[MI190] Attraverso la notte
Posted: Thu Jul 02, 2026 6:03 pm
Traccia n°5: Notte
Il/la vostro/a protagonista viene svegliato/a, come ogni mattina, dalla suoneria dello smartphone. Sono le 7:30, ma fuori dalla finestra è ancora buio pesto. In un primo momento pensa a un errore della sveglia, poi controlla l’orologio sul comodino: segna la stessa ora. Cosa sta succedendo?
Attraverso la notte
Buongiorno, vita che mi stai aspettando...
Con la faccia sbavata affogata nel cuscino, mi ci vollero tre manate prima di centrare lo smartphone sul comodino e fare giustizia sommaria di Ultimo.
Nella testa rintronata dalla bisboccia della sera prima affiorò il primo buon proposito per la nuova vita: nel caso il destino avesse deciso di punirmi con un'altra fidanzata, accertarsi prima dei suoi gusti musicali.
Bofonchiai un vaffanculo e mi misi seduto sul letto.
Presi il telefono e zigzagai il codice di sblocco. Nessun messaggio, nessuna chiamata.
Lo sguardo assonnato mi cadde sull’applicazione meteo in evidenza sullo schermo. M’informava che in quel momento a Mulinafua c’era una temperatura di ventinove gradi.
- Mulinafua… - bisbigliai infastidito – Cazzo è, una medicina per l’influenza?
Riavviai il telefono. Il tramonto di Mulinafua era ancora lì a buggare il sistema operativo. Impastai un tentativo di sorriso con un grugnito e lanciai il telefono tra le coperte. Anche lui doveva aver alzato troppo il gomito.
Trovai la forza per sconfiggere la gravità e mi alzai, ripassando a mente tutte le motivazioni che m’imponevano di recarmi al lavoro. Con uno strattone liberatorio sollevai metà tapparella, ma la luce del giorno non mi bagnò.
Fuori dalla finestra era notte.
Non il buio di un mattino invernale. Non i nuvoloni scuri gonfi di pioggia.
Notte.
Chiusi gli occhi.
- È rotta la sveglia. O sono morto.
La seconda mi sembrò quasi l'ipotesi più rassicurante.
Riaprii gli occhi, poi li socchiusi di nuovo. Nel riflesso del vetro sembravano il diaframma di una vecchia macchina fotografica. Provai a mettere a fuoco oltre il vetro, ma il mondo era affondato nel bitume.
Sul comodino c'era l'orologio che mio padre mi aveva regalato alla laurea. Un cronografo abbastanza costoso da farmi venire i sensi di colpa ogni volta che lo mettevo. L'elettronica tradisce, mi ricordava quando non me lo vedeva al polso.
Segnava le 7:30. Impeccabile.
Mi rimisi seduto qualche minuto con i gomiti sulle ginocchia. La testa pulsava. Avevo la bocca impastata di rum, tabacco e rimorsi.
Il problema dei rimorsi è che, a differenza dell'alcol, non evaporano.
Provai a ricordare la sera prima. Niente. Solo quella fastidiosa sensazione di aver dimenticato qualcosa d'importante, ma non ricordi se sono le chiavi di casa o il motivo per cui hai smesso di amare qualcuno.
Attesi il senso del dovere.
Devi scattare come una molla di fucile!
Quando mi capita di avere difficoltà psicomotorie al risveglio, mi tornano sempre in mente le urla belluine del sergente maggiore Ravasi. Almeno, il servizio militare aveva avuto una sua utilità. Ero uno schioppo piuttosto arrugginito, ma azionai le mie molle cigolanti e iniziai la giornata.
Tutto il resto era già stato archiviato dalla razionalità: eclissi di sole su eclissi di cuore.
Riacquisite le sembianze umane e indossato il mio completo d’ordinanza da assistant manager, uscii di casa. L’eclissi, o qualunque cosa fosse, rendeva impossibile distinguere qualsiasi forma. Mi mossi a tentoni nel silenzio surreale, ma i consueti riferimenti erano disciolti nel nero di china che ammantava il giorno.
Dopo una decina di passi mi ero già perso. Mi voltai disorientato, deciso a tornare a casa, ma anche quella era svanita nell’oscurità. Cominciai a convincermi che qualcosa non quadrasse: o ero improvvisamente rincoglionito, o era scesa davvero un’inspiegabile notte. Con buona probabilità, entrambi gli eventi.
Accettai la sfida a mosca cieca, e m’incamminai con le mani avanti come uno zombie. Nella peggiore delle ipotesi, presto avrei riposato in un comodo letto di un reparto psichiatrico. In lontananza, al di là di un boschetto, intravidi baluginare delle luci. Quando le raggiunsi, mi ritrovai in uno strano villaggio, mai visto prima. Le case sonnecchiavano tra le palme, nell’aria tersa si respirava un odore dolceamaro di cocco e salsedine. La gente che incrociavo per strada mi salutava in una lingua ignota, con sorrisi così sereni da farmi temere che sapessero qualcosa sulla mia salute mentale che io ignoravo.
Fermai un anziano che trasportava un pollo con l'aria di chi stesse accompagnando un notaio, e gli chiesi indicazioni.
- Excuse me, where are we?
Quello mi fissò e annuì gravemente. L’espressione significava più o meno “non ho capito che ti serve”. Biascicò una risposta incomprensibile e proseguì per la sua strada con il pollo-notaio sottobraccio.
Scrutai attorno a me con maggiore attenzione. Le macchine tenevano la sinistra e avevano il volante dalla parte destra. Sebbene fosse una condizione comune a una ottantina di nazioni, mi sembrava un buon punto di partenza. Entrai nel primo locale nel quale m’imbattei, una via di mezzo tra un pub e un saloon. Era pieno di gente, in prevalenza corpulenti omoni di colore, impegnati a guardare una partita di calcio in tv.
La scritta in sovraimpressione informava che Australia-Samoa era sul parziale di 30 a 0.
Il trentunesimo gol dei canguri suscitò uno sconfortato brusio di disapprovazione. Fu allora che alzai gli occhi sul bancone, sul quale spiccava una vistosa bandiera rossa con un cantone blu. La stessa che campeggiava in alto sulla televisione, di fianco al nome “Samoa”.
- Mul… Muli… Come cazzo era… - farfugliai a voce alta.
- Mulinafua!
Mi voltai di scatto. Appollaiata su uno sgabello come uno sgargiante tucano su un albero, una tipa del luogo mi guardava sorridendo radiosa.
- Mulinafua? – ripetei indicando con l’indice la terra sotto i miei piedi.
- Mulinafua – confermò allargando il sorriso.
- Samoa? – domandai con la consapevolezza di chi sta passando per matto.
- Samoa! – esclamò aprendo le braccia e scoppiando in una fragorosa risata.
La fissai per qualche sconcio secondo, ma tornai subito responsabile. Dall’altra parte del mondo avevo ancora una fidanzata. O almeno, così credevo. Non ricordavo una rottura definitiva, anche se ci eravamo sfanculati diverse volte rinfacciandoci ogni colpa fino al peccato originale. Il bello era che ne ignoravo del tutto il motivo. Una di quelle discussioni stupide che però fanno esplodere mesi di rancori. E questo mi caricava del fardello del rimpianto.
Afferrai uno sgabello e mi sedetti a parlare con la ragazza, vicini, ma a distanza di galante cortesia. Si chiamava Sina, un nome da principessa che significa “luminoso”, mi spiegò. O almeno, così compresi. Fissandola con la scusa di capirla meglio, la studiai come un’opera d’arte. Era di una bellezza intensa, fatta di pelle ramata, occhi chiari e capelli corvini.
Sembrava senza tempo.
Notò la fedina e mi chiese se fossi sposato. Provai a spiegarle la situazione nel mio arrangiato inglese, e all’inizio me la cavai bene. Fu quando volle sapere perché mi trovavo a Mulinafua che le parole divennero insufficienti.
Sina si voltò verso il barista, che le rivolse un’espressione adorante.
- Kokotini – ordinò sicura, alzando indice e medio.
Un bracciale ondulato in bronzo scese dal polso avvolgendosi lungo il braccio. Non era la prima volta che lo vedevo, ne ero certo. Ricordare il quando e il dove, era tutt’altra storia. Il tuffo nella memoria fu interrotto dal tintinnio dei bicchieri.
- Kokotini? – m’informai dubbioso, analizzando il miscuglio lattiginoso.
- Kokotini. Manuia! – declamò, e ne bevve golosamente un sorso.
- Salute! – ricambiai a intuito, ma, non appena poggiai il bordo del bicchiere sulle labbra, il dolce odore del rum mi scaraventò in un lampo alla sera prima.
A Loretta Goggi e alle malsane iniziative di Ciccio.
Che fretta c'era, maledetto rum e pera!
E giù un sorso di succo e uno shottino di rum. Avevamo berciato a squarciagola “Maledetta primavera” finché la bottiglia di Zacapa non fu scolata fino all’ultima goccia. Devastante, ma meglio che restarsene a casa da solo a parlare con i muri.
Sina mi guardò a metà strada tra il divertito e il misterioso, e si preoccupò che il cocktail fosse di mio gradimento. Le risposi che profumava di ricordi; stranamente, sembrò comprendere.
Un tipo le passò accanto e la salutò battendole un confidenziale cinque.
- Màh-loh, Sina!
- Mah-loh!
Quella parola, quel suono, mi si insinuò nel cervello come una folata di tramontana. La nebbia che mi offuscava, già scossa dalla reminiscenza alcolica, iniziò a diradarsi. I ricordi iniziarono a incastrarsi, pezzi di un tetris che finalmente scendevano alla giusta velocità e nella corretta posizione.
- Màh-loh! Io leggere tua mano. Dieci euro per dire tuo futuro.
Io e Ciccio avevamo guardato la vecchia scoppiando a ridere senza motivo, come solo gli amici ubriachi sanno fare. La donna non si scompose, anzi, condivise la nostra allegria mostrando i pochi denti che le restavano. Sebbene avesse la carnagione scura e vestisse abiti gitani, non sembrava la classica chiaroveggente pronta a recitare fandonie accattivanti. Stuzzicato, le posai davanti una banconota blu.
- Te ne do venti se mi dici il passato – le dissi recuperando un minimo di serietà.
Con la sicurezza di un radiologo di fronte a una lastra, mi prese la mano e l’adagiò tra le grinze della sua. Gli innumerevoli orpelli che le tinnivano sul polso catturarono la mia attenzione. Uno, in particolare: un bracciale ondulato in bronzo.
Sina intercettò i miei occhi scappati a cercare il suo bracciale. Sì, era identico, così come il suo sorriso era uguale a quello della vecchia chiromante. Mi guardò come se sapesse già tutto. Mi prese la mano e l’adagiò sulla seta della sua. Restai interdetto, ma non appena il suo indice si mosse tra le linee del mio palmo, riconobbi il brivido scoperto la sera prima, e ogni ricordo tornò al suo posto. Come quelli scovati dalla vecchia, che aveva letto davvero il mio passato. Avevo ritratto la mano come se fosse poggiata su una piastra rovente. E se Ciccio continuava a sghignazzare, io ero rimasto senza parole.
Mi limitai a indicarle la banconota, a posto così. Ma ignorò i soldi. Estrasse invece da un lembo della gonna uno strano monile, due cerchi concentrici in bronzo zeppi di figure e iscrizioni.
- Tu uomo gentile. Un desiderio.
I fumi dell’alcol e le urla sguaiate di Ciccio mi avevano rintronato, eppure ricordo quel momento con assoluta lucidità.
- Grazie, ma non ho altri soldi da darti – risposi con superficialità.
La vecchia mi guardò con espressione compassionevole.
- Un desiderio. Mio regalo.
Fece oscillare il monile davanti alla mia faccia. I due cerchi giravano l’uno al contrario dell’altro. I simboli e le figure parevano scrivere una formula magica.
Avrei potuto chiederle di diventare ricco. Avrei voluto chiederle di diventare bello. Avrei dovuto chiederle un’altra bottiglia di rum. Ma il mio cuore anticipò le parti peggiori di me.
- Voglio svegliarmi a ieri.
Sina sfilò la mia mano dalla sua con eleganza regale. Accennò un ghigno malizioso, come se il nostro contatto le avesse trasmesso per osmosi ogni mio segreto. Indugiai qualche secondo nell’osservarla, indeciso. In realtà, avrei solo voluto capire chi fosse e cosa pensasse; ma conservavo quelle stesse domande, tuttora irrisolte, per la fidanzatina delle scuole medie, e non avevo il tempo di aspettare tanto. Così mi decisi e le sfiorai a mia volta la mano, soffermandomi sul bracciale. Sina trasformò il ghigno in uno dei suoi luminosi sorrisi e mi lasciò fare, come se non aspettasse altro.
Mi presi il tempo necessario per apparecchiare in inglese la domanda che stavo per farle. Non che fosse difficile, ma volevo essere sicuro di farmi capire. Considerando le mie pessime statistiche in merito con le donne che parlavano la mia stessa lingua, non mi sembrò una precauzione da poco conto.
- You know why I'm here, don't you?
Sgranò gli occhi e mi elargì l’ennesimo sorriso, come a dire che ce ne avevo messo di tempo per arrivarci. Avrei voluto spiegarle che a scuola ero soprannominato “BML”, bravo ma lento, ma alla terza parola di traduzione sorvolai.
La sua risposta mi sorprese comunque.
- I don’t know why. I know how.
Mi sembrò giusto. Scoprire come ero arrivato lì era il mio obiettivo. Il perché, in fondo, già lo sapevo: sono un guastatore seriale di sentimenti.
Perdendo nella traduzione buona parte dei dettagli, mi raccontò una leggenda di fate, maghi e folletti e dei loro monili magici che, in particolari circostanze, permettevano di attraversare lo spazio per tornare indietro nel tempo e riparare così a un errore commesso.
Ma era una leggenda, appunto, e io uno che non crede a nulla che non possa essere inserito in una tabella pivot di un file excel. A ogni modo, dovevo venire a capo di quella matassa.
Le chiesi un consiglio sul da farsi, ma in realtà ero già consapevole di avere due sole opzioni: trovare il modo di prendere un aereo e tornare a casa, o tentare di capire il segreto del monile, scoprire che è una favola per sciocchi e stabilirmi qui a Mulinafua a commerciare kokotini.
Anche se bere rum senza Ciccio non mi piace, optai per la seconda.
Prima che mettessi Sina a parte della mia decisione, lei si era già avviata fuori dal locale dicendomi di seguirla, e così feci. Credevo che saremmo andati in qualche antico tempio, o in una grotta incantata; invece mi condusse alla festa del villaggio, tra suonatori di ukulele, bancarelle di chincaglierie e venditori di cocco. Mi guardavo intorno stranito, interrogandomi su come avremmo potuto svelare l’enigma del monile in quel caravanserraglio, ma quando mi voltai per condividere i miei dubbi con Sina, lei era sparita. Ruotai la testa come un gufo, urlai il suo nome sopra il vociare della folla, ma niente, dissolta nella notte samoana.
Avanzai senza una direzione, cercando negli occhi della gente una scintilla che mi accendesse un’idea, o forse più realisticamente solo qualcuno che mi dicesse come raggiungere l’aeroporto vicino e lasciare quest’avventura nella scatola del tempo, tra favole, leggende irrealizzabili e tutto ciò che non può essere ridotto a un file excel.
Allungai lo sguardo oltre il mare di persone che mi circondava per capire come ritrovare la strada principale. Solo in quel momento realizzai che ero più deluso di non aver svelato il mistero che preoccupato di come tornare indietro.
O erano i rimorsi a tormentarmi?
Una voce conosciuta mi raggiunse alle spalle.
- Màh-loh!
Mi girai col cuore in gola. Dietro un banchetto colmo di collane di conchiglie, la vecchia chiromante sorrideva allo stesso modo della sera prima, come se per lei fossero trascorsi solo pochi minuti. Faceva oscillare tra le dita il monile di bronzo, i due cerchi concentrici giravano l'uno contro l'altro, lenti, ipnotici.
Ma non stava guardando dalla mia parte. Di fronte a lei, con le spalle rivolte verso di me, c'era una ragazza. Sentii il cuore fermarsi un istante prima del resto del corpo.
Avrei riconosciuto quei capelli ovunque.
La vecchia le prese la mano con la stessa delicatezza con cui aveva preso la mia e le sfiorò il palmo. Poi sollevò il monile davanti ai suoi occhi, esattamente come aveva fatto con me. La mia fidanzata abbassò lo sguardo e sorrise. Le labbra si mossero appena.
Non riuscii a sentire cosa disse, ma non ce n'era bisogno.
Certe risposte hanno solo bisogno di attraversare un oceano prima di arrivare.
Si girò verso di me, e i nostri occhi s’incontrarono dall'altra parte del rimpianto.
Il/la vostro/a protagonista viene svegliato/a, come ogni mattina, dalla suoneria dello smartphone. Sono le 7:30, ma fuori dalla finestra è ancora buio pesto. In un primo momento pensa a un errore della sveglia, poi controlla l’orologio sul comodino: segna la stessa ora. Cosa sta succedendo?
Attraverso la notte
Buongiorno, vita che mi stai aspettando...
Con la faccia sbavata affogata nel cuscino, mi ci vollero tre manate prima di centrare lo smartphone sul comodino e fare giustizia sommaria di Ultimo.
Nella testa rintronata dalla bisboccia della sera prima affiorò il primo buon proposito per la nuova vita: nel caso il destino avesse deciso di punirmi con un'altra fidanzata, accertarsi prima dei suoi gusti musicali.
Bofonchiai un vaffanculo e mi misi seduto sul letto.
Presi il telefono e zigzagai il codice di sblocco. Nessun messaggio, nessuna chiamata.
Lo sguardo assonnato mi cadde sull’applicazione meteo in evidenza sullo schermo. M’informava che in quel momento a Mulinafua c’era una temperatura di ventinove gradi.
- Mulinafua… - bisbigliai infastidito – Cazzo è, una medicina per l’influenza?
Riavviai il telefono. Il tramonto di Mulinafua era ancora lì a buggare il sistema operativo. Impastai un tentativo di sorriso con un grugnito e lanciai il telefono tra le coperte. Anche lui doveva aver alzato troppo il gomito.
Trovai la forza per sconfiggere la gravità e mi alzai, ripassando a mente tutte le motivazioni che m’imponevano di recarmi al lavoro. Con uno strattone liberatorio sollevai metà tapparella, ma la luce del giorno non mi bagnò.
Fuori dalla finestra era notte.
Non il buio di un mattino invernale. Non i nuvoloni scuri gonfi di pioggia.
Notte.
Chiusi gli occhi.
- È rotta la sveglia. O sono morto.
La seconda mi sembrò quasi l'ipotesi più rassicurante.
Riaprii gli occhi, poi li socchiusi di nuovo. Nel riflesso del vetro sembravano il diaframma di una vecchia macchina fotografica. Provai a mettere a fuoco oltre il vetro, ma il mondo era affondato nel bitume.
Sul comodino c'era l'orologio che mio padre mi aveva regalato alla laurea. Un cronografo abbastanza costoso da farmi venire i sensi di colpa ogni volta che lo mettevo. L'elettronica tradisce, mi ricordava quando non me lo vedeva al polso.
Segnava le 7:30. Impeccabile.
Mi rimisi seduto qualche minuto con i gomiti sulle ginocchia. La testa pulsava. Avevo la bocca impastata di rum, tabacco e rimorsi.
Il problema dei rimorsi è che, a differenza dell'alcol, non evaporano.
Provai a ricordare la sera prima. Niente. Solo quella fastidiosa sensazione di aver dimenticato qualcosa d'importante, ma non ricordi se sono le chiavi di casa o il motivo per cui hai smesso di amare qualcuno.
Attesi il senso del dovere.
Devi scattare come una molla di fucile!
Quando mi capita di avere difficoltà psicomotorie al risveglio, mi tornano sempre in mente le urla belluine del sergente maggiore Ravasi. Almeno, il servizio militare aveva avuto una sua utilità. Ero uno schioppo piuttosto arrugginito, ma azionai le mie molle cigolanti e iniziai la giornata.
Tutto il resto era già stato archiviato dalla razionalità: eclissi di sole su eclissi di cuore.
Riacquisite le sembianze umane e indossato il mio completo d’ordinanza da assistant manager, uscii di casa. L’eclissi, o qualunque cosa fosse, rendeva impossibile distinguere qualsiasi forma. Mi mossi a tentoni nel silenzio surreale, ma i consueti riferimenti erano disciolti nel nero di china che ammantava il giorno.
Dopo una decina di passi mi ero già perso. Mi voltai disorientato, deciso a tornare a casa, ma anche quella era svanita nell’oscurità. Cominciai a convincermi che qualcosa non quadrasse: o ero improvvisamente rincoglionito, o era scesa davvero un’inspiegabile notte. Con buona probabilità, entrambi gli eventi.
Accettai la sfida a mosca cieca, e m’incamminai con le mani avanti come uno zombie. Nella peggiore delle ipotesi, presto avrei riposato in un comodo letto di un reparto psichiatrico. In lontananza, al di là di un boschetto, intravidi baluginare delle luci. Quando le raggiunsi, mi ritrovai in uno strano villaggio, mai visto prima. Le case sonnecchiavano tra le palme, nell’aria tersa si respirava un odore dolceamaro di cocco e salsedine. La gente che incrociavo per strada mi salutava in una lingua ignota, con sorrisi così sereni da farmi temere che sapessero qualcosa sulla mia salute mentale che io ignoravo.
Fermai un anziano che trasportava un pollo con l'aria di chi stesse accompagnando un notaio, e gli chiesi indicazioni.
- Excuse me, where are we?
Quello mi fissò e annuì gravemente. L’espressione significava più o meno “non ho capito che ti serve”. Biascicò una risposta incomprensibile e proseguì per la sua strada con il pollo-notaio sottobraccio.
Scrutai attorno a me con maggiore attenzione. Le macchine tenevano la sinistra e avevano il volante dalla parte destra. Sebbene fosse una condizione comune a una ottantina di nazioni, mi sembrava un buon punto di partenza. Entrai nel primo locale nel quale m’imbattei, una via di mezzo tra un pub e un saloon. Era pieno di gente, in prevalenza corpulenti omoni di colore, impegnati a guardare una partita di calcio in tv.
La scritta in sovraimpressione informava che Australia-Samoa era sul parziale di 30 a 0.
Il trentunesimo gol dei canguri suscitò uno sconfortato brusio di disapprovazione. Fu allora che alzai gli occhi sul bancone, sul quale spiccava una vistosa bandiera rossa con un cantone blu. La stessa che campeggiava in alto sulla televisione, di fianco al nome “Samoa”.
- Mul… Muli… Come cazzo era… - farfugliai a voce alta.
- Mulinafua!
Mi voltai di scatto. Appollaiata su uno sgabello come uno sgargiante tucano su un albero, una tipa del luogo mi guardava sorridendo radiosa.
- Mulinafua? – ripetei indicando con l’indice la terra sotto i miei piedi.
- Mulinafua – confermò allargando il sorriso.
- Samoa? – domandai con la consapevolezza di chi sta passando per matto.
- Samoa! – esclamò aprendo le braccia e scoppiando in una fragorosa risata.
La fissai per qualche sconcio secondo, ma tornai subito responsabile. Dall’altra parte del mondo avevo ancora una fidanzata. O almeno, così credevo. Non ricordavo una rottura definitiva, anche se ci eravamo sfanculati diverse volte rinfacciandoci ogni colpa fino al peccato originale. Il bello era che ne ignoravo del tutto il motivo. Una di quelle discussioni stupide che però fanno esplodere mesi di rancori. E questo mi caricava del fardello del rimpianto.
Afferrai uno sgabello e mi sedetti a parlare con la ragazza, vicini, ma a distanza di galante cortesia. Si chiamava Sina, un nome da principessa che significa “luminoso”, mi spiegò. O almeno, così compresi. Fissandola con la scusa di capirla meglio, la studiai come un’opera d’arte. Era di una bellezza intensa, fatta di pelle ramata, occhi chiari e capelli corvini.
Sembrava senza tempo.
Notò la fedina e mi chiese se fossi sposato. Provai a spiegarle la situazione nel mio arrangiato inglese, e all’inizio me la cavai bene. Fu quando volle sapere perché mi trovavo a Mulinafua che le parole divennero insufficienti.
Sina si voltò verso il barista, che le rivolse un’espressione adorante.
- Kokotini – ordinò sicura, alzando indice e medio.
Un bracciale ondulato in bronzo scese dal polso avvolgendosi lungo il braccio. Non era la prima volta che lo vedevo, ne ero certo. Ricordare il quando e il dove, era tutt’altra storia. Il tuffo nella memoria fu interrotto dal tintinnio dei bicchieri.
- Kokotini? – m’informai dubbioso, analizzando il miscuglio lattiginoso.
- Kokotini. Manuia! – declamò, e ne bevve golosamente un sorso.
- Salute! – ricambiai a intuito, ma, non appena poggiai il bordo del bicchiere sulle labbra, il dolce odore del rum mi scaraventò in un lampo alla sera prima.
A Loretta Goggi e alle malsane iniziative di Ciccio.
Che fretta c'era, maledetto rum e pera!
E giù un sorso di succo e uno shottino di rum. Avevamo berciato a squarciagola “Maledetta primavera” finché la bottiglia di Zacapa non fu scolata fino all’ultima goccia. Devastante, ma meglio che restarsene a casa da solo a parlare con i muri.
Sina mi guardò a metà strada tra il divertito e il misterioso, e si preoccupò che il cocktail fosse di mio gradimento. Le risposi che profumava di ricordi; stranamente, sembrò comprendere.
Un tipo le passò accanto e la salutò battendole un confidenziale cinque.
- Màh-loh, Sina!
- Mah-loh!
Quella parola, quel suono, mi si insinuò nel cervello come una folata di tramontana. La nebbia che mi offuscava, già scossa dalla reminiscenza alcolica, iniziò a diradarsi. I ricordi iniziarono a incastrarsi, pezzi di un tetris che finalmente scendevano alla giusta velocità e nella corretta posizione.
- Màh-loh! Io leggere tua mano. Dieci euro per dire tuo futuro.
Io e Ciccio avevamo guardato la vecchia scoppiando a ridere senza motivo, come solo gli amici ubriachi sanno fare. La donna non si scompose, anzi, condivise la nostra allegria mostrando i pochi denti che le restavano. Sebbene avesse la carnagione scura e vestisse abiti gitani, non sembrava la classica chiaroveggente pronta a recitare fandonie accattivanti. Stuzzicato, le posai davanti una banconota blu.
- Te ne do venti se mi dici il passato – le dissi recuperando un minimo di serietà.
Con la sicurezza di un radiologo di fronte a una lastra, mi prese la mano e l’adagiò tra le grinze della sua. Gli innumerevoli orpelli che le tinnivano sul polso catturarono la mia attenzione. Uno, in particolare: un bracciale ondulato in bronzo.
Sina intercettò i miei occhi scappati a cercare il suo bracciale. Sì, era identico, così come il suo sorriso era uguale a quello della vecchia chiromante. Mi guardò come se sapesse già tutto. Mi prese la mano e l’adagiò sulla seta della sua. Restai interdetto, ma non appena il suo indice si mosse tra le linee del mio palmo, riconobbi il brivido scoperto la sera prima, e ogni ricordo tornò al suo posto. Come quelli scovati dalla vecchia, che aveva letto davvero il mio passato. Avevo ritratto la mano come se fosse poggiata su una piastra rovente. E se Ciccio continuava a sghignazzare, io ero rimasto senza parole.
Mi limitai a indicarle la banconota, a posto così. Ma ignorò i soldi. Estrasse invece da un lembo della gonna uno strano monile, due cerchi concentrici in bronzo zeppi di figure e iscrizioni.
- Tu uomo gentile. Un desiderio.
I fumi dell’alcol e le urla sguaiate di Ciccio mi avevano rintronato, eppure ricordo quel momento con assoluta lucidità.
- Grazie, ma non ho altri soldi da darti – risposi con superficialità.
La vecchia mi guardò con espressione compassionevole.
- Un desiderio. Mio regalo.
Fece oscillare il monile davanti alla mia faccia. I due cerchi giravano l’uno al contrario dell’altro. I simboli e le figure parevano scrivere una formula magica.
Avrei potuto chiederle di diventare ricco. Avrei voluto chiederle di diventare bello. Avrei dovuto chiederle un’altra bottiglia di rum. Ma il mio cuore anticipò le parti peggiori di me.
- Voglio svegliarmi a ieri.
Sina sfilò la mia mano dalla sua con eleganza regale. Accennò un ghigno malizioso, come se il nostro contatto le avesse trasmesso per osmosi ogni mio segreto. Indugiai qualche secondo nell’osservarla, indeciso. In realtà, avrei solo voluto capire chi fosse e cosa pensasse; ma conservavo quelle stesse domande, tuttora irrisolte, per la fidanzatina delle scuole medie, e non avevo il tempo di aspettare tanto. Così mi decisi e le sfiorai a mia volta la mano, soffermandomi sul bracciale. Sina trasformò il ghigno in uno dei suoi luminosi sorrisi e mi lasciò fare, come se non aspettasse altro.
Mi presi il tempo necessario per apparecchiare in inglese la domanda che stavo per farle. Non che fosse difficile, ma volevo essere sicuro di farmi capire. Considerando le mie pessime statistiche in merito con le donne che parlavano la mia stessa lingua, non mi sembrò una precauzione da poco conto.
- You know why I'm here, don't you?
Sgranò gli occhi e mi elargì l’ennesimo sorriso, come a dire che ce ne avevo messo di tempo per arrivarci. Avrei voluto spiegarle che a scuola ero soprannominato “BML”, bravo ma lento, ma alla terza parola di traduzione sorvolai.
La sua risposta mi sorprese comunque.
- I don’t know why. I know how.
Mi sembrò giusto. Scoprire come ero arrivato lì era il mio obiettivo. Il perché, in fondo, già lo sapevo: sono un guastatore seriale di sentimenti.
Perdendo nella traduzione buona parte dei dettagli, mi raccontò una leggenda di fate, maghi e folletti e dei loro monili magici che, in particolari circostanze, permettevano di attraversare lo spazio per tornare indietro nel tempo e riparare così a un errore commesso.
Ma era una leggenda, appunto, e io uno che non crede a nulla che non possa essere inserito in una tabella pivot di un file excel. A ogni modo, dovevo venire a capo di quella matassa.
Le chiesi un consiglio sul da farsi, ma in realtà ero già consapevole di avere due sole opzioni: trovare il modo di prendere un aereo e tornare a casa, o tentare di capire il segreto del monile, scoprire che è una favola per sciocchi e stabilirmi qui a Mulinafua a commerciare kokotini.
Anche se bere rum senza Ciccio non mi piace, optai per la seconda.
Prima che mettessi Sina a parte della mia decisione, lei si era già avviata fuori dal locale dicendomi di seguirla, e così feci. Credevo che saremmo andati in qualche antico tempio, o in una grotta incantata; invece mi condusse alla festa del villaggio, tra suonatori di ukulele, bancarelle di chincaglierie e venditori di cocco. Mi guardavo intorno stranito, interrogandomi su come avremmo potuto svelare l’enigma del monile in quel caravanserraglio, ma quando mi voltai per condividere i miei dubbi con Sina, lei era sparita. Ruotai la testa come un gufo, urlai il suo nome sopra il vociare della folla, ma niente, dissolta nella notte samoana.
Avanzai senza una direzione, cercando negli occhi della gente una scintilla che mi accendesse un’idea, o forse più realisticamente solo qualcuno che mi dicesse come raggiungere l’aeroporto vicino e lasciare quest’avventura nella scatola del tempo, tra favole, leggende irrealizzabili e tutto ciò che non può essere ridotto a un file excel.
Allungai lo sguardo oltre il mare di persone che mi circondava per capire come ritrovare la strada principale. Solo in quel momento realizzai che ero più deluso di non aver svelato il mistero che preoccupato di come tornare indietro.
O erano i rimorsi a tormentarmi?
Una voce conosciuta mi raggiunse alle spalle.
- Màh-loh!
Mi girai col cuore in gola. Dietro un banchetto colmo di collane di conchiglie, la vecchia chiromante sorrideva allo stesso modo della sera prima, come se per lei fossero trascorsi solo pochi minuti. Faceva oscillare tra le dita il monile di bronzo, i due cerchi concentrici giravano l'uno contro l'altro, lenti, ipnotici.
Ma non stava guardando dalla mia parte. Di fronte a lei, con le spalle rivolte verso di me, c'era una ragazza. Sentii il cuore fermarsi un istante prima del resto del corpo.
Avrei riconosciuto quei capelli ovunque.
La vecchia le prese la mano con la stessa delicatezza con cui aveva preso la mia e le sfiorò il palmo. Poi sollevò il monile davanti ai suoi occhi, esattamente come aveva fatto con me. La mia fidanzata abbassò lo sguardo e sorrise. Le labbra si mossero appena.
Non riuscii a sentire cosa disse, ma non ce n'era bisogno.
Certe risposte hanno solo bisogno di attraversare un oceano prima di arrivare.
Si girò verso di me, e i nostri occhi s’incontrarono dall'altra parte del rimpianto.