[MI189] Quello certo non mi manca
Posted: Thu Mar 12, 2026 12:19 pm
Sono alla pompa di benzina. Esisteranno ancora luoghi simili in futuro? A me piacciono
le pompe di benzina, sono luoghi sospesi. Ci si ferma, si pensa, mentre il cavallo si
abbevera, mentre il veliero viene stipato di provviste, mentre la locomotiva fa il pieno di
acqua e carbone. Stessa cosa da secoli, millenni. Ma ora ci sono cose che stanno per
finire, tante cose.
Però stasera proprio non mi viene di schiodarmi da qui. Il serbatoio è pieno, ma io sono
ancora in sospeso. É tardi. Non c’è nessun’altro. Charlotte di certo mi aspetta a casa.
Ricomincerà con la solita tiritera degli ultimi mesi, i peggiori della nostra storia.
Si è fermato un tipo, uno con la camicia a quadrettoni. Non mi degna di uno sguardo,
assorto in altro, toglie la pistola dalla pompa e la infila con un movimento naturale. Ha
un van, uno di quei catorci, che sembrano salotti eleganti, ma sono poggiati sulla
meccanica del secolo scorso. Porte scorrevoli, sette posti, un classico.
Noto che ci sono almeno tre seggiolini fissati nell’abitacolo. Padre di famiglia?
Lo riguardo in faccia. Certo che sì, non è lo zio dei marmocchi che scarrozza, lo si legge
sulle rughe della fronte. É belloccio, con una barba incolta, occhi chiari, un che di
selvaggio. Bicipiti ben tesi, quanto i bottoni all’altezza della pancetta. Fa simpatia,
anche con quell’espressione un poco ansiosa.
Finisce il rifornimento, butta un occhio al cellulare e si rimette al posto di guida. Chissà
cosa si prova ad essere padre di famiglia? Charlotte mi sta addosso, anche lei vuole un
figlio, una famiglia. A me non è mai passato dall’anticamera del cervello.
Il belloccio accende il motore, simultaneamente si avvia il mio. Parte, parto, nella
direzione opposta.
Una volta sulla statale, faccio inversione e lo seguo. Non so perché, quasi senza
pensarci.
Venti minuti. Sono venti minuti che non mi schiodo da quei retronebbia accesi senza
motivo. Anche io non ho un motivo. Sto davvero dietro ad un uomo? Probabilmente non
l’ho mai fatto così a lungo nella mia intera vita, neppure con mio padre. Fosse una
splendida, capirei, ma un uomo...
Inizia a piovere e non fa che rendere più onirica la situazione, già al limite
dell'inverosimile, la tinge di china slavata. Mi ricorda i fumetti che leggevo a mio cugino
Jan, senza capirli.
Il van esce dalla statale, si infila in stradine strette e prive d’illuminazione. Lo seguo
ancora. Che intenzione ho? Invitarmi a casa sua? Troppo tardi per la cena, la
mogliettina e i figli saranno già a letto.
Mi sbaglio.
Si ferma davanti a un finestrone illuminato dall’interno, la tavola apparecchiata, un
salone accogliente lo attende. Lascia il van a coprire parzialmente la visuale, ma i miei
occhi lo seguono ancora mentre sbatte i polacchini sulla porta d’ingresso, prima di
attraversare la soglia. Lo noto: fa un movimento incontrollato, guarda in alto verso il
cielo, per una frazione di secondo, prima di proseguire. É dentro.
Sta in una casa di mattoni rossi, tipica del Beguinage.
Riappare nell’inquadratura un minuto dopo, proprio in quella finestra enorme e
sprovvista di tende che si affaccia senza timore sul buio intorno alla sua casa. Il buio in
cui ci sono io, a fari spenti.
La suoneria del cellulare squilla, la lascio fare e morire. Poi il messaggio, implacabile,
come mi aspettavo. Lo afferro e leggo la solita lamentela di Charlotte “Hai idea dell’ora
che è? Domattina ho la presentazione, lo sai”.
“Vattene a letto”. “Fatti una tisana”. “Che vuoi da me?”. Queste e altre innumerevoli
sentenze mi tentano, mi fanno formicolare le dita sulla tastiera. “Amore, avrei dovuto
avvisarti, scusami. Sono ancora al lavoro e non ne uscirò a breve, se continua così”,
decido di lasciarla in sospeso.
Non so quanto ancora il paterfamilias mi tratterrà.
Mi affloscio sul sedile, sperando che la scenetta alla finestra diventi al più presto
appetitosa. Ecco che fa il suo ingresso la coprotagonista. Ilse, la chiama lui, è la
moglie. Le chiede dove sono i bambini e sorride teso, quando lei lo informa che sono a
letto da un’ora.
So leggere le labbra, Jan era sordo muto. L’ho perso di vista da anni, ma ancora faccio il
nostro gioco preferito: quando siedo in un bar, origlio la gente, anche se la musica è
alta, anche dalla parte opposta della stanza. Nei movimenti delle labbra leggo persino
gli accenti regionali.
“Hai sentito il dottore oggi?” chiede Ilse. “Certo, stamattina” conferma lui, senza
aggiungere altro “Quando sto fuori tutto il giorno mi manchi, sei la mia medicina” e si
avvicina alla moglie da dietro, mentre lei sciacqua l’insalata. Le poggia le labbra tra
l’attaccatura dei capelli e il lobo dell’orecchio sinistro.
A Charlotte piacerebbero, come coppia. A me stanno un po’ sulle palle, a pelle.
Sembrano quei falsi sempliciotti che piacciono un po’ a tutti.
“Ancora non l’anno trovato, vero?” chiede Ilse, forse percependo la tensione nel
respiro del marito. “Non ancora” sbuffa lui, come se trattenesse quel pensiero da ore,
“Ma non posso più tirarmi indietro, ormai. Rientrare nelle liste d’attesa e trovare
un’altra data per l’operazione è impossibile”.
Lei si volta, lo guarda in volto e gli stringe le mani, tra i suoi palmi “Lo troveranno. Sono
sicura che è già sulla nostra strada, nel nostro destino. Pregherò per te”.
A beh, se lei prega per te, allora è tutto risolto! La cieca fiducia religiosa mi fa sempre
venire un conato allo stomaco.
“E se invece non lo trovassero. Enke sta per iniziare la scuola... E Jade è ancora così
piccola. Non posso pensare che potrei lasciarle sole” si strugge il belloccio.
Allora è questo l’essere genitori! Piangersi addosso, farsela sotto al solo pensiero di
non vederli crescere, i tuoi figlioletti. Prendo nota e dopo lo dico a Charlotte.
Ilse sposta il viso verso la porta in fondo al salotto, qualcosa ha richiamato la sua
attenzione. “Si è svegliata di nuovo, Jade è agitata stasera” dice al marito, staccandosi
da lui, muovendo passi veloci verso la figlia. Lui resta solo nel salone.
Che peccato, la scenetta succulenta è già finita.
Ma forse prosegue altrove.
Esco dall’auto, muovendomi piano, l’oscurità mi protegge. Svolto l’angolo e scivolo
verso la porta d’ingresso, quella che gli ho visto attraversare pochi minuti fa, di profilo.
Resto in piedi dietro le fronde di un salice piangente, immobile e a parecchi metri di
distanza. A fianco dell’entrata c’è una finestra, più piccola di quella del salone, ma da
cui comunque posso vedere con chiarezza il mezzobusto di Ilse, chinata sopra il letto
della figlia.
Le sta cantando una ninna nanna.
Da quest’angolazione mi appare diversa. Ne vedo i dettagli, il collo slanciato, le spalle
definite, le labbra sottili che le incidono il volto con decisione. Ilse è una splendida,
proprio del tipo che più mi scalda.
Blam.
Senza preavviso la porta si spalanca e ne esce il marito, con il sacco della spazzatura in
mano. “Vado a buttarla e torno” informa la moglie. Probabilmente lo fa tutte le sere, fa
parte della loro routine. Ma questa volta si ferma, appena fuori dalla porta.
Vedo solo il suo profilo, in controluce. Poi volta il viso a destra, verso la mia auto color
lampone, parcheggiata a venti metri. Ti piace vero? Quello è un gioiellino a confronto
del tuo van.
Si gira di nuovo in avanti, il volto rivolto nella mia buia direzione. Non può vedermi, non
da questa distanza, dietro le fronde. Forse però mi sente. Come quando sei a mollo e
qualcuno nuota a pochi centimetri da te: non serve che la bracciata ti tocchi, per
sentire sulla pelle lo spostamento applicato all’acqua.
Si decide a muoversi verso i cassonetti, risalendo la strada verso sinistra. Scompare
dietro l’angolo.
Noto che la porta di casa ora ha la serratura aperta.
Guardo ancora Ilse attraverso la finestra, consolare la bimba, farla riaddormentare.
Quale sarà la sensazione di accarezzare la pelle di chi hai generato? Come toccare la
tua? Un corpicino caldo, una vita indifesa, che dipende solo da te, da quanto te ne
prendi cura.
La nenia si spegne, come anche la luce dietro la finestra. Ilse esce dalla stanza di Jade
e poi dalla porta di casa. Aspetta il marito, credo.
Infatti, lui torna, trascinando un poco i passi sul selciato. Vedo quanto è stanco,
veramente spompato. Che ti succede campione? Sei l’ombra del bel tipo di prima.
“È strano” le dice, quando la raggiunge davanti casa.
Lei non risponde, gli prende solo la mano e la scuote.
“Quell'auto parcheggiata laggiù, la vedi?”. La vede ma non capisce, quindi gli scuote
ancora la mano, nella sua.
“É davvero strano” ripete tentennando “Ricordo di averne vista una identica alla pompa
di benzina, stasera. C’era una donna seduta al volante, se ne stava parcheggiata a
fianco della pompa, senza scendere, senza fare rifornimento”.
Cazzo. Si è accorto di me!
“Una bella donna?” chiede la moglie. “Che c’entra ora?” “L’hai notata, no?” “Non in
quel senso” è spazientito. “Quale senso?” lo incalza Ilse. “Va beh, lascia perdere.
Probabilmente non era neppure lo stesso modello d’auto”.
“Non è la prima volta che ti senti pedinato, che credi di essere nelle segrete attenzioni
di qualcuno. Pensi che possa essere legato alla tua... condizione?”. Lui risponde, lo fa
con un silenzio.
Lei prova a rassicurarlo “Io credo che nessuno segua nessuno senza motivo, il mondo è
un posto migliore di quanto credi”.
Bleah, ancora buonismo religioso. Di nuovo un conato.
E allora continuate ad illudervi, ad escludere la realtà dalla percezione che avete della
vita quotidiana. Illudetevi che non ci sia stata una donna stuprata nella vostra famiglia,
che non possa mai accadere il peggio: ritrovarti un ladro in casa che in un momento di
panico ti renda uno storpio, oppure uno squilibrato violento dietro quell’angolo che
svolti ogni sera di ritorno dall’ufficio. Illudetevi che non ci sia un pedofilo tra i padri che
frequentano lo spogliatoio della squadra di nuoto di vostro figlio.
“Andiamo dentro” lo trascina Ilse, senza possibilità di replica.
Blam.
Rumore di passi che si allontanano nel corridoio. Sono tornati in salotto.
Noto che la porta di casa ha la serratura aperta. Di nuovo.
Quanto sarebbe facile entrare, senza che nessuno senta niente dal salone? Jade è
addormentata nella prima stanza a destra dopo l’ingresso. Si potrebbe far sparire la
bimba, senza che se accorgano fino alla mattina seguente.
Perché mi faccio certe domande? Sono qui solo per curiosità, per quell’uomo, o meglio
per la sua condizione di padre famiglia.
Ed io? Quale padre o madre potrei mai essere io?
Come la prenderebbe Charlotte se stasera mi presentassi alla sua porta con una
bimba? È sempre quella razionale, lei. Ma su queste cose vince l’emotività, si sa.
Lascio il rifugio del salice piangente, in un attimo raggiungo la casa. Ormai sono
fradicia, anche se la pioggia è diventata così sottile, una nebbiolina in lenta caduta.
Voglio vedere il viso di quella bambina, addormentato, oltre la finestra. Con questo
dannato riflesso, non si scorge nulla della stanza buia.
Mi fermo davanti all’uscio. Origlio ogni rumore oltre la porta. Perché lo sto facendo?
Perché, perché, perché. Serve sempre un perché, dannazione.
Poggio la mano alla maniglia e spingo piano. Come pensavo, nessuna serratura oppone
resistenza, i cardini sono ben oliati.
Trattengo il respiro. Un passo e sono dentro.
Richiudo la porta alle mie spalle, delicatamente, lasciando fuori i rumori del piovoso
mondo esterno. Il corridoio è buio, solo qualche spiffero di luce.
“Chi diavolo sei tu?” dice una voce nel buio. Riesco a distinguere la sagoma di Ilse solo
quando lo decide lei, quando si muove dall’ombra in cui si era resa invisibile, verso di
me.
“Conosco tuo marito, è il mio...” ma la bugia mi muore in gola.
“Io non credo. Hai del fegato ad infilarti in casa nostra!” mi abbaia contro. Ha
adrenalina da vendere.
“Quello certo non mi manca” mi fingo spavalda, ma me la sto facendo sotto. So di aver
fatto una gran cazzata, forse la più grossa di sempre.
Silenzio tra noi, ognuna a vagliare le possibilità.
Poi la voce di Ilse, improvvisamente più calma. “Bene” esclama asciutta, estraendo e
mettendo in bella vista tra noi un coltellaccio da cucina.
“Più tardi chiamerò la polizia, ora mettiti in ginocchio” e aggiunge “Pregherò per te”.
le pompe di benzina, sono luoghi sospesi. Ci si ferma, si pensa, mentre il cavallo si
abbevera, mentre il veliero viene stipato di provviste, mentre la locomotiva fa il pieno di
acqua e carbone. Stessa cosa da secoli, millenni. Ma ora ci sono cose che stanno per
finire, tante cose.
Però stasera proprio non mi viene di schiodarmi da qui. Il serbatoio è pieno, ma io sono
ancora in sospeso. É tardi. Non c’è nessun’altro. Charlotte di certo mi aspetta a casa.
Ricomincerà con la solita tiritera degli ultimi mesi, i peggiori della nostra storia.
Si è fermato un tipo, uno con la camicia a quadrettoni. Non mi degna di uno sguardo,
assorto in altro, toglie la pistola dalla pompa e la infila con un movimento naturale. Ha
un van, uno di quei catorci, che sembrano salotti eleganti, ma sono poggiati sulla
meccanica del secolo scorso. Porte scorrevoli, sette posti, un classico.
Noto che ci sono almeno tre seggiolini fissati nell’abitacolo. Padre di famiglia?
Lo riguardo in faccia. Certo che sì, non è lo zio dei marmocchi che scarrozza, lo si legge
sulle rughe della fronte. É belloccio, con una barba incolta, occhi chiari, un che di
selvaggio. Bicipiti ben tesi, quanto i bottoni all’altezza della pancetta. Fa simpatia,
anche con quell’espressione un poco ansiosa.
Finisce il rifornimento, butta un occhio al cellulare e si rimette al posto di guida. Chissà
cosa si prova ad essere padre di famiglia? Charlotte mi sta addosso, anche lei vuole un
figlio, una famiglia. A me non è mai passato dall’anticamera del cervello.
Il belloccio accende il motore, simultaneamente si avvia il mio. Parte, parto, nella
direzione opposta.
Una volta sulla statale, faccio inversione e lo seguo. Non so perché, quasi senza
pensarci.
Venti minuti. Sono venti minuti che non mi schiodo da quei retronebbia accesi senza
motivo. Anche io non ho un motivo. Sto davvero dietro ad un uomo? Probabilmente non
l’ho mai fatto così a lungo nella mia intera vita, neppure con mio padre. Fosse una
splendida, capirei, ma un uomo...
Inizia a piovere e non fa che rendere più onirica la situazione, già al limite
dell'inverosimile, la tinge di china slavata. Mi ricorda i fumetti che leggevo a mio cugino
Jan, senza capirli.
Il van esce dalla statale, si infila in stradine strette e prive d’illuminazione. Lo seguo
ancora. Che intenzione ho? Invitarmi a casa sua? Troppo tardi per la cena, la
mogliettina e i figli saranno già a letto.
Mi sbaglio.
Si ferma davanti a un finestrone illuminato dall’interno, la tavola apparecchiata, un
salone accogliente lo attende. Lascia il van a coprire parzialmente la visuale, ma i miei
occhi lo seguono ancora mentre sbatte i polacchini sulla porta d’ingresso, prima di
attraversare la soglia. Lo noto: fa un movimento incontrollato, guarda in alto verso il
cielo, per una frazione di secondo, prima di proseguire. É dentro.
Sta in una casa di mattoni rossi, tipica del Beguinage.
Riappare nell’inquadratura un minuto dopo, proprio in quella finestra enorme e
sprovvista di tende che si affaccia senza timore sul buio intorno alla sua casa. Il buio in
cui ci sono io, a fari spenti.
La suoneria del cellulare squilla, la lascio fare e morire. Poi il messaggio, implacabile,
come mi aspettavo. Lo afferro e leggo la solita lamentela di Charlotte “Hai idea dell’ora
che è? Domattina ho la presentazione, lo sai”.
“Vattene a letto”. “Fatti una tisana”. “Che vuoi da me?”. Queste e altre innumerevoli
sentenze mi tentano, mi fanno formicolare le dita sulla tastiera. “Amore, avrei dovuto
avvisarti, scusami. Sono ancora al lavoro e non ne uscirò a breve, se continua così”,
decido di lasciarla in sospeso.
Non so quanto ancora il paterfamilias mi tratterrà.
Mi affloscio sul sedile, sperando che la scenetta alla finestra diventi al più presto
appetitosa. Ecco che fa il suo ingresso la coprotagonista. Ilse, la chiama lui, è la
moglie. Le chiede dove sono i bambini e sorride teso, quando lei lo informa che sono a
letto da un’ora.
So leggere le labbra, Jan era sordo muto. L’ho perso di vista da anni, ma ancora faccio il
nostro gioco preferito: quando siedo in un bar, origlio la gente, anche se la musica è
alta, anche dalla parte opposta della stanza. Nei movimenti delle labbra leggo persino
gli accenti regionali.
“Hai sentito il dottore oggi?” chiede Ilse. “Certo, stamattina” conferma lui, senza
aggiungere altro “Quando sto fuori tutto il giorno mi manchi, sei la mia medicina” e si
avvicina alla moglie da dietro, mentre lei sciacqua l’insalata. Le poggia le labbra tra
l’attaccatura dei capelli e il lobo dell’orecchio sinistro.
A Charlotte piacerebbero, come coppia. A me stanno un po’ sulle palle, a pelle.
Sembrano quei falsi sempliciotti che piacciono un po’ a tutti.
“Ancora non l’anno trovato, vero?” chiede Ilse, forse percependo la tensione nel
respiro del marito. “Non ancora” sbuffa lui, come se trattenesse quel pensiero da ore,
“Ma non posso più tirarmi indietro, ormai. Rientrare nelle liste d’attesa e trovare
un’altra data per l’operazione è impossibile”.
Lei si volta, lo guarda in volto e gli stringe le mani, tra i suoi palmi “Lo troveranno. Sono
sicura che è già sulla nostra strada, nel nostro destino. Pregherò per te”.
A beh, se lei prega per te, allora è tutto risolto! La cieca fiducia religiosa mi fa sempre
venire un conato allo stomaco.
“E se invece non lo trovassero. Enke sta per iniziare la scuola... E Jade è ancora così
piccola. Non posso pensare che potrei lasciarle sole” si strugge il belloccio.
Allora è questo l’essere genitori! Piangersi addosso, farsela sotto al solo pensiero di
non vederli crescere, i tuoi figlioletti. Prendo nota e dopo lo dico a Charlotte.
Ilse sposta il viso verso la porta in fondo al salotto, qualcosa ha richiamato la sua
attenzione. “Si è svegliata di nuovo, Jade è agitata stasera” dice al marito, staccandosi
da lui, muovendo passi veloci verso la figlia. Lui resta solo nel salone.
Che peccato, la scenetta succulenta è già finita.
Ma forse prosegue altrove.
Esco dall’auto, muovendomi piano, l’oscurità mi protegge. Svolto l’angolo e scivolo
verso la porta d’ingresso, quella che gli ho visto attraversare pochi minuti fa, di profilo.
Resto in piedi dietro le fronde di un salice piangente, immobile e a parecchi metri di
distanza. A fianco dell’entrata c’è una finestra, più piccola di quella del salone, ma da
cui comunque posso vedere con chiarezza il mezzobusto di Ilse, chinata sopra il letto
della figlia.
Le sta cantando una ninna nanna.
Da quest’angolazione mi appare diversa. Ne vedo i dettagli, il collo slanciato, le spalle
definite, le labbra sottili che le incidono il volto con decisione. Ilse è una splendida,
proprio del tipo che più mi scalda.
Blam.
Senza preavviso la porta si spalanca e ne esce il marito, con il sacco della spazzatura in
mano. “Vado a buttarla e torno” informa la moglie. Probabilmente lo fa tutte le sere, fa
parte della loro routine. Ma questa volta si ferma, appena fuori dalla porta.
Vedo solo il suo profilo, in controluce. Poi volta il viso a destra, verso la mia auto color
lampone, parcheggiata a venti metri. Ti piace vero? Quello è un gioiellino a confronto
del tuo van.
Si gira di nuovo in avanti, il volto rivolto nella mia buia direzione. Non può vedermi, non
da questa distanza, dietro le fronde. Forse però mi sente. Come quando sei a mollo e
qualcuno nuota a pochi centimetri da te: non serve che la bracciata ti tocchi, per
sentire sulla pelle lo spostamento applicato all’acqua.
Si decide a muoversi verso i cassonetti, risalendo la strada verso sinistra. Scompare
dietro l’angolo.
Noto che la porta di casa ora ha la serratura aperta.
Guardo ancora Ilse attraverso la finestra, consolare la bimba, farla riaddormentare.
Quale sarà la sensazione di accarezzare la pelle di chi hai generato? Come toccare la
tua? Un corpicino caldo, una vita indifesa, che dipende solo da te, da quanto te ne
prendi cura.
La nenia si spegne, come anche la luce dietro la finestra. Ilse esce dalla stanza di Jade
e poi dalla porta di casa. Aspetta il marito, credo.
Infatti, lui torna, trascinando un poco i passi sul selciato. Vedo quanto è stanco,
veramente spompato. Che ti succede campione? Sei l’ombra del bel tipo di prima.
“È strano” le dice, quando la raggiunge davanti casa.
Lei non risponde, gli prende solo la mano e la scuote.
“Quell'auto parcheggiata laggiù, la vedi?”. La vede ma non capisce, quindi gli scuote
ancora la mano, nella sua.
“É davvero strano” ripete tentennando “Ricordo di averne vista una identica alla pompa
di benzina, stasera. C’era una donna seduta al volante, se ne stava parcheggiata a
fianco della pompa, senza scendere, senza fare rifornimento”.
Cazzo. Si è accorto di me!
“Una bella donna?” chiede la moglie. “Che c’entra ora?” “L’hai notata, no?” “Non in
quel senso” è spazientito. “Quale senso?” lo incalza Ilse. “Va beh, lascia perdere.
Probabilmente non era neppure lo stesso modello d’auto”.
“Non è la prima volta che ti senti pedinato, che credi di essere nelle segrete attenzioni
di qualcuno. Pensi che possa essere legato alla tua... condizione?”. Lui risponde, lo fa
con un silenzio.
Lei prova a rassicurarlo “Io credo che nessuno segua nessuno senza motivo, il mondo è
un posto migliore di quanto credi”.
Bleah, ancora buonismo religioso. Di nuovo un conato.
E allora continuate ad illudervi, ad escludere la realtà dalla percezione che avete della
vita quotidiana. Illudetevi che non ci sia stata una donna stuprata nella vostra famiglia,
che non possa mai accadere il peggio: ritrovarti un ladro in casa che in un momento di
panico ti renda uno storpio, oppure uno squilibrato violento dietro quell’angolo che
svolti ogni sera di ritorno dall’ufficio. Illudetevi che non ci sia un pedofilo tra i padri che
frequentano lo spogliatoio della squadra di nuoto di vostro figlio.
“Andiamo dentro” lo trascina Ilse, senza possibilità di replica.
Blam.
Rumore di passi che si allontanano nel corridoio. Sono tornati in salotto.
Noto che la porta di casa ha la serratura aperta. Di nuovo.
Quanto sarebbe facile entrare, senza che nessuno senta niente dal salone? Jade è
addormentata nella prima stanza a destra dopo l’ingresso. Si potrebbe far sparire la
bimba, senza che se accorgano fino alla mattina seguente.
Perché mi faccio certe domande? Sono qui solo per curiosità, per quell’uomo, o meglio
per la sua condizione di padre famiglia.
Ed io? Quale padre o madre potrei mai essere io?
Come la prenderebbe Charlotte se stasera mi presentassi alla sua porta con una
bimba? È sempre quella razionale, lei. Ma su queste cose vince l’emotività, si sa.
Lascio il rifugio del salice piangente, in un attimo raggiungo la casa. Ormai sono
fradicia, anche se la pioggia è diventata così sottile, una nebbiolina in lenta caduta.
Voglio vedere il viso di quella bambina, addormentato, oltre la finestra. Con questo
dannato riflesso, non si scorge nulla della stanza buia.
Mi fermo davanti all’uscio. Origlio ogni rumore oltre la porta. Perché lo sto facendo?
Perché, perché, perché. Serve sempre un perché, dannazione.
Poggio la mano alla maniglia e spingo piano. Come pensavo, nessuna serratura oppone
resistenza, i cardini sono ben oliati.
Trattengo il respiro. Un passo e sono dentro.
Richiudo la porta alle mie spalle, delicatamente, lasciando fuori i rumori del piovoso
mondo esterno. Il corridoio è buio, solo qualche spiffero di luce.
“Chi diavolo sei tu?” dice una voce nel buio. Riesco a distinguere la sagoma di Ilse solo
quando lo decide lei, quando si muove dall’ombra in cui si era resa invisibile, verso di
me.
“Conosco tuo marito, è il mio...” ma la bugia mi muore in gola.
“Io non credo. Hai del fegato ad infilarti in casa nostra!” mi abbaia contro. Ha
adrenalina da vendere.
“Quello certo non mi manca” mi fingo spavalda, ma me la sto facendo sotto. So di aver
fatto una gran cazzata, forse la più grossa di sempre.
Silenzio tra noi, ognuna a vagliare le possibilità.
Poi la voce di Ilse, improvvisamente più calma. “Bene” esclama asciutta, estraendo e
mettendo in bella vista tra noi un coltellaccio da cucina.
“Più tardi chiamerò la polizia, ora mettiti in ginocchio” e aggiunge “Pregherò per te”.