[MI190] Dove nascono le nostre certezze
Posted: Thu Jul 02, 2026 6:39 pm
Traccia n°3. Oltre ogni ragionevole dubbio.
L’ultima sentenza, quella definitiva di terzo grado, assolve gli imputati. In aula esplode l’esultanza di chi si sente finalmente libero. Dall’altra parte, il padre della vittima assiste in silenzio: aveva atteso giustizia per anni. Tra verità processuale e dolore umano, resta solo un’amara, insanabile ferita.
Il terrazzo era il luogo dove Luca sembrava appartenere più al cielo che alla terra.
Ogni volta che vi saliva con il telescopio, il resto della casa perdeva importanza. La televisione accesa in salotto, il caffè dimenticato sul tavolo, il telefono che trillava invano. Tutto si fermava finché il treppiede non era perfettamente in bolla e il tubo ottico puntato verso una porzione di cielo che solo lui sembrava conoscere.
Andrea lo osservava dalla porta finestra. Gli piaceva guardarlo mentre inseriva le coordinate con la pazienza di quando, bambino, costruiva castelli di mattoncini sul pavimento del soggiorno.
«Papà, vieni.»
Andrea si avvicinò.
«Posso fare qualcosa?»
Luca sorrise. «Sì. Non toccare niente.»
«Molto spiritoso.»
«È il modo migliore per aiutarmi.»
Andrea scosse la testa. «Con te mi sento sempre inadeguato.»
«È solo che guardiamo le cose in modo diverso.»
Il sole era scomparso dietro i tetti.
«Dimmi una cosa: come fai a sapere che quello che vedi è davvero lì?»
Luca rimase in silenzio un istante.
«Non lo so.»
Andrea rise. «Cominci bene.»
«So che quella luce è arrivata fino a noi.»
«Non è la stessa cosa.»
«Infatti. Noi non vediamo mai le cose. Vediamo le tracce che lasciano.»
«Sembra una risposta da politico.»
Luca rise. «No. Da astronomo. Le stelle non ci mandano fotografie. Ci mandano luce. Tocca a noi capire cosa racconta.»
Andrea infilò le mani nelle tasche.
«E se raccontasse male?»
«Allora osserviamo ancora.»
«Insomma, non vi fidate mai.»
«Non delle prime impressioni. Quante volte te l’ho detto, papà!»
Il telescopio era pronto.
«Guarda.»
Andrea si chinò sull'oculare. All'inizio vide soltanto il nero. Poi comparve Saturno.
Piccolo.
Perfetto.
Immobile.
Rimase senza parole.
«È incredibile...»
Luca sorrise. Conosceva quel silenzio.
Sopra di loro il cielo continuava ad accendersi.
Il vecchio belvedere era lontano dalle luci della città. Era stato Luca a scoprirlo.
«Da qui il cielo respira meglio», aveva detto la prima volta.
Andrea non aveva mai capito cosa significasse, ma aveva smesso di chiederglielo.
Montarono il telescopio vicino al parapetto. Davanti a loro, il buio. Sopra, l'universo.
«Ci siamo.»
«Per cosa?»
«Andromeda.»
Andrea seguì il dito del figlio senza distinguere nulla.
«Io vedo solo stelle.»
Luca sorrise. «Per forza. Andromeda non si guarda. Si cerca.»
Pochi istanti dopo si scostò.
«Adesso prova.»
Andrea si chinò sull'oculare.
Una macchia chiara.
Quasi impalpabile.
«È quella?»
«Sì.»
«Sembra una nuvola.»
«Lo è. Una nuvola di centinaia di miliardi di stelle.»
Andrea rimase immobile.
«E la vediamo così?»
«Vediamo la luce partita da lì due milioni e mezzo di anni fa.»
«Quindi Andromeda potrebbe essere completamente diversa.»
«Lo è.»
«E noi non possiamo saperlo.»
Luca sorrise.
«A me piace.»
«Perché?»
«Perché significa che l'universo non si lascia conoscere tutto in una volta.»
Andrea tornò a osservare quella tenue macchia di luce.
«In fondo tu non osservi Andromeda.»
«No.»
«Osservi quello che Andromeda riesce a raccontarti.»
Luca annuì.
«È così che funziona tutta la scienza. La realtà lascia delle tracce. Noi proviamo a ricostruire la storia partendo da quelle.»
Andrea rimase in silenzio.
«E se le tracce non bastano?»
Luca alzò gli occhi al cielo.
«Allora bisogna avere l'onestà di dire che non sappiamo.»
Quelle parole rimasero sospese nel vento.
Andrea tornò a osservare quella luce arrivata da un passato irraggiungibile.
La notte era limpida. Il telescopio rimaneva immobile, puntato verso il cielo.
«Adesso prova.»
Andrea si avvicinò all'oculare.
«Cos'è?»
«Un ammasso globulare.»
«Tradotto?»
«Un condominio di stelle.»
Andrea rise.
«Parlate una lingua complicata solo per sentirvi importanti.»
«No. È l'universo che è complicato.»
«Sempre colpa dell'universo.»
Luca sorrise.
«Lui non si lamenta mai.»
Andrea osservò ancora qualche istante, poi si raddrizzò.
«Tua madre avrebbe detto che sembrano briciole di zucchero sul velluto.»
Luca sorrise appena.
«Era il suo modo di capire le cose.»
«E di renderle più belle.»
Il silenzio si posò tra loro, con la naturalezza di chi conosceva bene anche Elena.
«Ti ricordi quando spegnevi tutte le luci?» chiese Luca.
Andrea rise.
«E lei le riaccendeva. Diceva che una casa completamente buia sembrava vuota.»
«E che la corrente costa meno della paura.»
Andrea abbassò lo sguardo.
«Aveva paura del buio.»
Luca scosse la testa.
«Della solitudine.»
Rimasero in silenzio.
«Sai qual è la cosa buffa?» riprese Luca. «Lei non capiva niente di stelle.»
«Assolutamente niente.»
«Eppure usciva sempre con noi.»
«Per stare insieme.»
Luca annuì.
«Credo che non le interessasse cosa guardavamo. Le interessava con chi lo guardavamo.»
Andrea fissò il volto del figlio, rischiarato appena dalla luce delle stelle.
«Ti somiglia.»
Luca abbassò gli occhi.
«Lo spero.»
Andrea sorrise.
«Del carattere hai preso il mio. Il sorriso è tutto suo.»
Luca ricambiò il sorriso.
«Se fosse qui ci direbbe che stiamo facendo tardi.»
«E che domani abbiamo la sveglia.»
«E che prenderemo freddo.»
Andrea annuì.
Per un istante gli sembrò che bastasse voltarsi per trovarla lì.
Ma alcune presenze non hanno bisogno di un corpo per sedersi accanto a noi.
L'aula si alzò in piedi.
Andrea seguì gli altri con la lentezza di chi conosceva ormai il ritmo di quel luogo. Prima l'usciere. Poi la porta. Infine la Corte.
Non vedeva più uomini e donne. Vedeva la Giustizia, quella alla quale aveva affidato undici anni della propria vita.
Il presidente aprì il fascicolo.
«La Corte Suprema di Cassazione... In nome del Popolo Italiano...»
Le formule scorrevano una dopo l'altra, ormai familiari.
Poi arrivarono le parole che attendeva da undici anni.
«Rigetta il ricorso.»
Una pausa.
«La sentenza impugnata diviene irrevocabile.»
Nessuno si mosse.
Poi l'aula si riempì di respiri trattenuti troppo a lungo. Gli imputati si strinsero la mano, gli avvocati si scambiarono un abbraccio discreto.
Andrea rimase immobile e sentì una mano posarsi sul braccio: era il suo avvocato.
«Mi dispiace, Andrea.»
Lui continuava a fissare il banco della Corte.
«La Cassazione ha confermato la sentenza. Per i giudici le prove non hanno consentito di affermare la responsabilità degli imputati oltre ogni ragionevole dubbio.»
Andrea annuì appena.
«Lo so.»
L'avvocato rimase in silenzio.
«È il principio del processo penale.»
«Lo so.» La voce gli uscì stanca. «Me lo hai spiegato tante volte.»
Abbassò gli occhi.
«Ma Luca era su quel belvedere. La ringhiera ha ceduto davanti ai miei occhi.»
Si fermò.
«E oggi quella morte resta senza un responsabile.»
L'avvocato abbassò lo sguardo. Non trovò nulla da aggiungere.
La casa lo accolse nel silenzio. Sul mobile, la fotografia di Elena.
Andrea sfiorò appena la cornice.
«Sono tornato.»
Aprì la porta finestra.
Sul terrazzo il telescopio era ancora coperto dal telo. Lo tolse con cura. Una lieve patina di polvere gli rimase sulle dita.
«Ti arrabbieresti.»
Pulì il tubo, collegò l'alimentazione e accese la montatura.
Il display si illuminò.
Data.
Ora.
Posizione.
Le coordinate.
Le dita esitarono appena, poi cominciarono a muoversi con lentezza.
Ascensione retta.
Declinazione.
La montatura si mise in movimento.
Andrea si chinò sull'oculare.
All'inizio vide soltanto il nero.
Poi comparve quella debole chiazza lattiginosa.
«L'ho trovata...»
Il motore continuava il suo ronzio regolare.
Andrea non distolse lo sguardo.
Gli tornarono alla mente le parole di Luca.
La realtà lascia delle tracce. Noi proviamo a ricostruire la storia partendo da quelle.
Restò immobile.
La montatura continuava a inseguire, con ostinata precisione, una luce partita milioni di anni prima.
Quella, almeno, era arrivata.
L’ultima sentenza, quella definitiva di terzo grado, assolve gli imputati. In aula esplode l’esultanza di chi si sente finalmente libero. Dall’altra parte, il padre della vittima assiste in silenzio: aveva atteso giustizia per anni. Tra verità processuale e dolore umano, resta solo un’amara, insanabile ferita.
Il terrazzo era il luogo dove Luca sembrava appartenere più al cielo che alla terra.
Ogni volta che vi saliva con il telescopio, il resto della casa perdeva importanza. La televisione accesa in salotto, il caffè dimenticato sul tavolo, il telefono che trillava invano. Tutto si fermava finché il treppiede non era perfettamente in bolla e il tubo ottico puntato verso una porzione di cielo che solo lui sembrava conoscere.
Andrea lo osservava dalla porta finestra. Gli piaceva guardarlo mentre inseriva le coordinate con la pazienza di quando, bambino, costruiva castelli di mattoncini sul pavimento del soggiorno.
«Papà, vieni.»
Andrea si avvicinò.
«Posso fare qualcosa?»
Luca sorrise. «Sì. Non toccare niente.»
«Molto spiritoso.»
«È il modo migliore per aiutarmi.»
Andrea scosse la testa. «Con te mi sento sempre inadeguato.»
«È solo che guardiamo le cose in modo diverso.»
Il sole era scomparso dietro i tetti.
«Dimmi una cosa: come fai a sapere che quello che vedi è davvero lì?»
Luca rimase in silenzio un istante.
«Non lo so.»
Andrea rise. «Cominci bene.»
«So che quella luce è arrivata fino a noi.»
«Non è la stessa cosa.»
«Infatti. Noi non vediamo mai le cose. Vediamo le tracce che lasciano.»
«Sembra una risposta da politico.»
Luca rise. «No. Da astronomo. Le stelle non ci mandano fotografie. Ci mandano luce. Tocca a noi capire cosa racconta.»
Andrea infilò le mani nelle tasche.
«E se raccontasse male?»
«Allora osserviamo ancora.»
«Insomma, non vi fidate mai.»
«Non delle prime impressioni. Quante volte te l’ho detto, papà!»
Il telescopio era pronto.
«Guarda.»
Andrea si chinò sull'oculare. All'inizio vide soltanto il nero. Poi comparve Saturno.
Piccolo.
Perfetto.
Immobile.
Rimase senza parole.
«È incredibile...»
Luca sorrise. Conosceva quel silenzio.
Sopra di loro il cielo continuava ad accendersi.
Il vecchio belvedere era lontano dalle luci della città. Era stato Luca a scoprirlo.
«Da qui il cielo respira meglio», aveva detto la prima volta.
Andrea non aveva mai capito cosa significasse, ma aveva smesso di chiederglielo.
Montarono il telescopio vicino al parapetto. Davanti a loro, il buio. Sopra, l'universo.
«Ci siamo.»
«Per cosa?»
«Andromeda.»
Andrea seguì il dito del figlio senza distinguere nulla.
«Io vedo solo stelle.»
Luca sorrise. «Per forza. Andromeda non si guarda. Si cerca.»
Pochi istanti dopo si scostò.
«Adesso prova.»
Andrea si chinò sull'oculare.
Una macchia chiara.
Quasi impalpabile.
«È quella?»
«Sì.»
«Sembra una nuvola.»
«Lo è. Una nuvola di centinaia di miliardi di stelle.»
Andrea rimase immobile.
«E la vediamo così?»
«Vediamo la luce partita da lì due milioni e mezzo di anni fa.»
«Quindi Andromeda potrebbe essere completamente diversa.»
«Lo è.»
«E noi non possiamo saperlo.»
Luca sorrise.
«A me piace.»
«Perché?»
«Perché significa che l'universo non si lascia conoscere tutto in una volta.»
Andrea tornò a osservare quella tenue macchia di luce.
«In fondo tu non osservi Andromeda.»
«No.»
«Osservi quello che Andromeda riesce a raccontarti.»
Luca annuì.
«È così che funziona tutta la scienza. La realtà lascia delle tracce. Noi proviamo a ricostruire la storia partendo da quelle.»
Andrea rimase in silenzio.
«E se le tracce non bastano?»
Luca alzò gli occhi al cielo.
«Allora bisogna avere l'onestà di dire che non sappiamo.»
Quelle parole rimasero sospese nel vento.
Andrea tornò a osservare quella luce arrivata da un passato irraggiungibile.
La notte era limpida. Il telescopio rimaneva immobile, puntato verso il cielo.
«Adesso prova.»
Andrea si avvicinò all'oculare.
«Cos'è?»
«Un ammasso globulare.»
«Tradotto?»
«Un condominio di stelle.»
Andrea rise.
«Parlate una lingua complicata solo per sentirvi importanti.»
«No. È l'universo che è complicato.»
«Sempre colpa dell'universo.»
Luca sorrise.
«Lui non si lamenta mai.»
Andrea osservò ancora qualche istante, poi si raddrizzò.
«Tua madre avrebbe detto che sembrano briciole di zucchero sul velluto.»
Luca sorrise appena.
«Era il suo modo di capire le cose.»
«E di renderle più belle.»
Il silenzio si posò tra loro, con la naturalezza di chi conosceva bene anche Elena.
«Ti ricordi quando spegnevi tutte le luci?» chiese Luca.
Andrea rise.
«E lei le riaccendeva. Diceva che una casa completamente buia sembrava vuota.»
«E che la corrente costa meno della paura.»
Andrea abbassò lo sguardo.
«Aveva paura del buio.»
Luca scosse la testa.
«Della solitudine.»
Rimasero in silenzio.
«Sai qual è la cosa buffa?» riprese Luca. «Lei non capiva niente di stelle.»
«Assolutamente niente.»
«Eppure usciva sempre con noi.»
«Per stare insieme.»
Luca annuì.
«Credo che non le interessasse cosa guardavamo. Le interessava con chi lo guardavamo.»
Andrea fissò il volto del figlio, rischiarato appena dalla luce delle stelle.
«Ti somiglia.»
Luca abbassò gli occhi.
«Lo spero.»
Andrea sorrise.
«Del carattere hai preso il mio. Il sorriso è tutto suo.»
Luca ricambiò il sorriso.
«Se fosse qui ci direbbe che stiamo facendo tardi.»
«E che domani abbiamo la sveglia.»
«E che prenderemo freddo.»
Andrea annuì.
Per un istante gli sembrò che bastasse voltarsi per trovarla lì.
Ma alcune presenze non hanno bisogno di un corpo per sedersi accanto a noi.
L'aula si alzò in piedi.
Andrea seguì gli altri con la lentezza di chi conosceva ormai il ritmo di quel luogo. Prima l'usciere. Poi la porta. Infine la Corte.
Non vedeva più uomini e donne. Vedeva la Giustizia, quella alla quale aveva affidato undici anni della propria vita.
Il presidente aprì il fascicolo.
«La Corte Suprema di Cassazione... In nome del Popolo Italiano...»
Le formule scorrevano una dopo l'altra, ormai familiari.
Poi arrivarono le parole che attendeva da undici anni.
«Rigetta il ricorso.»
Una pausa.
«La sentenza impugnata diviene irrevocabile.»
Nessuno si mosse.
Poi l'aula si riempì di respiri trattenuti troppo a lungo. Gli imputati si strinsero la mano, gli avvocati si scambiarono un abbraccio discreto.
Andrea rimase immobile e sentì una mano posarsi sul braccio: era il suo avvocato.
«Mi dispiace, Andrea.»
Lui continuava a fissare il banco della Corte.
«La Cassazione ha confermato la sentenza. Per i giudici le prove non hanno consentito di affermare la responsabilità degli imputati oltre ogni ragionevole dubbio.»
Andrea annuì appena.
«Lo so.»
L'avvocato rimase in silenzio.
«È il principio del processo penale.»
«Lo so.» La voce gli uscì stanca. «Me lo hai spiegato tante volte.»
Abbassò gli occhi.
«Ma Luca era su quel belvedere. La ringhiera ha ceduto davanti ai miei occhi.»
Si fermò.
«E oggi quella morte resta senza un responsabile.»
L'avvocato abbassò lo sguardo. Non trovò nulla da aggiungere.
La casa lo accolse nel silenzio. Sul mobile, la fotografia di Elena.
Andrea sfiorò appena la cornice.
«Sono tornato.»
Aprì la porta finestra.
Sul terrazzo il telescopio era ancora coperto dal telo. Lo tolse con cura. Una lieve patina di polvere gli rimase sulle dita.
«Ti arrabbieresti.»
Pulì il tubo, collegò l'alimentazione e accese la montatura.
Il display si illuminò.
Data.
Ora.
Posizione.
Le coordinate.
Le dita esitarono appena, poi cominciarono a muoversi con lentezza.
Ascensione retta.
Declinazione.
La montatura si mise in movimento.
Andrea si chinò sull'oculare.
All'inizio vide soltanto il nero.
Poi comparve quella debole chiazza lattiginosa.
«L'ho trovata...»
Il motore continuava il suo ronzio regolare.
Andrea non distolse lo sguardo.
Gli tornarono alla mente le parole di Luca.
La realtà lascia delle tracce. Noi proviamo a ricostruire la storia partendo da quelle.
Restò immobile.
La montatura continuava a inseguire, con ostinata precisione, una luce partita milioni di anni prima.
Quella, almeno, era arrivata.