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[MI 190] L'era glaciale

Posted: Wed Jul 01, 2026 9:22 am
by Luquandus
Traccia
5.Notte
Il/la vostro/a protagonista viene svegliato/a, come ogni mattina, dalla suoneria dello smartphone. Sono le 7:30, ma fuori dalla finestra è ancora buio pesto. In un primo momento pensa a un errore della sveglia, poi controlla l’orologio sul comodino: segna la stessa ora.
Cosa sta succedendo?
 
L'era glaciale
Il primo pensiero di Giulio, quando risuonò la sirena ululante che gli faceva da sveglia ormai da anni, fu “buongiorno un cazzo”. Anche quello andava avanti da anni, come la sveglia. Si girò verso l’unica finestra del suo monolocale, aspettandosi il solito raggio di sole molesto pronto a trafiggergli la retina. Niente. Solo un buio denso e compatto. Con l’unico occhio semi aperto guardò lo schermo del telefono, convinto di aver sbagliato a mettere la sveglia, ma segnava le 07:30. Allungò la mano verso l’orologio da polso, una cagata costruita forse da qualche bambino cinese, e anche quello segnava lo stesso orario. I neuroni non erano ancora pronti a ragionamenti complessi per cui bofonchiò, riaffondando la testa nel cuscino. Rimase immobile per tre minuti, attendendo che la luce filtrasse attraverso le persiane. Nulla, buio polare.
Si tirò su a sedere. Tastò il vuoto fino a trovare l'interruttore della abat-jour. La lampadina da quaranta watt si accese docilmente, illuminando la stanza e le due sedie piene di vestiti che spacciava per armadi.
Giulio scese dal letto, fece tre passi e si incollò al vetro dell’unica finestra del monolocale. Appoggiò le mani alla cornice di alluminio e strinse gli occhi. Non si vedeva la strada. Non si vedeva nemmeno il profilo del condominio di fronte. C’era solo un muro nero, una specie di vuoto cosmico che sembrava aver inghiottito la città mentre lui sognava di vincere alla lotteria.
Portò l'indice al quadrante dello smartphone. Aggiornò la pagina meteo: Genova, ore 07:34. Sereno, 24°C.
«Ma va a cagare, meteo», sussurrò. Un brivido freddo gli scivolò lungo la schiena, mentre cercava di trovare un senso a ciò che gli occhi vedevano. O, meglio, a ciò che non vedevano.
Si sedette sul bordo del letto e fissò il vuoto, cercando una spiegazione razionale.
Magari un supervulcano in Indonesia era esploso durante la notte, sollevando una coltre di ceneri capace di oscurare il globo. Ma allora avrebbe dovuto sentire il boato. O almeno l'odore di zolfo.
Oppure il Sole si era spento. Aveva letto un articolo su un sito di divulgazione scientifica – o forse era un post su Facebook di qualche sessantenne che si informava seduto sul cesso, il confine era labile – secondo cui prima o poi sarebbe accaduto. Ma era poi, non prima. La prospettiva di un'era glaciale imminente lo spinse all'azione. Se la razza umana stava per estinguersi, lui non si sarebbe fatto trovare in mutande e con la maglietta sbiadita dei Simpson. Anzi, aveva visto abbastanza film da sapere come muoversi. Innanzitutto, bisognava vestirsi a strati. Dalla sedia degli indumenti invernali scelse un maglione di lana natalizio con le renne, pantaloni della tuta pesanti e calzini di spugna. Recuperò poi una giacca a vento e un vecchio zaino Invicta, residuato bellico del liceo, in cui infilò pochi effetti personali, un set di mascherine pagate una fortuna durante il Covid, una torcia e l’unico coltello che aveva in casa. In ceramica. Dell’Ikea. Era pronto a combattere per le ultime scorte di cibo in scatola del supermercato sotto casa.
Tornò alla finestra per un ultimo esame ravvicinato del fenomeno ma ebbe paura ad aprire le imposte, non sapeva se l’aria fosse già diventata irrespirabile.
Così equipaggiato, e con una crescente eccitazione, Giulio spalancò la porta del suo monolocale, pronto ad affrontare la fine dei tempi.
Il pianerottolo, fiocamente illuminato sembrava bizzarramente normale. Non c’erano sciami di cavallette, né fumo. Solo l'odore di caffè e di cavoli tipico di un condominio di vecchi.
Giulio scese le scale a passi felpati, attento a non far rumore, i sensi in allerta. Giunto nell'androne vide la sagoma del signor Sergio, il pensionato del piano di sopra, intento a controllare la cassetta della posta in canottiera e ciabatte infradito. Evidentemente non aveva capito un cazzo di quello che stava accadendo.
«Sergio!», sussurrò Giulio, balzando dietro la tromba delle scale come un ninja. «Cosa fa lì scoperto? Torni dentro, il sole si è spento! Siamo entrati nella notte perenne!»
Sergio si girò lentamente. Squadrò Giulio: il maglione natalizio che spuntava dalla giacca a vento, i calzettoni di spugna sopra la tuta, la torcia impugnata a mo' di manganello. Poi sospirò, con la pazienza che si riserva ai matti del quartiere.
«Giulio, belin come sei conciato? Ci sono trenta gradi fuori».
«Ma belin cosa, non ha visto fuori il buio? Io l’ho visto dalla mia finestra, non c’è più il sole! Completamente buio. E adesso arriverà il gelo. Dobbiamo avvisare tutti quelli del palazzo!»
Sergio si batté una mano sulla fronte, e per la prima volta un lampo di comprensione gli illuminò gli occhi. «Aspetta un attimo… ma la tua finestra dà sul viale, giusto? Proprio sotto il mio balcone?»
«Sì, l’unica che ho! Ma cosa c’entra con il sole…»
«C’entra che ieri sono venuti i tecnici a montarmi le tende da sole nuove per il terrazzo», lo interruppe Sergio, incrociando le braccia. «Quelle nere, oscuranti al cento per cento, perché la mattina mi entrava troppo riverbero in casa. Solo che quegli incompetenti devono aver sbagliato a fissare i blocchi di fine corsa degli elastici».
Giulio rimase immobile, fissando il pensionato con stupore. Evidentemente l’uomo non voleva accettare la dura realtà, era comprensibile.
«Cosa c’entrano ora i blocchi di fine corsa? Qui ci stiamo per estinguere e mi parla di tende?!»
«Nel senso che la tenda è scivolata giù dritta per tre metri», concluse Sergio, ciabattando verso l'ascensore. «Ha coperto tutto il tuo perimetro. Praticamente ti ho inscatolato la finestra. Sali va', diamo un'occhiata da sopra prima che tu muoia di caldo in quel giubbotto».
Giulio aprì la bocca per ribattere che stava sottovalutando una catastrofe cosmica, ma il sudore che gli colava lungo la schiena dentro il maglione con le renne stava iniziando a rendere più credibile la teoria della tenda. Seguì il vecchio in silenzio, trascinando i piedi e lo zaino fino al piano di sopra.
Entrati in casa, Sergio lo guidò sul terrazzo. Lì, ancorato alla ringhiera, c'era un immenso lenzuolo di tessuto tecnico nero come la pece che si sganciava dal balcone e precipitava verso il basso, scomparendo oltre il bordo del pavimento. Era teso, perfetto, impenetrabile. Una barriera anti-atomica contro la luce.
«Visto?», disse Sergio, indicando un gancio di plastica rimasto penzoloni. «Si è sganciato questo fermo. Tira un po' quel cordino, Giulio, per favore».
Giulio afferrò la corda della carrucola. Ci mise tutto il peso del corpo, dando uno strappo vigoroso. Il meccanismo scattò con un rumore metallico e secco. La tenda nera si riavvolse rapidamente, risalendo verso l'alto.
La luce delle 7:50 del mattino esplose, rimbalzando contro i muri bianchi del palazzo. Fu un colpo accecante.
Giulio si sporse dal terrazzo e guardò in basso. La sua finestra era di nuovo lì, libera, colpita in pieno da un sole estivo spietato che metteva in mostra i vetri da pulire. Da un appartamento vicino arrivò il profumo di cornetti caldi e il rumore della radio che trasmetteva il giornale radiofonico. Nessuna era glaciale. Solo una banale, caldissima giornata di fine giugno a Genova.
Cinque minuti dopo, Giulio era di nuovo nel suo monolocale. Si sfilò la giacca a vento e il maglione natalizio, gettandoli sul letto con un sospiro che era a metà tra il sollievo e l'umiliazione. Rimasto in canottiera, si avvicinò allo specchio del bagno. Aveva i capelli spettinati dal sudore e la pressione praticamente a duecento.
Il telefono sul comodino vibrò. Era una notifica dell'ufficio: “Ricordiamo a tutti i dipendenti che oggi scade il termine per la consegna del report mensile”.
Giulio guardò la sua finestra, ormai invasa da una luce caldissima, e sospirò. Per un attimo, solo per un brevissimo attimo, aveva sinceramente sperato che il sole si fosse spento davvero.

Re: [MI 190] L'era glaciale

Posted: Thu Jul 02, 2026 8:18 am
by Luquandus
Commento ad altrui racconto:
viewtopic.php?p=87735#p87735

Re: [MI 190] L'era glaciale

Posted: Thu Jul 02, 2026 7:02 pm
by NanoVetricida
Ciao @Luquandus
Tra i vari racconti, questo è quello che finora mi ha colpito di più
Hai trattato un tema molto particolare, di cui non avevo mai letto in giro, ma a cui ho pensato centinaia di volte. 
È un argomento attuale, direi addirittura generazionale. Forse già l'ho detto in un'altra occasione, ma probabilmente siamo coetanei e qualche nostro conoscente è rimasto intrappolato in una realtà parallela da cui è difficile uscire. 
Quante volte l'ho sentita: c'è gente che quasi confida nella catastrofe, mette la vita in standby senza prendere nemmeno in considerazione che questa sia la vita vera. È solo una parentesi in attesa del grande giorno in cui succede qualcosa di grosso, una rivoluzione, una pandemia voluta dai massoni, un'invasione aliena che rimescoli il mazzo e faccia ripartire tutti da zero. 
Diventa quasi uno stile di vita, un limbo sospeso in cui il tempo perde valore. 
Volendo passare a un'analisi più dettagliata del pezzo, prendi con le molle le mie idee, magari mi sbaglio di grosso, ma forse sveli troppo in fretta il motivo dell'oscurità, senza crearvi attorno un po' di pathos. Il finale, inoltre, è un po' troppo spiegato. 
Eppure, nonostante queste piccole sbavature, la tua idea è così forte, così poco scontata, che il racconto mi è rimasto lo stesso incollato addosso. 
E quindi chapeau.