[LAB19] L'Argine alla Notte
Posted: Wed Jan 28, 2026 7:32 pm
Norino ha settant'anni. Le sue mani sembrano radici di pioppo, per quanto sono nodose e segnate dal tempo. Ogni ruga racconta una storia di sudore e battaglie perse, di giorni che si allungano come ombre in serate estive e notti insonni trascorse a contar le stelle. Quando guarda quelle mani vede l'uomo che era a vent'anni, con la pelle liscia e miriadi di sogni. Ora quelle mani tremano in modo impercettibile quando afferra la tazza del caffè, un tradimento del corpo che la mente fatica ad accettare. Ricorda quando suo nonno lo portò per la prima volta nei campi all'alba, un bambino di appena otto anni, insegnandogli che la terra non perdona chi non la rispetta. La terra è come una donna capricciosa, gli diceva il vecchio, con quel sorriso storto che nascondeva decenni di delusioni, devi corteggiarla con pazienza. Quelle parole risuonano ancora nella sua testa dopo decenni di arature e semine e ricorda come egli, appoggiandosi al manico della zappa, fissava l'orizzonte come se cercasse qualcosa che non avrebbe mai trovato. Solo ora comprende cosa stesse cercando: un significato, un motivo per continuare a scavare solchi in un terreno che alla fine inghiottirà ogni cosa.
Norino si sveglia ogni giorno prima dell'alba, e l'oscurità stringe la casa in una morsa gelida, riempita dall'odore di legno bruciato e cenere, che si attacca alle pareti come i ricordi di una vita alle crepe dell’anima. L'aria la mattina è sempre fredda, ogni respiro graffia i polmoni e, quando i piedi nudi toccano il pavimento, un brivido elettrico gli percorre la schiena. La casa mantiene ancora l'eco della risata di sua moglie Marta, che è morta cinque anni prima dopo una lunga malattia che l'ha consumata lentamente, portando con sé la luce che un tempo illuminava quelle stanze.
Marta, coi suoi capelli castani raccolti in una treccia e i suoi occhi verdi che brillavano di infinita dolcezza, sapeva sempre come leggerlo meglio di chiunque altro. Lo osservava entrare dai campi con le spalle curve e, senza dire una parola, gli preparava un latte caldo e massaggiava le sue spalle dolenti con movimenti circolari che scioglievano non solo la tensione nei suoi muscoli ma anche quella nella sua anima. Le sue dita trovavano i punti più giusti, come se conoscessero a memoria ogni nodo, ogni cicatrice di quella pelle consumata dal lavoro. Profumava di sapone di Marsiglia e quell'odore sembrava potesse appartenere solo a lei, e lo avvolgeva come una coperta calda nelle notti fredde. Forse intuiva che al di sotto della sua scorza si nascondeva un bimbo spaventato, che temeva di non essere mai abbastanza, di non essere in grado di dare alla sua famiglia ciò che meritava. E lei, con la sua presenza silenziosa, sussurrava senza parole che lui era già abbastanza, e che era amato per chi era, non per ciò che poteva costruire o conquistare.
Spesso, nelle domeniche pomeriggio, Marta rattoppava i vestiti e, mentre l'ago infilava il tessuto con movimenti precisi, gli raccontava i suoi sogni. Di viaggiare, di vedere il mare, di passeggiare per le strade di Venezia tenendolo per mano. "Quando saremo vecchi," diceva con quel sorriso che le illuminava il volto, "quando i bambini saranno cresciuti, andremo a vedere il mondo." Ora sa che quei sogni giacciono sepolti con lei nel cimitero del paese, sotto una pietra di grigio marmo.
I suoi figli maschi non ne hanno voluto sapere della terra, vivono in città, dove la vita scorre più veloce, dove le ambizioni riempiono giorni e notti. Quando chiamano, le loro voci suonano lontane non solo nello spazio ma anche nel tempo, come se appartenessero a persone che si conoscevano in un'altra vita. Parlano di promozioni, mutui, vacanze al mare, scuole per i bambini, e lui annuisce al telefono fingendo di capire un mondo diventato estraneo come la superficie della luna.
L'acqua del rubinetto gli sferza il viso, il freddo gli fa digrignare i denti, eppure non riesce a farne a meno: questa ritualità mattutina lo riporta alla giovinezza, quando anche l'acqua fredda era un lusso e lavarsi significava attingere dall'abbeveratoio nel cortile anche d'inverno, rompendo il ghiaccio con un martello. All'epoca aveva grandi piani: modernizzare la fattoria, sognava acqua corrente, una nuova stalla, un trattore invece di dover attaccare il bue all'aratro.
Ora, mentre l'acqua scorre tra le sue dita come tempo che scivola via, si chiede se realizzare quei sogni abbia davvero cambiato la sua vita. Ha realizzato le sue speranze, ma oggi la speranza ha un sapore amaro, che riempie la bocca come fiele, e deve inghiottire diverse volte per farlo scendere.
Dopo aver bevuto il caffè si accorge che una pallida luce filtra attraverso le finestre. Quella luce gli ricorda le mattine di Natale della sua infanzia, quando la famiglia si radunava attorno al focolare e sua madre preparava il pan dolce con mele secche. Il profumo di cannella e burro si diffondeva per la casa, il calore del fuoco arrossava le guance di tutti. Erano tempi in cui anche la povertà si colorava di speranza. Ora la stessa luce gli appare come un giudice silenzioso che illumina solo l'immensità della sua solitudine.
All'esterno, la Bassa è avvolta in una fitta nebbia che sembra latte cagliato. Ama la nebbia, ha un odore peculiare, sa di umidità e terra bagnata e di un qualcosa di metallico che si ferma in gola e gli fa venire voglia di tossire.
La sua mente si riempie di pensieri cupi: Qual è il senso della vita? Questa esistenza non è altro che un cerchio che si ripete all'infinito. Camminando sul terreno imbiancato dal gelo, il suono dei suoi passi è attutito dalla nebbia, e ha l'impressione di camminare su un tappeto di ovatta. Il silenzio lo avvolge. Non è il silenzio pacifico della sera, ma qualcosa di quasi minaccioso. Si chiede se ci sia un significato, un motivo per il suo stanco viaggio attraverso questa terra e non riesce più a vedere la benedizione della terra. Esce nel cortile con quel peso sul petto che lo spinge a ripetere: Devo badare alle mucche e mungere. Lo ripete come una preghiera laica, un mantra che tiene a bada il vuoto. Nella stalla il forte odore di fieno e letame lo colpisce come un pugno allo stomaco. È un odore che conosce da sempre, e che un tempo associava alla vita e alla prosperità, ma che ora ricorda solo il ciclo di nascita, crescita e morte. Dentro vede la corda logora usata per legare i carichi, annodata con cura e consumata dal tempo. La corda pende da un gancio arrugginito, le sue fibre sfilacciate sembrano le dita di un uomo morto che cerca di afferrare qualcosa. Per un attimo la tentazione lo seduce: la logica della futilità della vita lo invita ad ascoltare il richiamo della resa. L'afferra, l'annoda al suo collo e sale sopra la scala. Perché affaticarsi per un corpo logorato, per un'esistenza che si agita in un mondo che non ha più anima? Il vuoto della nebbia lo invita a smettere di respirare, a diventare nebbia lui stesso, a dissolversi in un nulla che sembra più accogliente del dolore quotidiano. Basterebbe un semplice salto eppure qualcosa dentro di lui si ribella. Forse è l'eco della voce di Marta, forse il pensiero dei suoi nipoti, forse semplicemente l'istinto di sopravvivere. Con un gesto di rabbia libera il collo, esce fuori e afferra la zappa e inizia a scavare un solco vincendo la resistenza della terra nella luce spettrale. Ogni colpo risuona nell'aria come un tamburo da guerra, il suono del metallo è un gesto di protesta che gli anestetizza la mente. Ogni movimento è un atto di sfida contro il vuoto che lo minaccia, una dichiarazione di guerra contro la tentazione di arrendersi. Quando le mani iniziano a sanguinare inizia a ripetersi che Questo fossato è necessario. Senza il letame rovinerà il prato in primavera. Ma sa che è una giustificazione priva di senso; è consapevole che ha bisogno di quel fossato non per una ragione razionale, ma perché continuare a lavorare è l'unico modo per non essere afferrato dall'eternità che lo aspetta, muta e pronta a riscuotere il pedaggio delle sue illusioni. Perché pensare al lavoro lo costringe a non pensare al resto, perché la terra è l'unica realtà che ha senso, ansiosa di essere riconosciuta e rispettata. Le ore passano e gradualmente qualcosa cambia dentro di lui. Non è pace, non è gioia, ma una sorta di tregua con l'esistenza.
Quando la nebbia svanisce, un fantasma in fuga dalla luce, il gelo si scioglie in piccole gocce d'acqua che brillano sull'erba. Il paesaggio si rivela gradualmente, come una fotografia che emerge in una camera oscura. Comprende di aver sconfitto il vuoto, almeno per quel giorno.
Sua figlia Elena ha preparato tortellini in brodo, il loro profumo richiama il conforto di mille domeniche. Il vapore che si alza dalla zuppiera appanna i suoi occhiali e deve pulirli con il fazzoletto, un gesto meccanico che gli dà tempo per comporre la maschera del nonno affettuoso. A tavola si versa un bicchiere di Lambrusco e guarda i suoi nipoti ridere, le loro voci brillanti simili a melodie di una canzone felice. La piccola Nena gli racconta con entusiasmo di aver disegnato una casa con un camino fumante, e Matteo, due anni più grande, interrompe per correggere i dettagli con quella serietà che solo i bambini hanno. Potrei rovinare tutto con una frase, pensa, il cuore gli si stringe all'idea di rivelare loro il vuoto che vede, quell'abisso che lo minaccia incessantemente.
Eppure, recita la sua parte. «Allora, come va a scuola? Raccontatemi tutto, voglio sapere cosa state imparando» dice, cercando di mantenere un tono allegro mentre una tempesta gli si agita dentro.
«Nonno, ieri la maestra ci ha mostrato le fotografie dell'Africa» esclama Nena, gli occhi le brillano di eccitazione. «Ci sono elefanti così grandi» e allunga le braccia il più possibile.
«E leoni, nonno! I leoni che ringhiano forte» aggiunge Matteo, facendo una faccia feroce.
Elena è la sua ultima figlia, quella che è rimasta quando gli altri hanno seguito i loro sogni lontano. Si è maritata con un bravo ragazzo del paese, ma non ha voluto lasciarlo solo. Col marito hanno deciso di rimanere e pensare alla fattoria, assumendosi il peso di quella terra che per lui è stata vita e condanna. È affezionata al papà, lo guarda con quegli occhi che da bambina avevano la stessa luce di speranza. Pare quasi che un filo invisibile leghi i loro destini in questa campagna nebbiosa che gli altri hanno preferito fuggire.
«Ti dico che il raccolto sarà magro» dice Norino a Elena, con quella saggezza che sa di tempi passati. «E poi il governo? Che ci fa questo governo a noi che lavoriamo la terra?»
«Nonno, perché c'è tutta questa nebbia?» Chiede Matteo.
«È colpa delle donne» risponde ridendo. «Hanno lavato troppo!»
Fa saltellare Nena sulle ginocchia mentre lei ride felice. Si lascia avvolgere dal calore della famiglia, scegliendo di indossare una maschera. Il peso del corpo della bambina sulle sue gambe, la fiducia cieca con cui si appoggia a lui —tutto questo riempie il cuore.
Beve il vino e il suo sapore acre è l'unica "verità" che può permettersi per non impazzire, quasi una via di fuga, ma mai abbastanza per cancellare il senso di vuoto che avvolge il suo cuore.
«Perché non vai a trovare Enzo in città?» Chiede Elena con quella gentilezza studiata che tradisce una sincera preoccupazione. «I suoi bambini sarebbero così felici. Ti farebbe bene un po' di distrazione, sai?»
«La campagna ha bisogno di me» risponde con un sorriso che non raggiunge gli occhi. «Ci sono le semine da preparare e la stalla da sistemare.»
Non dice che in città si sentirebbe ancora più solo, perso tra edifici che sembrano montagne e strade rumorose dove nessuno conosce nessuno. Non dice che ha paura di perdere quell'ultimo legame con la vita che la routine del lavoro nei campi rappresenta.
«Il lavoro non è tutto nella vita» insiste Elena, posando una mano sulla sua, allo stesso modo di come faceva Marta.
«Il lavoro è l'unica cosa che non mente» mormora, incontrando il suo sguardo. «Quando zappi la terra, quando raccogli i frutti, c'è una verità che nessuno può portarti via. Senza quello, cosa rimane? Un vuoto che niente può riempire.»
«Ti ho visto nella stalla salire le scale con quella corda al collo» dice Elena, la voce che si fa seria.
Norino la guarda, arrossendo fa un cenno con la mano, come se stesse scacciando un insetto fastidioso e molesto.
«È passata» mormora, per rassicurare se stesso più che lei. La verità rimane lì tra loro, un'ombra silenziosa, la consapevolezza che rende tutto così fragile.
La figlia lo abbraccia, stringendolo a sé, quasi voglia infondere in entrambi una sorta di energia vitale, una speranza. «Senza di te morirei» confida, con un tono che strazia il cuore. La loro vita all’improvviso appare intimamente connessa e ogni respiro sembra un atto di ribellione contro la solitudine e l'inevitabile.
«Non morirai» sottolinea lui, cercando di infondere serenità colla sua voce, ma senza poter ignorare il sottinteso di quella affermazione. La morte è una presenza costante, l’orizzonte verso cui tutti, in fondo, tendono, ma che si allontana il più possibile dimenticandola.
«Ma tutti moriremo, papà» sussurra Elena, con gli occhi lucidi. «È questo che mi fa paura. Che un giorno sarò sola. Che tutto... finirà. Come con la mamma.»
Un nodo in gola gli impedisce di parlare subito. Le sue parole hanno toccato quella verità che cerca ogni giorno di seppellire sotto le fatiche quotidiane.
«Ascoltami» dice infine, prendendole il viso tra le mani, guardandola negli occhi che gli ricordano tanto quelli di sua madre. «La vita è come un campo da arare. Fatica dopo fatica, solco dopo solco. Non possiamo evitare che arrivi l'inverno, ma possiamo seminare mentre c'è ancora tempo.»
Lei abbassa lo sguardo, le dita giocano nervosamente con l'orlo della tovaglia. «E quale senso ha seminare se poi tutto marcisce sotto la neve?»
La domanda lo colpisce come un pugno allo stomaco. È la stessa che lo tormenta nelle notti insonni, quando il silenzio della casa diventa insopportabile.
«Forse nessuno» ammette con una sincerità che lo sorprende. «Forse è solo un modo per occupare le mani e la mente finché siamo qui. Ma tu… tu sei il mio campo più bello. L'unico raccolto che conta davvero.»
Le lacrime le rigano il viso, ma sorride. Un sorriso tremulo, fragile come la luce che filtra tra le nebbie della pianura. «Non voglio che ti arrendi, papà. Non voglio che quella corda...»
«Lo so» la interrompe, stringendola più forte. In quel momento Norino sente una scintilla di qualcosa che somiglia alla volontà di continuare. Non per sé, ma per lei. Per quell'abbraccio che, per qualche istante, rende l'universo meno vuoto e indifferente.
In serata, quando il sole cala e i colori svaniscono nel crepuscolo, dipingendo il cielo con pennellate di arancione e viola riflesse nelle pozzanghere del cortile, cammina verso l'argine del Po. I suoi passi affondano nell'erba umida, e l'aria si fa più mite, col vapore che sale dal Grande Fiume. Sente la corrente premere contro la terra, un mormorio costante che sembra parlare, un richiamo che porta con sé storie dimenticate di inondazioni e raccolti rovinati, di case spazzate via dalla furia dell’acqua.
Comprende di essere come quell'argine: una massa di terra e pietre posta lì dagli uomini per impedire al fiume di distruggere tutto, uno strumento di protezione e, allo stesso tempo, di impotenza. L'argine non ferma l'acqua per sempre, ma permette al paese di dormire un'altra notte, rimandando l'inevitabile.
Le sue mani stringono il bastone nodoso che usa per camminare. Il vento porta con sé l'odore di fango e erba marcescente, un odore che parla di vita e morte mescolate insieme. Un pensiero si avvolge attorno a lui Non è vero che la terra ci ama. Ma fintanto che fingo di amarla, i bambini possono dormire tranquilli. Forse questo è il suo compito: essere l'argine che protegge la felicità dei suoi nipoti, anche se significa portare da solo il peso del vuoto.
In fondo Norino lo sa: il suo compito è restare lì, dritto sul limitare del campo, a fingere che l'inverno non faccia paura. Essere un argine significa accogliere il fango e il buio su di sé, affinché dall'altra parte la vita possa continuare a credersi eterna. Perché una bugia che protegge il sonno di un bambino vale più di ogni gelida verità.