[MI 189] Il sapore dei pomodori
Posted: Wed Mar 11, 2026 10:46 pm
Pianeta Terra, data futura
La polizia e la stampa circondano il casolare e il giardino di un vecchio.
Armi e telecamere puntate su di lui. Che cosa avrà fatto? Importazione di semi clandestini e occultamento di falde acquifere destinate a uso pubblico.
Ha coltivato due filari di pomodori nel suo orto, irrigandoli con l’acqua del suo pozzo.
Ha coltivato coltivato due filari di pomodori veri.
L’aria del mattino rinfresca e colora di rosa le pareti della piccola camera di Pinuccio, detto Brandaforte. Non gli è mai piaciuto il nomignolo che gli avevano affibbiato alla FAE&A — Fabbrica Atomica Elementi & Affini. Lo avevano scelto perché al lavoro faticava a tenere gli occhi aperti. Ma lui non è mai stato un dormiglione. Non lo è mai stato.
“Ricordati di annaffiarli prima che sorga il Sole.”
La voce del nonno gli risuona ancora nella mente mentre scende dal letto tastando il pavimento in cerca degli scarponi.
Il nonno… oggi potrebbe essere lui stesso un nonno, se solo avesse avuto dei figli. E per avere dei figli avrebbe dovuto avere una donna. Una donna vera. In carne e ossa.
Suo padre se l’era portato via il Governo e sua madre non l’aveva mai conosciuta.
Nonno Baccello come lo chiamava da piccolo. Marcello era il suo nome e gli aveva insegnato tutto quello che c’era da sapere per lavorare la terra.
Un sapere antico.
Un sapere proibito.
In questa stagione si fa giorno presto. Pinuccio lancia uno sguardo commosso alla sedia vuota accanto alla sua, finisce di bere la dose mattutina di un guazzabuglio energizzante dal sapore dolciastro e dal nome impronunciabile e si reca nel retro della cascina.
Tende l’orecchio.
Nessun insetto spia sembra ronzare nei paraggi, ma la prudenza non è mai troppa da quando un fischio assordante gli ha colonizzato l’udito.
Chiude la porta, serra le imposte e si muove a tentoni verso la parete. Prende un secchio, poi si avvicina al vecchio tavolo. Accende lo stoppino di un mozzicone di candela e rovista nel cassetto.
Quando richiude il pugno, sorride.
Una minuscola scheda magnetica.
Alla luce tremolante della fiamma, il piccolo oggetto pulsa e sfavilla.
Sembra quasi vivo, come una fatina uscita dalle storie che lo incantavano da bambino.
Pinuccio resta a guardarla per qualche istante. Prima di uscire, la infila nel taschino della camicia, vicino al cuore. Se il Governo Centrale scoprisse cosa contiene, non si limiterebbe ad arrestarlo.
Non è l’acqua del pozzo il suo vero crimine.
Si avvia a passo lento verso il suo orto: un francobollo di terra così insignificante da essere rimasto invisibile per anni ai controllori del Sistema. L’aveva conquistato centimetro dopo centimetro, durante notti interminabili.
Per questo al lavoro arrivava stremato.
Per questo lo chiamavano Brandaforte.
Stamani il terreno sembra lo specchio del suo volto: solcato da piccole crepe, friabile, assetato. Il programma “Estate boreale” ha già alzato la temperatura di diversi gradi.
Pinuccio alza gli occhi al cielo. Il rosa sfuma lentamente in un azzurro intenso mentre il meccanismo atomico proietta la simulazione di un perfetto mattino estivo.
Dovrei svegliarmi prima, pensa.
Le ginocchia non sono più quelle di una volta e raggiungere l’orto richiede più tempo del dovuto.
Certe cose andrebbero fatte al buio.
Al riparo da sguardi indiscreti.
Quando arriva al filare, i pomodori lo salutano con il loro rosso lucido. Pendono tra il verde delle foglie, sostenuti da bastoni rigidi come soldati di guardia a un fortino.
Pinuccio si china.
Con il palmo spazza via il terriccio che nasconde una placca di ferro arrugginita.
Sotto, l’antico pozzo.
Solleva il coperchio, cala il secchio e lo tira su poco dopo, colmo d’acqua.
«Avete tanta sete, vero?»
Quando l’acqua bagna la terra, un profumo antico si solleva nell’aria.
Il terreno diventa scuro, proprio come nelle immagini che il maestro di storia gli mostrava nel visore quando era bambino.
Pinuccio inspira profondamente; poi, individua il frutto più maturo. Lo stacca con delicatezza e lo solleva verso il cielo come un’offerta. E i ricordi tornano vividi come quel giorno…
“Questi gioielli sono un dono della natura, cara la mia Cedrina. Peccato che tu non possa assaggiarli.”
Per un attimo ci fu solo il fruscio delle foglie.
Poi una voce metallica, sottilissima:
“Io me lo ricordo… il loro sapore.”
Pinuccio rimase immobile.
Dolci.
Succosi.
Cedrina gli aveva parlato.
Allora non era soltanto un automa.
Gli umanoidi erano un’invenzione terribile: né uomini né macchine. Pinuccio si era spesso chiesto se conservassero qualcosa di umano dentro quell’involucro di carne sintetica e metallo.
Una memoria.
Un frammento d’anima.
Gliel’avevano portata una mattina di primavera.
“Brandaforte, svegliati! Ti abbiamo trovato un’aiutante.”
Non l’aveva chiesta. Detestava ogni forma di schiavitù. Ma la Compagnia voleva raddoppiare la produzione e gli umani costavano troppo.
Cedrina, come indicava la scritta incisa sull’avambraccio, era un esemplare difettoso. Per questo l’avevano assegnata a lui.
La cassa che la conteneva era incrinata. Se non fosse stato per lo sguardo immobile, si sarebbe potuto pensare che avesse tentato di fuggire da lì dentro.
“Ora non avrò più scuse” aveva detto Pinuccio con un mezzo sorriso.
“Esatto. Niente più ritardi, Brandaforte. Altrimenti…”
Non serviva finire la frase.
Il Governo Centrale trasformava facilmente gli uomini in macchine.
Cedrina era forte quanto cinque operai, ma nei suoi occhi c’era sempre una luce malinconica. La sera Pinuccio si sedeva accanto a lei e le parlava.
Le raccontava tutto.
I ricordi del nonno.
La terra vera.
L’odore della pioggia.
E, soprattutto, il suo segreto.
Un segreto che custodiva sempre vicino al cuore. Nella tasca della camicia.
Quando sente le sirene avvicinarsi, stringe ancora tra le mani il pomodoro. Lo guarda un’ultima volta alla luce del falso sole.
Poi si volta verso Cedrina che lo ha raggiunto. Prende un coltello, divide in due il frutto proibito e gliene offre metà.
«Ricordi il sapore?» le chiede sottovoce.
Cedrina annuisce.
Poi, Pinuccio prende la piccola scheda magnetica dal taschino e gliela porge.
“Qui dentro non c’è un programma” le aveva detto un giorno. “Ci sono i semi. Tutti quelli che sono riuscito a salvare… Quando non ci sarò più… piantali.”
Cedrina prende la scheda e, per un attimo, nei suoi occhi passa qualcosa che nessun tecnico potrebbe spiegare.
Forse memoria.
Forse gratitudine.
Forse speranza.
Quando gli uomini della polizia sfondano il cancello, Pinuccio è ancora nell’orto.
Le armi lo tengono sotto tiro, le telecamere lo circondano come insetti famelici.
«È in arresto per appropriazione indebita di acqua pubblica e coltivazione illegale di specie vegetali non registrate.»
Pinuccio non risponde.
Quando gli agenti lo portano via, una brezza leggera muove le foglie dei pomodori.
E Cedrina, lentamente, inizia a scavare.
La polizia e la stampa circondano il casolare e il giardino di un vecchio.
Armi e telecamere puntate su di lui. Che cosa avrà fatto? Importazione di semi clandestini e occultamento di falde acquifere destinate a uso pubblico.
Ha coltivato due filari di pomodori nel suo orto, irrigandoli con l’acqua del suo pozzo.
Ha coltivato coltivato due filari di pomodori veri.
L’aria del mattino rinfresca e colora di rosa le pareti della piccola camera di Pinuccio, detto Brandaforte. Non gli è mai piaciuto il nomignolo che gli avevano affibbiato alla FAE&A — Fabbrica Atomica Elementi & Affini. Lo avevano scelto perché al lavoro faticava a tenere gli occhi aperti. Ma lui non è mai stato un dormiglione. Non lo è mai stato.
“Ricordati di annaffiarli prima che sorga il Sole.”
La voce del nonno gli risuona ancora nella mente mentre scende dal letto tastando il pavimento in cerca degli scarponi.
Il nonno… oggi potrebbe essere lui stesso un nonno, se solo avesse avuto dei figli. E per avere dei figli avrebbe dovuto avere una donna. Una donna vera. In carne e ossa.
Suo padre se l’era portato via il Governo e sua madre non l’aveva mai conosciuta.
Nonno Baccello come lo chiamava da piccolo. Marcello era il suo nome e gli aveva insegnato tutto quello che c’era da sapere per lavorare la terra.
Un sapere antico.
Un sapere proibito.
In questa stagione si fa giorno presto. Pinuccio lancia uno sguardo commosso alla sedia vuota accanto alla sua, finisce di bere la dose mattutina di un guazzabuglio energizzante dal sapore dolciastro e dal nome impronunciabile e si reca nel retro della cascina.
Tende l’orecchio.
Nessun insetto spia sembra ronzare nei paraggi, ma la prudenza non è mai troppa da quando un fischio assordante gli ha colonizzato l’udito.
Chiude la porta, serra le imposte e si muove a tentoni verso la parete. Prende un secchio, poi si avvicina al vecchio tavolo. Accende lo stoppino di un mozzicone di candela e rovista nel cassetto.
Quando richiude il pugno, sorride.
Una minuscola scheda magnetica.
Alla luce tremolante della fiamma, il piccolo oggetto pulsa e sfavilla.
Sembra quasi vivo, come una fatina uscita dalle storie che lo incantavano da bambino.
Pinuccio resta a guardarla per qualche istante. Prima di uscire, la infila nel taschino della camicia, vicino al cuore. Se il Governo Centrale scoprisse cosa contiene, non si limiterebbe ad arrestarlo.
Non è l’acqua del pozzo il suo vero crimine.
Si avvia a passo lento verso il suo orto: un francobollo di terra così insignificante da essere rimasto invisibile per anni ai controllori del Sistema. L’aveva conquistato centimetro dopo centimetro, durante notti interminabili.
Per questo al lavoro arrivava stremato.
Per questo lo chiamavano Brandaforte.
Stamani il terreno sembra lo specchio del suo volto: solcato da piccole crepe, friabile, assetato. Il programma “Estate boreale” ha già alzato la temperatura di diversi gradi.
Pinuccio alza gli occhi al cielo. Il rosa sfuma lentamente in un azzurro intenso mentre il meccanismo atomico proietta la simulazione di un perfetto mattino estivo.
Dovrei svegliarmi prima, pensa.
Le ginocchia non sono più quelle di una volta e raggiungere l’orto richiede più tempo del dovuto.
Certe cose andrebbero fatte al buio.
Al riparo da sguardi indiscreti.
Quando arriva al filare, i pomodori lo salutano con il loro rosso lucido. Pendono tra il verde delle foglie, sostenuti da bastoni rigidi come soldati di guardia a un fortino.
Pinuccio si china.
Con il palmo spazza via il terriccio che nasconde una placca di ferro arrugginita.
Sotto, l’antico pozzo.
Solleva il coperchio, cala il secchio e lo tira su poco dopo, colmo d’acqua.
«Avete tanta sete, vero?»
Quando l’acqua bagna la terra, un profumo antico si solleva nell’aria.
Il terreno diventa scuro, proprio come nelle immagini che il maestro di storia gli mostrava nel visore quando era bambino.
Pinuccio inspira profondamente; poi, individua il frutto più maturo. Lo stacca con delicatezza e lo solleva verso il cielo come un’offerta. E i ricordi tornano vividi come quel giorno…
“Questi gioielli sono un dono della natura, cara la mia Cedrina. Peccato che tu non possa assaggiarli.”
Per un attimo ci fu solo il fruscio delle foglie.
Poi una voce metallica, sottilissima:
“Io me lo ricordo… il loro sapore.”
Pinuccio rimase immobile.
Dolci.
Succosi.
Cedrina gli aveva parlato.
Allora non era soltanto un automa.
Gli umanoidi erano un’invenzione terribile: né uomini né macchine. Pinuccio si era spesso chiesto se conservassero qualcosa di umano dentro quell’involucro di carne sintetica e metallo.
Una memoria.
Un frammento d’anima.
Gliel’avevano portata una mattina di primavera.
“Brandaforte, svegliati! Ti abbiamo trovato un’aiutante.”
Non l’aveva chiesta. Detestava ogni forma di schiavitù. Ma la Compagnia voleva raddoppiare la produzione e gli umani costavano troppo.
Cedrina, come indicava la scritta incisa sull’avambraccio, era un esemplare difettoso. Per questo l’avevano assegnata a lui.
La cassa che la conteneva era incrinata. Se non fosse stato per lo sguardo immobile, si sarebbe potuto pensare che avesse tentato di fuggire da lì dentro.
“Ora non avrò più scuse” aveva detto Pinuccio con un mezzo sorriso.
“Esatto. Niente più ritardi, Brandaforte. Altrimenti…”
Non serviva finire la frase.
Il Governo Centrale trasformava facilmente gli uomini in macchine.
Cedrina era forte quanto cinque operai, ma nei suoi occhi c’era sempre una luce malinconica. La sera Pinuccio si sedeva accanto a lei e le parlava.
Le raccontava tutto.
I ricordi del nonno.
La terra vera.
L’odore della pioggia.
E, soprattutto, il suo segreto.
Un segreto che custodiva sempre vicino al cuore. Nella tasca della camicia.
Quando sente le sirene avvicinarsi, stringe ancora tra le mani il pomodoro. Lo guarda un’ultima volta alla luce del falso sole.
Poi si volta verso Cedrina che lo ha raggiunto. Prende un coltello, divide in due il frutto proibito e gliene offre metà.
«Ricordi il sapore?» le chiede sottovoce.
Cedrina annuisce.
Poi, Pinuccio prende la piccola scheda magnetica dal taschino e gliela porge.
“Qui dentro non c’è un programma” le aveva detto un giorno. “Ci sono i semi. Tutti quelli che sono riuscito a salvare… Quando non ci sarò più… piantali.”
Cedrina prende la scheda e, per un attimo, nei suoi occhi passa qualcosa che nessun tecnico potrebbe spiegare.
Forse memoria.
Forse gratitudine.
Forse speranza.
Quando gli uomini della polizia sfondano il cancello, Pinuccio è ancora nell’orto.
Le armi lo tengono sotto tiro, le telecamere lo circondano come insetti famelici.
«È in arresto per appropriazione indebita di acqua pubblica e coltivazione illegale di specie vegetali non registrate.»
Pinuccio non risponde.
Quando gli agenti lo portano via, una brezza leggera muove le foglie dei pomodori.
E Cedrina, lentamente, inizia a scavare.