[Lab19] The Cluster
Posted: Tue Jan 27, 2026 2:36 pm
L’avete mai vista The Cluster?
È geniale, la serie più bella del mondo.
Non che abbia visto tante serie in vita mia. Sì, le più famose sì, alcune sono persino carucce. Ma The Cluster è un altro livello. Altra caratura. Dire che è un capolavoro è poco. E non venitemi a dire che ognuno ha i suoi gusti, odio questo qualunquismo. L’arte è un concetto oggettivo. Ci sono opere che sono obiettivamente meravigliose, del vostro gusto non frega niente a nessuno. Se non vi piacciono è perché non capite un cazzo nella vita. Non vi rendete conto che se dite: a me Dostoevskij non dice nulla, state solo ammettendo di essere ottusi. Non è che una questione di gusti: non siete abbastanza intelligenti per capire. O non avete l’anima, non lo so.
Ecco, The Cluster è un’opera d’arte, non ci sono dubbi. Ogni puntata è un colpo di classe. Non riesco a trovare le parole per descrivere il senso di bellezza che ogni singola puntata riesce a comunicare. È tutto perfetto: trama, dialoghi, psicologia, messaggio. Avrò visto ogni puntata venti volte, forse anche di più: e ogni volta scopro un nuovo dettaglio, un simbolismo nascosto, un livello di lettura più profondo. E poi è piena di dilemmi etici. Amo i dilemmi etici.
Non riesco nemmeno a capire perché non sia così famosa. Beh, in realtà mi basta accendere la radio, guardare la tv o chiedere ai miei colleghi come hanno trascorso la serata per spiegarmelo. Alla gente piacciono solo le tette, i calci nelle palle e le flatulenze di Natale.
Il mondo sta crollando sotto il peso di chef pluristellati, detrattori del Var, accordi sottobanco per entrare al Gieffe, invasioni di Roccaraso, trapper che si accoltellano, bimbi in arresto, presidenti ipogonadici ed esportazioni di democrazia. Chiamatemi pazzo, ma per me è tutto collegato. Non ci perdo nemmeno più tempo: stiamo attraversando una profonda crisi di valori.
Meno male che c’è The Cluster. Una ventata di intelligenza in questo deserto culturale.
Quattordici stagioni. Quattordici anni. Avete idea di quanto siano lunghi quattordici anni? È circa un quinto della vita di una persona fortunata. Ogni santissimo martedì, dal 2013, non ho mai mancato un appuntamento. Dalla primissima puntata, sono stato un pioniere.
A volte ripenso alla mia vita A.C. (Avanti Cluster): ero solo uno sbarbatello che nemmeno lavorava.
Poi il lavoro mi ha cambiato, mi ha abbrutito. Mi ha inquadrato. Eppure, c’è sempre stato un angolo di me che non si è mai realmente conformato: sì, mi sveglio alle sette e rigo dritto, ma non lecco i piedi al capo come fanno i miei colleghi. Non ambisco a quella promozione da trentacinque euro lordi in più al mese. Se una cosa non mi va, se la trovo poco etica, non la faccio. I miei colleghi lo sanno. Faccio il lavoro sporco, sono umile, ma ho i miei codici. Le bastardate le facessero quelli che non hanno visto The Cluster. Noi siamo di tutt’altra pasta.
Non è una grossa produzione, non aspettatevi i fuochi d’artificio. Niente effetti speciali e luci d’autore. Le prime puntate sono praticamente a budget zero, poi nel tempo hanno aggiustato un po’ il tiro. Ma questo è davvero l’ultimo dei problemi. Sin dalla prima inquadratura sono riusciti a costruire un universo preciso, un’idea solida, un’identità che non hanno mai tradito. Non ricordo nemmeno una puntata noiosa.
Con gli anni la serie ha cominciato a raccogliere un piccolo seguito. Siamo ancora pochi ad averla vista, ma chi la conosce non la abbandona più.
Personalmente divido il mondo in due categorie: chi segue The Cluster e chi non ne ha mai sentito parlare. Se appartieni alla seconda fazione, mi spiace, non possiamo andare d’accordo.
Non sono tipo da tatuaggi, ma ho addirittura pensato di farne uno in suo onore. La scena in cui Tommy salva il cane è sublime, arte pura. Andassero affanculo gli esseri umani, noi preferiamo i cani.
Stasera va in onda l’ultima puntata. Si chiude un’epoca. Da quattordici anni ogni martedì mi sveglio raggiante, salto dal letto. Oggi per la prima volta mi sono svegliato inquieto. Sarà l’ultimo bel martedì della mia vita? Come mi sveglierò martedì prossimo?
Non sono nemmeno preoccupato che il finale possa deludermi. In fondo, il finale è sopravvalutato. O meglio, è solo un tassello del mosaico.
Ogni opera è un viaggio. Se l’ultimo giorno non ti diverti, non rovina tutto il resto.
Le anime morte, Il processo, nemmeno ce l’hanno un finale e sono dei capolavori assoluti. Oggettivamente, intendo. Se non siete d’accordo, non parlatemi, per favore. Continuate a leggere quei ritardati mentali giapponesi che tanto vi piacciono. Possiamo anche vivere tutta una vita senza sfiorarci, come due estranei in ascensore, non c’è bisogno per forza di comunicare.
Lessi un libro da ragazzo, Cose Preziose, ricordo che mi era piaciuto. Avevo questa idea di un bel romanzo che però si perdeva un po’ nel finale. L’ho riletto recentemente, volevo vedere se fosse solo il mio gusto di quindicenne o fosse davvero un buon libro. Un mattone di mille pagine, però anche da adulto devo dire che non è male. Nulla di eccezionale, per carità, ma a suo modo godibile. Novecentonovantanove pagine che filano lisce come l’olio. Tutto intreccio e struttura. Poi l’ultima pagina è un disastro. Quel matto non sapeva come finirlo e ha iniziato a scrivere parole a caso sulla tastiera; secondo me gli avevano sostituito la coca con il borotalco. Ma proprio a livello di carrozze che volano e orologi che lanciano i raggi laser. Se avesse terminato il libro alzando bandiera bianca, dicendo: oh, ragazzi, ho scritto fino a qua, poi mi sono finite le idee, ci faceva più bella figura.
Ora la domanda è questa: quell’ultima, tremenda pagina rovina tutto il libro? Io direi di no, ma forse qui, solo per questa volta, possiamo anche parlarne. Giusto cinque minuti però, che quando parlate di solito mi annoio.
Il finale di Furore è un quadro. Proprio letteralmente. Il libro di per sé è bellissimo, ma il finale è un qualcosa che non dimentichi più. Ma vallo a scrivere un finale così aulico. Capita una volta ogni venti miliardi di libri. Arancia meccanica, invece, aveva un finale a lieto fine. Non era male, poi Kubrick ha dimostrato che senza l’ultimo capitolo la storia era ancora più bella. Via col vento è un libro epico, un romanzo di guerra, un documentario. Il finale è bellissimo, per carità, ma la gente (ah, maledetta gente) ricorda solo la battuta finale di Scarlett (Rossella chi?) e si è convinta che sia una storia d’amore. A volte il finale può confondere, bisogna andarci piano. Non strafare.
Insomma, tutto questo per dire che il finale a volte incide tantissimo, a volte troppo, a volte non incide per niente. Non è detto che un’opera d’arte debba per forza avere anche un finale magistrale. A volte basta chiudere con dolcezza, senza strappi. Il finale è il saluto dell’autore: se ti sei divertito a cena, non c’è bisogno del bacio della buonanotte per stabilire di aver trascorso una splendida serata.
Stasera, per quel che mi riguarda, invece dell’ultima puntata possono pure mandare Tom & Jerry: questo non cambierà l’idea che ho di The Cluster. Non potranno rovinare in nessun modo la meraviglia che hanno creato. Il punto è un altro. Ed è molto più profondo.
Dio, solo se ci penso sento una bella ventosa per i lavandini applicata alla bocca dello stomaco.
Il problema non è il finale, è la fine. Che è tutto un altro discorso. Voi direte che è la stessa cosa, io dico che sono due mondi filosofici distanti anni luce. Il finale è il bacio della mezzanotte, la fine è la porta che si chiude, tornare a casa mentre l’arancione dei lampioni gioca a rimpicciolire la tua ombra. Il finale è un momento, la fine è un’emozione. Orribile. È sapere che passerai la notte da solo a ripensare a quel bacio.
Ecco, ho preso una decisione. Una decisione molto polemica. Stasera non guarderò l’ultima puntata di The Cluster. Sì, io, il pioniere, non vedrò l’ultimo episodio. E non chiamatelo tradimento. Questi quattordici anni hanno avuto alti e bassi, ma un’unica costante. Una costante che mi ha formato; anzi, mi ha forgiato.
Non so se sono diventato quello che sono grazie a The Cluster, ma di certo ho trovato conforto in questa serie. Quando vedevo il mondo andare nella direzione sbagliata, potevo contare su un gruppo di persone che nemmeno conosco - e che mai conoscerò - che la pensava esattamente come me.
Non posso vedere il finale, non posso chiudere questa parentesi. Non posso concludere questo capitolo della mia vita.
Lo so, è un ragionamento folle.
Ma se non vedo la puntata finale, per me The Cluster non finirà mai.