabresi mi fanno vedere nella storia di Nicola la stessa storia di tanti "briganti" che nel periodo dell'unità d'Italia fecero la sua stessa scelta. Non a caso fu un grande intellettuale tuo conterraneo come Gramsci a definirli "contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare chiamandoli briganti”. Di esempi come il capitano la storia è piena, dal Manhes in poi, e credo che tu abbia saputo rappresentare con buona capacità il momento esatto in cui anche il più onesto degli uomini si ribella al potere costituito quando questo diventa giogo e non aiuto. 
La scrittura è aspra come i luoghi in cui si svolge l'azione, il caldo di quella terra brulla si avverte andando avanti nella lettura. Il potere prevaricatore del capitano viene descritto anche molto bene, lo schiaffeggiare con metodo, quasi un automatismo probabilmente perfezionato dopo la rotta di Caporetto in cui quelli come lui davano la caccia agli sbandati. 
Unica cosa
Alberto Tosciri wrote: ― Miserabile! ― urlava il capitano.  ― Dalla loro parte, eh?  Ti sei reso conto di cosa hai fatto? Sei indegno di portare gli alamari!
― Mi hanno detto di portarli con onore, signor capitano! L’ho sempre fatto, in pace e in guerra! Ma qui non c’è onore, signor capitano! ― Nicola sputò a terra.
qui io avrei prima fatto sputare Nicola poi lo avrei fatto rispondere, ma è una goccia nel mare di un racconto ben scritto.
A rileggerci
L.

Re: [Lab19] Su carru ’e Deus

Posted: Tue Feb 03, 2026 3:44 pm
by Strikeiron
Ti hanno scritto che si ha la tendenza a tornare sugli stessi temi e mi accomuno anch'io a questo problema. Se si è "costruttori di mondi" bisognerebbe cercare di costruire sempre cose diverse e invece si tende, naturalmente, a ripiegare sugli stessi temi perché ci stanno più cari.
Io a un certo punto, leggendo questo racconto ho pensato "da queste ambientazioni verrebbero fuori dei western superlativi".
Mi piacciono molto le tue ambientazioni e la resa che ne dai. E' veramente un tuo punto di forza.
A rileggerci.

Re: [Lab19] Su carru ’e Deus

Posted: Tue Feb 03, 2026 5:29 pm
by Alberto Tosciri
@Arturo Ligotti

Ti ringrazio tanto per il tuo approfondito e stimolante commento, per aver speso il tuo tempo e per gli apprezzamenti e notazioni. Lusingato che hai  letto miei racconti, in effetti ne ho “stipati” un po’ ovunque nel forum.
Ti do senz’altro ragione sul fatto che le mie ambientazioni siano ricorrenti, non che sia un bene a dire il vero. Bisognerebbe spaziare. Ma molto di rado ambiento una storia ai giorni nostri, perché non mi ci trovo. Mi sforzo di voler trovare ancora qualcosa di “epico” nella modernità, e a ben cercarlo si trova, ma bisogna davvero concentrarsi, trovare l’ago nel pagliaio. Cosa sempre possibile.
Giusta la tua osservazione sui cliché descrittivi, da Deledda a Cambosu a Satta… aggiungerei anche Giuseppe Dessì e altri sardi, pochi a dire il vero. Deledda in particolare la conosco bene.

Le mie ambientazioni sono alquanto cupe, immerse in profonde solitudini che rispecchiano anche del mio vissuto.
Chiedo scusa se sembra che parli come se fossi uno scrittore. Di certo non lo sono.

Per tornare al racconto, conosco molto bene il mondo militare, vi ho ambientato numerose storie, ora un po’ meno però. 
È un ambiente che non tutti conoscono o apprezzano, ne ho dovuto prendere atto, anche se io non descrivo mai fatti cruenti, preferendo  descrizioni introspettive e ambientali come ne il Deserto dei Tartari di Buzzati o Waiting for the Barbarians di  John M. Coetzee.
Mi è piaciuta la tua osservazione sull’onore, dovere e fedeltà, concetti vissuti diversamente al di fuori di un ordinamento militare; 
 i rapporti umani nella quotidianità sotto le armi sono completamente diversi dal mondo "borghese"; io ne sono sempre stato convinto, anche per esperienza personale.
Il capitano del racconto rispecchia  in pieno il Nòmos; è la legge dello stato che arriva in un territorio per ordinarlo secondo regole esterne. Cosa che prima o poi sfocia  sempre in conflitto.
Nicola Tasceddu ha vissuto fino all’inizio della storia, ma della sua vita direi,  riconoscendo ad ogni modo quell’ordine. Ma non lo accetterà più quando in nome dell’autorità si calpesterà la dignità e la sacralità della sua gente.
Il dramma è che non ci sono alternative. Quando la legge smette di essere giusta l’obbedienza può diventare una colpa?  Ma se tutti disobbediscono, allora la giustizia scompare? Un problema irrisolvibile. Nicola non pensa certo che sarà lui a risolverlo. Non lo risolverà. O meglio: lo risolverà a modo suo: se ne andrà.
Mi rendo conto che avrei dovuto illustrare di più alcune transizioni, dettagliare maggiormente, approfondire personaggi secondari, attardarmi un po’ di più su particolari… E io sono uno che ama i dettagli. Ma mi sono reso conto che facendolo sarei andato troppo oltre con questi caratteri permessi e allora mi sono tenuto molto scarno. C’è sempre tempo.
Arturo Ligotti wrote: l'etica, associata a morali filosofie religioni, è da sempre perdente nella sfida con la Tecnica e in molti casi subordinata. Le due categorie di onore, a mio parere, possono certo convivere, ma prima o poi l'una metterà a tacere l'altra, le ragioni dell'una confliggeranno con quelle dell'altra e l'una sarà destinata a essere subordinata all'altra.
Condivido. Mio malgrado condivido. È così.



Mi ha incuriosito
Arturo Ligotti wrote: Io, per mia indole, e per antica assuefazione a dinamiche professionali non sono antigonico. E sono abituato a far il nòmos all'etica. Altra osservazione, il nòmos si riveste di scientificità (Scienze Giuridiche) e ambisce a far parte di quella Technè che si è impadronita del mondo ed è oggi funzionale all'apparato tecnico scientifico che governa e controlla la società e come tale è dalla parte dell'attuale reggitore delle sorti del mondo. Mentre l'etica, associata a morali filosofie religioni, è da sempre perdente nella sfida con la Tecnica e in molti casi subordinata. Le due categorie di onore, a mio parere, possono certo convivere, ma prima o poi l'una metterà a tacere l'altra, le ragioni dell'una confliggeranno con quelle dell'altra e l'una sarà destinata a essere subordinata all'altra.
e non posso che darti ragione. Però la prevalenza della Technè, specie applicando il suo corrispettivo misurabile, logico, politico, 
il Nòmos, all’etica può andare bene, come è andato bene fino adesso, finché si tengono nascosti agli uomini i parametri variabili del loro vero retaggio.
Finché gli uomini continueranno a credere alla loro storia canonica, dimostrata, quantificata, assurta ormai a dogma, andrà tutto bene e l’umanità continuerà a vivere con barlumi di infamia e di gloria, a macchia di leopardo. E pagare l'aria che respira, perché questo è sempre stato lo scopo dei tiranni. Ma prima o poi gli uomini vorranno  sapere chi sono e perché. E non pagheranno più l'aria che respirano. Mi piacerebbe esserci, quel giorno.

@Didalinda

Grazie per il tuo commento e per l’apprezzamento.
Didalinda wrote: Se devo proprio cercare un punto discutibile, non riguarda il percorso che porta Nicola al “no”, che funziona benissimo, ma la resa di quell’istante: è molto netto rispetto alla finezza di tutto ciò che lo precede, e una micro-esitazione in più avrebbe potuto accentuarne il dolore.
Hai senz’altro ragione. Avrei potuto dilungarmi maggiormente ma, come ho detto anche nel commento prima, essendo uno che ama davvero i particolari, non mi sarebbe bastato lo spazio di un romanzo breve per dire davvero tutto quello che volevo dire. Non si tratta di non voler condensare: si tratta di non voler eliminare particolari e suggestioni. Un riassunto riesce sempre, ma si rimane con l’impressione di non aver detto tutto quello che si voleva. Mi succede sempre quando scrivo con parametri necessariamente imposti dai contest e infatti, anche in altri Laboratori, molti mi dicono che avrei dovuto specificare di più.

@Luquandus

Ti ringrazio per il commento.
Mi ha sempre interessato l’eterno baratro, come dici giustamente, che divide la povera gente dal potere. Conosco la storia del Meridione dall’Unità d’Italia e dei soldati borbonici che, di massima sbandati dopo la sconfitta, cercarono di combattere contro un’invasione che non volevano.
Come dimenticare, oltre all’epopea di dolore vissuta nel Meridione, anche la fortezza di Fenestrelle, in Piemonte, dove vi furono rinchiusi circa un migliaio di soldati borbonici che non giurarono fedeltà ai Savoia? Non se ne parla.
Così è sempre andato il mondo.
Io, per quanto posso, cerco talvolta di rappresentare storie di ribellioni di uomini qualunque contro poteri più grandi di loro.
La scrittura può essere una grande via di fuga verso la libertà.
Ottima la tua notazione finale, ci devo pensare.
Grazie per l’apprezzamento.


@Strikeiron

Grazie per il commento.
Giustamente bisognerebbe avere una scrittura che sappia collocarsi in ambientazioni diverse. Io stesso mi lamento che ho la tendenza a girare in tondo senza troppe deviazioni sugli stessi argomenti. Però ti assicuro che, anche dovendo scrivere una storia ambientata sempre in uno stesso posto, puoi avere materiale infinito.
Ogni minuto che il sole batte sul muro è già una storia diversa in tutto il cortile. E un piccolo cortile può davvero essere grande come il mondo. Fidati.
Ho pensato anche io ad ambientazioni western, pur in contesti diversi, prendendo come parametri i film di Sergio Leone, ma anche i grandi classici americani. Un vero mondo.
Ti ringrazio per l’apprezzamento.
A rileggerci.

Re: [Lab19] Su carru ’e Deus

Posted: Thu Feb 05, 2026 6:57 pm
by bestseller2020
@Alberto Tosciri ciao, cummenti andausu?
Alberto Tosciri wrote: Così pensava il carabiniere reale Nicola Tasceddu, sotto un sole che spaccava le pietre e il frinire assordante dei grilli. Guidava una squadriglia sui sentieri  impervi di quelle montagne, che conosceva bene.
E non ti poteva scappare questo particolare, come pure a me!  :D Ebbene sì! L'arma dei carabinieri è stata fondata attraverso la Regia patente  del 13 luglio 1814, appena la fine dell'epoca napoleonica. E dire che fu istituita per il controllo del territorio a causa dei troppi briganti che infestavano le campagne. Le città non avevano questi problemi, vi erano già gli sgherri..
Alberto Tosciri wrote: Deppeis altziare as manus. Tottusu. Ponediose inelo... (Dovete alzare le mani. Tutti. Mettetevi da quella parte)
Le donne si disposero contro un muretto a secco. Aiutarono la vecchia, che tremava.  I bambini alzarono le mani.
Tutti pericolosi briganti per il comandante! :D Sono curioso sul dialetto che hai usato: non mi pare campidanese, nuorese.. ma non sono uno specialista: dimmelo tu.
Alberto Tosciri wrote: Ammanettatelo. Ferri di campagna. Stretti.
E chi li scorda, altro che le manette di oggi..
Alberto Tosciri wrote: Poi si incamminò con i banditi, senza voltarsi, sparendo con loro oltre i canneti.
E dire che quando si parla di carabinieri si parla di "Usi obbedir tacendo e tacendo morir". Sinceramente penso che anche l'obbedienza ha i suoi limiti.
Meno male che "l'obbiezione di coscienza" sia entrata a far parte dei nostri sani principi. Il finale pare andare in quella direzione, anche se, mancano del tutto le cause che hanno portato Maicu Brunu, a diventare un fuorilegge. Ma ben conoscendo la dura realtà di quell'epoca infelice per l'Italia, divisa tra la monarchia nascente dei Savoia e l'evento napoleonico finito con la restaurazione delle vecchie monarchie. E la stessa fame, la miseria, spesso creata con i balzelli e le gabelle, sul riso, sulle farine, sulla macina dell'olio,  persino sui camini, con la famigerata tassa sul fuocatico, per cui chi aveva un caminetto doveva pagarla.. in pratica tutti.. Insomma, sei partito da troppo lontano per parlare di obbedienza e di ribellione sociale. Ciao a si biri..

Re: [Lab19] Su carru ’e Deus

Posted: Thu Feb 05, 2026 8:32 pm
by Alberto Tosciri
Ciao @bestseller2020
bestseller2020 wrote: cummenti andausu?
Tiramusu innanti, po su chi si potede...
bestseller2020 wrote: E non ti poteva scappare questo particolare, come pure a me!  :D Ebbene sì! L'arma dei carabinieri è stata fondata attraverso la Regia patente  del 13 luglio 1814, appena la fine dell'epoca napoleonica. E dire che fu istituita per il controllo del territorio a causa dei troppi briganti che infestavano le campagne. Le città non avevano questi problemi, vi erano già gli sgherri..
Conosco abbastanza bene la storia dell'Arma... anche se qui è una storia di fantasia i riferimenti storici ci sono...
bestseller2020 wrote: Sono curioso sul dialetto che hai usato: non mi pare campidanese, nuorese.. ma non sono uno specialista: dimmelo tu.
Nemmeno io sono uno specialista. Comunque è dialetto ogliastrino di Baunei. Il paese dei miei. Quello vecchio sta svanendo purtroppo. È diverso dagli altri. Linguisticamente non può essere paragonabile con altri dialetti sardi, ha specificità e caratteristiche tutte sue. Per la trascrizione ho "fatto" a orecchio... cercando di rendere il suono... ma capisco anche il campidanese (lo parlavo da ragazzo, ad Assemini) e capisco anche il sassarese/logudorese.
bestseller2020 wrote: Sinceramente penso che anche l'obbedienza ha i suoi limiti.
L'idea mi è venuta dai ricordi di un film che diedero anni fa,  nel 1977, "Il prefetto di ferro", ambientato nella Sicilia del Ventennio, dove il Prefetto Mori, interpretato da Giuliano Gemma, con Stefano Satta Flores capitano dei carabinieri reali, cercavano di debellare la Mafia in Sicilia. Per farla breve, circondarono un paese e catturarono i mafiosi applicando un comportamento che può assimilarsi alla Carta de Logu nostrana. Tolsero l'acqua al paese e aspettarono. La popolazione civile si ribellò, in particolare le donne, contro il capo Mafia, dicendogli che volevano l'acqua, e il capo mafia mi pare che si uccise o qualcosa del genere. Ma durante le perquisizioni delle case, effettuate dai carabinieri, uno di loro gettò il fucile e si rifiutò, perché doveva perquisire la casa della sua famiglia. Il prefetto non fu comprensivo, si arrabbiò e lo fece arrestare dagli altri carabinieri. Poi non so se sia successo davvero, ma la scena mi impressionò moltissimo.

Poi da noi... sì. Di problemi ne abbiamo avuto con la storia, i re e le rivoluzioni.  Per non parlare di banditi e bardane. E ancora non è finita.

Grazie per aver letto, a si biri